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SANSONI, EDITORE 1881 AL PROFESSORE ADOLFO BARTOLI QUESTO PRIMO LAVORO OFFRE IL SUO DISCEPOLO RICONOSCENTE INTRODUZIONE CAPITOLO I STORIA DELLE EDIZIOISTI CONTENENTI RIME DI GUIDO CAVALCANTI Non si può dire che le Rime di Guido Cavalcanti non fossero conosciute da^suoi contemporanei. Le lodi che Dante, il Pe*- trarca, Filippo Villani e il Boccaccio fanno di Guido, atte- stano il contrario. Ma.parrebbe che per più d'un secolo dalla morte del Cavalcanti non si ricordasse altro di lui che la can- zone Donna mi prega, la quale diventò l'argomento predi* letto de' neoplatonici. E benché fin dalla seconda metà del se- colo XV Lorenzo il Magnifico riunisse nella sua Raccolta di Rimatori antichi mandata in dono a Federigo d' Aragona anche le poesie di Guido, e di lui facesse il più fervido panegirico; pure, forse perchè quella raccolta, come dono principesco, non fu presto conosciuta dal pubblico, la famosa canzone continuò sempre a far tacere le altre rime sorelle, e fu oggetto di discus- sioni e di commenti fino a tutto il secolo xvi e principio del secolo seguente. Questo fatto ci spiega, perchè tardi venisse alla luce della stampa l'intero Canzoniere di Guido, mentre fin dal 1498 già si [leggeva stampata la canzone Donna mi prega col com- mento in latino di Dino del Garbo.* Sennonché, Girolamo Fra- chetta farebbe sospettare che fin da' tempi di Aldo Manuzio e dalle officine di costui uscisse la prima edizione delle poesie * Guido de Cavalcantibics^ natura et motif, ecc. ( Venet, ap. Oct. Serot., 1498). INTRODUZIONE — CAPITOLO I del Cavalcanti. Il Frachetta, nell' esposizione che fa della famosa canzone, molte volte ricorda, senz' altro ', la bontà del testo aldino. Così in un luogo del suo commento dice: « . . in vece di la guantate alcuni hanno da qualitate, et in vece di di- scende ha uno dipende; ma io a dire il vero da ninna di cotai lettioni, diverse da quella del testo d'Aldo, non ne so trarre sentimento buono».* E nello spiegare il verso: V es- sere qtiando lo volere è tanto, ha queste parole : « Et perchè c'era une piccola differenza fra testi, vogliam che '1 lettore sia ammonito, che la lettione del testo d'Aldo, col quale si accordano alcuni altri, essendoci paruta la meno rea, è stata da noi ricevuta».* E qualche volta corregge lo stesso testo al- dino, come fa nel verso: Né mover già, perchè a lui si tiri, dove « ne' testi stampati da Aldo si legge perochè, et forse n'è cagione, perciochè fu giudicato da chi ebbe cura di questa stampa, che leggendosi perchè il verso riuscirebbe duro ».' Ed ancora: «Alcuni testi hanno questo verso: Perchè lo mena chi da lei procede. Ma io non ne saprei trar sentimento buono. Oltre che questi testi non son da comparar con gli Aldini ».* E finalmente, venendo alla licenza della canzone, si esprime così: «Bene muterissimo volentieri il primo verso che dice: Canzon mia tu poi gir sicuramente nell' altro Tu poi sicuramente gir canzone come leggono alcuni per non lo lasciar senza rima; se non ci rattenesse l'autorità de' buoni testi d'Aldo, ai quali diamo non poca fede».*^ Parrebbe così che Aldo desse alla luce, se non l'intero Canzoniere del Cavalcanti, almeno la famosa canzone. Ma, per quante ricerche abbia fatto, non m'è riuscito di trovare, non dico copia di quell'edizione, ma neppure nessun altro scrittore o editore che ne facesse cenno. Gli stessi cataloghi speciali ' G. Frachetta, La spostttone sopra la canzone di Guido Cavalcanti 4< Donna mi prega », ecc. (Venezia, appresso i Gioliti, mdlxxxv), pag. 38. * Ivi, pag. 61. ' Ivi, pag. 77. * Ivi, pag. 92. * Ivi, pag. 96. EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XI delle edizioni aldine non danno maggior lume; anzi, da essi risulta che il Manuzio non stampò punto rime di poeti ante- riori a Dante/ Il fatto si è che Cristoforo Zane nel 1731 ristampò una riproduzione della Raccolta giuntina, e non parlò di edizione aldina di rime antiche toscane; e certa- mente, se l'edizione aldina fosse mai esistita, ei l'avrebbe^ da buon veneziano, preferita alla fiorentina, o almeno anche di quella avrebbe fatto menzione, e, se non altro, addotte le ragioni che l'aveano consigliato a riprodurre l'una più che l'altra. Perciò, se da una parte non è certo che ci sia stata un'edizione aldina di rime di antichi poeti toscani, non si può dall' altra affermare che la stessa canzone Donna mi prega ve- nisse stampata dal Manuzio. Parrebbe invece che la prima stampa delle poesie di Guido Cavalcanti fosse fatta in Firenze, e non in Venezia. Bernardo di Giunta raccolse, in dieci libri, sonetti e canzoni di diversi antichi rimatori toscani, e gli eredi di Filippo Giunta diedero alla luce questa prima antologia della nostra letteratura nel 6 luglio del 1527. La giuntina è un' edizione nitidissima : comprende rime di Dante Alighieri, Dante da Majano, Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti e di altri ancora. Si compone di e. 148, delle quali la prima e l'ultima portano ciascuna la stessa vignetta, che rappresenta un giglio con a lato due putti, e a pie le parole: Nìl candidius. Da e. 143 a tutta la 148 sono notate delle varianti, senza citazioni di codici, le quali si riferiscono ai primi quattro libri della Raccolta. La e. 147 contiene esclusivamente delle varianti « ne la canzone di Guido Cavalcanti de lo amore ». Il volume si chiude con queste parole : « Il fine Abcdefgklmnopqrst Tutti son quaderni excetto At duerno Impresso in Firenze per li heredi di Philippo di Giunta nell' anno del Signore m. d. xxvii, a dì vi del mese di Luglio». * Vedi Serie delle edizioni aldine, ecc. (Venezia, nella Stamperia Curti Q. Giacomo, 1791); e Appendice alla Serie delle edizioni aldine, ecc. (Padova, presso Pietro Brandolese, 1803). XII INTRODUZIONE — CAPITOLO I Questa raccolta è preceduta da un discorso di «Bernardo di Giunta A gli suoi nobiliss. gioveni Amatori de le toscane Rime»: nel quale ci dice, tra T altro, che consultò < vari ed antichi testi » , e che non risparmiò diligenza e cura nel ricer- care « gli antichi scritti de Toscani autori ». Ecco quali sono le precise parole, ch^ei, parlando de^ primi poeti toscani, rivolge ai suoi giovani: «... lasciando voi questi tali da così lunghe ed oscure tenebre offdscati giacersi homai a la loro ultima morte assai ben presso che vicini, non piccolo segno in verità di estrema ingratitudine ne dimostravate. Né vi paia perciò essere a bastanza scusati; se bene a voi forse parrà dovere da '1 Petrarca vostro solamente tutto ciò riconoscere, et a quello solo senza alcun altro eternamente essere obligati: che se ciò bene è vero, che il Petrarca, molto più che ciascuno altro Toscano autore, lucido e terso sia da giudicare; non di meno, He qual de duoi vi vogliate, o Gino o Guido, degni saranno già mai di dispregio tenuti. Né il Divino Dante ne le sue amorose Canzoni indegno fia in parte alcuna riputato di essere insieme con il Petrarca per l' uno de duoi lucidissimi occhi de la nostra lingua annoverato » . . ». E poi soggiunge: «... con quella più diligenzia e cura che per me si poteva ricercando gli antichi scritti de^ Toscani autori . . . . , raccolta insieme di molti varij ed antichi testi non piccola parte di quegli che innanzi a 1 Petrarca assai leggiadramente secondo quei tempi potettero scrivere, e che ne la età loro in qualche pregio e nome furono, da' più moderni di mano in mano a gU più an- tichì procedendo, Dieci libri di varie sorte di rime Toscane vi appresento ». Come si vede, neppure il Giunta parla di edizioni aldine; anzr, dal contesto di detta prefazione risulta chiaro che prima d'allora quelle rime non si trovassero stampate, ma soltanto manoscritte. Tutto il libro VI di detta Raccolta contiene poesie di Guido Cavalcanti (e. 61-71). Stanno prima i sonetti, poi le ballate e da ultimo la canzone Donna mi prega. I sonetti sono 13, e 12 le ballate. Le successive dieci carte del volume (132-142) EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XIII contengono « Sonetti de i sopra-detti Attori mandati l'vno a r altro ». Oltreché dalla numerazione generale, ciascuna delle dieci carte è segnata dalla cifra romana xi, e tutte insieme formano così un undecimo libro, il quale può considerarsi come una vera corrispondenza epistolare poetica. Quivi si trovano le risposte date da Gino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Dante da Majano al noto sonetto deir Alighieri A ciascun' alma presa e gentil core; e poi seguono sonetti scambiatisi tra lo stesso Alighieri e Cino, Guido e Dante da Majano; tra Cino ed One- sto Bolognese; e da ultimo tra Dante da Majano e Monna Nina, Guido Orlandi, Salvino Doni, Dante Alighieri, Chiaro Davanzati, Ricco da Varlungo e Ser Cione Ballione. Sicché, computati anche i tre sonetti che di Guido Cavalcanti sono in quest'ultimo libro, tutti ammontano a sedici. Da questa rapida esposizione si può vedei^e che Bernardo di Giunta, rispetto ai suoi tempi, mostrò non poco criterio. Certo ha il merito di essere stato il primo ad iniziare la pub- blicazione delle rime de' nostri primi poeti; certo egli fa più giudizioso di molti altri, i quali, benché venuti al mondo pa- recchi secoli dopo, pure non seppero fare di isaeglio, anzi fecero peggio. Seguitiamo intanto la storia delle edizioni delle poesie del solo Cavalcanti, per vedere se ci fa miglioramento o peggior ramento nelle stampe posteriori a quella del 1527, e per in- vestigare nel medesimo tempo la genesi di una delle ultime, e fórse la più errata, eh' è quella del 1813 fatta dal Cicciaporci. Dal 1527 fino a tutto il secola xvi, se si toglie la ristampa dell'edizione giuntina fatta in Venezia nel 1532 per Giovanni Antonio e FratelK da Sabbio, non si hanno nuove edizioni delle Rime del Cavalcanti. Come fu avvertito da principio, la famosa canzone fé* dimenticare le altre poesie di costui; onde, se du- rante quel tempo uscì per le stampe qualcosa intorno a Guido, non fa che la sola canzone accompagnata da qualche commento più o meno copioso, più o meno intelligibile. Bastava, secondo il giudizio degli scrittori d'allora, la sola canzone, per mettere il Cavalcanti pari a Dante e al Petrarca ; e F, Paolo del Rosso XIV INTRODUZIONE — CAPITOLO I nel 1568 fu lieto di stampare quella sola canzone, ma, quasi per. compenso, con un commento di 167 pagine in-8,* e d'in- dirizzare il suo lavoro a Cosimo de' Medici con la seguente dedica : Poi che lo stile, ond'orna il Cavalcante La sua gradita et nobile Canzone È tale; e '1 senso è tal, che Vxm il pone Par' al Petrarca, e l'altr'egual a Dante; Vostr'alto cor tra lalm' effigie, e sante Memorie, il suo ritratt'ha con ragione Posto, gran Cosmo, e da lunghie il leone Sceme, el Teban da le formose piante: Ond'a tal opra già più Lune intento Del suo cor, chiuso in pur diamante, il bello Sembiante ho (parmi) sculto et vel presento; Perchè da questo intemo anmiiri huom quello Estemo, e scorga il molto accorgimento Vostro, e '1 saver di lui stimi a '1 modello. E diciassette anni dopo, cioè nel 1585, pe'tipi de' Gioliti in Venezia veniva alla luce l' altro commento di Girolamo Fra- chetta, il quale, nel dedicare il suo lavoro « all'illustrissimo signor Scipione Gonzaga», dice tra l'altro : « . . . venendomi letta l' amorosa et nobile Canzone di Guido Cavalcanti et parendomi dura e malagevol da intendere, forse per contenere innanzi materia philo^òphica che poetica, troppo più che Canzone non conviene essere; et appresso giudicandola, come si siano alcuni affaticati per esplicarla, non ancora del tutto chiara, mi venne in pensiero di volerla sporre. Et così in ispatio di alquanti mesi ho disteso il presente commento ». Cosa notevole cotesta! La canzone era oscura, conteneva materia filosofica e non poetica, eppure veniva proclamata nobile j e si spendeva volentieri lo spazio di alquanti mesi per farvi su un commento ! E tale era il fascino che questa can- zone esercitava su quegli intelletti, che solo per quella era * Contento sopra la Canzone di Guido Cavalcanti di F. Paolo del Rosso (Firenze, Sermartelli, 1568). EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XV conosciuto il Gavalcanti. Difatti solo della cannone si parlava, e delle altre Rime di Guido, come se mai esistessero, non si trova nessun cenno. Intanto Gelso Cittadini da Siena, non conosciuto imivèr- salmente, come pur meriterebbe,* stava preparando un'edizione più compiuta delle poesie di Guido Cavalcanti. Il Cittadini, pos- sessore di parecchi codici di poeti antichi , altri ne ricercava nelle biblioteche, e con pazienza mirabile li copiava, li collazionava, ed offriva al pubblico il frutto de' suoi studj. Questa lode non gliela fo io di mio capo; ma è Scipione Bargagli, senese e contemporaneo del Cittadini, che così parla di lui: «... questi (rimatori) ch'io seguito di mentovarvi sono stati copiati di man propria dal Lettor pubblico nel nostro Studio della favella Toscana, dico, dal nostro M. Celso Cittadini, da due volumi di Poeti vulgari nella Libraria Vaticana e da altri volumi appresso di lui ».^ E tuttora esiste nella Chigiana di Roma, scritto di mano propria del Cittadini, un codice di cui parle- remo a suo luogo, il quale contiene tutto il lavoro ch'egli avea fatto intomo al Cavalcanti, e che rimase inedito. Soltanto una parte di esso lavoro venne pubblicata nel 1602 in Siena pe'tipi di Silvestro Marchetti;' la quale non è altro che la riproduzione dell'edizione giuntina accompagnata dal commento di Egidio Romano, e da alcimi brevi cenni intomo alla vita di Guido e da non poche noterelle del Cittadini sull'esposi- zione del Colonna. Durante il secolo xvii la stampa non ci offre altro, per ciò che riguarda il Cavalcanti, che i tre sonetti pubblicati da Leone Allacci nella sua Raccolta di antichi poeti fatta « da' codici manoscritti della Biblioteca Vaticana e dalla Bar- berina, e stampata per Sebastiano d'Alecci nel 1661 in Na- • Vedi al proposito Bartoli, I due primi secoli della Letteratura Italiana (Milano, Vallardi), pag. 8 segg. ' Scipione Baro agli, Il Turamino, ovvero del parlare e dello scrivere sanese (Siena, per Matteo Fiorini, mdcii), pag. 36. ' L' Espositione del Mxo Egidio Colonna Romano degli Eremitani sopra la canzone d'amore, ecc. (Siena, Marchetti, 1602). XTI INTRODUZIONE — CAPITOLO I poli ». Di questi tre sonetti, uno era già conosciuto per le stampe, essendo il secondo dell^ edizione fiorentina e della pi- sana, cioè quello che incomincia: donna mia, non vedestu colui. Degli altri due, entrambi fino allora inediti, Timo: Ma- donna la vostra beltà enfolio^ venne più tardi dato dal Ciampi a Gino da Pistoia,* e l'altro: Veder potesti, quando voi scon- traij fa ristampato in seguito sempre sotto il nome del Ca- valcanti. Dopo quarantotto anni dalla pubblicazione dell' Allacci, uscì nel 1709 in Bologna pe'tipi di Costantino Pisarri e per cura di Agostino Gobbi alunno del collegio di Montalto una Sedia di sonetti e canzoni de'piiè eccèllenti Bimaiori et ogni secolo, la quale raccolta veniva nel 1739 riprodotta in Venezia nelle officine del Baseggio. L'opera è dedicata «all'Illustrissimo Signor Conte Giov. Niccolò Tanari », ed è preceduta da un discorso del Gobbi. « Il disegno (dice costui) di chi ha fatto la presente scelta è stato di unire in un corpo solo tutto ciò che gli è paruto più importante a leggersi da chi intende di dar opera alla lirica toscana poesia » , tanto più ehe « le rime de' più celebri fra i nostri poeti e specialmente fra gli anti- chi . . . sono oggimai divenute così rare, che di alcune di esse a gran fatica si trovano per tutta l'Italia pochi esemplari ». E conchiude con queste parole : « . . . essendo stato il nostro fine di dar fuori le Rime più importanti a leggersi, non siamo con ciò obbligati a dare in questo volume né cose rare o prima d'ora non più stampate, né altresì cose in ogni parte perfette ». E fedele al suo programma, il Gobbi ebbe anche la cura di notare al margine del primo componimento d'ogni autore da qual libro era ricavato ciò che di lui si poneva. Del Cavalcanti mette soltanto cinque sonetti e la canzone. Tranne un sonetto, che tolse dalla Raccolta dell'Allacci, prese il resto dall'edizione giuntina, com'egli stesso avverte con le dette note marginali. ' S. CuMPi, Vita e Poesie, di mescer Cino da Pistoia. (Pisa, Capurro, MDCccxiix), pag. 64. EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI xvii Una nuova giunta alle poesìe già stampate del Cavalcanti la troviamo nella Bdla Mano di Giusto de^ Conti Romano 8e^ nature, alla quale va accompagnata una Raccolta delle Rime antiche di diversi Toscani: opera edita in Firenze nel 1715 per Jacopo Guiducci e Santi Franchi. Queste antiche Riìne di diversi Toscani oltre a qudle de x libri sono contenute tra pag. 114-263. Di Guido non vi si trovano che sei sonetti, di cui cinque fino allora inediti. Oltre a questi sonetti, ci sono anche i due che Guido Orlandi diresse al Cavalcanti, il primo de' quali incomincia: A quelV amorosetta foresdla, e il se- condo: Innanzi ed stwn di trombe che di corno. Così vediamo già salire a 23 il numero de' sonetti del nostro poeta: 16 del- l'edizione giuntina, 2 della Raccolta dell'Allacci, e 5 della Bdla Mano. Appunto a queste tre fonti attinse Cristoforo Zane nel pubblicare in Venezia nel 1731 le Rime di diversi autori toscani in dodici libri raccolte, aggiuntovi moltissime cose^ che neUa fiorentina edizione dd 1527 non si leggevano. Ma bisogna avvertire, che la edizione fiorentina, di cui qui si parla, non do- vette essere quella fatta per gli eredi di Filippo di Giunta, ma bensì la riproduzione di essa, che quattro anni prima del 1731 era uscita alla luce con questo titolo: Sonetti e Can- zoni di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte oltre un libro di Sonetti d^ medesimi e di altri aìdori ^riandati Vuno a V altro colla varia lezzione di alcuni luoghi de quattro primi libri, e ddla Canzone délV Amore di Guido Cavalcanti altra volta mandate alla lu>ce dagli Eredi di Filippo di Giunta ndl'anno del Signore mdxxvii in questa nuova impressione diligentemente ricor- rette. Questa riproduzione dell' edizione giuntina è contenuta in un volume in-8 di pag. 298, il quale ha nel recto dell'ultima carta la seguente chiusa: « Registro A-N. Tutti sono sesterni, eccetto N eh' è temo. Impressa in Firenze a spese di Elaumene Loppaggi nel mese di Agosto dell'anno del Signore MDccxxvn. » Ora questa nuova edizione del 1727 differisce in qualche modo dalla giuntina. Lo stesso Afoto Aletino che curò quella edizione, nella dedica che ne fa « all' lUustriss. ed Eccellentiss. Signore T[ XVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO I il Signor D. Francesco Caracciolo Duca di Miranda » , dice r « . . . Né fia che in parte come che sia manchevole o di minor vaglia si reputi, perchè del mio altro non siavi, che la peraltro- non picciola malagevol fatica di renderlo del Testo medesimo dei Giunti, che io fedelissimamente ho seguito, più corretto- e purgato, e talor meno dubbio ed oscuro ». E noi, avendo paragonato questa nuova edizione fiorentina con la giuntina e con quella dello Zane, l'abbiamo trovata identica affatto con questa, e per parecchie e notevoli varianti differenziarsi da quella; sicché riteniamo che lo Zane riprodusse l'una anziché V altra. Parrebbe che il titolo dell'edizione veneziana del 1731 annunziasse una pubblicazione molto interessante, parrebbe che si trattasse anche di poesie inedite; ma non é punto così. Lo stesso Zane nell' avviso ai lettori lo avverte con le seguenti parole: « Queste Rime furono stampate in Firenze nel 1527 appresso Bernardo di Giunta, indi in Venezia per Giovanni Antonio e Fratelli da Sabbio nel 1532 (tace, forse ad arte, dell'edizione fiorentina del 1727); ma essendo divenute raris- sime . . . abbiamo dichiarato di fare che ritornino alla luce . . . e acciocché la nostra diligenza divenisse degna di loda, molti e vari accrescimenti si sono posti. L'ordine dell'edizione di Fi- renze si è da noi serbato in ogni luogo, e si é solamente alte- rato il numero de' libri, che in questa nostra non a dieci, come in quella, ma a dodici ascendono ... ». E poi soggiunge : « Fram- menti e rime di detti Autori, non per l' addietro stampate non ritroveranno i lettori in questa raccolta, perciòché altro non fu il nostro pensiero, che di ristampare quella rarissima edi- zione, e di aggiungnere a cadauno degli Autori le rime lofo,^ che vanno sparse dietro alla Bellamano, nella Raccolta del- l'Allacci, e in altri libri già impressi ». E così nell'edizione dello Zane (Kb. vn, pag. 188-210) troviamo del Cavalcanti i 23 sonetti, le 12 ballate e la canzone Donna mi prega con lo stesso ordine, che nelle citate raccolte da cui furono tratti. Come si vede, nulla di nuovo presenta l'edizione dello Zane, anzi questi neppure pubblicò tutto quello che già si trovava EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XIX stampato; giacché fin dal 1723 Anton Maria Biscioni aveva dato alla luce per la prima volta un altro sonetto del Caval- canti: Se non ti caggia la tua santalena,^ cui lo Zane, forse per non avterne avuto notizia, non riprodusse nella sua Raccolta. Altri due sonetti del Cavalcanti venivano stampati più tardi, nel 1774, dal Serassi in Roma tra gli Aneddoti Letterari;^ e sono quelli che incominciano: Io temo che la mia disavventura Q tu che porti negli occhi sovente. Di modo che nell' anno suddetto si trovavano qua e là stampati 26 sonetti del nostro Guido. Nulla di nuovo ci offre la Raccolta di lirici italiani dal- l' origine della lingua sino al secolo xviii compilata da Robu- stiano Gironi, e pubblicata in Milano nel 1808. L'unica poesia che vi si trova del Cavalcanti , è il secondo sonetto delle an- tecedenti edizioni, ed evidentemente tratto da qualcuna di esse. Forse nello stesso anno, se non prima, il Ciampi ripubblicò il sonetto Beltà di donna di piacente core, eh' è appunto uno de'seichesi trovano nell'edizione della Bella Mano del 1715. Però il Ciampi lo ristampò secondo la lezione di un nuovo co- dice, un tempo posseduto da Francesco Redi, ed ora da Ce- sare Lucchesini, il quale lo comprò dagli eredi dello stampatore Mùke di Firenze.® Quegli che dovea accrescere ancora il numero delle poesie del Cavalcanti è Luigi Fiacchi. La sua Scélta di Bime antiche non porta né luogo, né data; ma in fine di essa si leggono queste parole : « Estratta dai voi. XIV, XV e XVI del Giornale intitolato Collezione d' opuscoli scientifici e letterari ed estratti d^ opere interessanti dell'anno 1812, che si stampa in Firenze presso Francesco Daddi ». Come si può scorgere dalla natura della pubblicazione, qui si tratta di cose inedite. Lo stesso * Prose di Dante Alighieri, di messer G, Boccacci con annotazioni di Anton Maria Biscioni^ pag. 361 (Firenze, per Giov. Gaetano Tartini e Santi Franchi, m. dcc. xxm). * Serassi, Aneddoti Letterari, tom. IH, pag. 443 (Roma, 1774). ' Vedi Notizie di due pregiabili Mss. di Rime antiche dal prof. Ciampi dirette al eh, Sig, Gaetano Poggiali, (Senza luogo nò data). XX INTRODUZIONE — CAPITOLO I Fiacchi lo avverte nella prefazione con queste parole : « . . . tor- nando alle antiche rime che per dare alla luce ho raccolte, debbo avvertire averle io diligentemente trascritte per la mas- sima parte da due codici, uno de^ quali appartiene alla Libreria deir ornatissimo Sig. Giuseppe Pucci, del quale codice ho fatto menzione altra volta nelle note all' antico volgarizzamento del Trattato dell'Amicizia di Tullio già da me pubblicato, il se- condo fu già di proprietà del P. Abate Alessandri di Badia, ed io ebbi anni sono la comodità di esaminarlo, e di estrarre tutto ciò che inedito o degno d' osservazione mi parve. E sic- come di questo codice non so qual sia al presente la sorte, o in quali mani egli sia pervenuto, mi credo in dovere, per dare un qualche discarico ai miei Lettori, di presentarne la descrizione. Il codice è cartaceo in F. del secolo xvi. In mar- gine s'incontra di quando in quando una nota che avverte essere quella tal poesia tratta da' Testi o del Bembo o del Brevio ».* Il solo codice Alessandri, secondo attesta lo stesso Fiacchi, conteneva del Cavalcanti numero 25 tra sonetti e ballate. Ma egli, che s'era proposto di pubblicare soltanto le cose inedite, stampò del nostro Guido non più di cinque so- netti ed una nuova ballata, traendo il sonetto Guarda, Ma- netto, quella sgrigmduzza dal codice Alessandri, e il resto dal Pucciano. Siamo così arrivati a 31 sonetti e a 13 ballate, rimanendo sempre sola la canzone, quasi regina che non ammette compagne nel dominio da secolare tradizione resole incontrastato. Ma cotesta assoluta preminenza di lì a poco doveva essere scossa, benché, come vedremo, ingiustamente. Dopo un anno dalla pubblicazione del Fiacchi, un discendente di Guido Ca- valcanti, l'abate Antonio Cicciaporci, «per un pio dovere di consanguinità », come dice il Foscolo,* volle preparare un'edi- zione compiuta delle Rime del suo antenato. Egli credette di fare tanto maggiore onore al Cavalcanti, quanto maggiore * Fiacchi, Rime antiche ^ pag. 3. ■ Foscolo, Saggi di critica storici-letteraria j pag. 318 (Firenze, Le Mon- nier, 1862). EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXI fosse il numero delle poesie che a lui potesse attribuire e sotto il suo nome stampare. Quindi, non contento di mettere in- sieme tutte le Rime di Guido, che si trovavano sparsamente stampate, frugò le biblioteche pubbliche di Firenze e qualche archivio privato, e fa lieto di stampare come di Guido qual- siasi poesia che un sol codice, sia stato pure di nessuna au- torità, la riportasse sotto quel nome. Anzi qualche volta il buon Cicciaporci, interpretando, come vedremo appresso, a suo modo i codici, vide scritto il nome del suo illustre antenato là dove non era punto scritto, ed attribuì a lui ciò che il codice non gli attribuiva. Tenendo questo metodo, il discen- dente di Guido Cavalcanti accrebbe mostruosamente le Rime di costui, e le pubblicò in Firenze nel 1813 pe'tipi di Niccolò Carli, col titolo: Bime di Guido Cavalcanti edite ed inedite, ag- giuntovi un volgarizzamento antico non mai pubblicato del com- mento di Dino del Garbo sulla canzone Donna mi prega, ecc. E un volume in-4 di 152 pagine: edizione non messa in commercio, di pochi esemplari, e perciò resa oramai rara. L'opera è dedicata « all' ornatissima Signora Anna Rinieri de' Rocchi nata Martini», alla quale il Cicciaporci dice, tra V altro : « Molto più poi debbono interessarvi le Rime di Guido Cavalcanti insigne poeta del xra secolo , comechè egli è un co- mune nostro antenato: il che appunto mi ha indotto a pub- blicare la presente Raccolta ».* A questa dedica seguono altre xxvm pagine di Metnorie della vita e dell'opere di Guido Caval- canti, prefazione giudicata dal Foscolo lunga ed inutile.* Tra pagg. 1-71 son comprese la Rime; cioè: le edite, da pag. 1 a pag. 38; e da pag. 39 a 71 le inedite. Vien dopo il com- mento di Dino del Garbo (73-115), e da ultimo, alcune Anno- tazioni sopra le Bime e varie lezioni (pag. 115-150). Le ultime due pagine contengono l'indice. Tra le rime edite troviamo 31 sonetti, 13 ballate, 2 canzoni ed una frottola; tra le inedite poi, altri 3 sonetti, un'altra ballata, un madrigale e, niente- meno, altre 11 canzoni. Come si vede, il Cicciaporci, quanto * Cicciaporci, Rime di Guido Cavalcanti, ecc.; pref., pag. in. * Foscolo, op. cit., pag. 318. XXII INTRODUZIONE — CAPITOLO I alle rime edite, non aggiunse che una seconda canzone: Io non pensava che lo cu/or giammai y la quale era già stata anterior- mente da altri pubblicata tra le Rime di Dante , ed una frot- tola, che si trova già nella Raccolta delF Allacci, ma sotto il nome di Antonio Buffone.* Cosicché nell'edizione fiorentina del 1813, in tutto, abbiamo: 34 sonetti, 14 ballate, 13 can- zoni, una frottola e un madrigale. Per le rime già edite, il Cicciaporci si servì anche della BaccoUa dello Zane (non della giuntina), della Scelta di Rime antiche del Fiacchi, e degli Aneddoti letterari del Serassi. Egli stesso lo avverte nelle sue annotazioni.* Quanto poi alle rime inedite, si servì di alcuni codici, di cui parleremo in seguito. In questo modo fu composta la voluminosa Raccolta del Cicciaporci, la quale venne lodata e ritenuta per la migliore dagli stessi Accademici della Crusca. Difatti essi, nel pubbli- care in due volumi, nel 1816 in Firenze, i Podi det primo secolo della Lingiui italiana, quanto al Cavalcanti, non fecero altro che riprodurre il lavoro del Cicciaporci.' Eppure quel- l' edizione della Crusca porta il solito motto : U più hd fior ne coglie! Nella prefazione del primo volume si dice che ciò che era già stampato fa emendato coli' aiuto di parecchi co- dici: di uno barberino, di due vaticani, di uno strozziano, di imo magliabechiano e di due altri trascritti dall' antichissimo del Redi, entrambi posseduti dalla fanaiglia Lucchesini. Ma parrebbe invece, almeno per ciò che riguarda le Rime del Ca- valcanti , che gli editori della Raccolta di dette poesie antiche non si dessero nessun pensiero di collazionarle con nessun codice, né di scartarne alcime, le quali, come più tardi era avvertito dal Foscolo,* apertamente non sono di Guido. La sola innovazione introdotta dagli Accademici della Crusca nel Canzoniere del Cavalcanti consiste nell' ordine diverso dato alle sue rime, che prima son poste le ballate, poi le canzoni e in * Allacci, Poeti antichi^ ecc., pag. 19. * Cicciaporci, op. cit., pagg. 115, 121, 128, 129, 130, 134, 137, 140. * Poeti del primo secolo^ ecc., voL II, pag. 276-369. * Foscolo,, op. cit. , pag. 322. EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXIII &ie sonetti e madrigale, laddove nel Cicciaporci sono in altro modo collocate. Dopo tanta sanzione, quale fu quella della famosa Acca- clemia, T edizione fiorentina del 1813 acquistò gran valore; e nell^anno 1817 fu riprodotta scrupolosamente in Palermo nella RuccoUa di Rime antiche Toscane, che in quattro volumi usciva 4ilia luce peUipi di Giuseppe Assenzio.* Nelle notizie stori- elle che si danno intomo a Guido , è detto : « scrisse ^ Guido) molte poesie le quali sono accuraianmite comparse alla luce in Firenze nel 1813 per opera del Sig. Antonio Cic- ciaporci, e nella presente Raccolta si riproducono ».* L'editore palermitano ardì solamente cambiare l'ordine delle rime, po- nendo diversamente ancora di quello che fecero gli editori della Crusca, prima i sonetti, poi il madrigale, ed in fine ballate e canzoni. Dal 1817 in poi l'edizione del Cicciaporci, se non è stata più riprodotta, non ha avuto nessuna rivale. E perciò, non ci essendo di meglio, furono costretti a servirsi di essa coloro i quali da quell' anno fino ad oggi han dovuto parlare o scrivere intomo al Cavalcanti. E ciò va detto per le poesie di Guido, che si trovano nel New-Monthly Magazine (1822) in un arti- colo del Foscolo, e per le altre contenute in Bime di Datìte Alighieri, Guido Guinicdli, Gino da Pistoia e Fazio degli liberti;^ nel Manuale dd primo secolo della Letteratura italiana del Nan- nucci;* in Dante, Poesie liriche;^ nel Florilegio de^ Lirici più insigni d'Italia;^ nel Liuto del Mamiani;^ e finalmente in al- cune edizioni del Petrarca, alle quali, se non altro, trovasi quasi * Raccolta di Rime antiche toscane, voi. I, pag. 157-222. * Ivi, pag. 55 seg. ' Milano, Bettolìi, 1828. * Firenze, Le Mounier, 1847. * Roma, 1843. * PoUografia Italiana, Firenze, 1846. ^ Nella Rivista Contemporanea di Torino dell'anno 1877 si pubblicò la traduzione di un* operetta latina intitolata Guidonis de CavalcantUms Cithara , seu liber de vita propria, e il volgarizzamento intitolato Liuto fu dato come lavoro del secolo xvi. Oramai si conosce che il supposto volgarizzamento è opera orinale del conte Terenzio Mamiani, il quale volle scrivere in nome del Cavai- XXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO 1 sempre aggiunta in appendice la canzone Donna mi prega, che sembra sia stata tenuta in gran pregio dal cantore di Laura/ Benché prima il Foscolo e dopo il Nannucci facessero osser-- vare che l'edizione del Cicciaporci conteneva molta roba che evidentemente non era del Cavalcanti; pure nessuno, ch'io sappia, pensò a purificare le Rime di quel poeta. Si pensò invece ad aggiungere qualcos'altro alle già stampate ; e nel 1870, in un volumetto di poesie inedite d' ogni secolo pubblicate dal Carbone in Milano in occasione di nozze, comparì del Cavai-- canti un nuovo componimento, eh' è il seguente sonetto: Noi sem le triste penne sbigottite Le Cora vizze e '1 coltellin dolente, Ch'avemo scritto dolorosamente Quelle parole che vo' avete udite. Or vi diciam perchè noi sem partite, E sem venute a voi qui di presente: La man che ci movea dice che sente Cose dubbiose nel core apparite. Le quali kn sì distrutto costui Ed knnol posto sì presso a la morte Ch'altro non è rimaso che sospiri. Or vi preghiam quanto possiam più forte, Che non sdegniate di tenerci nui. Tanto eh' un poco di pietà vi miri. Questo sonetto veniva anche stampato dal Witte, ma come di Dante Alighieri, nel Jahrìmch der Deutschm Dante-GeseU" * canti un lavoro sul gusto della Vita Nuova; e come in questa fa Dante, cosi si fanno riportare da Guido via via le sue poesie, di cui quelle che il Mamiani dà giustamente per inedite, debbono supporsi fattura del Mamiani medesimo, non ritrovandosi in alcun codice. * Si trovano anche poesie di Guido (probabilmente tratte dall' edizione giun- tina) in Equicola Mario, Introduttione al comporre, ecc. (Venetia, per Sigi- smondo Bordogna, 1555); in Castelvetro, Sposizione al sonetto 44 del Petrarca (Parte 2*, Basilea, 1582); nel Crescimbeni, Istoria della Volgar Poesia (Ve- nezia, Baseggio, 1731); e in Lami, Novelle letterarie, al voi. 16, col. 577. Si possono consultare al proposito il Gamba, Serie de' testi di lingua, il Bertolini, Nuova Serie de' testi di lingua descritti secondo la sua propria collezione (Bologna, Sassi, 1846); il Poggiali, Serie de' testi di lingua (Livorno, 1813); e lo Zambrini, Catalogo delle Opere Volgari, ecc. (Bologna, Romagnoli, 1866)» EDIZIONI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXV schaft, voi. Ili, pag. 300. Ma se con questo il dotto Tedesco metteva in dubbio se di quel sonetto si dovesse accrescere il numero di quelli del Cavalcanti o dell'Alighieri; il Man- zoni nel 1872 e il Monaci nel 1877, l'uno con la illustrazione di un codice vaticano, l'altro con la pubblicazione d'un im- portantissimo canzoniere chigiano, facevano crescere efifettiva- vamente il numero de' sonetti del nostro Guido. Difatti il Man- zoni pubblicava come inedito il sonetto Di vii matera mi convm parlare , * eh' è una risposta del Cavalcanti a Guido Orlandi; e nella pubblicazione del Monaci troviamo attribuiti al nostro Guido il sonetto Dajppiil a uno face un sol legismo diretto a Fra Guittone d'Arezzo, e il mottetto Gianni, qud Guido solide di risposta a Gianni Alfani.* Così, col 1877, per ciò che si riferisce al Cavalcanti, si chiude la pubblicazione di poesie inedite, con rimanere inal- terato il numero delle altre rime del nostro poeta, e con salire quello de' sonetti a 37 , computatovi il mottetto. Ma gli scrittori di storia della nostra letteratura, dal Giudici al Bar- toli, nel parlare di Guido e nell'esame che fanno delle sue poesie, traggono queste dalla edizione del Cicciaporci, rimanendo essa tuttavia la rappresentante di tutte le edizioni che la prece- dettero. Ora, dalla rapida corsa che si è fatta nell' abbozzare la storia delle stampe contenenti rime del Cavalcanti, si è potuta vedere la genesi dell'edizione suddetta, e la necessità di una nuova edizione, la quale venga eseguita non su le stampe an- tecedenti, ma su i codici, e che non sia la riunione artificiale di poesie diverse attribuite da questo o da quel manoscritto al Cavalcanti, ma rappresenti invece il risultato dell'esame comparato de' codici stessi. Ma, per poter meglio vedere i difetti dell'edizione del Cic- ciaporci, per potere con sano criterio scartare da essa tutto ciò che al Cavalcanti non appartiene, bisogna ricercare di quali * Vedi Rivista di Filologia Romanza^ voi. I (Imola, Galeati, 1872). * Vedi il Propugnatore, anno X, disp. III (Bologna, Romagnoli, 1877). XXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO I codici si servissero non pure il Cicciaporci, ma anche quelli da cui egli in gran parte attinse; e nel medesimo tempo bi- sogna mettere essi codici in relazione di tutti gli altri che contengono rime del nostro poeta; per essere così nel caso di giudicare del valore e della importanza di ciascun manoscritto , e di stabilire quale sia il migliore testo, che debba servir di base alla presente edizione. Intanto, per procedere con ordine, faremo anzitutto la de- scrizione e tenteremo la genealogia de^ molti codici da noi studiati, e dopo di avere possibilmente determinato quali tra essi dovrà essere, per dir così, il modello nel compilare la nuova edizione, cercheremo d'investigare da quali manoscritti furono tratte le rime fin qui pubblicate sotto il nome di Guido Cavalcanti, e di vedere quali tra queste rime debbano essere scartate, come apocrife, e quali sian quelle che debbano com- porre il suo Canzoniere. CAPITOLO n DESCRIZIONE DE' CODICI CONTENENTI RIME DI GUIDO CAVALCANTI Con la massima cura e diligenza ho proceduto nella ricerca de' codici che si riferiscono a Guido Cavalcanti. La maggior copia, com'era da mipporsi, l'ho trovata nelle biblioteche di Fir^ize e di Roma; ma anche la Marciana di Venezia e la Universitaria di Bologna hanno corrisposto, qual più qual meno, alle mie indagini. In tutto ho potuto rintracciare 58 mano- scritti che contengono materia riguardante il nostro poeta. De' quali 58 codici, 40 esistono nelle biblioteche di Firenze, 12 in quelle di Roma, 5 nella Marciana e 1 nell'Universitaria di Bologna. Non basterebbe un intero volume, se si volesse fare di tutti i detti codici una compiuta descrizione. Lasciando ad altri un tale lavoro, io noterò solo le cose più essenziali intorno a quei oodici che per noi non abbiano grande importanza, e mi fer- merò invece su quegli altri, i quali, per la loro natura, richie- dano maggiore considerazione. Così risparmierò ai lettori non poca noia, ed a me stesso una fatica del tutto infruttuosa. Intanto avverto che, nel fare una tale descrizione, parlerò suc- cessivamente, per ciascuna delle dette biblioteche, prima de' co- dici che possono dirsi speciali di rime di Guido Cavalcanti, e poi di quegli altri i quali di Guido contengono o la canzone Donna mi prega (sola ovvero accompagnata da qualche com- mento), o qualche altra poesia di lui, o a lui erroneamente XXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO II attribuita. Incomincerò poi da^ codici romani, e prima da^ Chi- giani, perchè tra questi ce n^è uno, che contiene la raccolta più copiosa riguardo al Cayalcanti, onde può servirci come termine di confronto per le rime che si trovano negli altri codici romani, e ne^ fiorentini, ne Veneziani e nel bolognese. Questa parte descrittiva de^ codici verrà in fine del capitolo riassimta in apposita tavola sinottica. I. Codici Chigiani 1). L. VII. 305.' — E un volume tutto rubricato in minio e con iniziali in rosso ed azzurro; è alto centim. 28 e largo centim. 23, ed ha il titolo: Canzoniero antico. E scritto in bella lettera, ritenuta del secolo xiv dal Monaci e del xv dal Bartsch.' Secondo il primo, al secolo xv spetta soltanto la scrittura di una poesia, la quale fu aggiimta in imo spazio lasciato bianco dopo la Vita Nuova.* Consta di carte numerate 121 e di 4 non numerate, 2 alla fine e 2 al principio, le quali ultime sono seguite da quattro fogli cartacei contenenti di mano moderna r indice. Parrebbe che fosse mutilo in principio. Il Monaci giu- stamente osserva che e la forma della scrittura, la ortografia e la nota posta in fine del manoscritto: hic liber ed Anionij Domini Cólvcij de Saltdatis, persuadono a credere che questo canzoniere provenga dalla Toscana ».* La detta nota (la quale, scritta primieramente nello stesso carattere del canzoniere, fu poi abrasa e riprodotta, come si vede oggi, un po^più sotto in carattere moderno), avvertendoci che cotesto codice fu pos- seduto dal Salutati, vissuto come ognim sa nel secolo xiv, ci ofiEre una prova irrefragabile per ritenerlo di quel secolo. Di più la raccolta contiene, oltre della VUa Nuova di Dante (e. 7-27), parecchie centinaia di componimenti, tutti di autori * Immediatamente dopo il numero progressivo segue la segnatura del codice. * Jàhrbuch fitr romanische und eng lische Literatur, voL XI, pag. 127. ' Vedi il Propugnatore, disp. 1* e 2*, 1877, pag. 125, in nota. * Ivi, pag. 126. CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXIX che vissero ne' secoli xm e xnr, e per certo, se fosse stata com- posta nel secolo xv, il raccoglitore ci avrebbe pur messo qual- che lavoro de' poeti contemporanei. Di Guido Cavalcanti comprende 15 ballate, 2 canzoni, che si trovano tra la ballata 3* e la 4', 27 sonetti ed un mottetto, che incomincia: Gianni qud Ouido salate. L'ordine, con cui si seguono l'ima all'altra coteste poesie, è quello con cui si suc- cedono i capoversi di ciascuna di esse nella Tavola II in fine del presente Capitolo.* Ma bisogna osservare che nel codice son poste prima le ballate intramezzate dalle canzoni, e poi i sonetti e il mottetto; e che la ballata 15', Fresca rosa no- vèlla, che porta la rubrica Guido a Dante aUeghieri, non viene inmiediatamente dopo le altre, essendo posta tra le canzoni di quest'ultimo, perchè a lui indirizzata. Nello stesso modo, tra le poesie di Guido se ne trovano sparse parecchie di altri autori, che, secondo l'uso del tempo, scrissero in versi al nostro Cavalcanti. E così vi si leggono il sonetto di Nuccio Sanese I miei sospir dolenti m'hanno stanco, ì tre di Bernardo da Bologna: A qvM' amorosetta foreséUa, Guido quel Gianni che atte fu V altrieri e A suon di trombe angi che di corno, e quello di Lapo Farinata degli liberti: Guido, quando dicesti pasturdla. Basta per ora d'aver fatto questa descrizione: vedremo a suo luogo come dal semplice confronto della tavola delle poesie di Guido contenute dal detto codice con quella di altri codici, che passiamo a descrivere, se ne possano ricavare degli ele- menti importanti per determinare in parte la genesi de' codici stessi. 2). L. IV. 122. — È im volume cartaceo in-8 del secolo xvi. Si compone di carte numerate 71, ed è intitolato: Bime dd Cavalcanti. Nella 2' carta non numerata si legge : « Questo vo- lume è scritto di mano del s. Celso Cittadini, e fu stampato in Siena da Silvestro Marchetti nel 1602 in ottavo, e dedican- dolo al Sig.' Belisario Bolgarini, dice haverlo in Roma pochi * Vedi in fine del Capitolo la Tav. Il, a, b, e. XXX INTRODUZIONE — CAPITOLO II anni prima copiato e donato al sig/ Luca Cavalcanti con pen- siero, che Phayesse fatto stampare. El che non era succeduto. Ma nella stampa sopradetta di Siena non vi sono le poesie scritte in questo codice dal fo: 18 al fo: 28». Nella carta seguente, pure senza numero, si legge: «Le Rime di Ouido Cavalcanti nuovamente raccolte e mandate in luce da Celso Cittadini dell' Angelieri con la sposizione di M.** Egidio Ro- mano sop.' la Canzone Donna mi prega ». Segue un'ara circo- lare col motto: Cdsa petit. Li questo codice, dopo la lettera dedicatoria del Cittadini al Bolgarini e le notizie intomo alla vita di Guido, vengono le Rime (e. 5-27) che si trovano nel- l'edizione sanese del 1602. Le altre poesie del Cavalcanti, con- tenute tra e. 18t7 e 28, son precedute da questa avvertenza: « Queste altre Rime, che sono scritte qui di sotto, non si truovano in istampa, ma in im libro antico scritto a mano, il quale è in potere del S. Francesco Sadoleto ». E queste altre Rime consistono in 14 sonetti (15, 13, 16, 9, 3, 2, 7, 10, 18, 17, 21, 24, 26, 5 - Tav. U, a), in 2 ballate (2, 12 - Tav. Il, b) e in 2 canzoni (7,3- Tav. II, e).' Però nella carta 24 è scritto: «La seguente Canzone (cioè la 7') è at- tribuita da altri a m. Cino da Pistoia » ; e poi nella carta 26 : « Questa Canzone (cioè la 2') da alcuni viene assegnata a m. Cino; ma per quel che si vede nella 3* stanza ove dice: Tu sai quando venisti, n' accenna il quinto sonetto degli stam- pati, che incomincia: Oli miei fòlli occhi ... ». Tra carte 28-32 seguono Varietà di Lettione con questa nota : < Conciosia che in un libro delle Rime di Guido Cavalcanti degli stampati, eh' è del s.' Francesco Sadoleto, egli habbia poste in mar- gine alcune varietà di scrittura secondo che ha ritrovato in diversi testi scritti a mano, acciò che altri possa saperlo, habbiam voluto fame memoria in questa parte segnandone i luoghi». E seguono con molto ordine le varianti per sonetti, *■ Avverto, una volta per sempre, che, nel segnare le poesie contenute in ciascun codice, i numeri di richiamo scrìtti tra parentesi si riferiscono costante- mente alla Tav. Il, e si seguono secondo T ordine in cui esse poesie si trovano ne' codici stessi. CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXXI canzoni e ballate; e, dopo T esposizione di Egidio Romano (e. 33-64), le «Ragioni D* alcune cose dall' Angelieri segnate nella sposizione » suddetta, che son precedute dalla seguente nota : « Conciosia che la presente sposizione di Maestro Egidio Romano capitata in man nostra, che doveva essere stata esem- plata da persona poco intendente e col pensiero distratto al- trove, l'habbiamo trovata essere iscritta così corrottamente e diversa da quel che dovette fare esso Egidio, che molte volte habbiamo havuto a lasciarla stare; ma pure il desiderio, che havemo sempre di giovare in quello che per noi si può ad altrui, c^ha fatto risolvere a non fugir questa fatica, segnando con numeri tutti que' luoghi che ci sono parsi degni di con- sideratione e d'emendatione, e di tutti rendendo hora in questo luogo ragione del parer nostro, come dichiariamo e vogliamo, che sia preso in tutto quello che noi diremo, e non per finale sentenza o per altro intendimento ». Il volume si chiude con le parole: ttò 2f&«d 8ò^a. Come si vede, non fu piccola la fa- tica del Cittadini. 8). L. IV, 131. — È un volume cartaceo in-folio del se- colo xvn, di fonte molto dubbia ed impura. Contiene rime di diversi autori. Del Cavalcanti ha soltanto (e. 841-847) 6 so- netti (2, 3, 5, 15, 10, 18), e gli attribuisce (e. 772) il ma- drigale cieco mondo, 4). L. IV. 110. — È un codice cartaceo in-8 del secolo xv inoltrato ; porta il titolo : Dante et altri, e consta di carte nu- merate 73, di cui 8 bianche. Del Cavalcanti c'è solamente la canzone Donna mi prega e la BaUatetta de amore (9). 5). L. V. 176. — È un volume pergamenaceo in-4 del se- colo XV, dal titolo: Vita di Dante, di carte numerate 79 e non numerate e bianche 5. Ha lettere iniziali colorate , ed è adomo di eleganti miniature. Nella 3* carta non numerata è scritto modernamente a lapis : « Lassato per legato a Papa Alessan- dro Vii dal Conte Federigo Ubaldino, che l'acquistò da Pa- rigi, ove l'haveva portato seco lacobo Corbinelli fiorentino, autore delle Postille moderne, e come fuoruscito era andato in Francia a ricoverarsi dalla Regina Caterina de' Medici ». XXXir INTRODUZIONE — CAPITOLO li Dopo la Vita di Dante si trova (e. 29 ) la canzone Donna mi prega, a cui tien dietro il commento in latino di Dino del Garbo. Le note marginali, sparse nel commento, sembrano di mano di Celso Cittadini. IL Codici Vaticani 1). 3214. — E un volume cartaceo in-4 grande de' primi del secolo xvi, scritto con bella lettera su carta grossa. Consta di carte 170, sebbene veramente dovesse essere di 172, essen- done state tagliate due prima di scriverle, una avanti a quella segnata 82, e l'altra avanti all' 87. Comincia il volume col libro delle Cmio novdle antiche, cui precede l'indice in rosso contenuto in quattro carte. Nel ver^o della carta 86 comin- ciano le rime antiche senza alcun titolo speciale, sebbene ab- bia a credersi che lo scrittore, avendo cominciata la copia a metà della pagina, avesse avuto intenzione di porvene poi al- cuno. Il titolo d'ogni poesia è in rosso, ed esse sono scritte nel codice a mo' di prosa con la sola divisione non troppo co- stante di una lineetta perpendicolare tra un verso e l'altro. Alcune poche note ne' margini ci fanno riconoscere il carat- tere dell'Allacci, che certo per la sua Raccolta dovette avere studiato sopra questo manoscritto, come su gli altri canzonieri romani.* In questo codice si trovano sotto il nome di Guido Cavalcanti (e. 86-164) 18 sonetti (29, 19, 13, 15, 6, 30, 31, 32, 18, 33, 34, 14, 35, 36, 37, 38, 39, 40) e 4 ballate (9, 2, 3, 13). Altri quattro sonetti (11, 20, 21, 12) sono qui attribuiti, i tre primi, a Guido Orlandi, e l'ultimo insieme con la ballata Fresca Rosa novella (15) a Dante Alighieri. Il codice è poi ricco di corrispondenza epistolare in sonetti; e riporta quello di Dante: Guido i* vorrei che tu e lapo ed io, e l'altro di Cino da Pistoia: Qua' son U vostre cose ch'io vi * Questo è il codice illustrato da L. Manzoni. Noi ci slam serviti, quanto alla descrizione, di quella da lui pubblicata nella Rivista di Filologia Romanza, altrove citata, pag. 71. CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXXIIl tolgo; e sotto il nome di Bonagiunta da Lucca: Chi Se mede- ximo inganna per neglienza, e sotto quello di Guido Orlandi i quattro seguenti : Per troppa sottigliezza il fU si rompe - Amico, i' saccio ben che sa' limare - S'avessi detto amico di maria - Al Slum di trombe anziché di corno; e finalmente come di Dino Compagni : Se mie latide schtisasse te sovente. Tutti questi sonetti sono indirizzati al Cavalcanti. Da ultimo bisogna osservare che nella carta 167 si trova una poesia con questo titolo puntato: G, D. de, e poi: «Così era nell'asempro»; e dopo il verso 22 di essa poesia si legge di scrittura dell'Allacci: «il rimanente non si può leggere». «Il che (dice il Manzoni) prova che l'asempro, ossia l'originale, si conservava ancora a' tempi dell'Allacci; e parmi con giusto fondamento ritenere che le postille marginali e le correzioni del codice non sieno se non il resultato del confronto della presente copia coli' originale. » * 2). 3213. — E un volume cartaceo in-folio, del secolo xvi, intitolato: Varij Poeti antichi. Consta di carte numerate 687, di cui molte bianche dopo ogni rimatore. Da ciò si vede che s'intendeva fare una copiosa ed ordinata raccolta di rime an- tiche a compimento di quella del Magnifico (della quale par- leremo in appresso), conosciuta, a quanto pare, dall'autore del codice 3213. Difatti vi si riporta (e. 270) un passo della lettera proemiale di Lorenzo con questa scritta: Parole de la Epistola di Lorenzo d^ Medici mandata a Don Federigo di Aragona figlio di Ferdinando Re di Napoli, nd Libro df^ Poeti Antichi» Ma la nuova raccolta fu principiata appena, e si può \ dire frammentaria. Così, del Cavalcanti, ci si trova: a e. 190, la prima strofa della ballata Era in pensier d' amor quand' i' trovai (1), e tra carte 200-219 (le e. 190-199 sono bianche, e forse doveano servire per le altre ballate) solo tre sonetti (11, 5, 8); e tra i due primi è la Canzona dela povertà (4). 3). 4823. — Anche questo è un volume cartaceo in-folio, del secolo xvi, ed è pur esso un tentativo di raccolta gene- * L. Manzoni, Rtv. Filol. Rom.^ voi. I, pag. 90. HI XXXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO II rale de' rimatori anticlii, perchè dopo ogni poeta si trovano molte carte bianche, e i margini delle carte già scritte sono coperti di varianti e di note di carattere del Colocci. Consta di carte numerate 475, non numerate 6, di cui due bianche. Nella prima carta scritta ma non numerata si legge: Cod. Vat. 4823 ricopiato cMl' antichiss.^ 3793, Si deve però osser- vare che non tutto il codice 4823 è còpia del 3793, ma solo una parte; e che la parte che non è copia di quel codice, e che contiene alcune rime di Guido Cavalcanti (la canzone Donna mi prega e la ballata Era in pensier d'amor) « deriva da un canzoniere perduto, noto un tempo al Colocci, e che era chia- mato da costui il libro d'^Angubio »/ 4). 3793. — Questo codice, già preso in esame dal Trucchi, dal visconte Colomb de Batines e dal Grion, ed ultimamente cominciato a pubbKcare dal D'Ancona e dal Comparetti,* si compone, come fu da quei dotti osservato, di due parti: l'una scritta nello scorcio del secolo xm, e l'altra di grafìa del se- colo XV. Rimandando al lavoro de' suddetti nostri professori chi amasse leggere la descrizione di questo codice, noi ci conten- tiamo di far notare che sólo nella seconda parte del volume si trova il nome del Cavalcanti, a cui si attribuisce il sonetto Morte gentil rimedio de^ cattivi (9). HI. Codici Barberini 1). XLV. 47. — E un codice membranaceo in-4, di carte numerate 205, intitolato: Poeti antichi ed altro, È di scrittura gotica del secolo xiv , ed ha le iniziali colorate e fregiate. In- comincia con rime di Cecco Angiolieri, e termina con alcuni * Ck>8i si compiaceva di scrivermi il prof. Emesto Monaci (Roma, 13 giu- gno 1878), il quale aggiungeva: « Credo di poter ciò affermare , avendo ritrovato tra le carte del Colocci la tavola del detto Libro d'Augubio, il cui contenuto corrisponde esattamente, anche nell'ordine delle poesie, a questa parte del Vat. 4823, che pure fu del Colocci ed è scritta di suo pugno». * Rime Antiche, pubblicate da A. D'Ancona e D. Comparetti; voi. I (Bolo- gna, Romagnoli, 1875). CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXXV sonetti di Niccolò Rossi ; ma sembra sia mutilo alla fine. Tra e. 105-123 si trova l'esposizione di Egidio Romano sopra la canzone Donna mi prega. A pie della e. 105 è scritto di mano dell'Allacci: «Questa canzone è di Guido Cavalcanti: l'espo- sitione stampata da Celso Cittadini in Siena 1602 era sì scor- retta, eh' è stato di mestieri per racconciarla stampare le sue annotazioni, e la da a M."" Egidio Colonna Romano. Ma questa nis. è correttissima, dalla quale si ponno agiostare tutti li luoghi sospetti nella stampata. L. Allacci ». Questo codice, oltre la detta canzone, contiene sotto il nome del Cavalcanti (e. 144 segg.) quattro sonetti (39, 38, 42, 13). 2). XLV. 130. — E un volume cartaceo in-folio, del se- colo XIV, di carte numerate 196, e di 5 non numerate e bian- che. E mutilo in principio, ed ha sulla culatta il titolo: Poeti antichi perugini. Questo codice si divide in due parti : la prima comprende (e. 4-29) rime di poeti perugini, in dialetto pe- rugino; la seconda (e. 31-129), rime toscane. Del Cavalcanti c'è solo un sonetto (e. 72t?): Vederti al mio parere ogni va- lore (19). IV. Codici Casanatensi 1). d. V. 5. — E un codice cartaceo in-folio, del secolo xvi, di carte numerate cxli, e di 13, di cui cinque bianche, senza numero. Le altre sette contengono il titolo e l'indice. Il titolo è questo : Cose volgari di Dante Alaghieri et di altri diversi avttori di quel secolo. Questo codice è rubricato in rosso , ed ha le ini- ziali di ciascun componimento fregiate e miniate. Contiene rime di Dante, di Cino, di Cecco d'AscoK, di Fra Guittone, del Guinicelli e di altri 19 autori, tutti nominati al principio de' loro versi. Nella carta ic si trova attribuita a Cino da Pistoia la canzone Naturalmente ogni anhnale ha vita, della quale è riportata per intero la prima stanza e in frammenti la seconda. Tra e. cxxxni-cxxxvi è l' altra canzone Io son' il capo m^zzo da lo im- busto (3), col seguente titol©: Canzone di tnesser Piero di Dante Alaghieri per PP."" Giovanni XXII. È poi atttribuito a Cino XXXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO li (e. Lxxxvii) anche il sonetto Madonna la biUà vostro 'nfoUio (42). Da e. CXI a e. cxxit? seguono poesie del Cavalcanti, cioè: 8 sonetti (19, 15, 13, 12, 16, 25, 1, 9), 8 baUate (6, 7, 10, 11, 12, 2, 3, 1) e 2 canzoni (1, 2). E da osservare che in questo codice anche le ballate sono intitolate canzoni; e de* sonetti, i due primi si trovano in principio, e gli altri sei dopo le altre rime. A pie dell'ultimo sonetto è scritto in rosso: « Fine di fragmenti di Guido di messer Cavalcante». V. Codici Laurenziani 1). XLI. 20. — E un codice cartaceo in-8, rilegato in asse coperta di pelle rossa fregiata di stellette e fiorami. In cia- scuna delle due faccie esteme della coperta vi sono cinque borchie d'ottone, una nel centro e le altre quattro negli an- goli, che rappresentano l'impresa medicea. Anche le due fib- bie hanno gli stessi emblemi. Nel davanti della coperta v'è un cartello chiuso in una comicetta d'ottone, sul quale è scritto in carattere gotico: Bi:^ d' Guido Cavale.^ e com: di diversi s la cansone d'I medesimo. Questo codice, quanto alla scrit- tura, va diviso in due parti. La prima finisce con la carta 95, che al pie porta la parola Finis e poi Ego Nicolaus Pupiensis transcripsi. Questa prima parte è tutta d'una stessa mano, in carattere semigotico del secolo xv. La seconda parte comprende la sola esposizione di Iacopo Mini, la quale anteriormente do- veva stare da sé. Difatti ha doppia numerazione: l'una, più antica, da e. 1 a e. 21, che si riferisce alla sola esposizione e all'epoca in cui questa non dovea essere ancora stata in- corporata nel codice; l'altra (e. 96-118) è la continuazione della numerazione generale del codice stesso. Il commento del Mini è di grafìa del secolo xvi. In tutto il codice vi sono 8 carte bianche, delle quali, una, segnata di numero 96, è la fine della prima parte, e un'altra, che porta il numero successivo, è il principio della seconda. L'indice delle materie contenute nel codice (e. i) è scritto dalla stessa mano che vergò il commento, ed è il seguente: CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXXvn Notitia di Antonio Manetti a Giovanni di Niccolò Cavalcanti, di Guido di m. Cavalcanti mo consorto. Rime di Guido Cavalcanti et éP altri. Contento sopra la Canzone di Guido Cavalcanti per Egidio Romano teologo, Notitie di detto Gruido cavate da Dante, dal Petrarca, dal Boccaccio^ da m.^ Dom,^^ d'Arezzo^ da Filippo Villani, dam.^ Lio- nardo Aretino, da m. Giannozzo Manetti, da Ricordano Male- spini et da (r.*** Villani. Bisogna notare che le rime di Guido Cavalcanti contenute in questo codice corrispondono, così pel numero come per l'or- dine, quasi interamente a quelle del chigiano L. VII. 305. Difatti mancano solo di due sonetti (27, 28) e di due ballate (11, 12), e le canzoni non intramezzano le ballate, ma ven- gono dopo queste. Si trovano poi in esso, ma senza nome di autore, anche i sonetti che Nuccio Sanese e Bernardo da Bo- logna mandarono al Cavalcanti, mentre quello di Dante A dar scun'alma presa e gentil core porta la seguente rubrica: Sonetto di Dante alleg,^ primo e maxime che appaia nella sua operetta intitolata Vita nuova el quale sonetto e fé per dimostrare una sua visione d amore e mandollo fuori afine che a quello fusse riposte maxime per vedere se da cUchuno qudlo che sighnificava s intendea: fuvi riposto da mólti dicitori di quel tempo, et da uno sólo fu inteso, et questo fu Guido cavalcati, et da questo originalmente cominciò lamicitia tra luno e l altro, 2). XLI. 34. — È tm codice cartaceo in-8, della seconda metà del secolo xv. E rilegato e fregiato come il precedente, ed ha anch'esso sur un cartello in comicetta d'ottone il ti- tolo : Rime di diversi. L' intero codice è di bella lettera se- mìgotica, ed è scritto tutto dalla medesima mano. Consta di carte numerate 124 (delle quali le due ultime e il verso della 122 sono in bianco), e di carte non numerate 5, due in fine e tre in principio del volume. La terza di queste ultime, eh' è mem- branacea, contiene nel verso l'indice delle materie. Le ini- ziali a capo d'ogni poesia sono colorate in celeste, ed i ti- toli in rosso. Il codice incomincia con i Sonedi di messer Bo- XXXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO II naccorso da Montemagf di pistoya, e termina con rime di Lo- renzo il Magnifico. Tra e. 94-109 sono contenute le rime di Guido Cavalcanti, intramezzate da' soliti sonetti di Nuccio Sa- nese e di Bernardo da Bologna. Nell'ordine, corrispondono affatto a quelle del chigiano L. VII. 305; nel numero, più a quelle del laurenziano precedente, mancando di tre ballate (11, 12, 15) e di due altri sonetti (22, 33), oltre i due so- pra notati (27, 28). Tra e. 79-88 si trovano poesie di M. An- tonio Araldo, cioè: tre sonetti a papa Eugenio IV, tre a Gio- vanni di Maffeo d'Alberino, uno «a uno suo compare», ed un ultimo « recitato al S." di Piombino primo amico ». Dopo il primo sonetto (e. 79) viene la « Froctola del decto messer A. araldo » , la quale è appunto quella : Gtiarda ben dico gtmrda ben ti guarda (Tav. II, d). Segue quindi (da e. 82 a 84) una « Canzona del detto messer Antonio araldo in ammaestramento de suo cipt. al govno »» Il codice si chiude con la ballata del Magnifico : I pregho iddio che tudi e mal parlanti. 3). XC inf. 37. — E un volume cartaceo in-folio, del se- colo XV. Sulla culatta si legge: Poeti Antichi Italiani Copiosa Baccolta, e consta di carte numerate 248, delle quali l'ultima è in bianco. Altre due carte in bianco, ma senza numero, si trovano una in principio e l'altra in fine del volume, ed appartengono all'epoca della rilegatura. L'indice delle ma- terie è contenuto nel verso di una carta membranacea, che vien dopo la prima carta bianca. Il codice è di bellissima let- tera, ed ha iniziali e titoli colorati in rosso. Comprende rime di Dante Alighieri, di G. Guinicelli, di Guittone d'Arezzo, di G. Cavalcanti, di Cino da Pistoia, di Dino Frescobaldi, di Franco Sacchetti, di Niccolò Cieco, di Michele del Gigante, di M.° Benedetto di Michele Accolti d'Arezzo, di Mariotto Da- vanzati, di Francesco degli Alberti, di Antonio degli Agli, di Cino Rinuccini, di Bonaccorso di Montemagno, di Fazio degli liberti, di Sennuccio Benucci, di Giovanni Boccaccio, di Si- mone da Siena, di Franceschino degli Albizzi, di Leonardo d'Arezzo, di Piero delle Vigne, di Lapo Saltarello, di Lapo Gianni, di Bonagiunta da Lucca, di lacomo da Lentino, e il CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XXXIX « poemetto di Lorenzo de' Medici, V Ambra ^ qui intitolato: De- ^criptio Hyemis^ col quale termina il volume. Anche in questo codice le rime di G. Cavalcanti serbano l'ordine del chigiano più volte citato, e mancano soltanto di due sonetti (27, 28) e d'una ballata (15). 4). XL. 46. — E un codice cartaceo in-4, della prima metà 'del secolo xv. Sulla coperta sono i soliti stemmi medicei, e sul davanti il titolo : Canzoni di Dante et prose di Diversi, Ha carte numerate 73, non numerate 17, e si chiude con le pa- role : « Qui finisce le pistole dovidio » , che sono recate in vol- gare da incerto autore. Assegnammo questo manoscritto alla prima metà del secolo xv, perchè a e. 25 1?, dove finiscono le <^hiose de lonferno primo libro di Dante Alleghieri^ si trova la data: Adì 4 di setembre 1435, Tra le rime, per la maggior parte di poeti toscani, contenute nel detto codice, del Caval- 'Canti e' è soltanto la canzone Donna mi prega, 5). XL. 49. — E un volume cartaceo in-4, del secolo xv, rilegato come il precedente e col titolo: Canz.^^ di Bindo Bonichi, di Date et prose di diversi. Consta di carte 147 nu- merale, tutte scritte; e di carte 8 non numerate, tutte in bianco e riferibili all'epoca della rilegatura. E di bella let- tera, ed ha piene di fregi in rosso ed azzurro le iniziali del principio d'ogni componimento, e semplicemente colorate in giallo quelle di ciascun verso. Anche questo codice, del Ca- valcanti non contiene altro che la detta canzone. 6). XL. 44. — E un codice cartaceo in-8 bislungo, del se- colo XV, appartenente anch'esso alla biblioteca medicea. E in- titolato: Rime di Dante ^ e consta di carte numerate 60, tutte scritte, e di carte non numerate 8, tutte bianche. Incomincia, col sonetto dell'Alighieri: Negli occhi porta la mia donna amore ^ e termina con poesie del Poliziano, tra cui sono parecchi ri-» spetti continuati e spicciolati. Dopo il primo sonetto di Dante ne segue un altro, sul quale era ripetuto il titolo del primo: Son. Canzone di Dante; ma vi si tirò un frego, e si corresse in margine: Smetto di G., senz'altro. Evidentemente questo so-^ netto (14) è del Cavalcanti, perchè si trova a lui attribuito da XL INTRODUZIONE — CAPITOLO II molti altri codici. Da ultimo è da notare che tra e. 19-20 si trova sotto il nome di Dante la canzone : Io sono il capo mozzo dallo 'mbusto. 7). XC inf. 15. — E un volume cartaceo in-4, del secolo xv, rilegato in asse, che un tempo doveva esser coperta di pelle, ed ha sulla culatta, scritto modernamente, il titolo: F. Pe^ trarca, Canzoniere e Trionfi .e un' ode di Guido Cavalcanti. Si compone di e. 191; ma la numerazione, che va solo fino alla e. 187, è interrotta qua e là nel mezzo del codice; e pare che ciò sia derivato per la tagliatura marginale del codice all'epoca della rilegatura, osservandosi che, quando si ripiglia la nume- razione, questa torna sempre esatta, se vi si computano le carte che non hanno più nessun numero. A e. 184 terminano i Trionfi con quello della Divinità; e dopo l'ultimo verso: Or che fia dunque a rivederla in cielo, è scritta la parola Finis. Al verso di detta carta è scritto (sempre della stessa mano) un Sonetto mandato al ducha di Milano, e la risposta nelle stesse rime. A e. 185 si trovano queste parole: di Guido cavalchanti, e se- gue la famosa frottola, sino a tutta la e. 186, scritta in due colonne nel modo seguente: Goarda ben dich*io Guarda guarda, Non aver vista tarda, Che a pietra di bombarda Arme vai poco. Così tutta la frottola è scompartita in 85 strofette: la prima di 2, e le altre di 3 versi ciascuna; e fa scritta dalla stessa mano che scrisse l'intero codice. 8). XC sup. 135. — E un codice cartaceo in-foUo, del se-- colo XV. E rilegato modernamente, ed ha in caratteri indo- rati il titolo : Dante ^ la Monarchia e il Convito. Consta di carte 177, le quali per lo più non sono numerate. Nel verso della carta 4 è incollato un avanzo di antica carta del codice, che contiene due sonetti con la sottoscrizione autografa: foia da Mateo cerretanj. Il codice è poi mutilo al principio, e comin- CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XLI eia con le parole: « .... circulo e da ebollii solo proposto el quale è di tutte le eose spirituale ettemporale governatore » ; parole ehe sono seguite da queste altre : « finiseie lamonarehia didante tradotta de latino in lingua toschana da marsilio jBieinio fiorentino a Bernardo del Nero e Antonio de tuccio Manetti amieissimi suoi et cittadini fiorentini addì xxi di marzo 1467 ». Immediatamente dopo si legge : qui apie una f rotola di guido ca- vaicanti filosofo somo, E la nota frottola, la quale anche in que- sto codice si trova scritta in due colonne, e comprende le carte 1 e 2 : le due prime strofette sono scritte come nel codice pre- cedente ; le altre come nel Cicciaporci. Dal verso della e. 2 sino al redo della 7 seguono varj indirizzi che portano questo titolo : domini leonardi aretini epigramata cioè sopraschrite gieneralmente atutti egranmaestri difuori d principio drento, Vien poi il Con- vito di Dante, che finisce a e. 114, ov' è la chiusa: « Convivio de le tre canzone didante finito q.° dì xviii Dicembre 1477 per mateo Cierretani » e nel verso di detta carta incomincia uno ischrito sopra la precedente canzona diguido chavalcanti fato per egidio romano inlatino e ridocto in vulghare. Bisogna però no- tare che la canzone non c'è, e il commento è mutilo. D verso della e. 168 e tutta la e. 169 sono piene di sonetti varj e di alcune canzoni di Dante e di Leonardo d'Arezzo. Tutto il co- dice pare sia stato scritto dalla stessa mano, in carattere tre- mulo e molto forzato. 9). IX. 63. — Questo codice si può mettere agli ultimi del secolo xiii o ai principj del xiv. E membranaceo in-4, di lettera gotica; consta di carte numerate 144, e di carte non numerate 5. Su la culatta è scritto: Guittone Lettere e Rime, Appartenne a Francesco Redi, come si rileva da alcune note autografe di costui, tra le quali, in una delle carte non nu- merate del principio, è la seguente: « Queste Lettere di Fra Guitton d'Arezzo, che sono in q."* Codice, in un altro codice che pure è appresso di me Francesco Redi, sono molte più e arrivano al numero di 64 >. Oltre le lettere e le rime di Fra Guittone, contiene anche rime di diversi poeti antichi i parte anteriori, parte contemporanei al Cavalcanti, come, per XLII INTRODUZIONE — CAPITOLO II esempio, Guido Guinicelli, Notar lacomo, Enzo, Guido delle Colonne, Rinaldo d'Aquino, Paganino da Serzana. Predominano poi i poeti pisani « perchè (come avverte il Redi) questo libro è stato scritto da un pisano, e vi si osserva che invece della z mette la $, e talvolta invece della s mette la ». Quindi non ci fa meraviglia se del Cavalcanti, il maggiore di tutti quei poeti, vi si trovi (e. 129) solo il sonetto Bdtà di donna e di piagante core (15). 10). 122. — E un codice cartaceo in-folio, del secolo xv, proveniente dalle librerie de' soppressi conventi. Sulla culatta è il titolo: Sime antiche di diversi. Consta di carte numerate (mano moderna) 265, tutte scritte, e di carte non numerate 6, tutte bianche. Le lettere iniziali sono diversamente colorate; le rubriche, sempre in rosso. Ne' margini sono miniature allu- sive all'argomento di quella tale o tal' altra prosa o poesia, giacché è da osservare che il codice è una copiosa raccolta di rime intramezzate da prose diverse: lettere, profezie, novelle, traduzioni di varie orazioni di Cicerone. Dopo alcune Canzoni morali senza autore, si trova (e. 122): Chanzone morale fede Ghuido chavalchaìite e dichiara che chosa e amore e donde nasde e [di che si notrie. Immediatamente appresso alla licenza, in fine della e. 122t?, si trovano, deUo stesso carattere di tutto il co- dice, le seguenti parole rubricate: Chanzon morale fede Guido Chavalchante da firenze lodando lonperadore; ma nella carta se- guente, invece della canzone del Cavalcanti, si trova soltanto il verso: Vendetta farà ben per male^ e incomincia una serie di sonetti. Il codice è mutilo in fine. VI. Codici Riccardiani 1). 2846. — E un codice cartaceo in-4, intitolato: Rime di diversi antichi autori^ di scrittura del secolo xvi. Consta di carte numerate 127, e di 12 non numerate. Fu scritto da Piero di Simone Del Nero, come risulta dalle seguenti parole che si trovano in fine del volume, nel verso della e, 127: « Finito CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XLIII addì 24 d'Agosto 1581 copiato da un libro di D. Vincenzio Borghini honorata memoria dov' erano le presenti rime fra le stampate delli autori antichi da Giunti nel 1527 ed ho voluto mantenere la scrittura nel modo che era in quello anchora ne' manifesti errori; solo ho lasciato di copiare quelle di m. Cino eh' erano stampate in Roma per procaccio del Pilli insieme con quelle del Montemagno le quali seben sono scorrette in quello , non mi risolvo se in quelle copiate dal Priore erano più o meno corrette, però l'ho riscontre con le stampate, notando in mar- gine tutte le varietà, acciocché di due lezioni se ne possa fare una buona. Non so quanto io mi fidi che le presenti Rime sieno tutte degli autori a' quali sono ascritte per la differenza grandissima che veggo in un medesimo autore, e nella bontà dello stile, et quello che più importa nella antichità della lingua ». Segue la firma: « Piero di Simone del Nero di mano propria » , e poi : « i freghi sotto alle parole importano le più volte dubbi ». Più di 40, e quasi tutti toscani, sono gli autori di cui si trovano rime in questo codice. Di Guido Cavalcanti non ci è altro che due ballate e 13 sonetti. Piero del Nero, come av- verte egli stesso, tralasciò di copiare le poesie già stampate da' Giunti, e quindi trascrisse ciò che in quella edizione man- cava, vale a dire 2 ballate (12 e 2) e 13 sonetti (21, 26, 18, 15, 24, 13, 3, 14, 9, 16, 5) ed altri due che non si trovano nel citato codice chigiano: S'io fossi qmllo che dUaìnor fu degno ^ e: Dante ^ un sospiro messager del core. Oltre a ciò, il Del Nero ebbe anche cura di porre altri sonetti indirizzati al Cavalcanti da' suoi amici e confratelli d'arte, cioè: quello di Guido Orlandi: Onde si muove ^ e d' onde nasce amore? e l'altro: A suon di trombe innanzi che di corno; quello di Bernardo da Bologna: A quella amorosetta forosella; quello di Nuccio Se- nese: I miei sospir dolenti m'hanno stanco; e in fine quello di Gianni Alfani: Guido, quel Gianni, eh' a te fu l' altrieri. 2). 1050. — E un codice cartaceo miscellaneo in-folio, dal titolo: Vita di Dante scritta dal Boccaccio, Vita Ntwva di Dante, Rime di diversi ed altro. Consta di carte numerate 119 e di XLIV INTRODUZIONE — CAPITOLO II carte non numerate 21. Fu scritto in tempi diversi e da mano diversa. Può considerarsi diviso in due parti. La prima (e. 1-85) è della fine del secolo xiv, in generale di cattiva lettera e con le iniziali de' capoversi colorate in rosso sbiadito. Appunto in questa prima parte si trovano alcune rime del Cavalcanti, cioè le due note canzoni e due ballate (6 e 1). La seconda parte, che non contiene nulla del nostro Guido, fu scritta nel secolo xv. 3). 1118. — E un codice cartaceo in-4, il quale, benché sia del secolo xvi, pure ha rilegatura moderna con la culatta coperta di pelle indorata. Consta di carte numerate 164, l'ul- tima delle quali e parecchie altre non numerate sono in bianco. Ha il titolo : Alighieri Vita Nuova, Rimatori antichi. In questo codice si trovano sotto il nome del Cavalcanti quattro canzoni (4, 3, 5, 6), quattro sonetti (41, 9, 13, 16) ed una bal- lata (2). C'è anche il sonetto: V anima mia vilmente sbigottita (33); ma a capo di esso stanno le parole: « Di non so cui >. 4). 1328. — E un codice cartaceo in-folio, di carte nume- rate 67, di cui 9 in bianco. E intitolato: Specchio ddla mon- dizia del cuore. Ma, oltre cotesta opera, che, secondo Pier del Nero, pare sia un volgarizzamento dell'opera di S. Bernardo fatto dal Cavalca, contiene anche una predica del Sabato Santo, varie orazioni latine ed italiane, un sonetto di Sennuccio del Bene, uno di Bernardo da Bologna, due di Guido Cavalcanti (5, 15), e in fine varie ricette, li^ Inventario della Libreria Riccardi (Firenze, 1810) pone, senza alcuna distinzione, l'età del codice al secolo xv, forse perchè alla fine dello Specchio della mondizia del cuore (e. 32t?) si trovano le parole: « Com- piuto adì sette di novembre 1444 », e nell'ultima carta non numerata, su la quale sono scritte le ricette, è notato: 1479. Ma bisogna notare che i varj lavori contenuti in questo codice presentano nella grafìa varietà di forma, il che fa supporre che siano stati scritti in epoche diverse ; e per certo le poche rime, che incominciano da e. 58, debbono collocarsi assai po- steriormente al 1479. I due sonetti del Cavalcanti si trovano a e. 58 : il secondo è accompagnato da due note marginali, l'una di contro alla CODICI CONTENENTI EIME DEL CAVALCANTI XLV voce genti, e V altra alla voce maggio. La prima dice : « cioè gentili. Guido Guinizzelli in un suo sonetto che comincia : La- mentomi di mia disavventura: Ben mi rassembra Reina di Franza Poiché dell'altre mi par la più gente: cioè la più gentile ». La seconda ha queste parole: « cioè mag- giore: Via Maggio in Firenze, cioè via maggiore». 5). 1088. — E un codice cartaceo in-folio, dal titolo: Fa- vole d' Esopo Canzoniere del Petrarca e Rime di Diversi. Consta di carte numerate 68, e di parecchie non numerate e bianche. Le iniziali maiuscole sono rubricate; la scrittura è de'principj del secolo xv. Tra le Rime di Diversi si trova anche un sonetto del Cavalcanti (35). 6). 1094. — E un codice cartaceo in-folio, rilegato in asse coperta di pelle guasta dal tempo. Manca qualche carta, su cui forse era scritto il titolo. Nel citato Inventario ha la de- nominazione: Dante, il Paradiso, e Canzoni^ ed è assegnato al secolo XIV e parte al xv. Consta di carte numerate 154: sino a e. 89 è scrittura del secolo xiv; il resto, del xv. Di Guido Cavalcanti c'è solo la canzone Donna mi prega (e. 149-150). 7). 1100. — Anche questo è un codice cartaceo in-folio. È intitolato: Canzoniere del Petrarca e Rime di Diversi colla Tavola in principio del libro. Consta di carte numerate 86, l'ul- tima delle quali ha in principio le seguenti parole: « Questo libro è distefano dicione delle dote overo delle grandote ». Pa- recchie sono le carte non numerate che precedono il Canzo- niere del Petrarca. Quanto all'età di questo codice, V Inventario lo pone nel secolo xv ; ma il prof. Cesare Paoli lo giudica della fine del xr\r.* Del Cavalcanti contiene ciò che conteneva il co- dice precedente. 8). 1091. — E la semplice canzone Donna mi prega si trova nel codice cartaceo in-folio 1091, che può mettersi nei ' Colgo questa occasione per ringraziare pubblicamente il prof. Cesare Paoli del cortese aiuto prestatomi neir interpetrazione de' codici. XLVI INTRODUZIONE — CAPITOLO U principj del secolo xv, ed è intitolato: Bime di Diversi. Consta di carte numerate 227 e di parecchie non numerate e in parte bianche. E di bellissima lettera : la N iniziale della prima carta numerata è di forma gotica, ed ha nel corpo una fine minia- tura rappresentante, a quanto pare, il Petrarca. Di forma gotica sono anche le altre iniziali de' capoversi, e costantemente co- lorate in rosso e azzurro. 9). 2735. — Questo è un codice cartaceo in-folio, del se- colo XV, col titolo: Bime antiche di Diversi. Non offre, del Cavalcanti, che la detta canzone. Si compone di carte nume- rate 51 ; ma la numerazione comincia col 139 e finisce col 190: il che ci mostra evidentemente che il codice deve essere stato mutilato. Il redo della prima carta numerata contiene l'in- dice, e sul verso della stessa comincia il primo capitolo della Pietosa Fonte ^ poemetto in terza rima di Antonio Zenone in lode del suo maestro Francesco Petrarca. Seguono poscia rime di Dante Ahghieri, di Fazio degli liberti, di Bruzzi Visconti, di Bartolomeo da Castel della Pieve, di Iacopo Cecchi, di Ric- cardo degli Albizzi, di Sennuccio, di Luigi Pulci, di Iacopo Acciainoli, di Michele di Nofri del Gigante, di Francesco Vec- chio da Carrara, di Pietro Cantarino di Siena, ed altre poesie d'incerti autori. 10). 1142. — Il titolo di questo codice cartaceo in-4, del secolo XV, è: Bime del Petrarca e diversi e alcuni ricordi. Pos- siamo quindi esser certi che vi sia la famosa canzone del Ca- valcanti; poiché come questa si trova congiunta ad ogni edizione del cantore di Laura, così s'incontra quasi sempre ne' mano- scritti che contengono rime di questo poeta. Il codice consta di carte numerate 115, e di carte non numerate 8, tutte bian- che. A pie della prima carta non numerata è scritto : Ex Bi" bliotheca Avg. Mar. Bandini mdccli. Oltre alla canzone di Guido e de' Trionfi del Petrarca, contiene poesie anonime, una commedia di Leonardo Dati su l'Amicizia, sei sonetti ed un'ode di Francesco Accolti Aretino, ed una canzone del Saviozzo da Siena. CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XLVII VII. Codici Magliabechiani 1). VII. 1108. — È un codice strozziano cartaceo in-4, de' principi del secolo xvii. Consta di carte numerate 70 e di 3 non numerate e bianche. 'Altre due carte bianche si tro- vano tra e. 31 e 32. Questo codice è una copia precisa della prima parte del laurenziano XLI 20, escluso cioè il commento di Iacopo Mini, che forse ancora non v'era stato aggiunto. Parrebbe che nella rilegatura di questo codice fosse stato scon- volto l'ordine de' quaderni. Difatti i cinque ultimi (e. 32-70) avrebbero dovuto precedere i tre primi (e. 1-31), come nel laurenziano citato. Del resto, chi scrisse il codice magliabe- chiano fu scrupolosissimo, e copiò (e. 31 1?) anche le parole: Ego Nicolaus Pupiensis transcripsi^ eh' è appunto il menante del codice laurenziano e non del magliabechiano. Probabil- mente il codice VII 1108 fu scritto da due mani diverse e in tempi diversi ; sicché anche questo codice può considerarsi di- viso in due parti. La prima verrebbe formata da' tre primi qua- derni (e. 1-31); la seconda, da' cinque ultimi (e. 32-70). Anzi, forse anche il magliabechiano si compose di due codici dap- prima separati^ se si pone mente che da e. 32 in poi non pure il carattere è diverso, ma diversa è anche la carta. La sola differenza che esiste tra questi due codici è questa: che nel magliabechiano l'ortografia è rammodemata, svolti i nessi, messa la punteggiatura. Tranne queste leggiere modificazioni, il codice magliabechiano riproduce tutte le rime del lauren- ziano con lo stesso ordine e senza mutar parola. 2). VII. 1010. — E un codice strozziano cartaceo in-folio, del secolo xv. E rilegato in asse con culatta in pelle rossa, sulla quale a caratteri indorati è il titolo: Dante Alighieri Canzoni ecc. Consta di carte numerate 255 , delle quali 23 sono bianche- Le e. 1-2 comprendono l'indice con questa rubrica: Al nome diddio edddla vergane maria e ditvUa lacdeste chorte del paradiso ammen. Questa sie latavola dUtUti edicitori chessono XLVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO II ischritto inquesto libro. Nella carta poi che precede le nume- rate è scritto : Raccolta di Poesie diverse, degli autori notati nella seguente tavola ; e a pie di essa : Del SenJ'^ Carlo di Tommaso Strozzi 1670. La scrittura è di diversa mano e di epoca di- versa. La e. 28 segna il punto di divisione delle due scrit- ture, e quindi delle due parti del codice. La seconda delle quali (e. 229-255) comprende una Dissertazione di Vincenzo FoUini sopra i due Poemetti esistenti in questo codice (e. 129-138) intitolati La Buca e Lo Studio di Atene, letta dal medesimo nella Pubblica Adunanza ddV Accademia Fiorentina nella Libreria Ma- gliabechiana il dì 5 Settembre 1805, Nella prima parte (e. 1-127), eh' è di scrittura del secolo xv , sono contenute anche rime del Cavalcanti: cioè una canzone (1), un sonetto (35) e tre bal- late (1, 4, 9). Vi si trova pure la frottola Guarda ben, dico guarda ben ti guarda, ma sotto il titolo di Frottola di m, An- tonio Buffone fatta per molte cagioni che vedea per Firenze, Oltre questa frottola, vi si leggono molte altre poesie del BufiFone, le quali sono quelle che nel laurenziano XLI 34 hanno il nome di Antonio Araldo; sì che Antonio Araldo e Antonio Buffone è la stessa persona, e non due. 3). VIL 1208. — E un codice strozziano cartaceo in-4, del secolo XVI. Ha due numerazioni: una antica, che comincia col numero 90 e finisce con 120, e l'altra moderna, che va da 1 a 31. L'antica, già annullata con un frego, accenna ad una mutilazione, il che è attestato anche dalle parole: « Finite tutte le canzoni e sonetti di Dante » , che si trovano in testa del volume. Termina con quattro versi di una poesia di Fede- rigo Imperadore, il che mostra eh' è mancante anche nella fine. Di Guido Cavalcanti contiene una canzone (1), due ballate (8, 13) ed un sonetto (1). Vi si trovano pure rime del Guinicelli, di Giacomo da Lentino, di Lapo Gianni, di Re Enzo e di altri ancora. 4). VII. 114. — E un codice cartaceo in-folio, del secolo xv. Consta di carte numerate 74, delle quali molte sono bianche, e di carte non numerate 14. Di queste, due sono bianche, e le altre contengono indice e titolo, eh' è il seguente: Poesie CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI XLIX diverse degli appresso notati autori, E questi sono: Paolo Da- gomari dell'Abaco, Dante Alighieri, Cecco d'Ascoli, Gino da Pistoia, Gano da Colle ed altri. Di Ghiido Cavalcanti c'è solo ìin sonetto (29), 5). VII. 1187. — E un codice cartaceo in-4, di scrittura di varj secoli. Consta di carte numerate 77, defle quaK parec- cMe sono bianche, e di carte 7 non numerate. Nella terza di queste ultime trovansi Poesie vtdgari di diversi Autori Antichi. Principia con rime di Lorenzo de' Medici, e si chiude con ima laude d'anonimo, che comincia: Disposto ho di seguirti Jesù, speranza mia, Per aspra e dura via Con la mia croce. Del Cavalcanti c'è soltanto (e. 18 seg.) una canzone (2), di scrittura, a quanto pare, del secolo xyi. 6). VII. 1100. — È un codice strozziano cartaceo in-4, della prima metà del sec. xv. Lo stesso menante dice di ayerio finito « a' 24 di dicembre 1426 ». E rilegato in cartone con culatta in pergamena, sulla quale è il titolo: Petra... ^ abbre*- viazione di Petrarca. Consta di carte numerate 147, e di 2 non numerate e bianche. Dopo il Canzoniere del Petrarca, da e. 116 in poi, seguono rime di Dante Alighieri, e a e. 144 1? comin" eia la canzone Donna mi prega ^ eh' è la sola poesia ieì Ca- ralcanti contenuta in questo manoscritto. 7). YII. 1009. — È un codice strozziano cartaceo in-folio, rilegato in cartone con culatta in pergamena. Consta di carte numerate 213, e di 7 non numerate; delle quaH ultime, cin- que appartengono all'epoca della rilegatura (e di queste, due in principio contengono l'indice delle materie scritto moder- namente, e le altre sono bianche), e le due rimanenti haimo anch'esse l'indice, ma della stessa mano che copiò il codice, e preceduto da queste parole: Tavola di chcmzone moralj so- nettj ballate frotole di piii persone. Tra gH altri rimatori sono natati Guido Cavalcanti e m. Antonio Araldo. Del primo e* è IV INTRODUZIONE — CAPITOLO H solo la canzone Donna mi prega ; quanto al secondo , bisogna anzitutto notare che nel titolo della Tavola tra gli altri nomi si legge anche quello di m. Antonio Araldo^ senz'altro; ma poi a carte 68 1? si trova la frottola fatta per Messer Antanjo Araldo de signor j dj Firenze; e dopo la frottola seguono: Versi niandatj al cote franca sforza per uno atto piatoso uso ificonser- vare una fandidla vergine Maritata e non jta a marito pregiono nella chastdla di Lticha fatto per messer Ant,^ Araldo del popolo fioreMjno ; e a e. 79 : Versi fatti perla cosagrazione di sàta Marja del fiore Credo li facesse messer antonio araldo della signorja di firenze; e finalmente, a e. 116 1?, un sonetto che ha il titolo: S. di messer Antonjno buffone^ e che incomincia così: Chi non può quel che vuol quel che può voglia. Il codice rimonta ad epoca posteriore al 1463, perchè a e. 157 è scritto: Versi fatti aUaude di messer Lucha Pjtti quàdo fu fatto cavaliere 1463, 8). XXI. 85. — Anche questo codice contiene una poesia attribuita dal Cicciaporci a Guido Cavalcanti, e qui invece in- titolata : Canzone morale di Cino da Pistoia. E la canzone : Na- turalmente ogni animale ha vita. Il codice è gaddiano, cartaceo in-4, del secolo xv. E intitolato: Fior di viHìi^ perchè una gran parte del volume contiene molti capitoli intorno alle virtù ed ai vizi. Tra le altre poesie di diversi, che vengono dopo, di Guido Cavalcanti vi è la canzone Donna mi prega e il sonetto Io vidi gli occhi dove Amor si mise (35). 9). VII. 1041. — E l'unico codice magliabechiano, che contenga sotto il nome di Guido Cavalcanti (e. 51) il madri- gale cieco mondo di lusinghe pieno. Il codice è strozziano, cartaceo in-folio, e si può mettere nella prima metà del se- colo XVI. Contiene poesie diverse: del GuiaiceUi, di Cino da Pistoia, e di molti altri ancora. Il suddetto madrigale viene dopo parecchi altri madrigali, che portano il nome di Pierozzo Strozzi. Poi a e. 19 si trova il sonetto Gruala, Manetto, quella scrignituzza (24), senza nome di autore. 10). VII. 379. — E un codice cartaceo in-4, del secolo xvi. Consta di carte numerate 87 , delle quali 6 sono bianche , e di carte non numerate 2, pure bianche. E scritto da mano varia; CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI LI è composto di varj quaderni, che forse nn tempo formavano cia- scuno parte da sé; ha doppia numerazione, Tuna in cifre ro- mane, r altra in cifre arabiche. Incomincia con alcune ottave di un Dottore Perugino degli Obizi oK Ittf 8. Germanico Molar spina ^ e termina con una Laurentij Massae ad viatorem elegia. Dopo la Zanzara di Virgilio tradotta in lingua toscana per Dio- nigi Lippi ed alcune poesie parte in latino parte in volgare fatte da diversi in lode di detto Lorenzo Massa, segue la e. 39 con questo titolo : Esposizione della Dottiss.^ et oscurissima Can- zone di Guido Cava}^ fatta da m. FrancP Vieri detto U Verino Secondo. A e. 40 e' è lina lettera del Verini All' Ecc."^ Medico U Signor Iacopo Tronconj amico singu.*"^; e a e. 42 un'altra lettera dello stesso Verini di dedica del suo commento M clariss.^ et prudentiss.^ Signor mio US.^^ Giovanni somaj. Segue (e. 43-45) una specie di prefazione contenente le lodi del nostro poeta, e poi (e. 45) La Cannone dell'Amore humano di Guido Cavalcanti; e tra e. 47-63 è compresa la esposizione : il tutto in due qua- derni, i quali hanno due numerazioni: una generale, e P altra speciale che va da 1 a 24 ; sono scritti in carattere affatto di- verso da quello degli altri, e probabilmente sono i quaderni autografi mandati dal Verini al Sommai. 11). VII. 1207. — E un codice strozziano cartaceo in-4, rilegato in cartone con la culatta in pergamena, sulla quale è scritto: Verini. Si può mettere nella seconda metà del se- colo XVI. Consta di carte 253 numerate e di 5 non numerate : parecchie delle une e delle altre sono bianche. La seconda delle carte non numerate ha queste parole : La prima Lezzume in lingtui Toscana di m. Frane. ^ Verini Nipote, fiella quale si tratta cP Amore et insieme si espone la Canzone di Guido Cavala canti Recitata publicamerde nell'accademia di Firenze al consolato di m. Lionardo Salviati. Nella carta seguente, oltre l'indice, e' è questa scritta: « Di Luigi del Sen.^® Carlo Strozzi 1673 >. Ciò che del Verini si riferisce al Cavalcanti (e. 1-102) è nu- merato anche in cifre romane (i-xxxxi), il che fa supporre che questa parte fa aggiunta posteriormente al codice. Il lavoro del Veriiii è diviso in tre lezioni: la prima è intitolata Proe- LII INTRODUZIONE — CAPITOLO li mio; nella seconda si tratta d'amore et insieme si espone la Can- zone di Guido Cavalcanti; la terza finalmente contiene il com- mento. 12). VII. 1076. — È un codice strozziano pergamenaceo in-4, del secolo xy. Consta di carte numerate 71, delle quali due sono bianche ; e contiene rime di Dante, di Leonardo d'Arezzo e la Canzone di Guido di messer Cavalcante de Ca- valcanti^ seguita (e, 41 a 63) da uno scripto .... facto per mae- stro dino dd garbo doctor di medicina d volgarigato per m. Ia- copo Mangiatroia notaio fiorentino. Il codice si cliiude con due altre canzoni morali, una di Guido da Siena, e P altra di Cino da Pistoia. 13). VII. 1098* -*- È un codice strozziano cartaceo in-4, del secolo xn. Consta di carte numerate 34, di cui due bian- che. Nel recto della prima carta è, in tavola sinottica, la divi- sione ddV amore cavala da Dante nd xvii canto dd Pur- gatorio. Nella carta seguente sono alcune definizioni d'amore; nel verso poi incomincia la canzone Donna mi prega; e nella 4* carta, in margine, è scritto: Ledione di m. Francesco Ve- rini nipote accademico fiorentino da leggersi piacendo a Dio questo anno 1566 di Settembre al consolato di m. L.^ Salviati. Questo lavoro è pieno di correzioni, di sgorbi, di cancellature, di freghi, di giunte: le quali cose fan supporre che questa do- veva essere la bozza autografa del discorso del Verini, la cui copia è probabilmente quella contenuta nel codice VII 1027. Finalmente a e. 32 trovasi il sonetto : Onde si muove e d^onde nasce Amore? preceduto dalla seguente rubrica : « Trovato in im libro anticho. Sonetto di Guido Orlandi in nome di una dona a guido cavalcanti domandandoli che cosa sìa amore. Al qual sonetto Guido cavalcanti risponde con la sua diviniss. canzone Donna mi prega, per ch'Io voglia dire». A e. 32t7 seguono alcuni ricordi e note, con cui si chiude il codice. 14). VII. 1023. — È un codice strozziano cartaceo in-folio, scritto in diversi secoli. Su la culatta è il titolo: Fr. Egid.^ abbreviazione di Fra Egidio, cioè Egidio Colonna. Consta di carte 205 numerate, di cui parecchie bianche, e di 4 non mi- CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI LUI merate, pure bianche. E una raccolta di lavori di vario ge- nere. Tra e. 1-18 è compresa la ExposUione di frate Egidio déUordine Di santo Angustino sopra la canzona di Guido cavai-- canti. Qnesto commento, eh' è copia di quello . Contiene rime di poeti anteriori e contemporanei a Dante Ali- ' Palermo, op. cit, voi. II, pag. 559. CODICI CONTENENTI RIME BEL CAVALCANTI LVII ghieri. E da notare come, in questo codice, di poeti fiorentini si nominano solo Amorozzo, Binuccio, Maestro Migliore, Ricco e Dante, a cui attribuisce (e. 70) la ballata Fresca rosa no^ velia (15). In generale, esso contiene rime di poeti pisani, lucchesi, bolognesi, siciliani e di altri luoghi ancora, onde è probabile che non sia scritto da mano fiorentina. IX. Codici Marciani 1). IX. CXCL — E un volume in-8, de' primi del secolo xti, di <;arte numerate 143, di cui parecchie bianche, e di carte non numerate 7. Il carattere è piccolo corsivo, tutto di una» mano. Contiene la Vita Nuova di Dante, e rime di Dante, di Gino, di Guido Gayalcanti e di altri. Ha questo titolo: Sac-- coJto d'Antichi Poeti Toscani di Antonio Mezzabarha Veneziano \ e poi sopra un cartello a stampa: ApostóU Zeni, Nella secon- da carta non numerata si legge: « Io Antonio Isidoro Mez- zabarha veneto de 1 ima et 1 altra legge minimo de i scolari ho scritto tutto questo libretto di mia propria mano, nulla mutando overo aggiungendo di quello, che io in antiquissimi libri trovai scritto Ad laudem Dei m. gloriose Virginis mdix del mese di mag- gio». Il codice è sparso di note marginali, che sono di due specie: le ime, sottolineate, sono varianti tratte dal Mezzabarha, com^egli stesso avverte, da un codice antico; le altre sono no- terelle che il Mezzabarha andava segnando, secondo che si accer- tava o del vero autore d'ima poesia o di qualcos'altro. Così nel margine della e. 73 1?, di contro alla prima stanza della canzone La somma virtìi d'Amor^ a cui piacque^ messa tra quelle di Cino, v'è la seguente nota: « Questa canzone ho ritrovato essere di m. Nicolò di rosso dottor di legge .... » Tra e. 1-33 sono comprese le Canzoni di Barde in numero di xxn. La xxi è quella che comincia: Virtii che'l dd muovesti a éihélpunto^ dal Cicciaporci attribuita al Cavalcanti. E questo codice attribuisce a Cino (e. 89«7) il sonetto Madonna^ la beltà vostra in follia (42), e a Guido Cavalcanti, oltre le due LVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO II note canzoni (e. 104-106), anche altre cinque, segnate pro- gressivamente da III a vn (e. 106-112). La iv è quella: L'alta virtù che si ritrasse al cido; la vi: Se ismagato sofw et infralito; le altre tre (iii, v, vii) sono per noi nuove, ed hanno questi principii : III. L*alta speranza che mi recca Amore V. Poi che nel tempo rio VII. Tanta paura m'è giunta d'Amore Sul margine della e. 108, dopo la canzone iv, si leggono queste parole: « N. che questa Canzone fu scritta a M. Guido Novello et ambo duo questi Guidi furon Gelfi ». A e. 15 cominciano i so- netti di Guido Cavalcanti. Vengono prima i sei segnati nella Tav. Il, A, co' numeri 35, 39, 84, 86, 88, 38; coli' ultimo si termina il verso della e. 116 ; nel recto della e. 117 segue una quartina che incomincia: De chor potesse io desamar sì forte ^ con lo spazio in bianco per gli altri dieci versi; e poi, fino a tutta la e. 120, seguono altri 14 sonetti, che cominciano: 1. Così mi aviene Donna mia valente 2. Leisso sovente la vostra amistate 3. Come air infermo che giace m* aviene 4. Lo gran tormento, che*nseme patemo 5. Non posso più sofiPrir tanto martire 6. L* oscura morte voria che venisse 7. Al povero gentil e vergognoso 8. Io vegno il giorno a te infinite volte 9. Sanar bracchete cazzatx)ri izare 10. Tutto lo mio desio haggio en lo flore 11. Se tu vedessi Amor, ti prego, Dante 12. Hormai ben veggio che lo mio solaccio 13. Mio intendimento è postx) tanto altero 14. Al mondo non è cosa, eh* aggio in core Da e. 120 a 136 seguono altre rime, che hanno, general- mente, ciascuna il proprio autore. Perciò parrebbe che tutti i 15 su notati sonetti, incluso il non completo, fossero dallo scrittore del codice riferiti a Guido Cavalcanti. Ma osservando CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI LIX per ora che il sonetto segnato di numero 8 come anche quello di numero 11 portano ciascuno la rubrica: Gruido Cavalcanti a Dante ^ torneremo a parlare in altro luogo dell'aggiudicazione degli altri 13, sul primo de' quali solamente sta nominato il nostro poeta. 2). IX. CCCIV. — E un codice cartaceo in-4, del secolo xvi, dal titolo: Rime di diversi. Su di un cartello a stampa si legge: Legato Nobile Girolamo Contarini 1843. Si compone di varj quaderni scritti da più mani e in tempi differenti, anzi son tanti i caratteri quante sono le diverse specie di componimenti. Tutti i quaderni sono senza numerazione, tranne quelli da 2 a 5, i quali dovevano far parte di altri pure numerati, perchè la numerazione comincia da 29 per terminare a 70. Tralasciando di parlare del resto del codice, perchè contiene cose che non ci riguardano, ci restringiamo all'esame de' detti quattro qua- derni, rappresentanti essi soli un codice, benché mutilato in principio. A capo della e. 29 sta di scrittura moderna : Rime di Gino da Pistoia. La stessa mano scriveva in margine : « (p. 74) Nel- r edizione delle Rime di Gino da Pistoja fatta da Sebastiano Ciampi in Pisa nel 1813-14, in-8 ». Il richiamo (p. 74) rimanda alla citata edizione, dove si trovano appunto queste rime, evi- dentemente tratte da questo codice. Nel quale le rime di Gino arrivano a e. 40, e terminano con un frammento di un verso e mezzo: Madonna la pietate Che y* adimand. . . . Tra e. 41-49 seguono rime di Guido Cavalcanti, cioè le due prime canzoni e i sonetti che si trovano nell' antecedente codice zeniano, da e. 115 a e. 118. Però i sonetti, nel codice di cui parliamo, terminano con quello che incomincia: Alpo^ vero gentile e vergognoso ; onde parrebbe che il menante avesse avuto intenzione di continuare la copia, il che poi non fece. Da e. 50 a e. 60, eh' è l'ultima scritta, si trovano poesie di diversi, le quali, se non con lo stesso ordine, si riscontrano in tutto LX INTRODUZIONE — CAPITOLO II con quelle del codice IX. CXCI (e. 120t?-137); anzi bisogna os- servare che i detti due codici portano generalmente le identiche note marginali. Forse la parte mutilata del codice IX. CCCIV conteneva le altre rime di Cino e di Dante, e forse anche la Vita Nuova ^ come nello zeniano. Comunque sia, osservando attentamente il carattere deMue codici, si rileva che quello dell^uno non differisce da quello dell'altro, onde forse entrambi i codici furono scritti dalla stessa mano ed anche copiati da uno stesso esemplare. In questo caso, il codice Gontarìni rap* presenterebbe, per dir così, la brutta copia, e lo Zeniano una copia di lusso. 3). IX. CCXCII. — È un codice cartaceo in-folio, del se- colo xvni. La numerazione è a pagine, che sono 127, tranne 8 carte non numerate, la prima delle quali riporta nel redo il titolo così: Rime antiche tnanosoritte di diversi ardori deU' an- no 1753 ; e nel verso : Rime antiche di diversi autori copiate con diligenza da un UbP scritto di mano dell'Abbate m. Lorenzo Bar- tholini havuto in firenze da m. Bartholini suo Nipote Di Xbre M.D.L.xiiiL Le quattro carte seguenti contengono l'indice, e a capo della 6* è questa avvertenza: « Questo foglio era scritto a parte nel detto libro dell' Abb.' Bartholini » ; e dopo un certo spazio si legge : « Nel libro del Brevio si lascia le infra- scritte cose, perchè non vagliono >. E segue ad enumerare le cose lasciate, tra cui non c'è nulla del Cavalcanti. Da questa indicazione, come da quelle che si trovano nel corpo del co- dice, risulta che Lorenzo Bartholini attinse da due fonti: da un testo del Brevio e da un altro del Bembo, com'è avver- tito al principio delle rime di ciascim poeta. Però è da notare che alcune poesie aUa fine del codice furono tratte da uno strozziano, eh' è detto ne' margini libro dello Strozzi. Questa raccolta comprende rime di 39 autori, oltre quelle d'anonimi. Di Guido Cavalcanti vi sono 1 ballata (12) e 9 sonetti (7,9, 16, 17, 21, 23, 24, 26, 27) tutti tratti dal testo del Brevio, tranne l' ultimo intitolato : Guido Cavalcanti a Fra QuMone HA- rezzo (il che non può esaere, perchè Fra Guittone fu molto più antico di Guido); il qual sonetto ha in margine queste pa- CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI LXI role: «Del testo di m. Pietro Bembo >. Anclie in questo co- dice si trovano i sonetti indirizzati al Cavalcanti da poeti con- temporanei; così quello: Onde si nrnove, et donde nasce amore? (preceduto anche qui dalle parole: Guido Orlandi in nome d!una Donna a Cruido Cavalcanti)', e gli altri, che conosciamo, di Bernardo da Bologna, di Lapo Farinata degli Uberti contro a quella ballata che comincia: In un boschetto trovai pastorella; di Nuccio Sanese e di Gianni Alfani: tutti tratti dal testo del Brevio. Finalmente è da osservare che a pag. 31 si trova tra le rime di Gino e a lui attribuita (testo Bembo) la canzone: ff io smagato sono ed infralito (7). A suo luogo vedremo le relazioni che corrono tra questo codice e il riccardiano 2846. 4). IX. ceni. — È un codice cartaceo in-4, del secolo xvi, già posseduto da Apostolo Zeno, e intitolato: Eime di Diversi. Consta di carte numerate 238, e di 5 non numerate: comprende poesie di oltre 50 autori, de' quali la maggior parte sono dello stesso secolo xvi. Di Dante e del Petrarca non c'è nulla; del Boccaccio solo un sonetto. Eppure ci si trova il nome di Guido Cavalcanti, a cui ne più né meno si attribuisce (e. 32 seg.) la canzone: Io sono il capo mozo dal gran busto (3); e a questa tengono dietro (e. 34 segg.) le altre due: primo amor immo- hUe che movi (6), e Ai donna grande, possente e magnanima: le quaK, benché non portino ripetuto il nome di Guido Caval- canti, pure sembrerebbe che lo scrittore del codice a lui le avesse volute attribuire. La scrittura é di diversa mano, se non di epoca diversa, di qualche veneziano, come il dimostra l'ortografia usata, massime ne'titoK. 5). IX. LXIII. — E im codice cartaceo in-4, del secolo xv, dal titolo: Canzoni Varie. Consta di carte numerate 139, di cui 6 non sono scritte, e di carte non numerate 4 in prin- cipio, e 47 verso la fin^ del volume, tutte bianche. Alla prima carta non numerata sta congiunta una scheda a stampa, che porta il numero del codice, de' fogli e l'indice delle rime (che sono tutte canzoni) contenute nel volume. Gli autori nominati sono: Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo •Gianni, Ser Zano da S. Sepolcro, Fazio degli Uberti, Iacopo LXII INTRODUZIONE — CAPITOLO II figliuolo di Dante, Busone da Gubbio. Con la poesia di costui termina (e. 84) il codice, e ne formano la chiusale seguenti parole : LAUS OHNIPOTENTI DEO MDZXZÌig EGO ALEXANDER CONTABENUS BAPTIU DIE Xvij AUaUSTI 8ECUNDUM VERNACULUM SITE FLORESTINUM 8ERM0NEU EU* EMENDATI 8Z. UDXXI EUM ET EXEMPLAYI : • TBNETII6. Parrebbe adunque che il Contareni copiasse nel 1521 il codice da un esemplare scritto in ortografia veneziana, e cbe poi nel 1534 riscontrasse e correggesse quella copia secondo il volgar fiorentino. Ma queste correzioni furon fatte in fretta (roptóm), e son poche; le più si veggono nelle canzoni di Dante, e in generale consistono in venezianismi ortografici emendati. Solo nella canzone attribuita a Gino da Pistoia: Su per la costa Amor dd'alto monte si trova anche sostituita qual- che parola. Queste correzioni sono della medesima mano che scrisse le suddette parole di chiusa : Lam omnipotenti Dea .... Ma si può dire lo stesso del carattere dell^ intero codice? A me pare di sì. Le poche varietà che presentano le due scritture si spiegano facilmente. Il Contareni corresse il codice dopo 13 anni dacché Tavea copiato; e certamente dopo 13 anni il ca* rattere di ognuno soffre qualche modificazione. Seguiamo in- tanto Pesame del codice. La e. 84 V e le due successive sono bianche; la 86 contiene delle terzine d'anonimo; la 87-88 la Tavola di tutta l'opera^ dopo la quale si ripete la data : mdxxxìììj ; e il tutto è del carattere della chiusa della e. 84. Tra e. 88-136 seguono le 47 carte bianche, e nel verso della 136 si ìtoyb, vltlb, Ballata di M.' Ale, Contareni, con correzioni marginali sempre della stessa mano. Da e. 137 a 139, eh' è l'ultima, segue ima scritta poco intel- ligibile, parte in latino, parte in italiano, parte in veneziano.^ CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI LXIII Bitomando alle rime contenute in questo volume, notiamo che il nome d'ogni autore, al quale si riferiscono più canzoni, si trova costantemente soltanto in capo alla prima canzone, e le altre canzoni seguono con un semplice numero progressivo espresso in cifre romane. Ora a e. 37 si legge: Canzon dd famosissimo poeta Guido di chavalcantis sopra Lamore, e dopo questa ne seguono altre 12 (e. 38-57), non pure senza nessun titolo, ma ancora senza alcuna numerazione; sì che, in luogo dell'imo e dell'altra, tra le singole canzoni è uno spazio in bianco, in cui altri lesse de' nomi, che mai vi furono scrìtti. Le dette 12 canzoni hanno i seguenti principii: 1. Virtù clie*l ciel movesti a sì bel punto 2. Alta virtù che si ritrasse al ciello 3. Amor perfetto di virtù infinita 4. Sempre a felice sna salute intende 5. Il moto, il corso e Topiti di fortuna 6. Io sono il capo mo90 dal imbusto 7. L'ardente fiamma della fiera peste 8. E s*el non fosse il poco meno el presso 9. Cotanto è da pregiar ogni figura 10. Io non pensava che lo cor giammai . 11. Naturalmente ogni animale ha vita 12. Poich'io penso di soffrire. Queste 12 canzoni sono veramente da attribuirsi a Guido Cavalcanti? Lo vedremo appresso, benché fin da ora possa ar- gomentarsi la risposta. X. Codici Bolognesi 1). 1289. — E un codice cartaceo in-8, del secolo xvi. Su la culatta è il titolo: Sime antiche. Contiene poesie di Guido Guinicelli, di Dante Alighieri, di Guido Orlandi, di Cino da Pistoia, di Guido Cavalcanti e di altri ancora. Si compone di carte numerate 212, di cui 10 (e. 140-147, 151, 213) in bianco. Si divide in due parti: la prima termina con la e. 4t8v; la seconda è formata di vari quaderni, i quali un tempo do- LXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO II Teyano stare da sé, come si rileva dalla doppia numerazione che hanno (la generale del codice ed una speciale) e dalla calligrafia, ch^è di varia mano, e differente da quella della prima parte. Pare poi sia mutilo al principio; e la seconda parte, anche nella fine. Le rime di ciascun autore non si trovano tutte di seguito, ma sparse qua e là, come nel codice vaticano 3214. Di Guido Cavalcanti vi si contengono 13 sonetti (36, 19, 15, 32, 18, 37, 14, 33, 38, 30, 39, 40, 29), che sono compresi tutti nella prima parte. Si trova sotto la rubrica M, Dante il so- netto Voi che per gli occhi mi passaste al core (e. 22 1?); e a e. 24t? il sonetto Per troppa sottiglianza il fi si rompe porta la rubrica seguente : « Questo si è uno respetto che fece Guido Orlandi a M. Guido Cavalcanti perchè disse ch'ei farebbe pian- gere Amore» ; e finalmente a e. 47t? seg. è la ballata Fresca rosa novella col titolo: M. Dante AUighierj. Nella seconda parte, dove in generale si trova ripetuto ciò eh' è nella prima, a e. 108«? si legge sotto il nome di Gino la canzone: Naturalmente ogni animale ha vita; e tra e. 135-139 sono 7 sonetti (15, 32, 18, 41, 35, 29, 13) ed 1 ballata (2) senza rubrica alcuna, ma spesso col segno in margine supras^ seguito da un numero di ri- chiamo, che per lo più si accorda con la prima parte. Di modo che, il non ritrovare nella prima parte questa o quella tale altra poesia, che porta il segno di richiamo, c'induce a credere che la prima parte dev'' essere stata mutilata. A e. 161 f? è col nome di Gino il sonetto: Madonna la heìià vostra infoUio; e tra e. 163-168 seguono altre 7 ballate del Cavalcanti (13, 14, 6, 7, 10, 2, 3). Si trovano anche sonetti di Guido tra e. 193-196 (2, 3, 5, 15, 10, 18) con la rubrica in principio: Sonetti di Guido Cavalcanti Mor enfino Bimator Toscano di gran pregio, non impressi. La seconda parte si chiude con alcuni sonetti ^el Petrarca. Or quale de' 58 codici da noi descritti dovrà servire di base per la ricostruzione del testo delle rime di Guido Cavalcanti? Quante delle poesie, che si trovano sotto il suo nome, si do- vranno ritenere per sue, e quante per apocrife? CODICI CONTENENTI RIME DEL CAVALCANTI hXY Riserbandoci di trattare separamente neMue capitoli se- guenti tali importanti questioni, crediamo bene per ora di aggiungere, come sintesi di questo Capitolo II, una Tavola, da cui si possa vedere immediatamente quali siano le rime, e da quali de^ codici già descritti, attribuite esclusivamente a Guido Cavalcanti; quali invece siano quelle che in alcuni co- dici si trovano sotto il suo nome, e in altri sotto quello di altri autori ; e in fine da quanti e da quali codici sia riportata ogni poesia. Questo quadro generale, che dovrà esserci di gran giovamento nel seguito del lavoro, richiede anzitutto una Ta- vola preliminare, cbe insieme col prospetto della diversa età di ciascim codice, dia pur quello delle sigle, di cui intendiamo far uso nella citazione de^ codici stessi. Intanto avvertiamo che, nel formare la prima colonna della Tavola II (colonna che comprenderà i capoversi e delle poesie attribuite esclusivamente a G. Cavalcanti, e di quelle che si trovano anche sotto il nome di altri autori) noi riprodurremo non pure la lezione, ma ancora T ordine in cui si seguono in quel codice che sarà da noi segnato il primo dopo ciascun capoverso. -— 1-- ;g '^RJ di (e(] M:kW«k«^*4«Qs«, c ÌVIf »■ • t I •1 • t ■ 2 l >à 0-1 L,A (ersc (ìli (edii wm CAPITOLO m CLASSIFICAZIONE DE' CODICI Per quanto difficile, altrettanto è necessaria un'accurata classificazione de' codici, che abbiamo descritto. Ciò è richiesto dalla natura stessa del lavoro, non potendosi, nel voler fare un'edizione critica, preferire questo a quel codice, sol perchè l'uno abbia una lezione migliore dell'altro. Un tale metodo sarebbe intrinsecamente falso , perchè potrebbe darsi che quel tale codice, che sembra sia più puro, fosse invece un rap- presentante di un testo rifatto o adulterato posteriormente, onde la sua lezione non corrisponderebbe punto alla genuina. Per evitare questo inconveniente, bisogna anzitutto esaminare i diveiSi manoscritti rispetto alla loro genealogia. Orbene, sic- come gli alberi genealogici delle famiglie non si creano, ma si fanno su documenti esatti ed autentici, giacché, mancando questi in tutto o in parte, non si potrebbe far altro che im- provvisare; sbaglierebbe così chi credesse di potere, per ciò che si riferisce ad un singolo autore, tessere la storia genealogica di un gruppo più o meno numeroso di codici, senza pensare che quel tale manoscritto, da lui, poniamo, ritenuto per pro- genitore, potrebbe al contrario essere un degenere pronipote, nato dall'insieme di più antichi codici o perduti o non an- cora scoperti. Queste difficoltà noi le notiamo fin da ora, per- chè del nostro Guido non si conosce nessun codice veramente antico, che contenga, non dico tutte, ma almeno parte delle sue rime. Solo due codici, l'uno (Li) della fine del secolo xin, e l'altro (Pc) forse de'principii del xiv, riportano del Cavai- LXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO III canti quello un sonetto, questo tre ballate; e certamente non è da credere che le altre poesie dì lai , le quali si trovano tutte in codici posteriori, venissero, come se fossero state poesie nazionali o popolari, tramandate di generazione in generazione per mezzo del canto, e solo dopo più d'un secolo consegnate alla scrittura. Ma, appunto per questa mancanza di codici veramente antichi, noi dobbiamo saperci ben servire di quelli di età posteriore a noi noti ; appunto per questa mancanza noi siamo maggiormente tenuti a fare uno studio comparato su' ma- noscritti che conosciamo, e classificarli, quanto più sarà pos- sibile, genealogicamente in diverse famiglie secondo le diffe- renti lezioni che presentano , senza però pretendere di risalire al capo-stipite di esse, né di riempire le lacune che tra l'una e l'altra famiglia, o anche in una stessa famiglia, si possano riscontrare. Intanto la varietà de' singoli testi, danna parte, e il non possedere, dall'altra, neanche di età assai posteriore, un codice completo delle rime di Guido Cavalcanti, ci costringe a fare una doppia classificazione, che distingueremo l'una dall'altra co' nomi à* interna ed esterna. Incominciando da quest'ultima, possiamo dividere i mano- scritti delle rime di Guido Cavalcanti in quattro categorie. Poniamo nella prima tutti que' codici che contengono, ciascuno, il canzoniere quasi per intero: completo, cioè, nelle canzoni e ballate, incompleto ne' sonetti. In tutti i codici di questa prima categoria (tranne qualche piccola omissione in alcuni) si trovano le stesse poesie, che si seguono l'una all' altra col medesimo ordine. Poniamo nella seconda que' codici che possono servire di complemento alla prima pe' sonetti de' quali è man- cante. Poniamo nella terza quegli altri codici, in cui si trovano sparse qua e là rime del Cavalcanti. Questa categoria è na- turalmente la più numerosa. Trattandosi di poesie liriche , che , nate in diversi momenti della vita dell'artista, dovettero essere trascritte alla spicciolata e probabilmente a mano a mano che venivano composte e conosciute, non fa meraviglia se anche in tempi posteriori fossero riprodotte nel medesimo modo, cioè o CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXIX ir isolate o a pìccoli gruppi. Questa è la ragione, per cui in molti codici si trova un solo sonetto , in molti altri una sola ballata , e in moltissimi la sola ca,nzoiie Donna mi prega. Questo fatto, di carattere esclusivamente estemo, ha pure qualche volta il suo valore intrinseco, perchè il rinvenire in un maggiore o minor numero di manoscritti una data poesia potrebbe indi- care insieme con la minore o maggiore autenticità di essa, anche il conto in che fu tenuta. Divideremo questa terza cate- goria in quattro ordini: a, b, e, d. Nel primo porremo i co- dici, in cui si trovano sparsi soltanto de' sonetti; nel secondo, quelli che contengono solo le ballate; nel terzo, quelli che riportano solo qualche canzone; e nel quarto, i misti. Final- mente poniamo nella quarta categoria, che divideremo in due ordini a e b, que' codici da cui o esclusivamente (a), o in- sieme con rime che si leggono ne' codici delle tre prime (b), sono riportate poesie sotto il nome di Guido Cavalcanti, le quali o non si trovano negli altri manoscritti, o vi si trovano, ' ma sotto differente rubrica. A voler dunque rappresentare in una Tavola i codici delle rime di Guido Cavalcanti fin qui noti, potremmo disporli nel modo seguente: Tavola III * — Classificazione esterna d^ manoscritti. n in Ca, Cb. La, Lb, Le. Ma, Fa. Va, 116. (a) I Vd, B*, Lf, Li, Rd, Re, Md. (b) I Pc. Ce, Le, Lk, Rf, Rg, Rh, Ri, RI, Me, Mf, Mg, Mk, MI, Mm, Mn, Mo, Mp, Fd, M*e. (e) IV (d) I B, C, Ra, Re, Mb, Mh, Me, M*b, MV, Cd, Ve, Rb, Pb. (a) I Mi, M*d, Lg, Lh. (b) I Ce, M«a, Vb, Re. * In questa Tavola non figura il cod. Pe, perchè di Guido Cavalcanti con- tiene la ballata Fresca rosa novella (15), ma sotto il nome di Dante Alighieri. LXX INTRODUZIONE — CAPITOLO IH Basta considerare un po^ questa Tavola, per comprendere quanto sia difficile il procedere alla classificazione intema di detti manoscritti. Il non avere delle rime di Guido Cavalcanti nessun testo completo, neppure di età di molto posteriore a quella in cui visse chi le dettò; il trovare invece le poesie di costui sparse in tanto numero di codici da farci supporre molti originali; il presentarsi una stessa poesia quasi sempre con varietà più o meno notevoli di lezione; tutto rende assai ma- lagévole il poter raggruppare in diverse famiglie i codici stessi. Nondimeno noi abbiamo tentato quest'ardua prova, col met- tere in relazione i codici l'uno coli' altro, col sottoporre ad un esame comparato le varianti di ciascuno per ogni poesia, tenendo pur conto delle modificazioni che un medesimo codice potè subire o per ignoranza de' copisti o per capriccio de' dotti. Con tali criterj abbiamo potuto ridurre i detti manoscritti in cinque famiglie, che presentiamo in tutte le loro ramificazioni nel modo seguente: Tavola IV — Classificazione interna d^ manoscritti. [ Ca Me, RI, Vd. I (Li-h. II (Pe+. M 1 Re, Md. ni / (a) Cb, M*a, M*b, Ra, M*c, Me. 1 (b) Re, Pe, Ce, Mi. ( (e) C, Pb, B*. IV * / (a) Ce, Mm. i ^. J B, Rg, Ld, Mb, Ri, Le, Rf, Mf, Pd, M*e, Rb, \ \ Cd, Mo, Mp. J (e) Lk, Mh, Mg, Ve, MV, Mn, MI. \ (d) Rh. V 1 M*d, Lg, Lh. CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXI Ed ora esaminiamo attentamente questa quarta Tavola. Le rime del Cavalcanti non formando, come già avvertimmo, un tutto organico, essendo invece poesie, per dir così, d^ occasione, nate ne' diversi momenti lirici dell'anima dell'artista, dovettero com* parire in pubblico non tutte in una volta, non tutte raccolte in un sol volume, ma ad una ad una, a due a due, a piccoli gruppi, secondo che venivano composte e messe in giro dallo stesso autore. Questo carattere occasionale traspare dall'intero canzoniere di Guido, dove non si trova quasi mai sonetto o ballata che non includa la propria origine, e la stessa can- zone su la natura d'Amore vuoisi sia stata fatta ad istanza d'una donna. Questo fatto ci fa concbiudere che i primi ma- noscritti delle rime del Cavalcanti dovettero essere per neces- sità tutti parziali, e forse, vivente l'autore, non se n'ebbe neppure uno veramente completo. A voler dunque risalire alle fonti primitive, da cui provennero i codici del canzioniere di Guido a noi noti, invano ricercheremmo raccolte più o meno copiose, più meno compiute; dovremmo invece aspettarci di trovare, in generale, manoscritti contenenti ciascuno qualche sonetto, qualche ballata o qualche canzone. Questi codici par- ziali, contemporanei all'autore delle rime in essi contenute, formerebbero appunto i capi-stipiti delle varie famiglie di codici posteriori, nati dalla riproduzione più o meno regolare, più o meno legittima de' primi, diversamente riuniti in raccolte più o meno complete. Ora quanti di cotesti codici parziali primitivi noi conosciamo? Sventuratamente uno solo (Li), il quale di Guido comprende un solo sonetto. Questo manoscritto appartiene, come dicemmo altrove, alla fine del secolo xm, e, per essere scritto, a quanto pare, da un pisano, farebbe cre- dere che fosse stato copiato da altro esemplare della stessa età, se non di età un po' anteriore. Comunque sia, esso si deve considerare come l'unico avanzo de' codici primitivi, l'unico rappresentante de' capi-stipiti, e però noi l'abbiamo posto a capo della Tavola genealogica. Dopo ciò, è necessario di fermarci ad analizzare la lezione di Li, e di metterla in comparazione con quella degli altri LXXII INTRODUZIONE — CAPITOLO III manoscritti che contengono la stessa poesia, per vedere in che grado di affinità sono questi ultimi col primo , e per po- terci a suo tempo giovare de' resultati che saremo per trarre da un tale esame. Il sonetto che si trova in Li è quello che comincia Beltà di donna e di satients chore (15), cioè il xvi dell'edizione fio- rentina del 1813. E riportato da altri 13 codici: La, Lb, Le, Ma, Pa, Ca, Cb, Ce, C, Va, Ra, Rd, TJB. La stampa, che corrisponde perfettamente alla lezione di Rd (codice conosciuto dal Cicciaporci), non pure è viziata, ma spesso anche inintelli- gibile. Forse, lavorando a tarsia, si potrebbe renderla chiara col sussidio di detti manoscritti. Ma quale di essi, preso separa- tamente, potrebbe meglio servire a ciò, e tenersi come il più genuino? Per rispondere a tale domanda, che pure ha molta importanza per noi, prima d'ogni altra cosa v^ediamo se Li all' ahzianità unisce bontà di lezione, da potersi scegliere, per dir così, come pietra di paragone. Ebbene, possiamo affermare che Li non ha bisogno di altro soccorso per far comprendere quel sonetto ; anzi presenta tale nitidezza di lezione e insieme tal colorito della lingua del secolo XIII, che solo per mezzo suo si arriva a comprendere certe finezze e certe sfumature del pensiero del poeta, le quali sarebbe stato impossibile tutte indovinare col semplice aiuto degli altri codici. Se si ristampasse il sonetto tale qual è in quel manoscritto, lo stesso Guido non se ne sdegnerebbe. Rimandando intanto il lettore alla citata edizione,* ripro- duco il sonetto come è in quella, e segno in seguito le varie lezioni de' detti codici, per vedere quali di esse si avvicinano a quella dì Li, e quali se ne allontanano. Ecco il sonetto: Beltà di donna, e di saccente core, E cavalieri armati, che sian genti, Cantar d'augelli, e ragionar d'amore, Adomi legni in mar forti e correnti: I * Vedi in Cicciaporci, son. xvi, pag. 9. CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXIII Aria serena quando appar T albore» E bianca neve scender senza venti, Ri vera d'acqua, e prato d'ogni fiore, Oro, e argento, azzurro in ornamenti. Ciò, che può la beltate, e la valenza Della mia Donna in suo gentil coraggio, Far, che rassembre vile a chi ciò guarda E tanto ha più d'ogni altra conoscenza. Quanto lo ciel di questa terra è maggio, A simil di natura ben non tarda. Salvo la punteggiatura, eh' è opera del Cicciaporci e eh' è pure generalmente sbagliata, eotesto sonetto non è altro, eome avvertimmo, che un'esatta riproduzione della lezione di Rd. Si vede bene eome in tale forma e' è poeo da capire. Anzitutto le due prime quartine si chiudono con un punto, senza avere verbo di modo finito ; e poi la prima terzina è affatto inintel- ligibile, e rende tale anche l'altra. Ora, vediamo quali di detti codici si avvicinano a cotesta lezione, e quali a quella di Li. > Invece di Adorni legni in mar forti e correnti, come por- tano La, Lb, Le, Ma, Pa, Gb e G, la coppia Li e Ga ha forte correnti, eh' è la vera lezione, perchè ben si vede che il forte deve essere avverbio. La stessa coppia ha: Oro, argento azzurro in ornamenti, mentre Pa, Le, Lb, La, Ma, Rd, Va hanno: Oro e argento, azzurro in ornammti, e Gb, G, Ra: Oro, argento e azzurro ] e ben si vede la esattezza della prima lezione, l'errore della seconda (derivato forse dall' essersi te- nuto azzurro come aggettivo), e l'equivoco che fa nascere la giunta dell' e nella terza, perchè si potrebbe intendere che anche l'oro e l'argento fossero incastonati come l'azzurro, laddove si sa che appunto que' metalli servono ad incastonare. Di più. Li: Passa la gran beltate e la piagenza; Ga, Va, Ra: Ciò passa la héttade e la valenza; Gb: Pa^a la bdtade e la valenza, con la mancanza di una sillaba ; G : Ciò passa la biUate e la vaghezza; e finalmente, spropositando addirittura, Pa, La, Lb, Le, Ma, Va: Ciò che può la beltate e la valenza. E qui si può osservare la successiva trasformazione che subì la lezione ge- nuina, rappresentata sempre da Li, e l'affinità eh' è sempre tra 1 LXxnr INTRODUZIONE — CAPITOLO IH esso e Ca. Ancora: Li, Ca, Cb, C: De to mia Donna e'isuo gentil coraggio ^ laddove tutti gli altri: in stw gentil^ evidente- mente sbagliando, perchè il poeta vuole indicare tre pregi nella sua donna: beltate, valenza e cuore gentile. E segue anche peggio; che, se Li e Ca con altri sette codici hanno la lezione più netta in: Sicché rassetnhra vile a chi ciò gitarda^ comprendendosi per tal modo l'incomprensibile terzina; Cb invece ha : Si che r assembra vile ciò che gtuirda \ G: Sì che vii li rassembra a chi ciò gtuzrda; ed Rd, peggiorando anche più: Par che rassembre vile ciò che guarda^ che indica il contrario di quello che vuol significare il poeta. E delle tre varianti: E tanto ha più d'ogni altra conoscenza (Li, Va, Lb, Ma, Cb, Rd), E tanto è più d'ogni altra conoscenza (Ca, La, Lb, Le, Pa), E tanto più d'ogni altra è sua bellezza (C, Ra, UB) scartando quest'ultima, come quella eh' è evidentemente vi- ziata, non si sa quale fra le due prime si debba preferire. Ma parrebbe che il poeta volesse indicare non che la sua donna abbia conoscenza più d'ogni altra cosa creata, ma che più d'ogni altra è nobile tanto, quanto il cielo è maggiore della terra, quasi volesse dire che la sua donna come cosa celeste è superiore a tutto ciò eh' è terreno. E in questo caso Ca, che ha pure la seconda lezione, si dovrebbe supporre di fonte più pura dello stesso Li. E finalmente il medesimo dubbio si avrebbe nella scelta tra Quanto lo del di questa terra è maggio (Li, La, Lb, Le, Pa, Rd, Ma) e Qìmnto lo cielo ddla terra è maggio, come portano gli altri codici. Da questo esame risulta che Li 'ha tutti i caratteri per potersi tenere come uno de' manoscritti parziali primitivi delle rime del Cavalcanti, e che tra tutti i codici di età posteriore, che contengono quel sonetto, il più affine (se non può dirsi affatto identico) a Li è Ca, e il più dissimile è Rd, mentre gli altri rappresentano le successive trasformazioni subite daUa primitiva lezione. Stabilito ciò, ritorniamo all'esame della Tavola quarta. Di- cemmo che i capi-stipiti debbono essere stati riprodotti o se- paratamente o in raccolte più o meno complete, le quali, CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXV beninteso, potrebbero ancbe derivare, anziché da' capi-stipiti originali, dalle varie e successive riproduzioni di essi. Ora tra le raccolte a noi note nessuna mostra di essere derivata diret- tamente da' capi-stipiti, ma tutte suppongono un antecedente periodo di riunione e di riproduzione de' medesimi. Ma bisogna notare che tra le raccolte che noi conosciamo ce n'è una, la quale, nata come le altre dalla unione di parziali raccolte, pure rappresenta il primo momento del secondo periodo (chia- miamolo così) di raccolte generali. La raccolta di cui inten- diamo parlare, è rappresentata dal codice Ca, il quale perciò merita un esame particolareggiato. Già vedemmo che il detto manoscritto è di lettera della seconda metà del secolo xiv, cosa molto importante per noi, sia perchè le altre raccolte si riferiscono a tempi posteriori di uno o più secoli, sia perchè degli stessi codici parziali che conosciamo, un solo (Li), col quale ha, come dimostrammo, strettissime relazioni, lo precede; e tre altri (B, B', Pc) che del Cavalcanti contengono di comune con Ca in tutto due sonetti e tre ballate, gli sono contemporanei, ma non di lezione migliore, come si vedrà in appresso. Giova poi osservare che se da una parte i versi delle strofe scritti in Ca continuamente a modo di prosa senza altra divisione fra loro che di una lineetta verticale provano l' antichità de' manoscritti esemplati ; dall' al- tra parte l' ortografia ci persuade a credere che esso canzoniere fu copiato in Toscana e da mano toscana, e che dalla Toscana l' ebbero i Chigi che lo posseggono. E tutto questo , come ben si comprende, aggiunge pregio al suddetto codice. Ma oltre a ciò, bisogna por mente al modo, onde fu eseguita la raccolta. Di nessuno autore si trovano le rime tutte di seguito: per lo più le rime di uno stesso autore sono divise in parecchi gruppi, sparsi qua e là in mezzo ad altre poesie di altri au- tori. Così, le rime di Guido Cavalcanti si trovano scompartite in quattro sezioni. La prima (e. S-Gt?) comprende le ballate e le canzoni con quell'ordine che sappiamo, ed è preceduta da alcune canzoni di Guido Guinicelli, intramezzate dal sonetto di Lapo Farinata degli liberti Guido quando dicesti pasturéUa^ LXXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO III e seguita da canzoni di Dante Alighieri. La seconda è formata soltanto dalla ballata Fresca rosa novèlla (e. 39 1?), ed è seguita da rime di Gino da Pistoia, di Francesco Ismera, di Caccia da Castello, di Lupo degli liberti, di Lapo Gianni e di Dino Frescobaldi. La terza (e. 56-59) contiene 24 sonetti (1-24) intramezzati da altri quattro indirizzati al Cavalcanti da Nuccio Sanese, da Bernardo da Bologna, da Gianni Alfani e da Guido • Orlandi, ed è seguita da parecchi altri sonetti di Dante con in mezzo uno di Cino. Finalmente la quarta (e. 61) comprende soltanto tre sonetti (25-27) ed un mottetto (28), il quale ultimo è di risposta a Fra Guittone. Dopo cotesta quarta se- zione delle rime del Cavalcanti vengono altre rime del Gui- nicelli e degli altri suddetti autori e di molti altri ancora, e si chiude la raccolta con parecchi sonetti del Petrarca. Ora, come spiegare tanto disordine? Perchè sparpagliare qua e là le rime di uno stesso autore? Perchè mettere in principio il Guinicelli, il Cavalcanti, l'Alighieri e verso la fine Iacopo da Lentino, Re Enzo e Pier delle Vigne? Non è dif- ficile a dare la risposta. Non fu intenzione del raccoglitore di fare una regolare antologia poetica, come più tardi fece Lo- renzo il Magnifico; ma di mettere insieme in un sol volume tutto ciò che dovea trovarsi in diversi codici parziali. Quindi trascrisse questi codici l'un dopo l'altro, naturalmente secondo gli capitarono tra mano, cosicché possiamo conchiudere che ognuna delle sezioni delle rime del Cavalcanti rappresenti al- meno un codice speciale, e che codici speciali debbono anche rappresentare le altre sezioni, in cui anderebbero divise le rime degli altri poeti contenute in detto manoscritto, e bisogna a questo proposito osservare che tale differenza di sezioni viene segnata costantemente da iniziale più grande delle altre. Oltre- ché, a e. 93 1? si trova tra altri sonetti anonimi anche: Certo non è de lo intelletto ascólto ^ che a e. 56 è sotto il nome di Guido ; la quale ripetizione prova sempre più la diversità de' co- dici che composero il Ca. Abbiamo voluto far notare siffatta composizione, per sta- bilire che il Ca venne formato da diversi esemplari, ciascuno CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXVII de' quali già fa supporre un primo periodo di riunione, e che esso Ca rappresenta rispetto a' manoscritti a noi noti la prima raccolta generale che si facesse delle rime di Guido. L'appa- rente disordine di Ca dà poi agio di formarci un'idea chiara (per quello almeno che riguarda le rime del Cavalcanti) del primo periodo di riunione de' capi-stipiti in raccolte parziali; fa comprendere che l' ordine in cui si seguono le diverse poesie non fu dato dal raccoglitore di Ca, ma tale già esisteva ne' co- dici esemplati, il che forse potrebbe giovare a chi volesse determinare approssimativamente la cronologia de'varj com- ponimenti. Il trovare, per esempio, le due canzoni dopo le tre prime ballate fa argomentare che le canzoni dovettero essere composte non nel principio ma nel mezzo della vita poetica di Guido, e il trovare la celebre ballatetta Perch'io non spero di tornar giammai non ultima tra le ballate fa supporre che essa non fu, come si crede, scritta dall'esilio di Sarzana negli estremi della vita del Cavalcanti.* Bisogna da ultimo por mente all' or- dine logico risultante in Ca dallo stesso apparente disordine. Come vedemmo, ciascuna sezione, o quasi, delle rime del no- stro poeta, è intramezzata da rime di diversi a lui dirette. Ebbene, tutto procede con esattezza: dopo la ballata In un boschetto trova' pasturella segue il sonetto di Lapo Farinata degli Uberti Guido quando dicesti pastureUa^ perchè a quella si rife- risce; la ballata Fresca rosa novèlla si trova isolata dopo la canzone di Dante Amor da che convien pur ch'io mi dolglia, perchè a Dante è intitolata; e i varj sonetti di altri autori indirizzati a Guido si trovano anch'essi nel posto che loro spettava. Anzi questa naturale disposizione delle rime aggiunta all'esattezza delle rubriche (le quali, quando si tratta di poesie di altri autori mandate al Nostro determinano la ragione per * Mi parrebbe che questa congettura fosse anche confortata dal contenuto della stessa ballatetta; la quale, infatti, ci rivela non T animo di un esule ses- sagenario com* era allora il Cavalcanti , ma quello di un uomo che nel fiore degli anni e deir amore si sente mancare a poco a poco la vita. Che se il nostro Guido avesse scritto quella ballatetta neir esilio, avrebbe naturalmente accennato alla sua terra natale, all'ingrata Firenze, che lo faceva morire lontano da quella donna leggiadra, per cui anche in tarda età palpitava fervidamente il suo cuore. LXXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO III cui vennero composte) ci conferma viepiù che i codici esem- plati doveano essere molto antichi, o almeno rappresentare il primo momento di riimione de' capi-stipiti (originali o già riprodotti) in raccolte parziali. Il solo Ca porta il sonetto di Lapo dopo la ballata di Guido; nel solo Ca si trova Fresca rosa novella con la esatta rubrica « Guido a Dante alleghieri » ; e poi il sonetto Dappiù a uno face vn sol legismo col titolo: « Guido de cavalcanti a frate Guittone d' areffo » , e più giù il mottetto Gianni qud guido salute con la rubrica : « Risposta di Guido de cavalcanti a Gianni degli alfani per uno mottetto il quale udirete qui appresso ». Tanta precisione, tanta deter- minatezza (lo vogliamo ripetere) fa certamente argomentare che i codici esemplati doveano essere parziali raccolte, se non de' capi-stipiti, almeno delle prime riproduzioni di essi, e in ogni modo copia di manoscritti molto vicini all' età del poeta. Ma perchè si vegga più da vicino la bontà del codice Ca, consideriamolo un po' riguardo alla lezione. A tal proposito giova ricordare la identità già osservata tra questo manoscritto e l'Li nel sonetto che ambedue con- tengono: Bdtà di donna e di saccente chore, e paragonare il Ca anche col Pe, il quale, come vedemmo, è pure del secolo xiii, e contiene la ballata Fresca rosa novella. Qui poco importerebbe l'attribuzione che il Pe fa di quella ballata a Dante Alighieri; ma avvertiamo fin da ora che verrà dimostrata nel capitolo seguente la erroneità di una tale attribuzione. Vediamo intanto se anche questa volta la lezione del codice del Trecento corri- sponde a quella di quest'altro manoscritto del Duecento. Confrontando i due testi, non vi si trovano, per tutta la ballata, che poche varianti ortografiche. Così nel Pe le parole gaiamente, cantine, come, angelica, costumanza, contare, cui sono tutte senza h, laddove nel Ca sono tutte aspirate; e nel Ca il che è scritto sempre col eh, mentre nel Pe sempre col sem- plice k; e finalmente nel Pe si trova presio, camino, ausdli, tucto, presiata, mirabil, pias&nca, luntana, bicmnato, mentre nel Ca si trova scritto: pregio, pregiata^ cammino, augelli, tutto, miratola piagenga, lontana, bla^mata. Da ultimo è da notare che CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXIX nel Pe due versi (4* e 7* strofa) hanno una sillaba di più: Et tudo lo mondo canti^ Et fra lor le donne dea: il che non si osserva nel Ca, dove solamente dovrebbe essere espunto Vo di chiamano (v. 2, str. 7). Come si vede, anche quest' altro con- fronto prova che il Ca dev' essere stato esemplato da manoscritti molto antichi e di buona fonte. Se possedessimo altri codici parziali del secolo xm contenenti rime di Guido Cavalcanti, potremmo meglio dimostrare (come facemmo per rispetto all' Li e al Pe) che il Ca riprodusse testi in generale non viziati. Potremmo anche far vedere la superiorità di questo mano- scritto su tutti gli altri contemporanei o di età posteriore, paragonando le diverse lezioni delle varie poesie ; ma un tale lavoro, che sarebbe assai lungo e faticoso, non ci pare qui ne- cessario, perchè i risultati che darebbe si possono facilmente rilevare dando un' occhiata alle varianti di tutti i codici esami- nati, le quali si trovano, come si vedrà, riprodotte a suo luogo in questo volume. Per ora ci basta far notare che il Ca presenta generalmente una lezione buona, massime nelle due prime delle quattro sezioni, in cui stanno in esso divise le rime del Caval- canti. Quanto alle due ultime sezioni, che comprendono, come s'è visto, i sonetti, parrebbe che fossero derivate da più di due codici parziali, giacché si osserva che parecchi sonetti così dell'una come dell'altra sezione sono di dizione così netta e pura, da potersi riprodurre senza nessun cambiamento, laddove altri presentano evidenti sbagli. Ma qui bisogna fare un' altra osservazione. Considerando la natura di tali sbagli e le frequenti omissioni di parole che s'incontrano in tutte le poesie, e le let- tere sillabe (e a volte anche intere parole) che dovrebbero essere espunte perchè quel tale o tal altro verso tornasse , noi siamo indotti a credere che colui che esemplò il codice Ca, an- ziché sottoporre ad una certa revisione il testo, pensò soltanto a copiare, e dove non capì, copiò male; non dandosi alcun pen- siero di collazionare in fine del lavoro la copia con V originale , e di rimettere le parole tralasciate e di espungere quello che avea involontariamente messo di più. Quindi, se nel Ca s'in- contrano qua e là delle parole e degli emistichj mancanti , se LXXX INTRODUZIONE — CAPITOLO III yi si trova qualche yerso anche oscurissimo, non vi si rinviene mai nessuna traccia di sostituzioni arbitrarie e tali da potersi attribuire al capriccio del menante. Dagli errori commessi par- rebbe infatti che costui fosse un buon copiatore , ma, per quanto paziente e scrupoloso, altrettanto poco intelligente e poco adatto a far cambiamenti di suo capo. Basta dire che, in tutte le rime del Cavalcanti, tra espunzioni e giunte per le omissioni ci sareb- bero da fare più di trenta correzioni. Con ciò però non vogliamo escludere la probabilità che anche ne^ codici tolti ad esemplari non ci avessero potuto essere errori. Comunque sia, resta pro- vato che il Ca rappresenta il primo momento del secondo pe- riodo di raccolte, cioè del trapasso dalle raccolte parziali alle generali; che venne esemplato su manoscritti per quanto an- tichi altrettanto affini ai capi-stipiti; e che, se pur contiene errori, nati dall'incuria e dalla poca avvedutezza del menante, è scevro da ogni sorta di emendamento arbitrario. Per tali ragioni noi abbiamo posto il Ca a capo della prima famiglia. Dall' esame che faremo degli altri codici risulterà meglio il va- lore di esso e la ragionevolezza del luogo da noi assegnatogli. Intanto osserviamo che molto affini a Ca sono Me ed RI per ciò che riguarda la lezione della canzone Donna mi prega^ unica poesia del Cavalcanti da essi contenuta. Poche e leggiere sono le varietà che esistono tra l'uno e gli altri, anzi tra Ca ed Me si può dire che ci sia perfetta identità. Difatti Me non si discosta da Ca che nel verso 9 della m stanza, dove dice: Lo guai evita invece di Lo qual aita, e nel verso 10 della v stanza, che ha Da qudli fnena in luogo di Da qud i meni. Né le varianti tra Ca ed RI sono molte, né di molta impor- tanza. Ed in vero, oltre le due notate per Me, ha ancora: E qual si è sua virtù (st. i, v. 11), forse per cattiva lettura di E qual sia; e poi: un ove invece di dove (ii, 1), Non perchè naturale opposta invece di opposta naturale (ii, 10), uom oblia per u^oni V oblia (ii, 14), Non può sistar coverto giunto per Non può coverto stare sì giwito (v, 3): nel quale verso, se si cambiò la posizione delle parole, non si corresse l'errore metrico, mancando in entrambe le lezioni una sillaba. CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXXI Affine a Ca è anche Vd, che del Cavalcanti contiene sol- tanto il sonetto 19 (Tav. II). Le due lezioni si possono dire quasi identiche. Difatti in Vd non troviamo altra variante che mi veggio (v. 6) per m'avveggio; e poi ha per intero ì versi: Ancora più di mal, s'esser più ptcote (v. 9) e Perchè tu morte ora valer mi puoi (v. 10): i quali in Ca si Jjrovano mancanti ciascuno di una sillaba, per omissione delle parole più e tu, A capo del secondo ramo della prima famiglia abbiamo posto un X. Esso rappresenta l'originale della raccolta di Lorenzo il Magnifico, originale perduto o non ancora scoperto, di cui conosciamo soltanto due copie. Le e Pa, l'una del xv e l'al- tra del XVI secolo, le quali mostrano di avere, per le rime del Cavalcanti, una grandissima affinità con Ca. Anzi in su le prime, confrontando Ca ed Le (mettiamo da parte Pa, perchè di molto posteriore ad Le), saremmo indotti a credere che appunto di Ca si fosse servito il Magnifico nel compilare la sua raccolta. Difatti in entrambi i detti codici le rime del Cavalcanti sono disposte nel medesimo modo: si seguono con lo stesso ordine i sonetti, e dopo le prime tre ballate (Tav. II, b) stanno in entrambi le due canzoni (1 e 2, Tav. II, e) e poi le altre (4-14, Tav. II, b); e, quel eh' è più, in entrambi si ha quasi un'identica lezione, giacché la maggiore pulitura ed esattezza ritmica e metrica, eh' è in Le, si potrebbe forse attri- buire allo stesso Lorenzo de' Medici. Egli curò quella raccolta, e, poeta e letterato com'era, s'indusse probabilmente ad emen- dare a modo suo gli errori dell'esemplare, tanto più che ne dovea far dono ad un figlio di re. L' essere poi Le mancante de' sonetti 27 e 28 (TTav. II, a), potrebbe trovare spiegazione in quelle parole della lettera proemiale di Pa, nella quale Lo- renzo dice, tra le altre, ch'egli avea scélto e riunito in quella raccolta « alcune cose meno rozze ». Ed in vero i due citati sonetti non sarebbero stati ingiustamente messi da parte. Che se una simile ragione non valesse per giustificare l' altra man- canza eh' è in Le, vale a dire della ballata Fresca rosa novella ^ si potrebbe sempre supporre che il Magnifico la ritenesse come 6 LXXXII INTRODUZIONE — CAPITOLO III di Dante AUghieri, al quale è attribuita da altri codici, o che, nel dubbio, pensasse meglio di ometterla. Ma tutti cotesti argomenti , che pur sembrerebbero di molto valore, non bastano a provare che Ca sia stato, per le rime di Guido Cavalcanti, l'esemplare di cui si servì il Magnifico. In quesjo caso, egli non avrebbe avuto ragione di dire: «... non sanza grandissima fatica fatti ritrovare gli esemplari e di quelli alcune cose meno rozze eleggendo, tutte in questo presente volume ho raccolti ». Dalle quali parole si vede chiaro che Lorenzo parla di codici antichi contenenti rime di singoli poeti e non di raccolte di rime di diversi poeti ; onde egli non deve aver conosciuto né il Ca, né altre di simili compilazioni. Ma dalle stesse parole risulta anche che, se l'esemplare delle rime di Guido Cavalcanti, onde si servì il Magnifico, non fu il Ca, questo, perchè di età anteriore alla raccolta medicea e perchè non alterato dalle correzioni del dotto raccoglitore, debba sempre preferirsi allo stesso Le. Il quale è pure importante, se non per altro, per questo: eh' è, cioè, la copia più remota dell'originale raccolta di Lorenzo, e rappresenta, per ciò che si riferisce alle rime del Cavalcanti, un codice antico forse perduto, che, tenuto conto degli emendamenti introdottivi dal Magnifico, dovea corrispondere su per giù al Ca. Difatti questo non differisce da Le se non in que' punti , dove ci si vede la mano del letterato e poeta del secolo xv. Quindi se si togliesse a codice tipo l'Lc, si darebbe un testo quale fu ri- fatto da Lorenzo, e non quale potrebbe risultare dall'esame accurato de' manoscritti genuini ed anteriori al tempo della raccolta medicea ; si riprodurrebbero i versi risonanti nel modo come furono ricomposti da Lorenzo , e non come uscirono ve- ramente dalla penna di Guido. Così, il Ca dice: E ongn'aUro spiritél\\6] fa gentile (son. 1, v. 4), ed Le: Ch'ogni altro spi- rìtd poi fa gentile ; e certamente quel poi è messo lì senza ra- gione : bastava scrivere intera la parola spiritd per avere l' en- decasillabo. Così anche il verso Che sie^\yì\e un spiritd[io\ di mercede (1, v. 11) era aspro, e fu corretto Che surge d'mw spirto di mercede^ che, quanto al senso, non corre; e un po' slom- CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LKXXIII bato sembrò l' altro 1" aparve rosso spirito nel voUo (2, v, 4), e fu mutato in El rosso spirto che (apparve al volto. E per la stessa ragione fu detto : A me stesso di me gran pietà viene invece del più semplice: A me stesso di me pidate vene (4, v. 1); e: Che la mia vita ha d'ogni angoscia il peggio in luogo di Che d'ogni 'angoscia la mia vita è peggio (id., v. 6). E il verso: Ciò passa la beUate e la valenza (15, v. 9) fu mutato in Ciò che può la batate e la valenza, a scapito del senso. Potremmo citare molti altri consimili esempj , ma bastano gli arrecati per dimostrare quanto più puro di Le sia Ca. Affini ad Le e Pa sono i codici Rd ed Lf. Difatti, per una sola variante differisce Rd dalla coppia Lc-Pa, avendo Par che rassembri invece di Sicché rassemhri (15, v. 11); ed Lf ha soltanto: ch'ongnun per ogn'om (14, v. 7), E fa di darità l'aer tremare per E fa tremar di clarilate l'ari (id., t. 2), ed Hvam non ne può , ma ciascun ne sospira per Huom non le pud (id., V. 4). Se Le e Pa sono copie più o meno esatte di X, il codice La ba tali stretti legami con essi, da farlo porre nella mede- sima categoria. Non vogliamo con ciò indicare che anche La sia stato esemplato da X , ma solamente che esso ha con questo quasi gli stessi rapporti che Le e Pa ; giacché in La le rime del Cavalcanti si seguono con quell'ordine che osservammo in Le e non si trovano fra essi differenze notevoli di le- zione. Però aggiungiamo che queste sono tali, da farci sup- porre che La deve derivare da una fonte diversa e forse più pura di quella da cui provenne Le. E siamo indotti a cre- dere in questo modo anche dal fatto che in Le mancano i so- netti 22 e 23 e le baUate 11 e 12 (Tav. n): il che accenna evidentemente a diversità di testo. Né si deve attribuire una tale mancanza a sbaglio del copista, perchè noi siamo convinti che, almeno per le due ballate, ci dovettero essere codici che ne furono privi, essendo, come vedremo nel capitolo seguente, malameìite assegnate a Guido Cavalcanti ; cosicché ta detta mancanza non attesta altro che Ift esattezza del codice da coi derivò La. 1 LXXXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO III Parrebbe poi che da quest'ultimo traesse la sua origine Lb, il quale manca pure delle ballate 11 e 12, ed ha con quello tanta af&nità di lezione da cercarsi indarno tra essi una sola variante, se non si vogliano considerare come tali quegli er- rori di scrittura, che accusano la ignoranza e la trascura- taggine del copista. Ma anche siffatti sbagli sono rari: ba- sta dire che in tutte le ballate non si trova che un Foco d'amore per Gioco d'amore: (bai. 1, st. i, v. 4), un mcUadeUa per Mandetta (id., vi, 5), e due versi con una parola di meno: Escie degli occhi là ondio ardo (3, n, 3) dove manca swoi, e Sol perchè m'à già in sua balia (id., iii, 7) dove manca il sog- getto morte. La sola differenza che esiste tra La ed Lb è quanto all'ordine delle ballate e delle canzoni, perchè se queste in La intramezzano quelle, in Lb sono poste dopo di esse. Ma una tale disposizione deve attribuirsi esclusivamente al trascrittore del codice, ad Antonio Manetti, che volle fare una cosa a modo, dovendo regalare il volume a Giovanni Cavalcanti e a Marsilio Ficino, da' quali era stato esortato a quel lavoro, com'egli stesso dice nella Notitia, che dà di Guido.* Può quindi Lb con- siderarsi come un estratto di La, e come tale non può per noi avere nessuna importanza. Né importanza maggiore potrà per ciò stesso avere anche il codice Ma, per essere niente altro che una riproduzione di Lb, fatta nel secolo xvii, come risulta dalle relative descrizioni. E qui bisogna ricordare che Lb , oltre della lezione comune della prima famiglia, contiene in tre altre lezioni diverse la canzone Donna mi prega: l'una secondo il commento di Dino del Garbo , l' altra secondo quello di Egidio Scornano, e l'ultima secondo l'interpretazione di Iacopo Mini. Ma di queste varietà di lezione ci riserbiamo di parlare in luogo più opportuno, quando cioè esamineremo i codici della quarta famiglia. Quanto poi a Vb, che di Guido Cavalcanti contiene soltanto de' frammenti (una strofa di ballata e tre sonetti), osserviamo che se da una parte si avvicina ad Lb, dall' altra mostra evidenti viziature ; così dice : J^ pien di vita • Vedi Cod. Lb, e. 2. CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXXV in far con lei soggiorno invece di E prende vita (son. 18, v. 8), Far conoscere qtiel che a lui sia tale per Fa pur conoscer quel che a lui sia tale (id., y. 14), e qualche altra che tralasciamo di notare, perchè Vb non ofifre veramente nessuna dote da esser meritevole di molta considerazione. Viste così le vicendevoli relazioni tra i codici della prima famiglia, stabilito che i più importanti tra essi sono Ca, La ed Le, passiamo all^ esame di quelli della seconda. Anche per questa abbiamo un avanzo de^suoi capi-stipiti in Pe, posto da noi alla testa di essa famiglia, la quale, a differenza della prima, ha pochi rappresentanti, quattro in tutto, di cui i principali sono Va ed UB. Tralasciando per ora di parlare di UB (il quale, come diremo appresso, nacque forse direttamente da Va) bisogna notare che quest'ultimo, se ha de' difetti, ha pure de' pregi, da richiedere a buon dritto un particolareggiato esame. Anzitutto è da ricordare che nel Va, benché vergato ne' primi del secolo xvi, pure le diverse poesie vi sono scritte a modo di prosa con la sola divisione non troppo costante di una lineetta perpendicolare tra un verso e l'altro: il che, se da una parte dimostra l' antichità del testo da cui fu copiato cotesto codice, dall'altra attesta la fedeltà del menante, la quale anche appare dalle frequenti abbreviazioni che vi s'in- contrano e dal venire spesso citato ne' luoghi dubbj l'esem- plare, che, come notanmio altrove, esisteva ancora ai tempi dell'Allacci. Considerando poi il contenuto del Va, ne risul- terebbe che il manoscritto, da cui fu esemplato, doveva essere del secolo xiv, non contenendo nessun componimento di poeti posterióri a quest'epoca. Comunque sia, anche le rubriche, quasi sempre particolareggiate, attestano l'esattezza del co- dice in esame. Difatti, tra le altre c'è la seguente: « Questo (Saturno e marte stélle infortunate) mandò frate guiglielmo del- l'ordine de'romitani a Guido Orlandi di firenze, et ciò fu in calendi d' ottobre nel ccci » : la quale rubrica non poteva esser meglio determinata. E poi: «Questa è la risposta {La luna e 7 sole son pianeti boni) ke mandò Guido Orlandi al detto frate LXXXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO III " ' 'I GuigUelmo a tre dì entrante il mese detto » : la quale non è meno precisa della prima. E qui bisogna notare che il co- dice Va è importante anche perchè contiene buona parte della corrispondenza poetica tra il nostro Guido e i rimatori del tempo, da servire di complemento a quella che trovasi in Ca. E poi come in questo, così pure in Va i sonetti di tal ge- nere sono per lo più rubrìcati in modo che rivelano l'occa- sione in cui furono scritti. Così il sonetto Per troppa sotti-- glianza il fi si rompe porta il seguente titolo : « Questo si è un respecto, il quale fece Guido Orlandi a Guido Cavalcanti perchè disse k' el farebbe piangere amore » ; e immediatamente dopo si trova il sonetto Di vii matera mi conven parlare (30) con la rubrica: « Come Guido Cavalcanti rispose a Guido Orlandi ». Ed ancora : « Questo sonetto ( Una figura della donna mia) fu dato a Guido Orlandi di firenze et non seppe chi li le man- dasse, senonchè si pensò per le precedenti, pare che fosse guido cavalcanti. El messo tornò per la risposta, la qual è appresso a questo sonetto, la quale dice: S'avessi detto amico di maria ». Però è da confessare che spesso accanto a rubriche molto esatte se ne trovano alcune molto confuse, ed altre sbagliate addirittura. Così, per esempio la poesia S'eo tro- vasse pietanza (e. 90 v) porta il titolo: «Re Enzo et messere Guido Guinicelli », mentre da' codici Vd (e. 32) e Ca (e. 81 v) è data a messer Semprebene da Bologna ; e poi il sonetto : Voi he per li occhi mi passaste 7 core (12) ha la scritta: « Guido Cavalcanti e guido Orlandi dice l'axempro ma elli lo fece Dante Alighieri » , laddove il Ca con parecchi altri codici lo attri- buisce giustamente, come sarà dimostrato altrove, al primo de' detti poeti. Tanta esattezza da una parte e tanta confusione dall'altra si spiegano facilmente, se si considera il modo come venne formata la raccolta. Essa non presenta nessun ordine: le rime di ciascuno autore non si trovano di seguito, ma sparse qua e là, ad una, a due, a tre, a piccoli gruppi. Ciò prova che il codice, da cui fu copiato Va, esemplò varj manoscritti, de' quali certamente alcuni doveano essere più antichi e più puri, ed altri meno, come risulta per esempio dalla diversità CLASSIFICAZIONE DF/ CODICI LXXXVII dì lezione che presentano le rime che vi si contengono di Guido Cavalcanti. Difatti (mettendo da parte la ballata Fresca rosa novella^ la quale, malamente assegnata a Dante, riporta la lezione precisa di Pe, e ne ripete financo gli errori) delle quattro ballate che vi sono del nostro poeta, le prime tre (9,2,3) sono meno corrette rispetto alla quarta (13), per- chè se questa è conforme alla lezione data da' migliori tra gli altri codici, quelle invece hanno varianti assai strane, come, per esempio, per la ttta amistade invece di alla tua (9, st. iv, 1), essendo complemento di termine di raccomando del verso se- guente; Tu troverai in luogo di troverete (id.,v, 5), riferen- dosi a due soggetti (anima e ballata); e poi ha: Che per vir- tute di novapietate^ dove dovrebbe dire vi mova pietate (2, i, 2); P entra per li rei sì debilmente per li miei (id., iv, 5), riferen* dosi ad occhi del verso antecedente. E una simile varietà si osserva ne' sonetti, de' quali alcuni sono correttissimi, e cor- rottissimi altri, da far supporre di necessità che varie dovet- tero essere le fonti da cui derivarono. Ed a questo proposito basta paragonare i sonetti 35, 33, 32, 39, 38, 40, 34 con i sonetti 14 e 36 (Tav. Il): i quali ultimi sono, rispetto ai primi, assai viziati, per non dire interamente guasti. Il trovar poi in Va dodici sonetti (29-40) sotto il nome di Guido Cavalcanti, che non sono riportati da' codici della prima famiglia ; il trovare attribuiti da Va ad altri autori la ballata 15' e i sonetti 12 e 13, 20 e 21 (Tav. II), i quali da' codici della prima famiglia sono dati al Cavalcanti; l'osservare infine varietà di lezione tra Va e Ca, La, Le; tutto ci consigliò ai aprire col Va una seconda famiglia di manoscritti, alla quale appartengono, come già notammo, altri tre codici (UB, Re ed Md), di cui tocche- remo brevemente. Rimandando il lettore alla descrizione che facemmo di UB , ricordiamo che esso si compone di due parti, l'una più antica, più recente l'altra, e che in tutto comprende di Guido 20 so- netti e 7 ballate. Ora i 13 sonetti e la ballata 2' (Tav. II), che si trovano nella prima parte, corrispondono perfettamente al codice Va, di cui riportano le stesse rubriche, e financo gli LXXXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO III stessi errori dì lezione. Difatti, in entrambi i codici identica è la ballata, eh' è appunto quella dove già notammo alcuni er- rori, còme: di nova pietate per vi mova pietate^ e per li rei per miei, ecc.; errori che pure ritroviamo in UB. E affatto simile è in entrambi i codici la lezione de' 13 sonetti, la quale però si allontana da quella de' codici della prima famiglia per que' so- netti riportati anche da questi. Così per esempio, nel sonetto 14°, Va ed UB hanno: NulVuomo potè ma ciascun sospira (v. 4), dio che sembra (v. 5), eh' io noi sapria contare (v. Gj), Cogn' al- tra in ver di lei la chiam'ira (v. 8) (anzi Va invece di la ha i7), per sua Dea (v. 11), Che propriamente n'àbbiam conoscenza (v. 14); mentre i codici della prima famiglia hanno, in gene- rale: Omnon le può ma ciascun ne sospira, De che rassembra, ch'io noi porria contare, Cli' ogn' altra veramente la chiam' ira , per suo dio. Che 'n pria ne possa aver om conoscenza. Non temiamo dunque di errare nel dire che UB nella sua prima parte rap- presenta un estratto di Va , tanto più che anch' esso riporta la ballata 15* e il sonetto 12** sotto il nome dell'Alighieri. Soltanto gli altri sonetti e le altre sei ballate, che si trovano nella seconda parte, hanno relazione co' codici della prima famiglia; ma a noi è convenuto di collocare UB nella seconda, perchè nella sua parte principale non è che una riproduzione di Va. Finalmente i codici Re ed Md, benché anteriori di età a Va ed UB, pure presentano una lezione un po' viziata, o me- glio le prime trasformazioni della lezione dell'esemplare, da cui provenne il Va. Ciascuno de' suddetti codici contiene del Cavalcanti soltanto un sonetto : l' Re il 35% e il 29** l' Md. Ve- ramente le varianti che ha Re nacquero dall'ignoranza del copista. Difatti questi per trascuraggine scrisse: Che 7nio guar- dar (v. 3) invece di mi guardar, e lesse male ver di me pare (v. 13) per veder mi pare. Maggiori varietà contiene l'Md, che in parte accennano a sostituzioni capricciose. Così, invece di E la donna tenesse aUra sembianza (v. 3), dice: altrui sem- bianza^ e invece di V archo che li tese amore (v. 9), Or odi me- raviglia che 7 dixia (v. 12) e Vedendo k li strugge U suo valore (v. 14), ha: V archo che gli diede ^ Or odi meraviglia ch'ella fia CLASSIFICAZIONE DE' CODICI LXXXIX e che gli idringe il suo valore. Parrebbe dunque che TMd non fosse derivato direttamente da Va, ma bensì da qualche altro codice a quello affine, e già rappresentante una lezione più o meno adulterata. La terza famiglia comprende i codici, che in parte si ri- feriscono a quelli delle due prime, e in parte fanno supporre altri originali. . Abbiamo diviso questa terza famiglia in tre rami (a, b, e), perchè ciascun ramo, come si vedrà, se 'ha de' caratteri comuni con gli altri, ne ha pure alcuni che lo fanno distinguere da essi. De' sei codici che formano il primo ramo, uno, il Cb, ri- produce, come fu detto altrove, senza nessun mutamento di lezione, le rime del Cavalcanti contenute nell'edizione fioren- tina del 1527 con la giunta di alcune altre rime di Guido, tratte da un codice posseduto, a tempo di Celso Cittadini, da Francesco Sadoleto. Ora, la lezione giuntina differisce di molto da quella data da' codici delle due prime famiglie, e la lezione del codice Sadoleto spesso si avvicina a questa, ma qualche volta se ne allontana assai , il che prova che il codice Sadoleto provenne da diversi esemplari. Difatti, non toccando delle differenze tra la lezione giuntina e quella de' manoscritti delle due prime famiglie, osserviamo che de' tredici sonetti che Celso Cittadini trasse dal codice Sadoleto, alcuni hanno un'identica lezione con Le (son. 2,3,5, 10), altri con Pa (son. 7, 9, 21, 26) ed altri infine (son. 13, 15, 16, 18, 24) hanno delle va- rianti particolari. Così nel sonetto 13** il Cb ha: V anima trista per voler trar guai (v. 8), che trova riscontro solamente nel en voler trar guai del codice B, mentre Ca legge: L'anima dolente per trar guai, in cui manca una sillaba; e tutti gli altri: L'anima mia dolente per trar guai. Così ancora, nel so- netto 15** si ha: Possa la héUade e la valenza (v. 9) e S^ che rassembra vile chi ciò guarda (v. 11), varianti insussistenti per Ciò passa la beliate e Sì che rassembra vile a chi ciò guarda. E nel sonetto 16** si ha, tra le altre: verso cui non cale (v. 5) per vale; nel 18**: Cotanto di valor (v. 2) per Ch' è tanto; e final- mente nel 24**: Donnuzza (v. 5) per d'un' uzza ^ e sorgolata per XC INTRODUZIONE — CAPITOLO III soggólata. Le quali varianti , se non si vogliano attribuire allo stesso Cittadini, fanno certamente supporre un testo diverso da quello dato da' codici delle due prime famiglie. Osserviamo intanto gli altri manoscritti di questo primo ramo della terza famiglia. Già dicemmo nel capitolo antece- dente che M'b è copia di M*a; quindi, mettendo da parte quello, vediamo che relazioni abbia questo con gli altri ma- noscritti del ramo a cui appartiene. I dieci sonetti, che esso comprende di Guido Cavalcanti, tranne uno, il 33**, si trovano tutti nell'edizione fiorentina del 1527, e, in generale, con la medesima lezione. Difatti, otto non differiscono dall'edizione giuntina che in qualche variante ortografica ed in qualche altra di nessuna importanza; riportando al contrario gli stessi er- rori, gli stessi rovesciamenti di versi, che sono in quella. Basta al proposito osservare i sonetti 12, 14, 20, 34, 35, 36, 38 e 39, il primo de' quali ha solo E voce qtmnto che mostra dolore (v. 8) invece di E boce è quando mostra lo dolore ; il secondo ha una parola di più nel verso Chi è qtcesta Donna che vien ch'ogn'huom la mira (v. 1) e Che tanto (v. 7) per Cotanto; e il terzo è per- fettamente simile a quello della stampa giuntina, e quindi ha come questa i versi errati: Solevati piacer persone molte (v. 5), Or non mi ardisco (v. 9) e Far rimostranza (v. 10) per Sole- vanti, Or non ardisco e Far mostramento. Lo stesso dicasi del quarto, il quale riporta anch'esso l'ultima terzina sconvolta nell'ordine de' versi da non capirsi punto; il quinto, il sesto, il settimo e l' ottavo non oflErono alcuna particolarità da osser- vare, avendo tutti esatta rispondenza con la detta edizione. Il solo sonetto 22** è quello che presenta varietà taU, da farcelo supporre un travisamento di quello dell' originale che servì di testo alla ripetuta edizione. Ma, o che siffatte varianti sieno state introdotte dal trascrittore del codice M*a, o che veramente esistessero nel manoscritto da cui l'M*a fu copiato, resta sem- pre provato che quest'ultimo è un avanzo del codice che fd adoperato da Filippo di Giunta, e perciò, corrispondendo alla prima parte di Cb , l' abbiamo posto accanto a questo. Ma se M*a ha relazione con Cb, ha pure stretti legami con Ra, M*c CLASSIFICAZIONE DE' CODICI XCI ed Me, e quindi anche questi ultimi si connettono a Cb, e tutti ad un fonte comune. Già conosciamo che tanto Ra quanto M*c derivarono da un medesimo testo, che fu quello del Brevio e del Bembo, com'è avvertito nelle rubriche di ciascuna poesia, e com'è confermato dall|i identità di lezione che presentano in quelle rime di Guido Cavalcanti che hanno ambedue. Da una nota poi di Pier del Nero, trascrittore di Ra, risulterebbe che il codice esemplato , per ciò che riguarda le rime del Cavalcanti già stampate da' Giunti, dovea corrispondere alla lezione del- l'edizione fiorentina del 1527. Difatti il Del Nero avverte ch'egli tralasciò le poesie stampate da' Giunti, e che copiò quelle di Cino da Pistoia, benché stampate in Roma dal Pilli, avendo trovate alcune varianti tra la stampa e il manoscritto. Da ciò possiamo trarre naturalmente la conseguenza che le rime del Cavalcanti già stampate da' Giunti, per essere state tralasciate di copiare da Pier del Nero, debbono essere state da costui trovate uniformi alla lezione del suo codice. Quindi abbiamo che Ra derivò dallo stesso fonte che M*c, e che en- trambi fanno supporre un testo il quale non dovea esser punto differente, almeno per ciò che riguarda le rime del nostro Guido stampate da' Giunti, da quello onde questi si servirono per la detta edizione. E così possiamo conchiudere che tanto Cb (per la prima sua parte) quanto M*a, Ra ed M*c si ricon- nettono ad un medesimo testo corrispondente a quello (se pure non sia stato proprio quello) posseduto una volta dal Brevio, e del quale noi non conosciamo altro che i detti avanzi, sparsi ne' detti manoscritti, i quali, come si è visto, non offrono in verità la più bella lezione. Quanto poi ad Me, nella can- zone 2' (Tav. Il) eh' è l'unica poesia che contiene del nostro Guido, è quasi identico ad M'a. Difatti in entrambi si hanno le stesse varianti e le stesse viziature ; così , per esempio : Amor tu sai quando venisti ch'io ti dissi (st. m, v. 12) per Tu sai quando venisti che io ti dissi, eh' è la vera lezione ; e poi : cK io gli mostro (n, 8), lo trovo in me sì poco di salute (m, 3), CKha passato il core e il mio diviso (id., v. 11) invece di che l'è dimo^ XCII INTRODUZIONE — CAPITOLO III stro, Io trovo me di sì poca solide, Che ha passato 7 tiM core e 'l mio diviso, come portano gli altri codici, e come parrebbe dovesse essere la lezione primitiva. E chiaro adunque che anche Me partecipa agli errori degK altri codici del ramo a cui esso appartiene. I quattro codici che formano il secondo ramo della terza famiglia, hanno ciascuno relazione con quelli del primo, ma spesso mostrano affinità con altri testi. Cosi Re ne^ quattro sonetti e nella ballata che contiene del Cavalcanti risponde a diversi manoscritti. Difatti, nel sonetto 9° vi troviamo rispon- denza con C, perchè così questo come Re hanno due varianti particolari, cioè: Pene e sospiri (v. 8) ed Oimè lasso (v. 12) per Pene e dolor ed Aimè lasso ^ secondo che portano tutti gli altri codici. E poi, nel sonetto 13°, è identico ad Ra; nel 16"*, ad La ed Le; nel 33°, ad M*a; e finalmente a C e Pb nella ballata, riportando financo la speciale loro variante: Che di me dice sì forti paróle (ball. 2, st. iii, v. 3) invece di Cfied ei mi dice sì dolci parole. Così anche Pc, che di Guido contiene solo tre ballate (1,2,9), se nella 2' combacia con Ra, perchè in entrambi s' incontrano le stesse sostituzioni capricciose e spesso inconcludenti (come per esempio di nova pietate (st. i, v. 2) ed Entro in qtiel punto (ii, 4) per vi mova pietate e Ed in quel punto; Et sol di lui che voi inteftidereste (iii, 5) che non indica nulla, invece di E solamente voi lo intendereste; Et va facendo (iv, 3) per Van facendo (che il soggetto è lacrime); nelle altre due (1 e 9) presenta tante varietà speciali, da non sa- perlo, per questa parte, riconnettere con nessuno degli altri codici a noi noti. Soltanto osserviamo che tali varietà sono generalmente grossolani sbagli, e quindi il Pc, benché sia del secolo XIV, non dovrà ispirarci molta fiducia anche là dove oflEra la più bella lezione, facendoci sempre sospettare dell'au- tenticità di essa. Quanto poi agli ultimi due codici del secondo ramo, bi- sogna ricordare che l'uno (Ce) è del secolo xvii, e l'altro (Mi) del secolo xvi, e che questo contiene sotto il nome di Gruido Cavalcanti solamente il madrigale cieco mondo di lusinghe pieno CLASSIFICAZIONE DE' CODICI XCIII (Tav. II, e), e quello insieme col madrigale anche sei sonetti. Se questi due codici sono tra loro in relazione pel madrigale (perchè, presentando di esso entrambi la medesima lezione, siamo indotti a credere che Ce come posteriore V abbia esem- plato da Mi); il Ce si collega poi al primo gruppo rispetto ai sonetti. Ma tutti e due cotesti manoscritti si mostrano nel loro insieme di fonte così impura, da non meritare nessuna considerazione. De' tre codici del terzo ramo della terza famiglia, i due primi (C e Pb) parrebbe fossero in parte copia l'uno dell'altro. Difatti entrambi riportano del Cavalcanti le stesse ballate ( 1 , 2, 3, 6, 7, 10, 13, 14) e le due prime canzoni (Tav. II), non pure con la medesima lezione, ma anche con la medesima ortografia. Sembrerebbe poi che entrambi fossero derivati da più fonti. Ed in vero, la lezione data da essi ora si accorda, come s'è visto, con quella di Re (ball. 2), ora è identica a quella di Le (ball. 3, 10, 1, 13, 14, 6 e canz. 2), ed ora presenta tali particolari varianti da far supporre un altro testo: il che si osserva nell'altra ballata, e specialmente nella prima canzone. A tal proposito basta osservare che soltanto C e Pb hanno nella ballata 7': ch'aver solia d'amore (st. i, 3), Et la fortuna ch'è stata fallace (iv, 5), Di ch'io non veggio (ii,4); tutti gli altri codici hanno invece: ch'io avea d'amore, E da speranza ch'i stata, Sicch'io non veggio, E maggiori varianti (e spesso molto strambe) contengono i detti codici C e Pb nella prima canzone. Cosi, per esempio, entrambi hanno: che si chiama (i, 3), Et al principio conoscente chero (id., 5), L'es- senza e il naturai suo movimento (id., 12), Diaphan lume (ii, 3), Non è virtù ma ben da quella vene (in, 1), Non già selvaggio la beltà siu> dardo (v, 4) , Da qud gli mena (v, 10), ecc. : le quali varianti, se da un lato non trovano nessun riscontro negli altri codici da noi esaminati, presentano dall'altro sì mani- festa corruzione, da far ritenere i detti due manoscritti deri- vati, per questa parte, da fonte molto impura. E il C poi, negli otto sonetti, mostra le stesse molteplici relazioni. Difatti, nel 9* si accorda con Re nelle particolari varianti : Pene e so- XCIV INTRODUZIONE — CAPITOLO III spiri (v. 8) e Oimè lasso (v. 12); nel 1% nel 12% nel 16% nel 19** e nel 25° segue, salvo leggerissimi mutamenti, Le; nel 13** si avvicina più alla lezione di Cb ; e finalmente nel 15** presenta una lezione affatto speciale, per frequenti sostituzioni di parole, come per esempio, vaghezza per piacenza^ bellezza per conoscenza, e ciò in fine di verso, cambiando così anche la rima. Le quali sostituzioni ci fanno fare una doppia ipotesi : cioè, che il codice C sia derivato in parte da originah già viziati, o che lo stesso trascrittore abbia introdotto i detti cambiamenti. Però, così nell'uno come nell'altro caso, avremmo sempre in C una lezione guasta. Finalmente il codice B*, che del nostro Guido comprende soltanto il sonetto 19**, se da una parte si avvicina a C, perchè, tra le altre, entrambi portano il detto sonetto Vedesti al mio parere in seconda persona singolare; dall'altra ha anch'esso alcune varianti particolari. Difatti nel v. 2** ha : ben consente per beri uom sente; nel v. 5**: Poi ne departe d'ongne noia amore in- vece di: Poi vive in parte dove noia more; e nel v. 14**: Che 7 suo continuo per Che 7 suo contrario. Ma osservando che B* è del secolo xiv e C del xvi, potremmo supporre che il trascrit- tore di C mutasse que'tre luoghi secondo la lezione di altri codici, giacché parecchi altri manoscritti, tra cui Ca, la ripor- tano nello stesso modo. Diciamo così, perchè, tranne le citate varianti, il C è identico perfettamente al B*. Abbiamo riunito nella quarta famiglia ventitre codici, i quali contengono esclusivamente la canzone Donna mi prega, tranne cinque di essi, che insieme con la canzone hanno dì Guido qualche altra poesia. Però, a fare di detti codici una famiglia separata, non fummo indotti da cotesto carattere esterno comune a tutti, di contenere cioè ognuno la ripetuta canzone; ma bensì dal presentare tutti, in tale poesia, una lezione diversa da quella data da' codici delle altre famiglie. Così grande varietà di dettato, che forma la caratteristica de' manoscritti di questa quarta famiglia, provenne dall'essere quella canzone, di sua natura oscurissima, andata soggetta a miUe mutamenti, soprattutto per opera die' commentatori, i CLASSIFICAZIONE DE' CODICI XCV quali cambiarono con molta libertà e parole e versi interi, per poterne cavare quel costrutto, che tornava meglio alla loro interpretazione. Perciò i codici di questa famiglia si dividono naturalmente in quattro rami, secondo che la canzone da essi contenuta si riferisce a questo o a quel commento. Già dicemmo che Lb contiene, oltre la lezione comune ai manoscritti della prima famiglia, anche altre tre diverse lezioni di Donna mi 'prega. Or bene, i codici del primo ramo della quarta famiglia (Ce ed Mm) corrispondono perfettamente alla lezione del commento di Dino del Garbo, perchè, tra le altre, hanno: deggia (st. i, v. 1) invece di voglia, Là ove si posa (id., 10) per Là dove posa, E qtial è sita virtù (id., 11) per E qtuile sia, V essenza poi ciascun movimento (id., 12) per V es- senza e poi^ E in quella parte già non ha possanza (ii, 10) per In quella parte mai non ha. Discerné male in cui è vinto amico (ili, 6) per in cui è vizio. Destandosi ella (iv, 10) per Destandosi ira, Non segue merto (v, 6) per Consegua ^ Complesso (id., 8) per Compriso, Absciso (id., 12) per Assiso, luce rande (id., id.) per Itcce rade: le quali varianti formano appunto la singolarità della lezione che si trova nel detto commento, e molto probabilmente furono introdotte nella canzone dallo stesso Dino del Garbo. Molto numeroso è il secondo ramo. I quattordici mano- scritti che vi si comprendono, riportano la canzone secondo il commento di Egidio Romano. Questi fu in gran fama di teologo e di letterato ai tempi suoi, e la sua esposizione in- tomo a Donna mi prega fu tenuta in gran conto (lo stesso Lorenzo il Magnifico ne fa le lodi), e quindi fu riprodotta più sovente che le altre. Ma notando fin da ora che anch'essa sente della revisione del commentatore, vediamo anzitutto quali relazioni esistano tra i detti quattordici manoscritti, e quali di essi presentino la lezione più genuina. Parrebbe che il codice B, eh' è pure il più antico perchè scritto nello stesso secolo in cui visse il Colonna, conservasse la forma più autentica della canzone secondo il commento fatto da lui. Lo stesso Allacci, come s'è visto nel capitolo antece- j XCVI INTRODUZIONE — CAPITOLO IH dente, fa le lodi di questo codice, il quale veramente se ha cattiva ortografia, non contiene segno alcuno di alterazioni capricciose nella lezione. Può mancare, in qualche verso, di qualche parola; ma non ci si trova mai una parola intrusa; può presentare una parola svisata per involontario sbaglio del trascrittore, ma nessuna parola può attribuirsi a mutamenti arbitrarj di costui. Si può dire poi che tutti gli altri tredici codici sono variazioni più o meno irregolari, più o meno guaste di B. Difatti i quattro primi (Rg, Ld, Mb, Ri) non se ne allontanano che per poche varietà, che si trovano solo in essi codici, di cui mostrano quindi la stretta parentela. Così tutti e tre hanno: Da siinil tragge compressione e sguardi Che fa parere lo piacer più certo Non già selvagge la bilta son dardi; laddove in B e negli altri manoscritti sguardi e dardi sono in singolare , e nel secondo verso non e' è la parola più, ma sem- plicemente lo piacere certo. Se i detti quattro codici sono tra loro affini, due di essi (Ri ed Mb) possono dirsi gemelli, ov- vero copia l'uno dell'altro, perchè tutti e due hanno, per citare un solo esempio : Destandosi lo qual manda foco (st. iv, v. 10), con la stessa mancanza della parola ira e col medesimo errore di lo qual invece di la qual^ e cose simili. Speciali varianti si osservano ne' tre codici seguenti (Le, Rf , Mf), o meglio speciali trasformazioni della lezione genuina della canzone secondo il commento di Egidio Romano. Difatti tutti e tre hanno: La dove possa (st. i, 10) per La dove nasce, E qual sia sua virtù (id., 11) invece di E qual è. Destandosi élla (iv, 10) per Destandosi ira^ le hiUà stw dardo (v, 4) in- vece di son dardo. Anche questa volta è da osservare che due di questi tre codici, cioè Le ed Rf, sono perfettamente iden- tici. Entrambi hanno gli stessi sbagli, le stesse mancanze, la stessa ortografia: in entrambi mancano i versi 12 e 13 della CLASSIFICAZIONE DE' CODICI XCVII quinta strofa; in entrambi dopo la licenza della canzone si troTano i seguenti Tersi: Piacevolmente rìceve caii9one L'esposifcion ro99a male ornata, Così laoldata sarai per ragione, Et le persone eh' el tuo intendimento Disforzan dimostrar, si an talento. Va exposition sicuramente A gente di valor a cui ti mando. Di star con ninno homo Io ti comando, Qual vuol usar l'occhio per la mente. Et chi ti domandasse che h amore: Piacer, disire et sperar con honore. I quali ultimi sei versi si trovano anche in B , e sembra siano dello stesso Colonna, trovandosi in fine del commento. I rimanenti sei codici di questo secondo ramo della quarta famiglia si distinguono per le più strambe varianti. I loro trascrittori, più di quelli de' codici già esaminati, aggiunsero parole superflue, ne cambiarono altre. Così M*e (non si. tien conto di Pd, perchè, come fu detto nella relativa descrizione, è copia precisa di M*e) ha tra le altre: Dal mal costume e de cor volontate (st. ii, v. 5) invece di If alma costuma, Cantra natura dismisura torna (iv, 2) per Coltre misura di natura torna ^ Move cangiando illor riso in pianto (id., 4) per Move cangiando color , riso in pianto \ ed altre consimili varianti, che sono evidenti corruzioni della lezione del codice B. Né minori Tiziature presentano gli altri. Basta notare che in Rb si ar- riva a mutare il verso Lo qual da Marte viene e fa dimora (il, 4) nell'altro: La qual d^amor ci viene ^ che non si riscon- tra in nessun altro codice; e poi: Discerne male (iii, 6) in Dicieni male^ che non indica nulla ; e Non che apposito naturale sia (id., 10) in No7i perchè sia opposta naturale^ guastando per tal modo l'ordine ritmico della strofa, che richiede il sia alla fine del verso ; e finalmente : Che tal volere per temere è sperto (v, 5) in Che tal volere nocere per lo suo, dove è distrutto non pure l'ordine ritmico, ma anche il senso. Quindi Rb, benché XCVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO HI sia di scrittura del secolo xiv, dovrebbe essere scartato addi- rittura, se si volesse ricostruire il testo della canzone. Lo stesso va detto per Cd, Mo ed Mp. Il primo, del se- colo XV, parrebbe fosse una copia peggiorata di Rb, avendo presso a poco gli stessi errori, e per giunta qualche altro ancora più grosso. Difatti, si trova in Cd: La qucd d'amore vene e fa d! una hora, Non perchè posto naturale sia^ i quali due versi sono, come ben si vede, un peggioramento della lezione di Rb ; e poi vi si trova anche : Ihm face de lume una scuritate, (il, 3) per Diafan da lume d'una oscuritate; Destando sita (iv, 10) per Destandosi ira; l'hom piacere (v, 2) per lo piacere; e finisce con dire: Et chi ben ha di forma (id., 10) invece di E chi ben aude, com'è riportato dagli altri codici e com' è anche ri- chiesto dalle regole ritmiche che governano la canzone. Quanto poi ad Mo ed Mp , non crediamo necessario di spendere molte parole. Entrambi del secolo xvi, contengono il commento di Egidio Romano, in cui la canzone Donna mi prega si trova sparsa qua e là, anatomizzata nelle sue diverse parti, e per lo più guasta nella lezione. Basta dire che in Mp si legge : Discri- vere male (ni, 7) per Discerne male e Chi ben ande (v, 9) per Chi ben aude; e poi in Mo si ha: Destandos* ira la qiuil li manda foco (iv, 10) con li di più; e quando è sol giunto (v, 2) per quand'è sì giunto ovvero sorgiunto^ come hanno gli altri codici. Prima di passare all'esame de' codici del tei;zo ramo, bi- sogna notare che B, Mb, Rb e Cd, oltre la canzone, conten- gono anche qualche altra poesia del Cavalcanti : il B quattro so- netti (13 , 38, 39, 42) ; l'Mb un sonetto (35) e tre ballate (1, 9, 4); l'Rb due ballate (1, 6) e la canzone 2"; e il Cd soltanto un frammento della ballata 9*. Mettendo da parte quest'ultimo codice, perchè contiene troppo poco per potersi investigare con quali manoscritti per questa parte sia più in relazione, cer- chiamo invece di vedere quali legami esistano tra la lezione data dagli altri tre (ciascuno nelle singole poesie che riporta del nostro Guido) e quella degli altri codici delle altre famiglie. Il B pel sonetto 13** si connette a C e Cb, e per i due se- guenti (non si parla dell'ultimo, perchè attribuito al Cavai- CLASSinCAZIONE DE' CODICI XCIX canti dal solo B) si avvicina a Va. Difatti nel sonetto 13** tro- viamo una variante particolare: L'anima trista en voler trar gtuxi (v. 8), che in C e Cb ha soltanto cambiato Ven in per, laddove in tutti gli altri codici quel verso è afiPatto diverso: L'anima dolente per trar guai] e poi nel sonetto 38** la lezione di B è identica a quella di Va, e nel 39** è affine e migliore di questa. Ed in vero, in Va c'è confusione di persone: ora si usa il tu, ora il voi, il che derivò dalla cattiva interpretazione del componimento. Così, per esempio, nel Va si trova: Elli fu amore che trovando «;oi (v. 5), mentre il primo verso comincia: Donna non vedestu colui, e più giù si ha: E trasse poi degli occhi soi sospiri (v. 9), mentre dal contesto risulta che queste parole sono dirette alla donna a cui si rivolge il discorso. Il B invece dice nel primo luogo nuif, eh' è la vera lezione, perchè amore trovò la donna e l'amante, e non soltanto la donna; e poi nell' altro verso ha correttamente : occhi toi. Come si vede , il codice B presenta lezione migliore di Va, ed è identico a C e Cb. Osservando poi che tutti e quattro questi codici sono romani e che B è del secolo xiv e gli altri del xvi, crediamo che B debba essere stato l'originale esemplato da questi ul- timi, ovvero che gli originali, onde questi ultimi furono co- piati, abbiano dovuto provenire da B per ciò che riguarda i menzionati sonetti. Quanto ad Mb, osserviamo che se il sonetto, tranne qualche leggera variante, corrisponde in lezione al Va; le tre ballate invece presentano tali particolarità, da non sapere, per questo lato, con quali manoscritti riconnettere esso Mb. E duopo intanto far notare che le varietà particolari di Mb sono in generale evidenti sbagli e capricciose sostituzioni. Così, per dare un esempio, nella ballata l*" ha: Era il pensier d'amor quand'io trovai Due foresette ove: L' una cantava ... ; ne' quali versi si vede chiaramente che ci debbono essere errori : difatti, Vii deve essere in, Vove deve essere nove, come portano INTRODUZIONE — CAPITOLO III gli altri codici. Potremmo arrecare molti di simili arbitrarj mutamenti; ma sarà meglio porre in suo luogo tutte le va- rianti, perchè ognuno possa persuadersi da sé di quello che noi abbiamo, intorno alPMb, asserito. Finalmente Rb, quanto alla canzone 2', è in perfetta ri- spondenza con M*a. Difatti anche Rb ha come M*a: Amor tu sai allor ch'io ti dissi (st. iii, v. 12) e Io trovo in me sì poco di solide (ni, 3); e poi l'uno e l'altro codice mancano del Terso 10** della quarta strofa. Per questa parte dunque l'Rb nacque probabilmente dallo stesso manoscritto di cui si servì il Mezzabarba nel formare l'M^a. Quanto poi alle due ballate, l'Rb contiene, più che lo stesso Mb, varianti speciali e spesso anche tanto strambe, da farci rinunziare al tentativo di av- vicinarlo, per questa parte, a qualsiasi altro de' codici che conosciamo. Il terzo ramo della quarta famiglia si compone di sette codici, i quali (tranne il Ve che contiene anche una ballata) riportano anch'essi la canzone Donna mi prega ^ ma secondo la lezione in cui si trova nel commento di Francesco Verini nipote, detto Verino Secondo. I detti codici hanno caratteri fra loro comuni, che li di- stinguono da' codici degli altri rami di questa famiglia. Difatti tutti hanno particolari rovesciamenti di alcuni versi; così: Ftior di natura di misura toma (st. iv, 2) per Coltra misura di natura torna ^ e: Canzon mia tu pu^i gir sicuramente (vi, 1) invece di Tu ptcoi sicuramente gir canzone; tutti hanno alcune varianti speciali, come per esempio: largire (i, 14) per là ire o la gire; Di sua potenza segue uom spesso morte (m, 7) per Di sua potenza segue spesso morte, Dunque egli è meno (v, 10) per Da quel lo mena o Perchè 7 metta ^ o cosa simile. Vediamo intanto in che relazione stanno tra loro , e il valore di ciascuno. I tre primi (Lk, Mh, Mg), benché di età anteriori agli altri quattro, pure mostrano di essere derivati da fonte molto impura. Isolato rimane Lk, mentre Mh ed Mg hanno entrambi alcune particolarità da indurci a credere che siano provenuti da un medesimo manoscritto. In Lk ci si vedono i primi ten- CLASSIFICAZIONE DE' CODICI CI tativì di correzioni arbitrarie, e maggiore libertà di emenda- menti capricciosi si osserva negli altri due. In tutti e tre poi è manifesta la trascuratezza e l'ignoranza del copista. Così, in Lk si trova: Dotina mi prega perchui (st. i, v. 1) invece di perch'io; mutamento cotesto nato dal non aver compreso che perch'io vale appunto per la qual cosa io. D' altronde si cre- dette bene di correggere il testo, senza pensare che per cui in italiano non ha quel significato che gli si volle attribuire. Ne sappiamo comprendere la ragione , onde si cambiò : Sì chi lo nega possa il ver sentire {i^ 4) in Sì che lo niega poscia il ver sentire; La dove posa e chi lo fa creare (id., 10) in La dove e chi lo a fare; Discerne male in cui è vizio amico (m, 6) in Discende male; Muove cangiando color, riso in pianto (iv, 4) in Muove chardando, e così via via. Le quali varianti sono , come si vede chiaramente, aperti sbagli, non potendosi cavar più alcun costrutto da' citati versi, secondo il cattivo rifacimento che presentano in Lk. Quanto poi alle particolarità speciali di Mh ed Mg, basta notare che essi soli hanno: Onde al presente (i, 5) e X/a dove nasce (id., 10) secondo la lezione di Egidio Romano; e poi: mostrare (id., 9) i^er provare; hiwm che 7 prova (iv, 11) per huom che noi prova; quando for giunto (id., 3) per quando è sì giunto o sorgiunto^ e cose siinili. Ma anche questi due codici hanno evidenti viziature. A questo proposito ci limiteremo a far osservare che Mg giunge a dire: Per le- zione (ih, 2) invece di Perfezione^ ed Mg: sensato amore (n, 3) per sensato nome^ com' è richiesto anche dalla rima. Gli ultimi quattro codici (Ve, Mk, Mn, MI), i primi tre del secolo xvi, e del xvii T altro, hanno minori irregolarità de' precedenti; ma, specialmente Mn ed MI, che sono tra sé affini, risentono del lavoro di revisione, a cui andò soggetta la primitiva lezione per opera de' commentatori. Il codice Ve poi, oltre la canzone, contiene anche la ballata 1'; e per questa parte si avvicina al Cb, riportando entrambi un'iden- tica lezione; e perciò possiam dire che il Ve è uno de' rap- presentanti più antichi dì quel manoscritto o di que' mano- scritti, di cui si servirono i Giunti per la stampa del 1527. cu INTRODUZIONE — CAPITOLO HI Nel quarto ramo di questa famiglia abbiamo posto un codice solo, l'Rh, il quale non abbiamo saputo avvicinare a nessuno de' manoscritti esaminati, per la sua particolare le- zione. Parrebbe però che fosse un degenere discendente della prima famiglia, ma non ci è dato di poter rintracciare la sua vera origine, essendo, a quanto pare, provenuto da un codice perduto o non ancora scoperto. Comunque sia, l'Rh non ci sembra di tanta importanza da meritare uno studio speciale. Le varianti: De far (st. ii, v. 3) per Diafan^ a far dimora (id., 4) per e fa dimora, vindo amico (iii, 6) per vizio amico j la contraria vita (id., 10) per contraria via^ cóW altre tue non ai talento (vi, 5) per con le altre tu non hai talento, sono, come si vede chiaramente, errori di copista. Giunte, e sostituzioni capricciose ci sembrano poi le seguenti: voluptate (ii, 6) per volontate, già (id., 10) per mai, si pon^chotale (iii, 2) per si pon tale. Ch'olla 'ritenzione per ragion si vale (id. , 5) per Che la 'ntenzione per ragione vale. Che fa parere il bel piacere incerto ( V, 2) per Che fa parere lo piacere certo. Complesso (v, 8) per Compriso^ e qualcos'altro dello stesso genere. Certamente que- ste varianti non si trovano in nessuno de' codici da noi esami- nati, e, quel eh' è più, non mostrano bontà di lezione, ma invece manifesto rifacimento, che in generale riuscì cattivo. Difatti, non è maniera italiana il dire si vale per vale^ né è consentito dalle leggi metriche, che governano la canzone, il mutamento di Compriso in Complesso^ che del resto serve a guastare il senso. Finalmente la quinta famiglia comprende tre codici (M*d, Lg, Lh), i quali, come s'è detto altrove, contengono sotto il nome di Guido Cavalcanti: il primo, la canzone Io sono U capo mozzo dall' imbusto ^ e gli altri due la frottola Guarda ben dico guarda ben ti guarda. Mettendo da parte 1' M*d , perchè non possiamo paragonarlo con nessuno degli altri manoscritti, non trovandosi in veruno di essi la detta canzone sotto il nome del nostro poeta; ci restringiamo soltanto ad osservare che Lg ed Lh, tranne leggerissime varianti, presentano uni- formità di lezione nella citata frottola, onde si può ritenere CLASSIFICAZIONE DE' CODICI CHI che entrambi derivarono da un fonte comune , se pure non si voglia crederli Tuno copia dell'altro. Giova poi notare che una tale lezione differisce non poco da quella che di essa poesia danno i codici La, Mb ed Mg, i quali l'attribuiscono invece ad Antonio Araldo o Buffone, che ne fu il vero autore, come vedremo nel capitolo seguente. CAPITOLO IV RIME APOCRIFE E RIME AUTENTICHE DEL CAVALCANTI Ora che abbiamo acquistato piena conoscenza di tutti i codici a noi noti contenenti rime di Guido Cavalcanti, ora che si sono visti i rapporti che esistono tra essi, e determi- nati i pregi e i difetti di ciascuno, siamo nel caso di vedere quali poesie debbano comporre il canzoniere di Guido, e quali, come apocrife, ne debbano essere escluse. Come risulta dalla Tav. II, si trovano sotto il nome di Guido Cavalcanti 42 so- netti (computandovi il mottetto Gianni quel Guido saltUe)^ 15 ballate, 11 canzoni, 1 frottola e 1 madrigale. Dell' auten- ticità della maggior parte di coteste poesie non c'è neppur da dubitare, perchè molte di esse sono riportate da un gran numero di codici, ed alcune hanno anche la testimonianza di scrittori contemporanei, che ne fanno cenno nelle lo^ opere. Così Dante ricorda nella Vita Nuova^ il sonetto: Vedesti al mio parere ogni valore^ e nel De Vtdgari Eloquio^ cita la canzone Donna mi prega. Lapo Farinata degli Uberti'in un suo so- netto diretto a Guido' allude alla ballata di lui: In un boschetto trovai pasturelia ; e poi la corrispondenza epistolare in versi tenuta da' rimatori del tempo col nostro poeta e conservataci da diversi codici, ci conferma che molti altri di detti compo- * Vita Nuova ^ § ni. * De Vulg. El., ii, 12. * Vedi più oltre a pag. 81. evi INTRODUZIONE — CAPITOLO IV nimenti appartengono con certezza al Cavalcanti. Quindi noi abbiamo una base sicura , su cui fondare le nostre osservazioni : possiamo, cioè, formarci fin d'ora un adeguato concetto della maniera di poetare del nostro Guido, il che ci dovrà servire nel corso di questo capitolo. Ciò posto, è da notare che sette de' sonetti (11, 12, 20, 21, 31, 41, 42), una delle ballate (15), cinque delle canzoni (3, 7, 9, 10, 11) e la frottola si trovano in qualche codice anche sotto il nome di qualche altro autore ; e perciò bisogna anzi- tutto vedere a chi veramente appartengano coteste poesie , la cui paternità è messa in dubbio dagli stessi manoscritti. Quanto ai sonetti osserviamo che quattro (11, 12, 20, 21) dal solo codice Va vengono attribuiti, il primo, a Guido Or- landi con la rubrica Guido Orlandi di firenze; il secondo, a Dante con la rubrica Gruido cavalchanti e guido Orlandi dice Vaxempro ma élli lo fece Dante Alighieri; il terzo e il quarto, allo stesso Orlandi con le rispettive rubriche: Guido Orlandi di Firenze e Questo sonedo fece guido Orlandi di Firenze et comincia così. Come si vede, il secondo sonetto nell' orewpro portava in primo luogo il nome di Guido Cavalcanti , e soltanto il menante del codice, di cui fu copia il Va, aggiunse con aria di certezza: ma dli lo fece Dante Alighieri, Si noti poi che i detti quattro sonetti vengono attribuiti al Cavalcanti da tutti gli altri codici che li riportano; e ne abbiamo 7 pel primo, 9 pel secondo, 8 pel terzo e 9 pel quarto, tra i quali, per ciascun sonetto, si trova sempre il Ca, che, se fosse pur solo, dovrebbe, per*quel che s'è detto altrove, preferirsi al Va. Oltreché, il trovare in Ca i due primi sonetti in mezzo ad altri due da Guido Cavalcanti indirizzati a Dante Alighieri, ci persuade a credere che anche quelli furono diretti a costui, tanto più che la stampa giuntina che riporta solo il primo, ha la rubrica Guido Cavalcanti a Dante Alighieri. E certamente solo il Cavalcanti, cui Dante chiama jpnmo d^ suoi amici ^ poteva osare di dirgli: Or non ardisco, per la vii tua vita, Far mostramento che tu* dir mi piaccia...; RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CVII egli solo poteva rimproverargli il suo avvilimento d'animo, e minacciargli di non farsi più vedere , perchè sapea quanto gli era cara la sua compagnia. L'intero sonetto è il commento più fedele delle poche ma assai affettuose parole che l'Ali- ghieri dice intomo a Guido nella Vita Ntiova} Se le prove di fatto non fossero, come sono, già più che sufficienti a di- mostrare che i suddetti quattro sonetti sono del Cavalcanti, potremmo far vedere la loro rispondenza, financo nelle frasi, con le altre poesie di Guido. Non essendoci per ora un tale bisogno, ci basta far notare che siffatto scambio di attribu- zione, che così in questo come in altri luoghi si verifica, in generale, tra Guido Cavalcanti e Guido Orlandi, dovette deri- vare dall'identità del nome, quante volte questo si trovò scom- pagnato dal casato. In tali casi spesso il vuoto della rubrica venne riempito capricciosamente dal copista; e solo qualche volta si ebbe, nel dubbio, prudenza di scrivere le parole: Guido Cavalcanti o Ghiido Orlandi^ che più tardi per la muta- zione dell' in e perdettero il loro vero significato, e si resero inconcludenti, come s'è visto in Va. Se fin qui abbiamo trovato sonetti di Guido Cavalcanti attribuiti anche a Guido Orlandi, il sonetto 31 ci offre il caso contrario. Difatti, se Va ed UB lo assegnano al primo, il Ca lo assegna al secondo, e noi anche questa volta siamo indotti a ritener giusta l'attribuzione che ne fa il Ca. Il trovar poi quel sonetto dato al Cavalcanti da due codici ed a Guido Or- landi dal solo Ca non ha importanza, sia perchè ci potrebbero essere altri codici a noi ignoti che lo riportino sotto il nome dell'Orlandi, sia perchè rTJB,xome fu dimostrato, non è che una derivazione del Va, e quindi non può considerarsi come novella testimonianza. Bisogna poi notare che quel sonetto, nel Va, è posto con la rubrica Guido Cavalcanti in mezzo ad altri sonetti appartenenti ad altri autori, mentre nel Ca viene terzo con la rubrica Gelido Orlandi dopo quello Onde si muove e donde nasce amore intitolato: Guido Orlandi a Guido Cavai- * Vita Nuova ^ § xxxiii e passim. CVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO IV canti] onde anche gli altri due che portano (forse per abbre- viazione) soltanto le parole Guido Orlandi^ probabilmente fu- rono indirizzati al nostro poeta. Ma prescindendo da tutto questo , se per poco consideriamo quel componimento dal lato del conte- nuto e della forma, ogni dubbio sarà sgombro. Ecco il sonetto, secondo la lezione del Va (e. 148 i;): Poi e' aggio udito dir dell' om selvaggio, Che ride e mena gio[ia] del turbato tempo: delVaire fredda in su* coraggio pensa che torni in dilectoso stato. Per la bona speranza lo dannaggio li pare acquisto di ben riservato, siccome fosse il bel tempo di maggio, si trova d'allegrezza sormontato. Et eo similemente mi conforto, pensando spesso ke lo mar tempesta e poi ritoma in gran tranquillitate. Mentre che dura, son ridocto al porto : de la bona speranza fo mia festa, e di freddura actendo boni tate. Or bene, tanta serenità di animo e tanta indifferenza nelle avversità in fatto di amore, tanta fede e tanta speranza in un avvenire migliore per futuro cambiamento del freddo cuore della donna in honitate^ non si rinviene mai nel canzoniere del Cavalcanti ; anzi , in esso si osserva il contrario : V abbandono , lo smarrimento, la disperazione del poeta, che spesso invoca la morte, perchè si sente stanco di vivere in perpetua tem- pesta. Se si leggono invece le altre rime dell'Orlandi, ci si trova sempre una certa tranquillità di spirito, una certa con- fidenza nel buon esito delle battaglie amorose. Così, ei chiude una sua canzone diretta ad una donna un po' disdegnosa, con i seguenti versi: Et stimando conforto di bon grato. Nell'amoroso stato mi riposo, E sempre sto sobimosso A dimandar mercè con piana rima.* * Cod. Va, e. 127. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CIX E leggendo il detto sonetto, ci si vede appunto campeggiare questo dimandar mercè con piana rima^ questa specie di voluttà e di riposo cHe trova nell'amoroso stato:, nella speranza di fu- turo conforto. Rispetto alla forma poi osserviamo che mentre non ha nulla di comune con quella delle poesie del Caval- canti, ritrae invece di quella delle altre rime dell'Orlandi. Difatti (lasciando da parte le desinenze delle parole dannaggio, aggio, coraggio e i latinismi tranquillitate e bonitate^ che hanno molti riscontri nelle rime dell'Orlandi, e nessuno, o quasi, in quelle del Cavalcanti*), molte frasi di quel sonetto si leggono, su per giù nella stessa forma, in altre delle costui poesie. Così: Torna pulzella a sitalo dilectoso* ci ricorda il torni in diledoso stato, e P^ freddo che sormonti o per calore^ ci rammenta il sormontato in fine della seconda quartina, e Come dixio per farne gioia e festa * ci richiama al verso De la bona speranza fo mia festa dell' ultima terzina. Ora con nessuna delle poesie del Cavalcanti è possibile trovare uno di siffatti ravvicinamenti. Passiamo intanto all' esame degli altri due sonetti 41 e 42. Questa volta non si tratta di sbaglio derivato da identità di nomi, ma dal capriccio de' trascrittori de' codici, che vollero bat- tezzare a loro capriccio quelle poesie le quali ne' codici forse non portavano nessun nome di battesimo. Non si potrebbe spiegare altrimenti il fatto del trovare i due detti sonetti attribuiti l'uno, il 41, da Ca a Cino e da Re al Cavalcanti, e l'altro, il 42, dal solo B a questo e da Ca, da C, da M*a e da XJB a quello. Vediamo intanto quale de' due poeti ne sia il vero autore. Quanto al primo sonetto , certamente si deve preferire l' au- torità di un codice del secolo xnr a quella di un codice di due * Nel canzoniere di Guido Cavalcanti si trova soltanto: coraggio per cuore e maggio per maggiore. In quello dell* Orlandi si trova invece: soneraggio^ tesaggio, maggio, saccia, notrica ed altre di simili parole. Vedi cod. Ca e Vb» passim. * Cod. Va, e. 126 1?. ' Cod. Ca, e. 115 tj. * Cod. Va, e. 147 r. ex INTRODUZIONE — CAPITOLO IV secoli dopo. Ma perchè non rimanga nessun dubbio su V esatta attribuzione del Ga, facciamo notare che quel sonetto per quanto troTÌ riscontro nella fraseologia usata da Gino, altrettanto si discosta dalla forma propria del Gavalcanti. Il sonetto, secondo la lezione del Ga (e. 48), è il seguente: Li atti uostri leggiadri e '1 bel diporto e 1 fin piacer e la nova beliate fanno sentir al cor dolce conforto, allor che per la mente mi passate. Ma riman tal eh' è aie peggio che morto poi, quando sdegnosa ui n* andate; e, s'io son ben della chagione accorto, è sol per lo desio eh* ellui trovate. Lo qual[e] non si può sen9a la vita da me partire bello [ben lo] sapete omai : forse però u' agrada mia finita. Ma io ne uo' morire an9Ì che mai faccia dal chor, quanto vive, partita, che di guisa coiai pria T acquistai. Or bene, le lodi che Gino fa della sua donna in questo sonetto, si trovano ripetute, spesso con le stesse parole, in parecchi luoghi delle altre sue rime. Ed ora, per esempio, di lei esalta V angelico diporto , nobil ndgli atti, umil ne^sembiafUi, aggiungendo che ella è : vita e conforto gioia e dilecio a chi le sia d' accanii ; * ed ora, quasi fondendo insieme i due primi versi del trascritto sonetto, dice: negli atti sì gentil piacere avete.* Tanta rispondenza tra il sonetto contestato e quelli di Gino e il non trovare mai in tutto il canzoniere di Guido usate le * Cod. Ca, e. 117. * Cod. Ca, e. 117 r. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALO. CXI • parole cUti, diporto ci persuadono maggiormente a ritenere come esatta la rubrica di Ca. Per ciò poi che riguarda il sonetto 42 , non è neppur dif- ficile il provare che anch' esso è di Gino e non di Guido. Pre- scindendo che il solo B l'attribuisce al Cavalcanti, mentre il Ca, il C, l'M*a e l'UB lo assegnano a Cino, basta paragonare quel sonetto alle altre poesie di que'due rimatori, per deci- dere a quale de' due si debba ascrivere. Ecco intanto il sonetto, secondo la lezione di Ca (e. 88): Madonna, la beltà uostra infollio si li miei occhi, che menar lo chore a la battagla oue Tancise amore, che del nostro piacere armato uscio. Sicché nel primo assalto Tassalìo, poi entrò nella mente e fu singnore, e prese Talma che fuggia di fuore piangendo per dolor che ne sentio. Però vedete che uostra beltate mosse la follia ond'è '1 chor morto, ed a me ne chonuien chiamar pietate Non per campar, ma per aver conforto ne la morte crudel, che far mi fate; ed o ragion se non uincesse il torto. Anzitutto osserviamo che la parola madonna tanto frequente nelle rime di Cino, non si rinviene mai ne' sonetti di Guido, ne' quali è sostituita costantemente dalla parola donna; e poi la nuova idea di follia è propria di Cino e non di Guido. Di- fatti, mentre non trova nessun riscontro nelle poesie di que- st' ultimo , in parecchi luoghi del canzoniere dell' altro si parla di follia e di folleggiare per causa d'amore. Così in una can- zone^ dice: ma se non vi calesse di mie follie per tanto di stare il nostro cor disdengnoso, che questo amor che allotta vi furai, per se stesso m* uccide . . . * Cod. Ca, e. 44. CXir INTRODUZIONE — CAPITOLO IV E poi nella licenza: lasciatemi andar lasso, che a finir mia graye99a fo con la morte uolentier battalgla. Vedete ben ched i^non ho possan9a: dunque il mio folleggiare piacciaui perdonare, non per ragion, ma vincavi pietan9a. Anche qui, come si vede; il poeta implora la pietà della donna amata, non per campare ma per aver conforto nella bat- taglia che volentieri fa con la morte. Scartiamo adunque dal canzoniere di Guido Cavalcanti in- sieme col sonetto 31 anche il 41 e il 42, i quali due ultimi furono già stampati sotto il nome del loro legittimo autore.* Non s' incontrano maggiori difficoltà nel voler determinare la pertinenza della ballata 15*. Essa è data dal Ca al Caval- canti, e dal Pe, dal Va e dall' UB all'Alighieri. Qui, come si vede, il Va (non si tiene, per le ragioni addotte altrove, nessun conto dell'UE) sta in compagnia di un codice della fine del secolo xiii, qual è il Pe, e il Ca, che è del xiv, si trova solo, senz'altro appoggio che la rubrica molto più particola- reggiata Guido a Dante alleghieri. Ma bisogna ricordare che la lezione del Va è identica a quella del Pe, riproducendone gli errori, e financo l'ortografia. Nella sola rubrica c'è un po' di differenza, perchè nel Pe è composta delle parole: Dant^ d! alaghieri da Firenze^ e nel Va solo del nome Dante. Possiamo perciò giustamente supporre che il menante del Va, per quella ballata, si sia servito o del Pe o di una riproduzione di esso; onde, mettendo da parte il Va, vediamo se il Pe, benché della fine del secolo xiii, meriti piena fede, e se debba preferirsi al Ca. Dalla descrizione che facemmo del Pe risulta che esso non fu esemplato da mano fiorentina. Guido Cavalcanti non vi è mai nominato, e parrebbe che non fosse neppur conosciuto, * Vedi Rime di Gino da Pistoia pubblicate dal Carducci (Firenze, Bar- bèra, 1862) pag. 28 e 35, e Poeti del primo secolo della lingua italiana (Firenze, 1816) pag. 270. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXUI o almeno non creduto degno della ballata Fresca rosa novèlla, la cui stessa rubrìca forse contribuì a generare lo scambio. Questa nostra congettura non dovrà sembrare strana, se si pensa che ne' codici spesso si trova il nome di Guido segnato con la semplice iniziale, per la qual cosa potrebbe anche essere che la rubrìca di detta ballata portasse la formula se- guente: G. a Dante Alighieri; e in questo caso ben si vede come un copista non fiorentino abbia potuto credere che V au- tore del componimento fosse stato Dante, onde tralasciò il G. a, non avendo per lui nessun significato. Ma, abbandonando il campo delle ipotesi, rìcordiamo che il Ca offre nella ballata una lezione senza gli errorì che si trovano in quella del Pe, cosic- ché possiamo a buon drìtto argomentare che il Ca , per quella ballata, deve aver rìprodotto un esemplare più antico e più genuino dello stesso Pe, e quindi col Ca assegniamo la detta ballata al Cavalcanti e non alPAlighierì. Questa nostra opinione viene pure confortata da altre ra- gioni, che ci offi*e Pesame del contenuto e della forma di quel componimento. Difatti il poeta dice: Fresca rosa novella, piacente Primavera, per prata e per riaera ghaiamente cantando, nostro fin pregio mando a la uerdura. E seguita nelle altre tre strofe a far le lodi della sua donna, ed invita tutte le creature, e financo gli uccelli, a cantare la pregiata altezza di lei. Or chi mai sarà cotesta piacente Pri-^ inavera? E forse messa lì quella parola come una semplice figura retorica, o inTece indica il nome della donna amata dal poeta, cui egli rìvolge il suo canto? Se Guido Cavalcanti, a differenza degli altrì poeti del suo tempo e di poi, fa poco intravedere ne' suoi erotici versi chi fosse stata la donna del suo cuore, ce ne avverte Dante, il quale, nel grazioso libretto eh' è la Vita Nuova , con grande ingenuità ci fa sapere che il 8 CXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO IV nome della donna del primo suo amico era Giovanna, e die costei era di famosa hdtade ; e poi soggiunge : secondo che altri crede ^ imposto Vera nome di Primavera e così era chia- mata.^ Or bene, questo passo della Vita Nicova basta a scio- gliere il nodo: la piacente Primavera non è una figura retorica, ma il soprannome della donna amata dal nostro Guido, e quindi non può attribuirsi che a lui la ballata in quistione. La quale, se pur non ci fosse la testimonianza suddetta e l'autorità del codice Ca, non potrebbe che attribuirsi al Caval- canti, giacché, paragonandola con le altre sue rime, ci si trova la stessa semplicità , la stessa naturalezza che in queste. E poi Guido, nel celebrare che fa in esse i pregi della sua donna, sempre la esalta sopra tutte le cose create, e prega le altre donne di farle onore, qual più può, essendo la mi- gliore tra tutte, e dice che ha in sé li fiori e la verdura , che nessuno potrebbe contar la sua piacenza : ' pensieri tutti che si trovano anche nella ballata Fresca rosa novella. Le cinque canzoni contestate sono quelle segnate di nu- mero 3, 7, 9, 10 e 11. La 3* è attribuita da C a Piero di Dante Alighieri; da Lf, a Dante; e da MM ed Re, a Guido. Per convincerci dell'errata attribuzione che ne fanno Re ed M*d, basta osservare che vi si parla delle dispute tra papa Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro, avvenute, come ognun sa, quando il Cavalcanti era già morto. Se poi sia da attri- buirsi a Dante o a Piero suo figlio, ciò non tocca a noi di vedere ; ricordiamo soltanto , per giovarsene chi abbia in mente di lavorare intorno alle rime apocrife di Dante , che il C riporta quella canzone con la seguente rubrica: « Canzone di messer Piero di Dante Alighieri per P. P.* Giovanni XXII ».' Quanto poi alle altre quattro, tutte e quattro sono attribuite a Cino dal Ca, e dall' M'a a Guido, con la giunta che la 7' e la 9' sono anche assegnate a Cino, la prima da M*c, e la seconda ' Vita Nuova, § xxiv. ■ Vedi più oltre le Rime di Guido Cavalcanti, passim. • Il Fraticelli la pubblicò col nome di Piero, ma non sappiamo di qual co- dice si servisse. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXV da Va, che riporta la 11* anonima. Il codice M*a fu scritto, come fu detto altrove, da un veneziano, da Antonio Isidoro Mezzabarba, nel 1509. Costui avverte che copiò il libretto di sua propria mano, ntdla mtdando ovvero aggiungendo di quello che in antiquissimi libri trovò scritto ; ma però aggiunge di suo note marginali non sempre esatte, e spesso fu tratto in errore quando volle attribuire a qualche autore qualche componimento che si trovava anonimo nel suo esemplare. Così gli avvenne per le dette canzoni che dà come di Guido Cavalcanti, sol perchè le trovò immediatamente dopo a Donna mi prega e all' altra Io non pensava che lo cor giammai , sulla prima delle quali è scritto il nome del nostro poeta. Forse contribuì al- l' errore del Mezzabarba anche l'aver egli letto, non saprei dove, la falsa indicazione che l'altra canzone VaUavirtìi che si ritrasse al cielo (eh' è in mezzo alla 7* e alla 9*) fosse stata scritta a Guido Novello da Guido Cavalcanti. Trovando adunque il nome di costui in principio della canzone Donna mi prega ^ vedendo che delle canzoni, che a questa tenevan dietro, una del mezzo era anche attribuita allo stesso poeta, si persuase che tutte fossero di lui. Ma quanto sia sbagliata la notizia che si riferisce alla canzone L'alta virtù che si ritrasse al delo^ e come questa canzone non possa in verun modo assegnarsi al Cavalcanti, lo vedremo più giù. Per ora ci basta di aver fatto osservare l'inganno del Mezzabarba nell' attribuire a Guido ciò che l'esemplare, da cui copiò il suo, portava come anonimo, e che altri codici (Ca, M*c, Va) assegnano invece a Cino.* Se in qualche modo possiamo, come s'è visto, renderci ragione degli errori in cui s'incorse nell' attribuire questa o quella poesia di Guido Cavalcanti a Guido Orlandi, e viceversa; se non ci sorprende il trovare sostituito al nome del Caval- canti quello dell'Alighieri, e il suo a quello di Cino da Pi- * Si trovano già tra le rime di Gino, pubblicate dal Carducci, le canzoni; L'alta speranza che mi reca Amore ^ Perchè nel tempo rio e L'alta mrfCt che si ritrasse al cielo (vedi ediz. cit., pag. 24 seg., 74, 121); e in Poeti del prim,o secolo della lingua italiana (ediz. cit., II, 291): Tanta paura m* è giunta d' amjore. CXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO IV stola; se, insomma, non ci fa gran meraviglia lo scambio avvenuto tra rime di poeti anonimi o semplicemente contem- poranei, appartenenti a que^ primi secoli della nostra lettera- tura quando regnava in arte tanto di convenzionalismo da durare fatica pur oggi a voler determinare i caratteri distin- tivi de' nostri primi rimatori; non possiamo in alcun modo persuaderci come un tale scambio si fosse potuto avverare tra poeti differenti di età, di nome e d'ingegno. Con ciò vogliamo alludere alla frottola Crvarda ben dico gimrda ben ti guarda^ la quale, pubblicata nel 1661 dall' Allacci sotto il nome di messer Antonio Buffone, veniva nel 1813 ristampata dal Cic- ciaporci sotto quello di Guido Cavalcanti. Né que'due racco- glitori battezzarono a capriccio quella poesia, ma furono fedeli ai manoscritti, da cui ciascuno di essi la tolse. Difatti noi la troviamo in cinque codici, de' quali tre (La, Mb, Mg) l'attri- buiscono al poeta del xv secolo, e due (Lg, Lh) al nostro Guido. La semplice descrizione che facemmo di detti codici, basta -a far comprendere la poca importanza che hanno i due ultimi rispetto ai tre primi. Anzitutto questi sono anteriori a quelli,^ e riportano insieme con la frottola altre poesie dello stesso autore; laddove quelli sono della fine del secolo xv, e la frottola vi si trova aggiunta per caso o per capriccio in prin- cipio o in fine del volume nelle carte rimaste in bianco. Già il veder comparire la frottola soltanto in codici della seconda metà del detto secolo, e prima sotto il nome di un solo au- tore e più tardi sotto quello del nostro Guido , e il trovare che il primo autore apparteneya appunto alla prima metà del se- colo stesso, ci persuade a credere che dev'essere stata opera di costui. Se poi Lg ed Lh hanno su la frottola la semplice ru- brica : di Guido chavalchanti o di guido cavalcanti ftolosofo soma senz'altro; La, Mb ed Mg, che sono di età più prossima al vero autore, segnano le qualità di costui, e dicono financo da che fu spinto a fare quel componimento. Così La dice : Froctola dd dodo messer A. araldo ; Mg : frottola fatta per Messer Antonjo * Vedi al Capitolo II, pag. xxxvii, xl, xlvii, xlix. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXVH araldo de signor) dj Firenze \ ed Mb: Frottola di Antonio Buffone fatta per molte cagioni che vedea per Firenze. In quest^ ultimo codice, oltre la frottola, si leggono molte altre poesie del Buffone, le quali sono quelle che in La portano il nome di Antonio Araldo, sicché Antonio Araldo e Antonio Buffone for- mano una persona sola e non due. L^ araldo e il buffone sono qualità, come lo spiegano le giunte che si trovano in La: araldo dd popolo fiorentino o dèlia signorja di firenze; il vero cognome di messer Antonio è di Meglio o di Maglio} Ora le altre poesie che si conoscono di costui, ci offrono T occasione di poterci piena- mente convincere che la frottola è sua. Al nostro Guido non può appartenere di certo: sarebbe anzitutto un fatto isolato, che non troverebbe riscontro nel poetare de' suoi contempo- ranei; e poi nella frottola in quistione si parla àel Pecorone là dove dice: Studia nel Pecorone Chi tiene opinione d* esser saggio;' e ognun sa che il Pecorone fu cominciato nel 1378, cioè quasi 78 anni dopo la morte del Cavalcanti. Di più, vi si fa allu- sione a fazioni pisane nel verso El nome d^ Raspanti è di spavento^ e noi sappiamo per testimonianza di Giovanni Vil- lani' che le fazioni de' Raspanti e de'Bergolini sorsero nella prima metà del secolo xiv. D'altronde, Guido avea bisogno di citare le fazioni di Pisa, quando ce n'eran tante nella sua Firenze? Finalmente la frottola è pregna di reminiscenze clas- siche: vi si ricorda il btum tempio di Giano e Fabrizio e Grasso e la bassezza in cui è caduta Roma: cose tutte di cui non si ' n Crescimbeni {Storia della Volgare Poesia, Venezia, voi. IV, lib. I, pag. 28 seg.) scrìve cosi: « Antonio Buffone di cui si veggono vane Rime nella raccolta del* r Allacci, dalle quali si cava che fiorìa in tempo d*Eugenio IV, ò lo stesso che An- tonio di Matteo di Maglio che fu Buffone della Signoria di Firenze come apparisce dalla Strozziana ove sono sue Rime. Nella librerìa di S. Lorenzo , in cui si trovano parìmente sue Rime, chiamasi Antonio Araldo della Signoria di Firenze». * Nel citar versi di questa frottola, ci serviamo della edizione fiorentina del 1813, che la riporta a pag. 33 segg. * Q. Villani, Cronaca , lib. zìi, cap. 120. 1 CXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO IV ha il minimo cemio nelle rime di Guido. Al contraria, in quelle di Antonio di Meglio, araldo o buffone della Signoria di Firenze, oltreché esse hanno tutte il carattere morale e sentenzioso della detta frottola, vi si parla àelValta Ro7nu e di Cartagine, di Mario e di Siila, del btion Luzio Bruto ^ di Orazio Coclite, di Muzio, di Curzio, de' Deci e de'Fabi, di Metello e di Fabrizio , e che so io ; e poi vi si fa anche cenno delle discordie de' cittadini di Pisa, e vi si nominano i capi dei Bergolini, come si vede ne' versi seguenti: Po ne' miei dì per division far segno De Gambacorti, Agnel da Pian di Duca Dove condotti son dir non bisogna: il che si accorda col verso della frottola M nome d^ Raspanti è di spavento^ perchè parrebbe che di que' tempi i Raspanti riuscissero a portar vittoria su la parte avversaria, la quale, come dice il Villani nel citato luogo, era riuscita a farsi si- gnora della città nel 24 di dicembre del 1347/ A tanta corrispondenza di contenuto tra la frottola e le altre rime di Antonio di Meglio si aggiunge quella della forma, la quale alle volte si riproduce con le stesse parole, e si tro- vano financo degl'interi versi simili. Così, per esempio, nella citata canzone è d^tto: Spengasi el murmurar dé^ stissurroni^ e nella frottola: Ma troppo e smsurron malvagi trtfovo;* e il verso di questa ultima: Saggio pur soggiace alla ragione è quasi lo stesso che: E saggio è quel cKalla ragion subiace del sonetto Fótte chi falla per V altrui fallire? Credo che ciò basti per essere persuasi che la frottola è roba di messer Antonio, e non del nostro Guido. Ma tutte le altre rime, che rimangono esclusivamente sotto il nome del Cavalcanti, possono ritenersi come sue? Conside- 1 Vedi in La (e. 82-84) tra le altre rime del di Meglio la canzone: Poiché lieta fortuna el del sovente fatta « in ammaestramento de suo' cipt al govno ». ' Neirediz. fior, del 1813 sta: Ma troppi musomon^ secondo la lezione di di Lg ed Lh, ch'ò evidentemente viziata. ' Cod. La, e. 84 v; e Raccolta dell' Allacci, pag. 15. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXIX rando che parecchie di esse sono riportate da uno o due codici soltanto, di età molto posteriore a quella del nostro Guido, non possiamo per ora definire una tale quistione. Quando altri illustrerà tutti i canzonieri italiani che si trovano sparsi nelle nostre biblioteche, quando per ima tale proficua e ne- cessaria pubblicazione si conoscerà il contenuto di ciascuno di essi, allora si potrà dare un esatto giudizio/ Per ora ci pare opportuno di stampare sotto il nome di Guido Cavalcanti tutte quelle poesie che si trovano attribuite a lui esclusiva- mente, sia pure da un codice solo e di età più o meno lon- tana da quella dell'autore, purché però esse poesie non ab- biano tali caratteri di apocrifia, da doverle scartare fin da ora dal canzoniere di Guido. Quindi noi ci restringiamo a fare un secondo esame, a vedere cioè quali tra esse, benché ripor- tate da uno o più codici sotto il nome del Cavalcanti, non debbano ritenersi per sue, non consentendolo il contenuto e la forma degli stessi componimenti. Quanto ai sonetti confessiamo di avere de' dubbi su la pa- ternità di qualcuno di essi ; ma non ci è dato di ricavare dal loro esame nessuna prova decisiva. I nostri dubbi sono spe- cialmente pe' sonetti 32, 33 e 40 (Tav. II; a). Il sonetto 32° si trova nel Va e nell'UE con la rubrica che conosciamo: Questo sonetto fu dato a Guido oriundi di firenze et non seppe chi li le mandasse^ senonchè si pensò per le precedenti, pare che fosse guido cavalcanti. Ora, come si vede, anche la stessa ru- brica si esprime in forma dubitativa, né poi ci fa intendere quali siano le precedenti^ per cui si fu indotti a poter rite- nere il Cavalcanti autore di quel componimento. Bisogna poi avvertire che il 33° si trova stampato in Eime di Cina da Pistoia (ediz. cit., pag. 67), il che fa supporre che altri co- dici debbano riportarlo sotto il nome di questo poeta. Quando altri si accingerà a fare un' edizione critica delle poesie di Cine (e speriamo che un tale lavoro venga presto alla luce), potrà * Siamo lieti che 8Ì sia costituita, sotto la direzione del Prof. Bartoli, una società di studiosi, nell'intento di mettere insieme un Indice completo de^mss. italiani della Biblioteca Nazionale di Firenze. €XX INTRODUZIONE — CAPITOLO IV decìdere la quistione. Però dobbiamo dire che de^ manoscritti di Gino da noi esaminati nessuno riporta il detto sonetto, il quale, come si vede dalla Tay. II, da cinque codici è attri- buito al Cavalcanti. Finalmente il sonetto 40°, come fa avver- tito nel I capitolo, si trova già stampato dal Carbone come di Guido, e dal Witte come di Dante. Il Carbone lo trasse dal codice UB, il quale ha in conferma il Va; il Witte poi Io tolse dal codice 445 della Capitolare di Verona, nel quale si trova sotto il nome di Dante. Parrebbe però che quel mano- scritto non fosse di molta fede. « De' ventitré sonetti (son pa- role dello stesso Witte) che questo codice attribuisce al nostro poeta, uno solo. Io mi credea dd tutto esser partito^ è da tutti riconosciuto per genuino. Uno, Degli occhi belli di questa mia donna ^ in altri testi corre sotto il nome di Dante da Maiano^ due altrove si dicono di Guido Cavalcanti, e non meno di 18 di Cino da Pistoia >.* Da tutto ciò parrebbe adunque che il codice veronese non fosse da preferirsi né al Va né all'UB, onde noi stampiamo il sonetto sotto il nome di Guido Caval- canti. Tra le ballate poi ce ne son due (11 e 12), le quali danno luogo a minori incertezze nel volerne determinare la vera pa- ternità. Se si paragonano queste con le altre ballate di Guido, si trovano di gran lunga inferiori. La prima, composta soltanto della ripresa e di una sola stanza di voUa^ comincia con un concettuzzo lambiccato, dicendo il poeta ch'ei vede donne insieme con la sua donna, le quali non sembrano donne, ma solamente T ombra di costei. E poi la stanza di voUa ne' suoi sette versi non presenta alcun concetto compiuto e determi- nato; anzi si salta da un pensiero all'altro, senza nessun le- game, e senza che possiamo formarci una chiara idea di ciò ch'era in mente dell'autore. La seconda poi é in tale forma contorta, da non riuscirci d'indovinarne il significato, ed ha delle parole (per esempio: dischesta^ chalglà) le quali non si trovano in nessun' altra poesia di Guido. Ora si domanda: è * Vedi Jahrb, der deutschen Dante- GesellscJiaft, yoI. HI, pag. 300. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXI possibile che l'autore della ballatetta PercKio non spero di tornar giammai e delle altre In un boschetto trova' pasturella ed Era in pensier d'amor quando trovai^ abbia potuto comporre anche le due citate? A noi parrebbe di no; tanto più chele dette due ballate non riportate da La ed Lb, che pur ripor- tano tutte le altre, nel Ca vi si trovano con la rubrica: Guido de cavalcanti et Iacopo^ il quale et primitivamente deve sen2» dubbio essere stato scritto altrimenti, forse o; perchè non si può supporre che quella tale poesia rubricata in quel modo fosse stata composta da due autori, come se si trattasse di un lavoro di compilazione o di altro, che richiegga P opera di più individui. Probabilmente adunque quelle due ballate furono opera di Iacopo Cavalcanti, fratello di Guido, e solo più tardi attribuite per isbaglio a costui, e tanto più facilmente in quanto che il nome del fratello fu ben presto oscurato dalla sua fama. Se si poterono scambiare poesie di Guido Orlandi con quelle di Guido Cavalcanti per causa dell' omonomia, più facilmente si sarà potuto incorrere nell'errore tra due dello stesso cognome e della stessa famiglia. Se si avessero di Iacopo tutte le rime ch'ei scrisse, forse si avrebbe modo di vedere de' riscontri tra esse e le due ballate, da togliere ogni dubbio su la vera paternità di queste. Ma di Iacopo conosciamo solo tre sonetti, dall'esame de' quali, perchè troppo pochi, non si può trarre nessuna conseguenza. Senonchè, la povertà che abbiamo delle rime di Iacopo, il quale certamente non deve avere scritto soltanto tre sonetti, c'induce a sospettare vieppiù che alcune delle sue poesie debbano essere state confase con quelle di Guido. Chi sa, quindi, se anche qualcuna delle peg- giori tra le ballate che ne' codici a noi noti si trovano esclu- sivamente sotto il nome di Guido, non sia roba del fratello? Noi ne temiamo forte, perchè in verità alcune tra esse sono tanto rozze e disadorne, da formare una stonatura in mezzo alle altre, che rivelano nel loro autore grande ingegno e fine conoscenza d'arte. Comunque sia, non potendo per ora con- validare con altre ragioni di fatto le nostre congetture, nella speranza che la scoperta di qualche nuovo codice venga a dar CXXII INTRODUZIONE — CAPITOLO IV luce intomo a questo punto, ci restringiamo a dichiarare apo- crife soltanto le due ballate 11 e 12, per essere, se non altro, messa in dubbio la loro paternità dagli stessi manoscritti. Tra le canzoni ce ne sono ancora altre quattro, che ri- chiamano la nostra attenzione. Sono quelle segnate de' nu- meri 4, 5, 6 ed 8. La prima (riportata sotto il nome del Ca- valcanti da Vb ed Re, e come tale pubblicata dal Cicciaporci che la trasse dall'ultimo de' due manoscritti),* se pur non fosse stata per autorità di codici restituita dal Carducci a Fazio degli liberti,' non potrebbe mai ritenersi come cosa del nostro poeta. Difatti, mettendo da parte la grande diversità di stile eh' è tra le rime del Cavalcanti e quello di detta canzone, la licenza di questa si chiude co' seguenti versi: E poi con voce pia Dirai che poco men son che mendico E non poss' esser di me stesso amico; e noi sappiamo per testimonianza del Boccaccio che Guido fu nobile cavaliere e ricchissimo.' Le due canzoni seguenti (5* e 6*) si trovano soltanto in Re ; il quale codice certamente non ci deve ispirare troppa fiducia, avendolo finora colto in fallo due volte. Veramente la 5* non porta nessuna rubrica, nep- pure le parole Dd detto ^ onde il trascrittore del codice è so- lito di segnare i componimenti di uno stesso poeta; i quali seguono dopo il primo, eh' è, ordinariamente, il solo munito del nome dell'autore. Però il trovare la 5* canzone immedia- tamente dopo la 3% che, come vedemmo, da questo codice è attribuita al nostro Guido; il vedere, immediatamente dopo essa, rubricate con le parole Del detto così la canzone 6* come la ballata Io prego voi che di dolor parlate; il seguire dopo questa la canzone Poscia eh' i' ò perdvto ogni speranza col titolo: * Vedi ediz. fior, del 1813, pag. 42 segg. * Vedi Rime di Gino da Pistoia (ediz. cit.), pag. 302 segg. — Siamo lieti di potere annunziare che il dott. Rodolfo Renìer sta preparando una edizione critica delle rime di Fazio degli liberti. * Vedi il Decamerone^ vi, 9. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXIII Canzona di Sennucdo; tutto questo c'induce a credere che anche la canzone h" sia a Guido attribuita, e che solo a di- menticanza del. copista si debba attribuire la mancanza delle parole Dd detto ; tanto più che una tale mancanza si osserva parimente nel sonetto Veder poteste quando vi scontrai (e. 123), eh' è del Cavalcanti , e che nel codice Re si trova tra gli altri a costui assegnati. Ma benché la detta canzone sia da Re data al nostro Guido, e benché essa non se ne mostri indegna, pure non osiamo di porla nel suo canzoniere su l'autorità soltanto di quel codice che, quanto ad attribuzioni, in verità è poco esatto/ Difatti, anche la canzone 6* non può ritenersi del Cavalcanti. Essa è un'invettiva contro i corrotti costumi del tempo: il poeta, ricordando le virtù degli antichi e i vizi de' suoi contemporanei, si rivolge a Dio, e gli dice: primo amore immobile che movi Il tutto et che governi sì che *1 moto È regolato sol da tua possanza, Alquanto piega gli occhi a questi novi Effetti che produce il mondo voto D'ogni virtnte et d*ogni buona usanza, Et vedrai la bilanza Che porta la virtù che ha il volto d*oro Nemica di coloro Che la dovriano amar come sua sposa, Et questa degna cosa Alzar et tignir cara più che vita, Però che Ve unita A te, et a te vien, et in te luce Come nel sol il raggio che più luce. E seguita a dipingere co' più neri colori i difetti degli uomini: essi, secondo il poeta, vivono senza ragione e fede; vestono il lupo d' agnellina pelle ^ per raggiungere meglio i loro pravi intenti, e chiude il quadro dicendo: eterno mettere, Perchè non drizzi gli occhi al minor mondo * Vedi al Capitolo II, pag. xliv. CXXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO IV Come tu fai al tondo Cerchio di fissi e de nobili lumi : Non vedi che fiumi Et mar e gli animali et cielo et terra Osservan senza guerra El corso che concesso gli ha natura; Et ciò non fa Thamana creatura? E qui si fa a parlare delle virtù degli antichi, e tocca d'Italia, di Grecia, dell'intera Europa, e deplora che oramai mancha la final salvie, che d^ haver d btum^ e che invece altra brama affanna gli appetiti moderni. Anche mettendo da parte le differenze di stile e di lingua, che esistono tra la detta canzone e le rime del Cavalcanti, osserviamo che questi non ci si mostra mai durante la sua vita come predicatore di morale, né mai nelle sue poesie no- mina Italia, Grecia, Europa e che so io. Una fu la corda della sua lira: quella dell'amore; e non riconobbe altro dio che questo. L'ultima canzone, cioè l'8% si trova soltanto in M^a, il quale manoscritto neppure gode la nostra fiducia, perchè, come vedemmo antecedentemente, attribuiva al nostro Guido altre quattro canzoni (7, 9, 10, 11), che dimostrammo appartenere a Gino. Ed anche sotto il nome di costui si trova stampata la detta canzone 8', ma non so da quali codici sia stata tratta.^ Comunque sia, di Guido non può esser mai, perchè vi si parla della morte di un Enrico imperatore di cui si fanno le lodi: e il « magnifico prence », il « signore senza pari », il « Cesare invitto » non può essere altri che Enrico VII calato in Italia nel settembre del 1310 e morto a Buonconvento l'agosto del 1313, date di molto posteriori alla morte del Cavalcanti. Facemmo già osservare da che fu tratto in inganno il Mezza- barba, menante del codice M^a, nell' attribuire a Ghiìdo roba altrui. * Vedi Rime di Cino da Pistoia (ediz. cìt.), pag. 121 segg. — In nota a pag. 124 ò scritto soltanto: «Corretta su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante». RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXV E qui è il caso oramai di parlare delle altre canzoni che il Cicciaporci stampò tra le rime del Cavalcanti, perchè an- ch^ ei fu tratto in inganno da una causa presso a poco simile a quella che fece errare il Mezzabarba. Come dicemmo fin da principio, l'edizione fiorentina del 1813, oltre alle canzoni Donna mi prega e Io non pensava che lo chor giamai^ ne con- tiene altre undici, delle quali una sola, quella cioè segnata di numero 4, figura nella Tav. II; e già mostrammo come questa non è da attribuirsi al Cavalcanti, e dicemmo che già è stata dal Carducci restituita a Fazio degli liberti. Le altre dieci canzoni non figurano nella detta Tavola, perchè nel codice M*e, da cui lo stesso Cicciaporci dichiara di averne tratte otto,^ queste non portano punto il nome del nostro Guido; le altre due poi ei le tolse da un manoscritto a noi ignoto, ed allora appartenente a Leopoldo Ferroni. Ora fu appunto il Ciccia- porci che vide il nome di Guido scritto là dove non era scritto, nell^ ansia che avea di accrescere il volume delle rime del suo antenato. Il codice M*e è troppo chiaro per non essere ben capito. Rimandando il lettore alla particolareggiata descrizione che facemmo di quel manoscritto, ricordiamo soltanto il modo tenuto dal trascrittore Contareni nel rubricarlo. Notammo, adunque, che in M^e il nome d^ogni autore, al quale si riferi- scono più canzoni, si trova costantemente soltanto in capo alla prima, seguendo a questa le altre con semplice numero pro- gressivo espresso in cifre romane. Notammo ancora che a e. 37 dopo la rubrica: Canzon dd famosissimo poeta Guido di cha- valcantis sopra Lamore e dopo la canzone Donna mi prega ne seguono altre dodici (e. 38-57) non pure senza nessuno altro titolo, ma ancora senza numerazione alcuna; sì che, in luogo dell'uno e dell'altra, tra le singole canzoni è uno spazio in bianco, in cui appunto il Cicciaporci lesse de' nomi che non vi furon mai scritti. Ora avvenne al Cicciaporci ciò ch'era avvenuto al Mezzabarba. Trovando egli, al principio di dette canzoni Donna mi prega con sopra il nome del Cavalcanti, e * Vedi il Cicciaporci, pag. 147. CXXVI INTRODUZIONE — CAPITOLO IV trovando che la terz' ultima canzone Io non pensava che lo chor giamai era pure di costui, credette in buona fede che anche le altre otto fossero del suo antenato, e fu lieto di stamparle sotto il suo nome, tanto più che in una scheda a stampa, che si trova in principio del codice e che contiene l'indice degli autori e delle rispettive poesie , le dette canzoni portano la rubrica: Guido Cavalcanti. Scartò la 1*, la 2* e la 6*,* perchè troppo apertamente di altro autore. Difatti la 2' e la 6* sono le due della Tav. II che portano i numeri 8 e 3, e che già abbiamo visto non potersi attribuire a Guido; e la 1* Virtù che 7 del movesti a sì bel punto, perchè fatta in lode (e forse dal medesimo autore che poi ne cantò l'epicedio) di un im- peratore che sarà stato lo stesso Enrico VII.' Ma appunto questo fatto, di essersi cioè avveduto che le due prime can- zoni dopo Donna mi prega non erano del Cavalcanti, dovea, se non altro , indurre il Cicciaporci a dubitare che neppure le altre otto, anch'esse senza titolo e senza numero progressivo, non dovessero appartenere a Guido. E se egli avesse esami- nato seriamente que' componimenti, se non si fosse troppo inebriato di entusiasmo come per rara scoperta; avrebbe di leggieri visto che quelle poesie non si potrebbero , senza offen- dere il buon senso, attribuire al suo illustre antenato. Difatti nessuna di esse ha, quanto alla forma, nulla che ritragga del linguaggio poetico usato da Guido; al contrario, mostrano tutte di essere state scritte in tempi posteriori al secolo xm. La sola canzone Naturalmente ogni animale ha vita noi troviamo * Vedi al Capitolo II, pag. lxi segg. * Questa canzone è il più fervido panegirico che si possa fare. Vi son dette tutte le virtù del principe, secondo la divisione che delle virtù fa Dante nel Convito (tratt. iv, cap. 17, p. 469 dell' edìz. Le Mounier del 1875) nel commento alla canzone in sulla Nobiltà. E quindi vi si parla , separatamente in altrettante strofe, della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza, della liberalità, della magnificenza, della magnanimità, dell'amativa d'onore, deirumilta, deir affabilità, della verità e della giocondità o entrapelia, come la chiama T Ali- ghieri. Questa rispondenza tra la divisione delle virtù fatta da Dante nel Convito e quella che si trova in detta canzone, farebbe sospettare che questa fosse opera di lui. Ma se a Dante o a Gino o ad altri appartenga non appartiene a noi di determinare. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXVII sotto il nome di Gino da Pistoia ne' codici C, Mh ed UB; delle altre sette non ci fu dato di rinvenirne alcuna in altro manoscritto. Ma lasciando a chi lavorerà intorno a quel poeta di decidere se quella canzone sia da attribuire veramente a Gino, noi ripetiamo che né quella né le altre sette possono in nessun modo tenersi per opera del Gavalcanti : e ciò non solo perché non le troviamo a lui attribuite da alcun codice, non solo per la grandissima differenza di lingua e di stile che corre tra esse e le rime del nostro poeta; ma ancora per la natura diversa del contenuto. Intorno a ciò ognuno potrà da sé giu- dicarne, paragonando le otto canzoni a ciascuna delle poesie del Gavalcanti. Da un tale esame risulterà che chi scrisse Donna mi prega si servì di un vocabolario non troppo ricco e affatto speciale. Guido non si perita di ripeter più volte la stessa parola; anzi certe parole sono per lui quasi sacre. Egli, poeta e filosofo insieme, non ama i fiori retorici, e il suo stile, sempre limpido e castigato, é spesso interamente arido: basta dire che in tutte le sue rime invano si cerca una similitudine, di quella brevissima all' infuori, la quale si trova nella canzone Donna mi prega: Prende suo stato, si formato come Diafan dal lume, d^una oscuritate. Egli bandisce da' suoi versi i nomi mitologici ; solo, seguendo l'uso del tempo, continua anche lui a figurare Amore con l'arco e le saette: ma fa ciò con tale maestria, che quel vec- chio artifizio acquista freschezza nuova di poesia. Or bene, nessuna delle otto canzoni, che gli volle regalare il Gicciaporci , presenta cotesti caratteri. In esse , insieme con una lingua che ha poco riscontro nel vocabolario particolare del nostro Guido, si trova uno stile affatto diverso, in gene- rale fiacco, e spesso tale, da offendersene il peggiore dei nostri antichi rimatori. Basta leggere al proposito la canzone che incomincia: Poich'io penso di soffrirei E tutte poi sono * In Gicciaporci, Canz. ix, pag. 64 seg. CXXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO IV lussureggianti di figure retoriche e pregne di reminiscenze classiche e mitologiche. Così in quella : Amor perfetto di virtù infinita ^^ ch^è una delle migliori, vi si nomina la Dea ìuxta di Saturno; e basta leggerne la seguente strofa, per formarci una chiara idea dello stile pomposo dell^ autore di essa. H poeta raccomanda costanza contro i colpi di fortuna, e dice: E qiml forte rettore, a la cui nave Non fue mostrando corso amico raggio, Nudo divella in tempestate grave Per mar si procelloso, S* allegra dopo il suo dubbio viaggio, E spiegasi nel porto glorioso; Tal nelle braccia sue ognor gioioso Miri il diletto sommo in questa acceso. Molti come animai notturno offeso Dallo splendor che prima il sol ne spande Per naturai costume Fuggon contrari al suo lucente lume. Come si vede, qui una similitudine segue all^ altra, e. pare che il poeta si fosse compiaciuto della sua figura retorica, cui arrotondò ed espresse in versi altosonanti, che non sono davvero dello stampo di quelli di Guido. E fiori retorici e reminiscenze classiche e mitologiche e similitudini più o meno lunghe troviamo nelle altre sette can- zoni. Ed ora il poeta esclama: Deh se giammai un sol pensiero offenso Il vostro onore avesse AUor siccome al sol frigida bruma Tutto *1 mio sentir si confondesse.* Ed ora, cambiando i termini di paragone, dice: Ma si com'ero, cb'*n foco ò disperso Più prende luce, ed a voler s* acconta. * In CicciAPORCi, Canz. ii, pag. 44 segg. * Ibid., Canz. ni, pag. 49 segg. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXIX Infìn che al grado suo perfetto monta, Ed ivi bel perdura; Cosi nel pianto, cbe mia faccia oscura, E ne* caldi sospir crebbe il disio Finch* io fai tutto vostro e non più mio/ E nella canzone H moto il corso e V opra di fortuna leggiamo: Quando con vento e con fiume contende Assai più si difende La sottil canna, che ben piega e culla. Che dura quercia che non si dirende, E nel colpo che attende Pur dritta e ferma vuol tener la spalla, Onde si spezza, cade e *1 poter falla.' E in quella che incomincia E s'd non fosse il poco meno e 'l presso ^^ vi si trovano sparsi nomi biblici, storici e mitologici; e vi si parla di Titone ed Aurora, di Giove e Marte e della battaglia che questi sostennero contro i figli della Terra in Flegra, del gran Nabucodònosor^ di Nembroth e di Ciro, de' Troiani e di Priamo, del re Falaris, di Attila Che fu di Dio flagello^ ed anche di Ezelino. E da .ultimo, nella stramba canzone PoichHo penso di soffrire vi si nomina Apollo e il padre di Fetonte. Se il Cicciaporci avesse avuto un concetto esatto de' ca- ratteri della poesia del Cavalcanti, non gli avrebbe certamente attribuito quelle tali canzoni, le quali hanno una forma e un contenuto, che non trovano nessun riscontro nelle rime di lui. E più facilmente si sarebbe il Cicciaporci potuto accorgere del suo errore, se non avesse voluto ad ogni costo far del suo antenato un credente nella fede del Cristo. Che se il buon abate avesse avuto più coscienza e meno scrupoli; se avesse avuto delle opinioni filosofiche di Guido quel concetto che ci è dato di formarci sia dal suo canzoniere, sia da quello che * In Cicciaporci, Canz. ni, pag. 51. ' Ibid., Canz. iv, pag. 52 segg. ' Ibid., Canz. vi, pag. 57. IX CXXX INTRODUZIONE — CAPITOLO IV ne scrìssero ì contemporanei; se egli si fosse persuaso che Guido, figKo d'un epicureo, era epicureo anche lui;* se avesse posto niente che Guido, miscredente qual era, non nomina mai ne' suoi versi il nome di Dio , né vi fa mai cenno della vita d' oltretomba ; non avrebbe certamente accolto tra le rime del Cavalcanti le dette poesie, che sono in contraddizione con le opinioni filosofiche di costui, parlando esse e di Dio e de' de- stini dell' anima umana. E di questa è detto Che parte è in noi di spirito divino;^ e Dio è chiamato Amor perfetto di virtù infinita^ primo Motore ^^ alto Fattore ^^ ovvero semplicemente col nome di Dio; e finalmente qualche volta troviamo sfoggio di erudizione biblica, come là dove il poeta dice : Apostolica norma tra noi canta, In sua parola santa, Che duro ò contra stimol calcitrare.* Or chi mai potrebbe credere che il figlio di messer Ca- valcante de' Cavalcanti, colui ch'era tenuto da Dante stesso per miscredente, avesse potuto scrivere siffatte poesie, che sono, come s' è visto , altamente ortodosse ? Per tutte le esposte ragioni mettiamo adunque tra le apo- crife anche le otto canzoni, di cui si è discorso; e passiamo 'Vedi D'Ovidio, Saggi Critici (Napoli, Morano, 1879), pag. 312 e segg. Debbo qui avvertire che, contrariamente a ciò che pensavo prima (vedasi il mio articolo Guido Cavalcanti pubbl. nella Rivista Europea, 1® aprile e 16 mag- gio 1878), sono ormai indotto a credere alla miscredenza di Guido, oltreché dalle ragioni assegnate daì prof. D'Ovidio, anche da altre, che saranno da me esposte in altro lavoro che sto preparando intorno alla vita e alle rime del nostro poeta. Colgo poi questa occasione per far notare che, nel comporre i primi paragrafi di detto articolo mi giovai anche delle lezioni di letteratura italiana dettate dal prof. A. D'Ancona neirUniversità di Pisa, del quale in qualche passo usai su per giù la stessa fraseologia. * In CicciAPORci, canz. ii, pag. 45. ' Ibid., canz. ii, pag. 44. * Ibid., canz. iv, pag. 52. ' Ibid., canz. vi, pag. 58. * Ibid., canz. iv, pag. 53. RIME APOCRIFE ED AUTENTICHE DEL CAVALC. CXXXI ad esaminare le altre due, quelle cioè che il Gicciaporci tolse dal cod. Ferroni, e che hanno nel suo volume i numeri x e xi/ Del cod. Ferroni, come già avvertimmo, non abbiamo po- tuto avere alcuna notizia ; gli altri codici da noi esaminati non riportano le dette due canzoni; e benché questa sia già una prova molto valevole per infermare la loro autenticità, pure vogliamo considerarle un po' più da vicino ed analizzarle con lo stesso metodo che abbiamo tenuto finora per le altre. La canzone x è sulla Fortuna'^ la xi sulla Morte; e si parla della morte e della fortuna come potrebbe fare un teologo. Sembrano addirittura due predichette. per la quaresima, fatte da un frate timorato di Dio. La Fortuna, che qui sta come ancella ed esecutrice della divina Provvidenza, dice agli uomini: Voi vi maravigliate fortemente Quando vedete un ozioso montare, E Tuom giusto calare, Lagnandovi di Dio e di mia possa r In ciò peccate molto umana gente, Che '1 sommo Sir, che '1 mondo ebbe a creare. Non mi fa tor nò dare Cosa ad alcuno senza giusta mossa; Ma è la mente deiruom tanto grossa Che comprender non può cosa divina. E con argomenti che puzzano di breviario, si fa a dimostrare come Domineddio « tratta con giustizia » i buoni e i cattivi, e perciò esclama: Dunque gente tapina Lasciate '1 lagno che fate di Dio. E poi il poeta nel licenziare la canzone, le raccomanda che trovi «Maestro Tommaso» (forse l'Aquinate), e gli dica che lo scusi Agli uomin che son usi Di parlar cose alte e dire eroico. Che prima ò Tuom discepol che buon loico. * In Gicciaporci, Canz. iv, pag. 65 e 68. CXXXII INTRODUZIONE — CAPITOLO IV La fatta esposizione e i versi che abbiamo riportati ba- stano a farci persuasi che la canzone x, così per la forma come pel contenuto, non può tenersi per roba del Cavalcanti, del quale già conosciamo il modo di pensare e di esprimersi. L'altra canzone, l'xi, povera di stile più che l'antecedente, è un dialogo tra la morte e un giovane peccatore. La morte si presenta a costui, e gl'intima l'ultima partenza, e il pove- retto trema di paura, perde « la virtù subitamente », e poi con parola « che molto fragel nella bocca venne » , implora pietà dicendo: «Morte perdonami, or mi fa questo dono». Ma la morte sta lì ferma e dura, e non si svolge dal suo pen- siero, anzi cerca di persuadere al mal capitato che essa gli fa un bene, e lo esorta alla partenza, dicendo: tn ti togli dal partito Che prender ti convien, non esser vile. E il peccatore, a cui piacevano le bellezze di questo mondo, risponde : Morte tu se* sì oscura e tenebrosa, Che per venire al tuo pensier non truova Alcun per sua virtù tanto poterò, Guardando la tua fine paurosa, Ch' aitar lo possa né virtù né prova, Né che potenzia vaglia né sapere. Allora la morte manifesta al disgraziato che essa lo viene a trovare spesso per farlo ravvedere de' suoi errori, per ricor- dargli che tutto dovrà lasciare: parenti, amici, madre, « Fra- telli, suor, figliuoli e tutti beni » ; e conchiude dandogli i se- guenti consigli ascetici: Lascia el vedere, T udire e la spene, Lascia ogni senso e lo intelletto tutto, E ciò che umana vista qui sostiene. E il giovane peccatore, eh' è lo stesso poeta, esclama: creator di tutto T universo. Che m*hai creato e fatto a simiglianza RIME APOCRIFE ED AUTENT. DEL CAVALO. CXXXIII Deir immagine tua figura degna, Dirompi lo mio spirito perverso A pianger nella tua consideranza, Anzi che tuono a fender el cor vegna; Ponmi di contrìzion in man la insegna, E a gloria eterna pena dammi Cristo Si ch'io per la tua via piangendo vegna. E finisce proprio a guisa di un quaresimaKsta, dicendo: Canzon, discapigliata va piangendo, Rompendo ogni durezza di cor duro: Di' che nostra natura Ritorna e si converte pure in terra; Ma spirto che non erra, l'anima ch'b pura Ritoma in Cielo el suo Fattor chiedendo. Non si direbbe questa poesia opera di un frate? Solo il Cicciaporci poteva crederla di Guido, che, se non altro, anzi- ché aver paura della morte, l'afifrontò più volte e sempre a viso aperto ; e spesso la invocò di cuore con le parole « Morte gentil rimedio de' captivi » ; * e quando fu da lei sopraggiunto, non raccomandò la sua anima a Dio, ma bensì alla sua donna, com' è attestato dalla famosa ballatetta. ' Non contento il Cicciaporci di aver dato al Cavalcanti can- zoni e frottole non sue, volle anche farlo autore di un madri- gale, ch^è il seguente: cieco mondo di lusinghe pieno, Mortai veleno è ciascun tuo diletto, Fallace e pien d'inganni e con sospetto. Folle è colui che ti addirizza il freno, Quando per men che nulla quel ben perde, Che sovra ogn' altro amor luce e sta verde. Però giammai di te colui non curi. Che '1 frutto vuol gustar di dolci fiori.* * Vedi più oltre, Son. ix, pag. 48. * Vedi più oltre, Ball, ix, pag. 31. * In Cicciaporci, pag. 41. CXXXIV INTRODUZIONE — CAPITOLO IV Il Gicciaporci dice dì aver tratto questo madrigale dal codice magliabechiano VII 1398, nel quale in verità noi non riuscimmo a trovarlo; lo rinvenimmo invece in un altro codice magliabe- chiano, nell'Mi, e nel chigiano Cd, ed in entrambi sotto il nome di Guido Cavalcanti. Ma non dubitiamo di errare nel di- cMararlo apocrifo. Difatti, ognun sa che quella forma poetica, ch^è il madrigale, sorse più tardi, e che Dante non parla affatto di madrigali nel De Vtdgari Eloquio^ ove pur dice di tutte le forme liriche levate già ne' suoi giorni a dignità letteraria.* Del resto, anche ignorando o non volendo far conto della sto- ria del madrigale, non si potrebbe in nessun modo quello in questione tenere come parto del Cavalcanti, il quale, come ab- biamo visto, non solo non partecipò in veruna guisa all'asce- tismo de' suoi tempi, ma al contrario fu seguace della filosofia d'Epicuro, ed amò e fu riamato da più donne; né dalle sue rime trasparisce che in lui sia stato mai disprezzo de' diletti di questo mondo, né vi si parla mai di beni etemi e oltre- mondani, come si fa in detto madrigale. Ora dunque, scartate tutte le poesie che abbiamo dimo- strato essere apocrife, il canzoniere di Guido Cavalcanti si com- porrà di 38 sonetti, del mottetto Gianni qud Gruido salute, di 13 ballate e di 2 canzoni. Di minor mole di quello datoci dal- l'edizione fiorentina del 1813, esso sarà certamente specchio più fedele del modo di pensare e di poetare dello scrittore. Ma per poter dare un giusto giudizio dell'uomo e del poeta, bisogna che le rime da noi tenute per autentiche siano sotto- poste ad un altro esame: bisogna, cioè, con l'aiuto de' migliori codici, ricostruirne il testo, con ridurlo possibilmente alla le- zione genuina. Con qual metodo intendiamo procedere in quest' altra parte del lavoro, si esporrà nel capitolo seguente. * De Vulg. EL, ii, 3. CAPITOLO V LE VECCHIE EDIZIONI E LA NUOVA Vedemmo nel Capitolo I come, ad inconmiciare dall'edizione giuntina del 1527 ed a finire alla fiorentina del 1813, il can- zoniere di Ouido Cavalcanti si andasse a mano mano accrescendo per le successive giunte che vi apportarono i diversi editori. Ma di quali manoscritti si servirono costoro? Quale fu il me- todo da essi tenuto? Quale sarà il nostro? Queste sono le domande, a cui sentiamo il bisogno di rispondere, perchè altri possa meglio vedere la differenza che corre tra le vecchie edizioni e la nuova. La prima edizione, secondo la consuetudine del tempo, sarà stata eseguita su d'un codice scelto a caso. Filippo di Giunta dice, sì, di avere raccolti tnolti vari ed antichi testi, ma parrebbe che per la stampa ai servisse di un unico codice, con- tentandosi di mettere, soltanto pe' quattro primi libri della sua raccolta e per la canzone Donna mi prega, qualche variante tratta da altri manoscritti. Ma quale fu il codice che egli riprodusse? Certamente non fu nessuno di quelli a noi noti, perchè nessuno di essi contiene quel dato numero di poesie e con quella data lezione. Sembrerebbe però che quel codice (perduto o tuttora non scoperto) corrispondesse a quello (se pure non sia stato proprio quello) posseduto un tempo dal Brevio, ed ura rappreaeutato da' soli avanai che se nis trovano ne' codici designati altrorcL ■ Vedi al Capitolo HI, CXXXVl INTRODUZIONE — CAPITOLO V Le edizioni successive, inclusa quella del 1813, riprodus- sero, senz'altro sussidio di manoscritti, la giuntina, la quale però fu di mano in mano accresciuta di altre poesie del Caval- canti, o al Cavalcanti erroneamente attribuite, che uscirono prima stampate separatamente, secondo che vennero scoperte, e poi furono riunite in un sol volume dal Cicciaporci. Ma prima di lui, e per certo con più sano criterio, fin dallo scorcio del secolo XVI il Cittadini* tentò di preparare una edizione quasi compiuta delle rime del nostro poeta, esaminando parecchi codici e scegliendo tra essi quello che gli sembrò il migliore ; lasciando anche lui rimanere intatte quelle stampate da' Giunti, ma avvertendo nelle note i luoghi che gli parvero dubbj (ed a questo proposito arricchì il volume di copiose varianti); e in fine aggiungendo a quelle stampate molte altre rime allora inedite, e da lui tratte, com' egli stesso avverte, « da un libro antico scritto a mano » , il quale era in potere di Francesco Sadoleto, e che pare non sia arrivato fino a noi. Ciò non risulta dall'edizione senese del 1602, perchè, già lo avver- timmo, il lavoro del Cittadini rimase nella sua parte migliore sconosciuto, per incuria o avarizia di Luca Cavalcanti, a cui lo avea donato « con pensiero che l' havesse fatto stampare » e che non fece, come è detto in una nota che si trova in principio del codice, nella seconda carta non numerata. Se il detto manoscritto non fosse rimasto sepolto negU scaffaU deUa biblioteca di Luca Cavalcanti, forse non avremmo avuto la edizione fiorentina del 1813, e certamente le rime di Gruido ci avrebbero guadagnato. Vediamo intanto da quali altri codici furono tratte le poesie stampate a poco a poco dal secolo xvn in poi, e in ultimo raccolte in un sol volume nel ripetuto anno 1813. Mettendo da parte il madrigale, le canzoni e la frottola, di cui si tenne discorso nell'antecedente capitolo, e rifacendoci a parlare delle diverse giunte alla stampa del 1527, nel rimandare il lettore al Capitolo I facciamo osservare che i tre sonetti * Vedi al Capitolo I, pag. xv, ed al II, pag. xxix segg. .LE VECCfflE EDIZIONI E LA NUOVA CXXXVII pubblicati dall' Allacci nel 1661 furono tratti dal codice B, dì cui egli riprodusse financo la stessa ortografia, eh' è cattivis- sima. Quindi troviamo stampato: tegnia^ fioco, colpi suy, mego restete, acunzo, toi sospiri, e così via via, com'è appunto nel manoscritto da noi collazionato. I sei sonetti di Guido Cavalcanti, che si trovano dopo la Bdla Mano di Giusto de' Conti (Cicciaporci, xiv-xvm e xim) furono probabilmente tratti dal codice Ce, il quale di Guido non contiene altro che que' soli sei sonetti e con lo stesso ordine, in cui vennero pubblicati dal Guiducci. Oltre a questa coincidenza nel numero e nell'ordine di dette poesie che si riscontra tra la stampa del 1715 ed il codice Ce, e che da sé sola basterebbe ad avvalorare la nostra congettura, bisogna anche osservare che tra la stampa e il manoscritto non ci sono che leggerissime varianti di lezione, generalmente ortografiche. Non ci è dato di determinare da quali manoscritti traessero , il Biscioni, il sonetto Se non ti caglia la tua santalena, ed il Serassi gli altri due: Io temo che la mia disavventura^ e tu che porti negli occhi sovente (in Cicciaporci, sonetti xxxn, xxx, xxxi). Possiamo solo dire che quanto a lezione il primo si avvicina al codice La, il secondo all'Ra, ed il terzo al Cb. Quanto poi alla ballata: Sol per pietà ti prego giovinezza (in Cicciaporci, ballata xiii) e a' cinque sonetti (in Cicciaporci, sonetti xxv-xxix) pubblicati nel 1812 dal Fiacchi, egli stesso avverte d' averli tolti da due codici a noi ignoti ed allora pos- seduti r uno da Giuseppe Pucci e l' altro dall' abate Alessandri. Però il medesimo Fiacchi ha lasciato scritto che in margine del codice Alessandri s' incontrava di quando in quando qualche nota che avvertiva essere quella tal poesia tratta da' testi o del Bembo o del Brevio. Era un codice dunque che dovea aver relazione con l'Ra e coli' M*c. Difatti, avendo confron- tato con la stampa del Fiacchi il sonetto xxv, che pur si trova nell'M^c con la rubrica tratto dal Brevio ^ l'abbiamo rinvenuto perfettamente identico, anche nell'ortografia, allo stampato. Questi sono dunque i manoscritti, da cui furono successi- vamente tratte le rime di Guido Cavalcanti. Di che valore essi j CXXXVIII INTRODUZIONE — CAPITOLO V «iano , si può argomentare dalle stampe diverse che lì rappre- sentano, le quali, se non altro, ci fanno desiderare che ven- gano corrette con P aiuto di altri codici. Difatti, che cosa fecero coloro che vollero dare, quasi compiuto, il canzoniere del Cavalcanti ? Cristoforo Zane, senza darsi nessun pensiero di ricercare o far ricercare altri manoscritti delle rime di Guido, per potere almeno collazionare con essi le precedenti stampe, ficcò nella sua raccolta (salvo qualche lievissima modificazione ortografica e di lezione fatta a capriccio) con gli stessi sbagli e con le stesse incoerenze la riproduzione delP edizione giuntina fatta dal Loppagi in Firenze nel 1727, la raccolta dell'Allacci, eie Rime afUiche di diversi Toscani^ che si trovano dopo la Bella Mano. E più tardi, nel 1813, il Cicciaporci, stampando da sé sole le poesie di Guido, le accresceva oltremodo, e con quanta ragione ciò facesse, lo vedemmo nel capitolo antecedente. Ma, prescindendo dallo errore eh' ei prese nel pubblicare sotto il nome del Cavalcanti tante poesie apocrife, esaminiamo con un po' d' attenzione il modo onde venne eseguita cotesta edizione, che meritò d' essere approvata e ristampata anche dagli Acca- demici della Crusca. In verità il Cicciaporci spese non poca fatica intomo al suo lavoro. Difatti, frugò con molto amore le biblioteche pub- bliche di Firenze e qualche archivio privato ; cercò di trovare sempre nuovi manoscritti che contenessero rime inedite di Guido Cavalcanti; tentò di ricostruire a furia di notizie rac- colte qua e là la biografia del suo illustre antenato. Ma dob- biamo pur dire che a tanta fatica scarsi, anzi cattivi, corri- sposero i frutti: e ciò perchè il buon Cicciaporci avea in mente soltanto] di accrescere quanto più potesse il numero delle poesie di Guido, anziché di emendare col sussidio de' codici da lui consultati quelle eh' erano già conosciute per le stampe. Quindi «gli, lieto di poter dare alla luce un grosso volume infarcito di roba non appartenente al Cavalcanti, si contentò, quanto a lezione, di riprodurre le rime già edite tali e quali si tro- vavano stampate, e di mettere in fine del libro le varianti LE VECCHIE EDIZIONI E LA NUOVA CXXXIX de' codici da lui esaininati/ Si vede dunque che la edizione del 1813, se da una parte presenta un peggioramento per le molte poesie apocrife introdottevi, dall'altra non offre nessun miglioramento quanto al testo. Ed in vero, lo stesso Cicciaporci dice ch'egli trasse i sonetti i-xxiv dalla raccolta dello Zane, i sonetti xxv-xxix dalla Collezione cP Opuscoli Scientifici e Letterari del Fiacchi, il xxx e il xxxi dagli Aneddoti Letterari del Serassi, e il XXXII dalle Annotazioni del Biscioni intomo alle prose di Dante Alighieri e di Giovanni Boccaccio.' E per le ballate ci avverte che le prime xii le trasse dallo stesso Zane, e la xin dalla citata Collezione del Fiacchi; e soltanto quando viene alle canzoni, dopo aver dichiarato che tolse le due prime pure dallo Zane, aggiunge « emendandole coli' aiuto de' migliori codici ».' In che modo poi facesse cotesto emendamento, ognuno può immaginare: in due o tre luoghi di ciascuna di dette canzoni sostituisce una variante qualunque di questo o di quel codice, secondo che più gli garba, e senza dar ragione perchè prefe- risca l'una all'altra lezione, e senza notare la maggiore o minore importanza de' codici di cui si servì. Possiamo dunque conchiudere che se la prima edizione delle rime di Guido Cavalcanti, quella cioè del 1527, fu eseguita su di un testo scelto a caso, le successive, inclusa quella del 1813, non offrono migliori doti: che se le ultime danno più compiuto il canzoniere del nostro poeta, non sono in fondo che la esatta riproduzione delle stampe anteriori, rappresentanti, come s'è potuto osservare, parte l'edizione giuntina, parte le altre rime del Cavalcanti, ma sempre secondo la singola lezione del codice, da cui furono la prima volta pubblicate. Ora per questa ragione anche la stampa del 1813, quella tale stampa che meritò la sanzione de' famosi Accademici, ha i difetti delle singole stampe ' I codici che consultò il Cicciaporci sono: La, Lb, Le, Lf, Lg, Lh, Pe, Mg, Ma, Mc,Me, Ra, Rd, Rb, Re, M'e, Cb, ed alcuni altri appartenenti a biblioteche prìyate, come quello del Lucchesini, quello del Ferroni, e quello del Pucci illu- strato dal Fiacchi. * Vedi in Cicciaporci, pag. 115, 119, 127, 129. • Ibid, pag. 130, 134, 135. CXL INTRODUZIONE — CAPITOLO V che riprodusse; anch'essa come quelle è di lezione viziata, perchè così Puna come le altre rappresentano gli stessi mano- scritti, che non furono, come avrebbe richiesto la loro poca bontà, mai sottoposti a nessuno esame, né corretti col sussidio di altri codici. Cosicché le rime del Cavalcanti, come si tro- vano presentemente stampate, si leggono a stento, e certo non nella forma più genuina, e, quel eh' è più, anche per causa della punteggiatura quasi sempre sbagliata, spesso si deve durar fatica per poterne cavare qualche costrutto. Da ciò si vede la necessità che noi abbiamo sentito di ricer- care il maggior numero di manoscritti contenenti rime di Guido Cavalcanti , di esaminarli attentamente e di tentare di stabilire la loro genesi, per determinare così il valore di ciascuno di essi, e, dopo aver determinato quali rime debbano comporre il canzoniere del nostro poeta, scegliere tra essi il migliore e porlo a base della nuova edizione. Ma appunto in questa scelta s' incontrano nuove difficoltà. Perché il lavoro non venisse per dir così intarsiato, quella scelta avrebbe a farsi tra codici completi. Intanto, come abbiamo visto, nessuno degli esaminati manoscritti ci dà intero il canzoniere di Guido, onde noi siamo costretti di servirci di due di que' codici semicompleti che si compiono l'un l'altro, cioè di Ca e Va (tav. Ili, cat. i e n); perché, come si é dimostrato nel capitolo III, il primo è pre- feribile a tutti gli altri della sua categoria sia per età come per lezione, ed il secondo è l'unico rappresentante della ca- tegoria n, e insieme con Ca ispira maggiore fiducia. Ed ora ci resta ad avvertire che nel riprodurre le rime di Guido Cavalcanti contenute da' suddetti due codici noi crediamo opportuno di serbare la loro stessa grafia, lasciando ad altri il compito di decidere a qual forma rispetto ai suoni e alle desinenze de' nomi e de' verbi si debba dare la preferenza. Di nostro metteremo solo la punteggiatura dopo di avere sciolto le abbreviature e riordinati i nessi secondo le parole, lasciando queste unite soltanto allora che si verifichi un raddoppiamento di consonanti iniziali o finali: segno questo che anche nella pronunzia tali parole erano state congiunte. Quante volte poi LE VECCHIE EDIZIONI E LA NUOVA CXLI ne^ passi errati fosse evidente la restituzione, chiuderemo questa tra parentesi quadre, e tra parentesi tonde quelle forme che il senso e la metrica mostrino apertamente di dovere essere espunte. Cureremo da ultimo di mettere in nota per ciascuna poesia, dalle varianti di mera forma all^ infuori, tutte le altre comprese ne' diversi codici, e sempre con la grafia che trovasi in essi; e ciò perchè ogni nuovo manoscritto che si venisse scoprendo ed esaminando possa meglio ricondursi alla pre- sente edizione, e per tal modo altri possa riuscire a fare ad essa raggiungere «quell'idea di edizione veramente critica, a cui la filologia italiana deve aspirare »/ * MassAFiA, Osservazioni sul Testo del Tesoro di Brunetto Latini (Vienna* 1869) pag. 6. LE RIME DI GUIDO CAVALCANTI i CANZONI (CoD. Ca, e. 3v e 4) Donna me pregha, perch eo uoglo dire d'un accidente chessouente è fero, ed è si altero eh' è chiamato amore: Si chi lo negha possa '1 uer sentire, ed a presente chonoscente chero: perch'io no spero ch'om di basso chore V. 1 — Lk : Donna mi priega per^ chui io voglio; M*e, Mg, Lb, Lbc, Mp, Mh, Mo, Le, Le, Rf, B, Rg, Mb, Ri, Cb: mi priega perch io voglio; Lbm : mi prega per che' io voglio ; Rb: mi prega perche vclglo; Lbg, Mm, Ce ; mi prega perch io deggia ; Cd, Pa; mi prega perch io voglia; La, Pb, C, M*a, Mf: mi prega^ perch io voglio ; Ve : mi prega pure eh io voglia; Mk: mi prega perche voglio; MI, Rh, Me : mi priega perch io vo- glia ; RI : mi prega perch io vogla ; Ld : mi priega perch io vólglio, V. 2 — Le : che e sovente et fero; Pa: eh e sovente e fero; Mm, Pb, C: eh e sovente fero ; B : fiero ; Rh : che sovente et fero. V. 3 — Pb, C, MI : JSif e «i altero che si chiama ; B : altiero. V. 4 — Lk : niegha poscia ; M*e, Lbm, Mg, Rb, Mp, Mo, Ve, Mm, C, Mk, MI, M*a, B, Mf, RI, Me, Cb: niega; Lb: chi lo veggha; Lbe: Si chio lo veggha ; Mb : A chi lo nega ; Rh: Siche chi Uniega; Rg, Ld: SiC" che chU nega; Mb: Sicché chi il niega; Ri: Sicché chil negha; Cd, La, Le, Pa, Ce, Le, Rf: nega; Pb: Si che lo nega. V. 5 — Lk, Lb, Lbg, La, Ve, Mm, Mk, Ce, MI, Mf, Rh, RI, Me, Cb: al presente; M*e, Mp, Lbe, Mo, Le, Rf: Ondio al presente; Lbm: al pre- sente conoscendo; Mg, Mh, Mb: Onde al presente; Rb: Onde; Cd: Onde adpr esente; Le, Pa: dal presente; Pb: al principio; C: dal principio; M*a : oZ presente chi noi sente chero ; B : Undio al presente ; Rg, Ld, Ri : Ondai presente. V. 6 — Lk: non ispero huom .... core ; Lbm, Mk, MI : Perchè non uom di basso core; Rb: spero comò di à LE RIME DI G. CAVALCANTI A tal ragione porti chanoscenQa: che sen(ja naturai dìmostramento non ò talento di voler provare là dove posa e chi lo fa creare. E qual sia sua vertute e sua potenza, l'esenta poi e ciaschun suo mouimento, el piacimento, che 1 fa dire amare, e s'omo per ueder lo pò mostrare. 10 basso core; Lb, Lbg: non spero eh uom di basso chuore; Cd: D'ho- mo non spero; Ei: non spero chon di basso core; M*e, Mg, Mp, La, Lbc, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, C, Ce, Rf, M*a, B, Mf, Rh, RI, Rg. Me, Mb, Cb: non spero eh uom di basso core; La: non spero .... core, V. 7 — Lb: conoscentia; Cd: De tal conoscenza ; Le : ragion .... cono- Bcenza; tutti gli altri: conoscenza, V. 8 — Ve: sanza demostramento; Le, Me, Ri: sanza; Rf : sanila; tutti gli altri : senza. y. 9 — Lk: Non talento; Lbm, MI: ha; Mg, Mh, Rg, Mb, Bi: mostrare; Rb : Già un talento; Mp: ha .... mo- strare; Me: dover. V. 10 — Lk: La dove echi lo afare; M*e : possa e che criare; Lbm: Lia dove ei .... criare; Mg: La dove na- sca ... criare; Rb : e eheìlo fa ; Lb, La, Rf, Mf : possa; Lbg, Mm: Laove si posa; Mp, Lbe, Ld, Ri: La ove na- scie; Mh: nascie .... criare; Mo: ove .... criare; Mk: criare; Ce: ove;B: Laove nassce; Rg: nascie; Mb: La ove nasce, V. 11 — Lk: suo virtù; M*e: E quale sua virtute; Mg: E quale e sua; Rb: JE quale la vertu; Lbg» Rh, Ri, Cb : qual e sua virtute ; Mp : qual Bua virtù; Cd, Ce : quale e sua vertu; Lbe: quale virtute; Mh: qual e sua virtute .... potenzia; Mo: qual sua virtù; Mm, Mb : qual e sua virtù; La, Rf : vertu; B: soa vertute e soa; Mf, Me: virtù; RI: E qualsi e suo virtute e suo; Rg, Ld : quale sua vir- tù; Lbm, Lb, La, Le, Ve, Mk, MI, M% Cb: virtute. V. 12 — M*e, Lbm, Rb, Le, Fa, Le, Rf, Mf, Rh, Ld, Mb, Ri, Cb: L'essen- za e poi; Mg: L'essenza e ciascun suo sentimento; Lb, Lbg: L'essenza poi ciaschuno; Mp: L'essenza per cia- scun ; Cd : jSi( poi ciascun suo movi- mento; La, Mm, Ce, RI: L'essenza poi ciascun ; Lbe : L'essenza per cia- schuno; Mh: L'essenza e ciascuno suo; Mo: L* essentia per ciascun; Pb, C: L'essenza e 'l naturai suo; M*a: L* essenza poi et ciascun movimento ; B: Lessenza per ciaschun so movi- mento; Rg: L'essenza e poi ciascun movimento. Y. 13 — Rb : n piacimento... amore; Lbg: El pianto; Rh: Il piacimento. y. 14 — Lbm : E se huom lo pro- vede il può; Lk, M^e, Mg, Rb, Lb, Mp, La, Mh, Mo, Pb, Mk, MI, M'a, Mf, RI, Me, Mb, Cb: uomo .... può; Lbg: se huom per vedere il può; Lbe: E se huon .... può; Mm, Ce : tZ può; Pa, Le, Rf: huom; C: huomo; B: se homo per veter; Rh: se huom .... U sa mostrare; Rg: se huon .... U può; Ld, Ri: se hom .... può. CANZONI In quella parte dove sta memoria, prende suo stato si formato come diaflfano da lume d'una schuritate, lo qual da marte uene e fa demora. EUi è creato ed h sensato nome, d'alma costume e de chor uolontate. Ven da ueduta forma, che s'intende, che prende nel possibile intellecto, come in subiecto, loco e dimoran^a. 15 20 V. 15 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Cd, Mh, Pa, Ve, MI, M*a, Rh, Cb : me- mora ; Mp : In questa ; El : ove sta, V. 16 — Pa : Prendo; Ld: su stato; Ri: Perde. V. 17 — Lk : Dia fan di lume; M*e: Diafan lume; Lbm: Diafan; Mg, Mk, MI, B, Mf, Me, Cb: Diafan dal lume .... oscuritate ; Rb : Diafano .... scuritade; Lbc, Lbg, Lb: Diafan dal lume .... óbscuritate; Mp, M*a: Dia- phan da lome .... oscuritate ; Cd : Dua face de lume una scuritale; La: Dya- fan dal lume .... óbscuritate; Mh, RI : Diafan dal lume .... obscuritade; Mo : Diaphano dàllome; Le: Dyafan da lume .... óbscuritate; Pa, Rf : Dia- phan .... oscuritate; Ve: Diafan .... oscuritate; Mm: Diafano dal lume d'una oscuritade; Pb, C: Diaphan lume da una scuritale; Ce: Dyapha- no dal lume .... obscuritade ; Le : Dyafan da lume oscoritate ; Rh : De far dallume .... oscuritate; Rg, Mb, Ri: Diafan dal lume .... scuritade; Ld : Diafan dal lume .... oschuritade. V. 18 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Mp,- La, Mh, Mo, Le, Cb, Pa, Mm, Pb, Mk, Ce, Rf, MI, M»a, B, Mf, Rg, Ld, Mb, Ri: La guai da Marte viene e fa dimora; Rb: La qual damor ci- viene; Lb, Lbg: La quale .... viene .„ dimora; Cd: La qucd damore ve- ne e fa duna hora; Lbc: La qual .... viene cheffa dimora; Ve, C: La qual .... dimora ;Le: La qual .... vien et fa dismora; Rh : La qual .... viene affar dimora ; RI, Me : viene ... dimora. V. 19 — Lk, M*e, Mg, Cb, Lb, Mp, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, C, Mk, Ce, MI, M*a, Mf, Rh, RI, Me, Mb, Ri: Egli e creato; Lbm: Egli è erta- lo e da sensato; Rb: Elgle creato da; Lbg: Egli .... creato et e sensato; Cd: Elle creato de sensato; La: Egli e criato; Lbe, B: Egli e creato da sensato ; Mh : W è creato da sen- sato ; Rg : Eglie greato e in sensato ; Ld: Elglie creato e a sensato, V. 20 — Lk: Didimo costume e di cor; M^e: Dal mal costume ede cor volùntate; Lbm, Mg, Rb, Mh, Mm, Ce, Ri: e di cor volontade; Lb, Lbg, Le, Rf, B: e di cor volùn- tate; Pb, MI, M*a: costome e di cor volùntate; Rh: chostume e di chuor voluptate; Rg: e di cor voluntade; Ld: chostume dichor volontade, V. 21 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Rb, Lb, Lbg, Mp, La, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, Mk, Ce, Cb, Le, Rf, MI, M*a, B, Mf, Rh, RI, Rg, Ld, Me, Ri: Vien; Lbe, Mh: Viene. V. 22 — La, Rh: Chél prende; B: possibele. Y. 23 — Rb, Rh: Come suggetto; 6 LE RIME DI G. CAVALCANTI In quella parte mai non h pesanQa. Perchè da qualitate non descende, .resplende in sé perpetuai effecto: non h dilecto, ma consideran^a, sì che non pò la gire simiglian^a. Non è uertute, ma da quella uene, eh' è perfectione, chesse pone tale, non ragionale ma che sente dicho: 25 30 Lbc, Ce, Ld: subgetto; Lbg: stig- gietto; C, B: soggetto; Le: suhgiecto; M'a : suggetto .... luogo] El : stibgietto; Me: suhbìetto't Mb: suggetto loco dimo- rama; Lb, La, Mg: subietto \ Lk, M*e, Lbm, Mp, Mh, Mo, Pa, Mm, Mk, Rf, MI, Mf, Rg, Cb, Ri: suggetto; Yc: Como in suggecto. V. 24 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Lb, Mp, Cd, La, Mh, Cb, Mo, La, Pa, Ve, Pb, C, Mk, Le, Rf, MI, M% Mf, Rg, Ld, Mb: possanza ; Rb, RI : pesama; Lbg, Mm, Ce: En quella parte già non ha possanza; Lbe, Ri: E in quella .... possanza; B: En quéUa .... possanza; Rh; In quella parte già non ha possanza, V. 25 — Lk, M*e, Mg, Rb, Lb, Lbg, Mp, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Mk, Ce, Le, Rf, M*a, Mf, Rh, RI, Me, Cb : discende ; Lbm : Perchè la qualitate .... discende; La: da qua- litade .... discende ; MI : ^a qualitade .... discende; B: tescende; Rg, Ld, Ri, Cd: qualitade .... discende. V. 26 — Rb: affetto; Lbe, Ld, Ri: Bisprende .... affecto; Le, Mm, Resplende; B: Bespiende .... affetto, V. 27 — M*e, Rb: Non e dilecto, V. 28 — Lk, Ce, Le, Rf, Mf, Rh : Sicché non puote largir ; M*e : Per- che non potè la ir somiglianza; Lbm : può la gir sua somiglianza ; Mg : Per- che non puote largir; Rb: non puote le gier similglanza; Lb : Sicch ei non puote la gir; Mp, Mo, Lbg, Mk, MI, M*a, Cb : Sicch ei non puote lar- gir; Cd: Che non si puote largir; La, Le: S^ che non puote la gir; Lbe, Rg: Perche non puote la ire; Mh: Perch e* non puóte largire; Pa, Pb, C : Si che non potè la gir ; Ve : Sicch ei non potè largire; Mm: Sicché non potè largir; B, Ld, Mb, Re: Perchè non potè la ire; RI, Me: Sicché non può la gire, V. 29 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Lb, Mp, La, Lbe, Mo, Mm, Le, MI, M*a, Mf, Rh, Me, Mb, Cb : virtute .... vie- ne; Lbg: virtute ma di quella viene; Cd: virtute; Pb, C: Non è vertu ma ben da quella; Mk, Rf, B: viene; Mh, Le, Ve, RI, Pd: virtute; Ce: ver- tude .... viene; Rg: Non e viHu; Ri: Noe virtù ma da chuella. V. 30 — Lk, Rb, Lb, Mp, Cd, La, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, C, Mk, Ce, Le, Rf, MI, M*a, Mf, RI, Me, Cb: che si pone; M*e: Che perfe- ction che in se pon talle ; Lbm : per- fettion che si pon; Mg, Ld, Mb: Perfezione che si pone ; Lbg : per- fectione si pone; Lbe: Perfettione che si; Mh: Per lezione che si; B Perfectione ; Rh : si pon chotale ; Rg Perfectione chessi pone a tale ; Re Perfezione chessi pon tale. V. 31 — Rb : ma chessintende di- ciò; Cd: ma che sentente; Le, Rf : ma sente; Ld, Mb, Ri: ma che si sente. CANZONI for di salute giudicar mantene: che la 'nteiKjione per ragion uale. discierne male in cui e ui(;io amico. Di sua potenza segue spesso morte, 35 se forte la uertù fosse impedita, la quale aita la contraria uia; non perchè opposta naturai sia; Ma quanto che da buon perfecto tort'è, per sorte non pò dire hom, c'aggia vita, 40 V. 32 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Lb, Lbg, Mpi La, Lbc, Mo, Mm, Mk, Ce, MI, M*a, B, Mf, Rh, Me, Cb: Fucr .... mantiene; Rb, Cd, Mh, Ve, RI, Rg, Ld, Mb, Ri: Fuor; Le, Rf : indicar. V. 33 — M*e: L'intentione per ragione; Lbm, Le: intention; Rb, Ld: E lantenzione per ragione; Lk, Mg, Lb, Mp, Cd, La, Lbe, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, C, Mk, Ce, Rf, MI, M*a, Mf, Bl, Me, Mb, Cb : ragione; B: El antentione per ra- gione; Rh: Challantenzione per ra- gion sivale; Rg: Lantentione per ragione non vale ; Ri : ^ lanten- zione. V. 34 — Lk: Discende male; Rb: Dicieni male; Lbg: Discerne .... di €ui e vinto amico; M*e, Lbm, Mg, Lb, Cd, La, Lb, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Pb, C, Mk, MI, M*a, B, Mf, RI, Me, Mb, Ri, Cb: Discerne; Mm: Di- scerne di cui; Ce: vinto amico; Le, Rf: Discernere; Rh: e vincto ami- cho; Rg: Dicierne; Ld: Discerve; Mp: Discrivere. V. 35 — Lk, Lbm, Ve: spesso huom moHe; M*e: Di suopotentia; Rb, Mf : potenzia; Mp, M*a: poten- tia segue huom spesso ; Lbe : Dassua virtute; Mh, Mk, MI: segue uom spesso; Mm: potentia; B: Di soa vertute siegue; Rg, Ri : Di sua virtù; Ld : virtù seghue ispesso ; Mb : virtute, V. 36 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Lbg, Mp, Mo, Le, Pb, C, Mk, Ce, Rf, MI, Mf, Rh, Rg, Ld, Me, Mb, Ri, Cb: virtù; Lb, La, Lbe, Ve, Mm, RI: virtù fusse; Cd: Si for; Mh: Se forte tal virtù; M*a: Sì forte, V. 37 — Rb: La quale e gita; Cd : La quale e ita ; Lbe : La quale e ita alla; Ce, Rh: aiuta; Le, Rg, Ld, Re: contrara; B: La quale e ita a la; Me: La quale evita. V. 38 — Lk, Mp, Mh, Mo, Ve, Mk, MI, M*a, Cb: Non perchè oppo- sita naturai sia; M*e: oposito; Lbm, Me: naturale; Mg: Non pero che opposita; Rb: Non perche sia qpo- sta naturale; Lb, La, Le, Pa, Pb, C, RI : Non perche naturale opposto sia; Lbg, Mm, Ce, Rh: apposito; Cd : Non perche posto naturale; Lbe, Le, Rf, B, Mf, Rg, Ld, Mb, Ri : Non che apposito. Y. 39 — Lk, M*e, Lbe, Le, Rf, B, Mf, Mb, Ri: da ben; Lbm: Ma in quanto ; Rb : che dcUcune perfetto ; Lbg, Rh: buon proposto; Cd: Ma quando; Pa: bon; Rg: dal ben; Ld: da ben perfette ; Me : torce. V. 40 — Lk, M*e, Mg, Rb, Mp, Mo, Ve, Mk, Ce, MI, M»a, Mf, RI, Me, Cb : può dir uom eh aggio; Lbm: 8 LE RIME DI G. CAVALCANTI che stabilita non h segnoria: a simel pò valere quand'orno l'oblia. L'essere è quando lo voler è tanto, c'oltra misura di natura toma: poi non s'adorna di riposo mai; 45 mone, cangiando cholor e riso e pianto, e la figura con paura stoma: può dir uom chaggi; Lb: può dire huon habbi; Lbg: E per sorte non può dire huom cciggi; Cd: uom; La : può dire uom eh abbi; Lbc : ^uo dire huon eh abbia; Mh: può dire uom eh abia: Le: può dire uom eh ab- bia ; Pa, C : non può dir huom c'hab- bia; Mm : E per sorte non può dir uom; Pb, Mb: può dir uom c'hab- bìa; Le: può dir hom cabbi; Ef: può dir hom chabbi; B: chabbia; Rh: Et per sorte non può huom chaggia; Rg : può dir uom che abia; Là: om eh abbi; Re: om eh abbia. V. 41 — Rb: stabilita naura si- gnoria; Pa: stabelita .... signoria; tutti gli altri: signoria. V. 42 — Mg, La, Mo, Ve, Pb, Mk, Rf, MI, Cb: simil può quan- d*uom r oblia; M^e : valer quanto uom; Lbm, Rg: A simil può veder quan- di* uom s'oblia; Rb: simil può .... quanto lóbria ; Lb : ^ simil può va- lere quando homo; Lbg: A questo può valere quando huom ; Mp : A simil può valore .... uom; Cd: Ad simil .... quant hom; Lbc: E simil può valere quanto huom; Mh: simil può valere .... uom; Le : simil..,. hom; Pa, C, Me: simU .... uom; Mm: A questo può .... uom; Ce, M*a: simil può .... huom abbia; Le: simil può valor .... hom; B : quanto hom : Mf, Ld, Mb: simil può .... quanto uom; Rh: Da simil può .... huomo Mia; RI : E assimil può .... uomo oblia ; Ri: E simil può quantom Vobbria\ Lk : A simil può valor .... uom. V. 43 — Lk, M*e, Mg, Mp, Mh, Mo, Mm, Mk, Ce, MI, Ma, Rg : L es- sere quando; Lbe: Essere quando; Le, Rf: L essere et quando; Itài L es- ser quando lo volere a tanto; Mb: L essere quando lo valore; Ri : L es- ser quando lo volere attanto. V. 44 — Lk, Mh, Ve, Mk, MI, M*a : Fuor di natura di misura torna; Mg: Fuor di natura che misura; C: Ch'altra; M*e: Cantra natura dismisura torna; Lbm : Fuor di mi- sura ; Lbg : Coltre a misura; Rf, Rh: Coltra a misura; B: Ch oltre .... de natura; Ld: Ch oltre; tutti gli altri: Ch altra. V. 45 — Cd: sadorna dire peso mai; B: de riposo; Me: addorna; Ri: Poi nonsaddorna diriso mai. V. 46 — Lk : Muove chantando co- lor riso in pianto ; M*e : cangiando iUor risso in pianto; Lbm: Muove .... core e riso; Mg, Mp, Mh, Mo, Ve, Mk, Ce, Le, Rf, MI, M*a, B, Mf, Rh, Ld, Mb, Ri : color riso in pian- to ; Rb, Lbg, La, Lbe : Muove .... co- lor riso; Lb, Le, Cb, Mm, Pb, C, RI, Me: color riso; Cd: cangiando talor riso in pianto; Pa: color riso pianto ; Rg : collor riso in pianto. V. 47 — Mp : la figura con gran paura ; Rh : con paura toma. CANZONI 9 poco sogioma; ancor di lui uedrai, Che gente di ualore lo più si troua, la nona qualità mone sospiri, e uol che hom miri non formato loco; destandos' ira la qual manda foco: Imaginar non potè hom, che lo proua. 50 V. 48 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Rb, Mp, Cd, Lbc, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, Mk, Ce, Le, Rf, MI, M*a, Mf, RI, Rg, Ld, Me, Mb, Ri, Cb: soggiorna', Lb, C, Rh: soggiorna .... di lei', Lbg: Poco subgiorno \ La: Poco soggiorno .... di lei', B: Poco sogiomo .... de lui, V. 49 — Lk: 'n gente lo valor', M*e, Lbe, Mh, Mm, Le, Rf, Mf : in gente .... il più; Lmb: in gente .... truova; Mg, Mp, La, Mo, Ve, Mk, ML, M*a, RI, Me, Cb : Che 'n gente di valor lo più ; Rb, Lbg : el più si truova: Lb: in gente .... le più si truova ; Cd : in gente el più ; Le : truova ', Fa,: de valor ; Pb, C : valor spesso si trova ; Ce : ngente .... il più si truova ; B : Chin giente de valore il più se truova ; Rh, Ld, Mb, Ri : U più; Rg: Che giente .... il più si truova, V. 50 — Lk, Mp, MI : muove ; Lbm, La: La nuova .... muove i sospiri; Rb, Mo, Le, Pa, Pb, C, Me, Ri, Cb : i sospiri ; Mm : nuova; Ce : nuova .... muove; Le, Rf, Rg, Ld, Mb: a so- spiri; B: La nuova muove a sospiri; Mf: nuova .... i sospiri; Rh: muove a sospiri; RI: e sospiri: Lb, Lbg: nuova .... muove e sospiri ; Lbe : nuo- va .... muove a sospiri, V. 51 — Lk, Lb, La, Pb, C, MI, RI : vuol .... uom ; M*e : che hon non in formato ; Lbm, Lbe, Le : vuol .... uom .... in un formato; Mg, Lbg, Mp, Mo, Mm, Mk, Ce, M*a, Rb : E vole e uom miri non in fermato; Cd: vuol „„ uom non in fermato; Mh: vuole; Pa: vuol c'huom; Ve: uom non fermato luoco; Le: vuol coni .... in un formato; Rf: vuol eom .... in un fei'mato ; B : voi chom .... in un formato luoco; Mf: vuol .... uom in non fermato; Rh: vuole huom miri non fermato; Rg: vuol chuomir in un formato ; Ld, Ri : voi chom .... in un formato locho; Me: vuole .... uom ; Mb : vuol .... uom .... in un formato, V. 52 — Lbm, B: fuoco; Mg: Destando si ira; Lbg, Ce, Le, Rf, Mf: Destandosi èUa; Cd: Destando sita ; Mo : la qual li manda ; Mb : Destandoti lo qual manda foco; Re: Destandosi lo qual manda focho, V. 53 — Lk : Immaginar nolpuote huom cheUa prova ; Me : Immaginar nói puote chi noi prova ; Lbm, Mg, Mp, La, Mo, Mk, MI, Cb: Immagi- nar noi puote uom che noi; Lb, Rb : Immaginar noi puote uom che noi pruova; Lbg: Immaginar noi può chinotto pruova ; Cd : Immaginar noi puote hom che la prova ; Lbe : Im- maginar noi può huom che noi pruo- va ; Mh : Immaginar non potè hom ch*l; Le: puote huom; Pa: puote huom che la; Ve: Immaginar noi puote uom che lapprova; Mm: noi pò chi non lo; Pb, C: huom; Ce: noi può chi non lo pruova; Le : Im- maginar noi può uom che noi prova ; Rf: noi può uom che noi prova; M*a: 1 10 LE RIME DI G. CAVALCANTI ne moua già però ch'allui si tiri, e non si giri per trouarui gioco, ne certamente gran sauer ne poche. De simil trago compressione sguardo, che fa parere lo piacere certo: non. pò chouerto stare sì giunto: 55 Immaginar noi puote uom che lo prova; B : noi pò hom che nolpruova; Mf: Immaginar noi pò uom che noi prova; Eh: Immaginar noi può chi non lo prova; RI: Immaginar non potè uom che lo prova ; Rg : Enmaginar nói pò huon che noi prova ; Ld : Immaginar noi può hom che noi prova ; Me : Immaginar non potè uom che lo prova; Mb: Imma^ ginar noi può uom che nói prova ; Ri: Immaginar nói pò hom che noi prova. V. 54 — Lk, Lbm, La: muova; M*e: ne già si mova; Rb : ne si mova pero; Lbg: E non si muovi; Mp, Pa, Ce, Cb : E non si muova ; Cd : Ne se noma già; Mm, Mf, Ld, Mb, Ri : E non si mova ; Le, Rf : Et non si mova ; MI, M*a : pero che lui ; B : E non se muova .... se tiri; Rh: Et non si trova ; RI : mova già perche ; Rg : E non si mova perchaltrui si tiri, V. 55 — Lbm, Mb : non s* aggiri Mg, Pa: loco; Rb: Nessigiri; Cd Ne si giri; Ce: Et non li giri; B 8e giri .... giocho ; Rg : E non sag- giri; Ld: si aggiri. V. 56 — Lk, M*e, Lbm, Mg, Lbg, Mp, Lbc, Mh, Mo, Yc, Mk, MI, M*a, Rh, Cb: saper; Ld, Mb, Ri: E cer- tamente, V. 57. — Lk : Di simil trae com- plessione; M*e, Mp, Mo, Ve, Mk, MI, M*a Rh: Di simil tragge comples- sione isguardo; Lbm, La, Ce, Rf: Di simil tragge complexione; Mg, Lb, Mf: Di simil tragge; Rb: Di .... e sguardo; Lbg, Mh, Mm, Cb: Di simil tragge complessione; Cd: Simile tra complession; Lbc: A si- mil traggie complessione; Le, C: Di simil tragge complexione et sguardo; Pa, Pb : Dissimil tragge complexione e sguardo ; Le : Di simil tragge con plexione; B: Di simil traggie com- plexione isguardo ; RI : De simil tra- gie ; Rg : Da simil traggie .... e sguardi; Ld: Dassimil tragge .... e sguardj; Me: Di simil tragge com- plessione e sguardo; Mb: Di simil tragge complessione e sguardi; Ri: Dassimil tragge .... e sghuardi. V. 58 — Cd : parere V hom pia- cere; Mm: incerto; Rh: il bel pia- cere incerto ; Rg, Mb, Ri : piacere più certo, V. 59 — Lk: può choperto star quando e suhgnto ; M*e : coperto star quande sogionto ; Lbm : Ne può co- verto star quand' e seguito ; Mg : co- verto star quando for giunto ; Rb può coverto star quando sogiunto Lb, Le, Pa, Pb, Le, Rf, Mf, Rg, Ld può coverto star quande si giunto Lbg, Ri, Cb : può coperto stare quand e si; Mp: può coperto star quando e sorgiunto; Cd: può coverto star quando e si; La: può coverto star quando sy; Lbc: può coperto star quand e si; Mh: può coverto stare quando fur giunto ; Mo : può coperto star quand e sol giunto ; Ve : coperto CANZONI 11 non già, seluage le bieltà son dardo, 60 che tal uolere per temere esperto consiegue merito spirito, eh' è punto: E non si pò chonoscere per lo uiso compriso biancho, in tale obiecto chade: e chi bene aude, in forma non si uede; 65 da quel i meno che dallui procede. star quand e sorgiunto; Mm: star quando e segiunto ; C : star quand e s\ giunto', Mk: può coperto star quand e si; Ce: può coverto star quand e se giunto ; MI, M*a, Rh : può coperto star quand e sorgiunto ) B cuverto star quand e s\ giunto ; RI Non può sistar coverto giunto : Me può coverto star ; Mb : può .... quand esso e giunto, V. 60 — Lk: salvaggia la beltà; M*e: selvagia la beltà; Lbm, Mg, Cd, Mh, Ve, Mk, M*a, Me, Cb : bilta; Rb, Mm: selvaggio la beltà; Lb, Lbg, Pa: selvaggio la beltà suo dardo ; Mp, Lbe, Mo, B : la beltà ; La, Le, Fb, C : selvaggio la bitta suo dardo ; Ce : la beltà suo dardo ; Le : beltà suo tardo; Rf: le bitta suo tardo; MI: bètta; Mf : beltà suo dardo; Rh : stivaggi in la bilta suoi dardi ; Rg, Mb: bilta .... dardi; Ld : la bilta .... dardj; Ri: la bilta son dardi, V. 61 — Lk, Lbm, La, Mo, Le, Ve, Mm, Rh: e sperto; M*e, Lbg, M*a, B: experto; Lb, Mp, Lbe, Pa, Mk, Le, Rf, MI, Mf, RI, Me, Mb, Ri, Cb : esperto ; Cd, Ld : sperto : Pb : e experto ; Q\ e esperto ; Rg : per tenere sperto ; Rb : Che tal vo- lere nocere per lo suo, V. 62 — Lk, Lbm, Rb, Lb, Mp, Cd, La, Lbe, Mh, Mo, Le, Pa, Ve, Pb, C, Mk, Le, Rf, MI, M*a, Mf, RI, Me, Mb, Cb: Consegue merlo; Rg: huon segue merlo spirito che- giunto ; Ri, Ld : Hom seghue merlo ; Mg: Che uom segue merlo; Lbg, Mm, Ce, Rh : Non segue merlo ; B : merlo. V. 63 — Cd, B : se pò conoscer ; Rh: può cognoscer; tutti gli altri, in generale, hanno : può .... conoscer, V. 64 — Lk : Chopriso ; M*e : Con- prisso in bianco; Lbm: Compreso in bianco; Rb: Compreso .... ogetto; Lb, Mo, Mb : Compreso ; Lbg : Com- pliso .... oggietto; La: Compreso .... obgietto; Lbe: Compreso .... suggello; Pa : oggetto ; Mm : Complesso ; Ce : Complesso .... obgetto cride; B: Com- prexo; Rh: Complesso .... oggetto; Ri: Conpriso, V. 65 — Lk, Mo: ben ande for- ma; M*e, Ce : E chi ben vade forma; Lbm : vade inferma ; Mg, Mh, Rf : Chi ben aude forma; Rb, Lb, Lbg, Mp, Mm, Mk, Le, MI, M*a, Mf, Rh, Rg, Ld, Mb, Ri, Cb: chi ben aude for- ma; Cd: JE chi bene ha di forma; Lbe : ande forme ; B : ben aode forma se vede, V. 66 — Lk: Dunque gle meno che da lei procede ; M*e : Per quelo mena che ; Lbm : Dunque egli mena chi da lui ; Mg : Dunque lo mena chi da ; Rb, Ce : Perche li mena che da; Lb, Lbg, La, Le, Pa: da quel li mena ; Mp : Dunque eglie meno che ; Cd : Da quel li mena chi : Lbe : Perchel mena di chi dallui; Mh, Mo, Le, Rf, Mf, Mb: Perche lo mena chi 12 LE RIME DI G. CAVALCANTI For di cholore d'essere diviso: assiso in me^o scuro luce rade: for d'ongne fraudo dice degno in fede, che sol di costui nasce mercede. Tu puoi sicuramente gir, cannone, ove te piace: ch'io t'òs adornata, 70 da lei; Ve, Ma: Dunque glie meno che da lei; Mm: Perche lo mena che ; Pb, C : Da quel gli mena ; Mk, MI: Dunque egli e meno che da lei; B: Per chel mena de chi ; Rh: Per- che gli mena ; RI : Da quelli meno ; "Rg, Ld, Ri : Perche lo mena chi da ; Me: Da quelli mena, V. 67 — Lk, Lbm, Mg, Lb, Mp, Cd, La, Mh, Mo, Ve, Mm, Pb, C, Mk, MI, M*a, RI, Me: Fuor; M*e: Fuor di colore de essere e divisso; Rb: Fuor del core et essere; Lbg, Mb : Fuor di color essere ; Lbe, B : Fuor di colore esser ; Le, Rf : Fuor .... et diviso ; Mf : Fuor .... essere e diviso ; Rh : Di fuor del suo cholore esser ; Rg : E fuor di colore esser ; Ri, Ld : Fuor di cholore essere ; Ce : Fuori di colore esser. V. 68 — Lk : Assiso mezo schuro lucie ; M*e : Asiso megio obscuro luce radde; Lbm, Pa, Mk: oscuro; Mg: A viso mezzo oscuro ; Rb : Assiso mezzo oscuro luce cade; Lbg, Mm: Absciso in mezzo obscuro luce raude; Mp : Absceso in mezzo oscuro luci; Cd : Asciso mezo oscuro ; Lbe : Es- siso mezo obscuro luci ; Mh, Mf, Rg, Mb, Ri: Assiso mezzo; Mo: Absceso mezo oscuro ; Ve, Ma : Assiso mezzo oscuro ; Ce : Absciso .... obscuro ; MI : Assiso mezzo oscure ; B : Absiso meg- gio seuro; Rh: Asciso .... obschure; Ld: Asciso mezzo. V. 69 — Lk: Fuor d^ogni .... di- cho; M*e, Ve : Fuor d^ogni .... dico ; Lbm: Fuor d'ogni frode; Mg: Fuor d'ogni dico d'ogni fede; Rb: Fuor .... diche dengno; Lb: Fuor d'ogni flaude; Lbg: Fuor d'ogni f raude che dice degna fede; Mp, La, Lbe, Mh, Mo, Mm, Pb, C, Mk, MI, M*a, Mf, RI, Rg, Ld, Me, Mb, Ri: Fuor d'ogni; Cd: Fuor d'ogni .... dicean; Ce: Fuor d'ogni f raude dice degna in fede; B: fux>r .... fraode-, Rh: Fuor d'ogni .... dice cUutto in fede. V. 70 — Lk, Lbm, Mg, Rb, Lb, La, Mh, Le, Pa, Ve, Mm, Pb, C, Mk, Ce, Rf, MI, M*a, Rh, RI, Me: Che solo ; M*e : Che soUo da costui nasse marcede ; Lbg : Che solo dac- chostui; Mp, Cd, Lbe, Mo, Le, B, Mf, Ld, Mb : Che solo da costui ; Rg : Che fuor da costui ; "Ri: da chostu. V. 71 — Lk: Chanzon mìa tu puoi gir sichuramente ; Mg, M*a: Canzon mia, tu puoi gir sicura- mente ; Lb : chanzona ; Lbg : can- zona; Cd: sigur amente; Pa, C, Mk: Tu poi ; Ve, MI : Canzon mia tu poi gir securamente. V. 72 — Lk : Ove ti piace chio to adornata ; M*e, Lbm, Rb, Mp, Lbe, Mo, Le, Pa, Ve, Mm, Mk, Le, Rf, MI, B, Mf, Me: Dove ti; Mg: La onde ti piace .... ornata; Lb: ti piace .... hornata; Lbg, Pb, C, Ce, RI: ti ; Cd : La ove ti ; La, Rh, Rg, Ld, Mb, Ri : Dove ti .... ornata ; Mh : La ove ti .... ornata ; M*a : Dove ti .... che f ho. CANZONI 13 chiassai laudata saia tua ragione da le persone ch'anno intendimento: di star(e) chon Y altre tu non à,i talento. 75 n (CoD. Ca, e. 4) Io non pensaua che lo chor giammai auesse di sospir tormento tanto, che deir anima mia nascesse pianto, mostrando per lo viso agli occhi morte. Non sentio pace né riposo alquanto, poscia ch'amore e madonna trouai, lo qual mi disse: tu non camperai, che troppo è il ualor di costei forte, la mia uirtù si parti sconsolata, poi che lassò lo chor e a la battagla oue madonna è stata; lo qual degli occhi suoi uenne a ferire 10 V. 73 — M*e: serra tua; Cd: Chas- sai sera lauderà tua; MI: laudata era tua. V. 74 — Rf : Delle persone, V. 75 — Lbm: star con gVaUri; Lbg, Pa : Di stare con àUre ; B : -De star; Bh: Di star cóllaltre tue non ai. II. V. 1 — Rb : I non pensava chel core ; Me : pensavo ; M^a : cuor ; Lb : core, V. 2 — C : Havesse de sospir ; Lb: Avessi, V. 3 — Cb, Pb : dalV anima ; La : nascessi; Ith: nascesse tanto, V. 4 — Me, M*a:^cr lo viso gli occhi. V. 5 — Me, M*a : Non sentì pace mai, né riso alquanto ; Rb, Cb : Non senti; Pb, C: sento pace, V. 7 — Lb: La qual, V. 8 — Tutti i detti codd.: e lo valor, V. 9 — Rb, Pa, C: vertu, V. 10 — M*a: lasciò lo cuore .... haUaglia; Rb, Me, Pb, C, Cb, La, Le: lasciò .... battaglia, — In tutti i detti codd. poi, la parola battaglia fa parte del y, 11. y. 12 — Rb : La qual delgl occhi mi venne; Me, Pb, La, Lb: i^ qual; M*a : La qual or gli occhi ; Cb, Lb : La qual dagli; Le, Pa: dagli. 14 LE RIME DI G. CAVALCANTI in tal guisa, ch^ amore aruppe tutt'i miei spiriti a fuggire. Di questa donna non si può contare 15 che di tante belle^^e adoma uene: che mente di quagiù noUa sostene, Sì chella ueggia lo 'ntellecto nostro tanto gentil, che quand'eo penso bene, l'anima sento per lo chor tremare, 20 sicome quello che non pò durare dauanti al gran uoler che illei dimostro. Per li occhi fere la sua claritate sì, che qual mi vede dice: non guardi tu questa piotate, 25 eh' è posta inuece di persona morta per dimandar mercede? e non si n'è madonna ancor accorta. Quando '1 pensier mi uen ch'i' uolgla dire V. 14 — Rb, Me, M'a, Cb : Rup- pe; Lb, Pa, C: Arruppe, V. 15 — M*a, Pb: po\ La, Lb: cantare, V. 16 — Rb: bellezze .... addor- na ; Me, M*a, Cb, Pb, Pa, La, Lb : bellezze .... viene; Le, C: bellezze, V. 17 — Me, Pa, Cb, La, Lb : so- stiene, V. 18 — La : Siche la vegga ; Lb : la veggha; tutti gli altri codd.: la, V. 19 — Rb, Me, M*a, Pa, Cb: Tanf è gentil che quando penso ; Pb, C, Le, La : Tanf è gentil ; Lb : Tan- t'è gentile che quando penso, V. 20 — Rb : nelo cor ; Me, M*a : cuor; gli altri codd.: cor, V. 21 — Rb, Cb, La, Lb, Le: Siccome quella che non può ; M*a : quella .... campare ; Me : quella che non può campare; C, Pb, Pa: quella. V. 22 — Rb, La, Lb, Le: valor che le dimostro; Me: valor che io gli mostro; M*a: il gran valor ch'io gli mostro; Cb: valor che 'n lei; C, Pb: valor che Ve dimostro, V. 23 — Rb : fiere per li occhi la sua chiaritade; Me, C: fiere; M*a: fiede .... chiaritate; C, Pb: chiari- tate, V. 24 — Rb, Me, M*a : quale ; Cb, C, Pa, Pb, Le, La: qual uom mi; Lb: qual huon mi, V. 25 — Rb: queste pietatade; Cb: Dice ne guardi, V. 26 — Cb, Pb : Che posta è 'n vece; Le: in voce, V. 27 — Rb : domandar mercede ; La, Lb, Le : merzede ; gli altri : mer- cede, V. 28 — Tutti: non se n'è, V. 29 — Rb, Pa, La, Lb, Le, Cb, CANZONI 15 a gentil chore de la sua uertute, i'trouo me dì sì pocha salute, ch'i' non ardischo di star nel penserò. amor, ch'k le belle^^e sue uedute, mi sbigottisce sì che sofferire non può lo chor sentendola uenire, che sospirando dice: io ti dispero. Però che trasse del su' dolce riso una saetta aguta, ch'à passato lo tuo chore e '1 mio diviso. • tu sai, quando uenisti, ch'io ti dissi poi cheli auei ueduta, per for^a conuenia chettu morissi* Can^onfe), tu sai che de libri d'amore io t'esemplai quando madonna nidi, or ti piaccia ch'io di te mi fidi 30 35 40 45 Pb: vieti .... voglia; Me, M*a: vien .... voglio ; C : penser. V. 30 — Rb : Al gentil core ; Me : A gentili cuori ; Cb : gentil, — La stampa ha: cor della sua gran, V. 31 — Kb: Il trovo in me di sì poca ; Me, M*a : in me sì poco di salute ; C : de s\; Pa : truovo me de sì ; La, Lb, Le : truovo. V. 32 — Pb, La, Lb, Le, Va: pensiero, V.33 — Me, M*a: Ch'amor; Cb: Ch' amor che le bellezze su' ha ve- dute ; Lb : Amore .... bellezze ; tutti gli altri: bellezze. V. 35 — Rb : Non puot el cor sen- tendolo ; Me : chuor ; M*a : cuor ; Cb : lo cor sentendolo; C: pò lo cor. V. 36 — Me : Ma sospirando; Pb: i te dispero. V. 37 — Rb, Me, M*a, Cb: Pe- rocch io trassi; Pb: trasse d'el; Pa: d'il; Le: traxe. V. 38 — Me, M'a, Cb, C, Pb, La, Lb, Lo, Pa: acuta. — In tutti, ch'à passato fa parte del v. 39, V. 39 — Me : passato U core ; M*a : passato 'l cor ; Cb : passato 'l suo core ; C, Pb, Pa : il tuo core ; La, Lb, Lo : el tuo ; Rb : 7 tu core. V. 40 — Rb: Amor tussai che allora childissi; Me, M*a, Cb: Amor tu sai allor ch'io; Pa: te dissi. V. 41 — Rb: Po che lavie; Lb: lavevi; Pa: l'havrei; C: Vhavei. V. 42 — Me: converria; tutti: forza. V. 43 — Rb, Me, M*a, Cb, C, Pb, La, Lb, Le, Pa : Canzon, — La st. : de' labbri. V. 44 — Rb, Me, Cb: assemprai; M*a : Io te scemprai ; C, Pb, La, Lb, Le: assemplai; P*a: Io te axem- piai. V. 45 — Rb, Me, M*a: Pero ti 16 LE RIME DI G. CAVALCANTI e uadi guis allei ch'ella t'ascolti; E pregho humilemente allei ti guidi li spiriti fuggiti del mio chore, che per souerchio de lo su' ualore eran distructi, se non fosser uolti; e uanno soli sen^a compangnia, e son pien di paura: però li mena per fidata uia. Poi le di', quando le se' presente : questi sono in fighura d' un chessi more sbigottitamente. 50 55 joiaccia che di te mi fidi ; Cb, Pa : Hora .... che di te ; gli altri : Hara, V. 46 — Rb, M*a: Che vadi in guisa ; Me : Che vadi in guisa a lei che la; Cb, C, Pb, La, Lb, Le: in guisa a lei; Pa: che la f ascolti, V. 47 — Rb: caUei guidi; Me: E prego che umilmente; M*a: E prego ch'humtlmente;Cbf La: umile- mente che tu guidi; Lb: che tu ghuidi; Lo: Et priegho; C, Pb: a lei tu guidi, V. 48 — Me : dal mio cuore ; Cb : spiriti cacciati; Rb, Pb: Gli, V. 49 — Rb, Me, M*a : Per lo so- verchio; La: del suo gran valore; Lb: pel soverchio del suo gran. V. 50 — Rb : Cherano strutti se ; Me : Ch' eran ;- M*a : Ch' eran de- strutti; C: destrutti; La, Lb, Le: fusser, V. 51 — La, Lb, Me: sanza, V. 52 — Rb, Me : Per via troppo aspra e dura, —r- In M*a manca il V. 52. V. 53 — Pa, Rb, M*a, Me, Cb, Pb : gli. V. 54 — - Rb, Me, M*a: E poi le di quando le sarai' presente ; Cb : Poscia le di; C, Pb, La, Lb, Le, Pa: Poi le dirai. V. 56 — Me, C: ishigottitamente; La, Lb, Lo: muore. BALLATE (CoD. Ca, e. 3) Era in penser d' amor quand' i' troiiai due foressette noue; r una chantaua : e' pioue giocho d'amore in noi. Era la uista loro tanto soaue, quanto queta cortese e[d] umile, eh' iV dissi lor: uo' portate la chiane di ciascuna uertù alta e gentile. De, foresette, no m'abiate a uile per lo colpo eh' io porto : 10 V. 1 — La, Lb, Pb, C: quando trovai ; Mb : Era il pensier, V. 2 — La: foresette nuove; Lb, Le, Rb, C, Pc, Pa: foresette; Mb: Due foresette ove; Pb, Vb: f oroset- te; Ve: forosecte, V. 3 — La : cantava a prove ; Rb : Che cantavano he piove; Mb: Uuna diceva e piove ; G\ et piove ; Pc : ei piove, V. 4 — Lb: Foco d* amore; Rb: damore e noi; Mb: damore tra noi; Pa: nui, V. 5 — Lb : Era la vita loro ; La, Le, Rb, Pb, C, Pe, Vb, Pa: vista lor, V. 6 — La, Lb, Le, C, Vb, Pa: quieta; Rb: E tanto piana; Mb: Tanto quieta .... e umile ; Pe : Tanto quieta, V. 7 — Lb: loro; Rb: votenete la chiave ; Mb : voi parete la chiave, V. 8 — Lb : virtue ; La, Pb : vir- tute ; Pe : De ciaschuna virtute ; Le, Vb, Mb: virtil, V. 9 — La, Lb, Le, Pa: abbiate; Rb : aggiate ; Vb, Pe, Pb, C : hàb- Mate ad vile; Mb: non abbiate. 1 18 LE RIME DI G. CAVALCANTI questo cor mi fue morto, poi che 'n tolosa fai. Elle con gli occhi lor si uolser tanto, che uider come '1 cor era ferito, e come un spiritel nato di pianto era per me^o de lo colpo uscito. Poi chemmi uider cosi sbigottito, disse l'una cherrise: guarda come conquise for^ d'amor costui. Molto cortesemente mi rispuose quella, che di me prima auea riso; Disse: la donna, che nel cor ti pose cho' la for^a d'amor tutto '1 su' viso, dentro per li occhi ti mirò sì fiso, ch'amor fece apparire; sett è greue '1 soffrire, raccomandati allui. L'una pietosa, piena di mercede, fatta di gioco in figura d'amore. 15 20 25 30 disse: '1 suo colpo, che nel cor si vede. V. 11 — Lb: chore. V. 13 — La, Lb: Ellen, V. 15 — Lb: uno spiritel; Rb: E eh uno spiritel ; Mb : uno spiri- tello; Pc: spiritel tratto di. V. 16 — Lb : pel mezzo ; Pc : per mezzo di quel colpo, V. 17 — Lb: mivedder; Rb: mi vide, V. 20 — Cb: Gioia d'amor. V. 21 — Le, Pa> Mb, Pc, C, Pb: rispose, V. 22 — Pa : haveea ; Mb : Quella che prima di me; Pc: Quella che prima di me aveva riso, V. 23 — La: puose. V. 25 — La, Le, Pa, C: gli oc- chi; Pc: Dentro per gli occhi -fiso; Pb: gli occhi te miro. V. 27 — Lb: grave; Le: grieve; Pb, C: grave a soffrire. V. 28 — Pa: Baccomandate. V. 29 — L3.fìil[b: L'altra piatosa; Lb, Pc : L'altra; Rb : U altra cortese. V. 30 — La: giuoco ; Pc: Facea di. V. 31 — Rb : Disse quel colpo. BALLATE 19 35 fu tratto d'occhi di troppo ualore, che dentro ui lasciaro uno splendore, ch'i' noi posso mirare: dimmi se ricordare di quegli occhi ti puoi. [Al]La dura questione e paurosa, la qual mi fece questa foresetta, I' dissi : e' mi ricorda che 'n tolosa donna m'apparue accordellata istretta, ^o Amor la qual chiama la mandecta: giunse si presta e forte, che 'n fin dentro a la morte mi colpir(o) gli occhi suoi. Vanne a tolosa, ballatetta mia, ed entra quetamente a la dorata; Ed iui chiama che per cortesia d'alcuna bella donna sia menata Dinanzi a quella, di cui t'ò pregata; 45 V. 32 — Rb: Fu tratto docchio; Mb : Fu tratto dagli occhi, V. 33 — Rb : Lo qual poi vi la- scio uno splendore ; Mb : Che dentro vi lascio uno sprendore; C : un isplen- dorè; Cb: lassaro. V. 34 — Pa : Che noi posso ; Rb : Chettu noi puoi. V. 35 — Rb: Pensa se ricordare, V. 36 — La, Pb: pui; Rb, C: qtieUi, V. 37 — La, Lb, Le, Pa, Rb, Mb, C, Pb: AUa dura; Pc: et sì pau- rosa. V. 38 — La, Pb: f orosetta; Rb: Che mi fé questa gentil foresetta, V. 39 — Rb: Rispuosi .... che a tolosa, V. 40 — La, Lb, Le, Rb, Pb, C : accordellata e stretta ; Va,: Io dissi mi ricorda ; Mb : accordeUetta e stretta; Pe: accordeletta stretta, V. 4Ì — La, Rb, Pb: La quale Amor chiamava la; Lb: Amore la qual chiamo la maledetta; Le, Pa: Amor la qwde chiama la ; Mb : Amore la qual chiama ; Pe : Amor la qual chiamava ; C : Amore la quale. V. 42 — Lb : presto. V. 44 — La, Le, Mb, Pb: colpir .... sui; Lb, Pa, Rb, Pe, C: colpir. V. 45 — Lb: haUatélla; Pa: Vane a Tolosa, Y, 46 — Mb : chetamente ùlV ado- rata; C: quietamente a la Dorata, V. 47 — Rb : Evvi priegha che, V. 49 — Rb : a quéUa per cui to allevata. i 20 LE RIME DI G. CAVALCANTI e s'ella ti riceue, dille con uoce leue: per mer^è uengno a uoi 50 n (CoD. Ca, e. 3) I' Prego uoi che di dolor parlate , che per uertute ui moua piotate; non disdengnate la mia pena audire. Dauante agli occhi miei ueggio lo core e l'anima dolente che s'ancide. ^ Che mor d'un colpo, che li diede amore ed in quel punto che madonna vide, lo su' gentile spirito che ride, questi è colui, chemmi si fa sentire, la qual mi dice: e' ti conuien morire. io V. 50 — Pa: ^ se la ti. V. 51 — Rb: boce; Mb, Pc, Pb, C : lieve, V. 52 — La: vegno a vui; Lb: pmote vegnio; Le: vegno ad voi; Pa : vegno ; Rb : vengho ; Mb : vengo a vuoi; Pc, Pb, C: vengo, IL V. 1 — Ra, UB, Lb, La, Le: priego, V. 2 — Le, La, Lb, Cb: virtute .... muova; Pa: virtute .... a pietate; Re: virtute; UB: virtute di nuova pietate; Va: virtute di nova; Pc: per virti^ di nova; Ra: per virtù di nuova» V. 3 — UB: Non vi sdegnate .... Mdire; Pb: odire; Le, Pa, La, Lb, He, Cb, C, Va, Pc, Ra: udire. V. 4 — Le, Pa, Cb, C, UB, Ea Davanti; Va: Davanti a li; La, Lb Davanti agli occhi mia ; Re, Pc, Pb Davanti agli occhi mei, V. 5 — Re: che sé ancide, V. 6 — Le : ^ muor ; La, Lb, Pb, Cb, UB: Che muor .... gli diede; Re: gli diede; Pc: muor; Ra: E muor d'un cólpo che le diede, V. 7 — Pa : ponto ; Lb, Ra : En- tro *n quel puncto; C: In quello punto, V. 8 — UB: che vide; Pc, Ra: H suo, V. 9 — Pa, Lb : Questo ; Pc, Ra : che mi feste. V. 10 — Le: Questi mi dice .... convien ; Re, Pa : el ti convien ; La, Lb, Pb, Ra : Questi mi dice .... con^ BALLATE 21 Se uoi sentiste come '1 cor si dole, dentro dal nostro cor uoi tremereste. Ch'e'mi dicie sì dolci parole, che sospirando pietà chiamereste. E solamente uoi lo 'ntendereste, 15 e' altro cor non porla pensar né dire quant' è '1 dolor , che mmì conuen soflfrire. Lagrime ascendon de la mente mia, sì tosto come questa donna sente. Che uan facciendo per li occhi una uia, 20 per la qual passa spirito dolente, Ch'entra per li miei sì debilmente, ch'oltra non puote cholor discourire, che 1 maginar ui si possa finire. vieti; Cb, C: Lo qual mi dice .... convien; UB: Lo qual me dice .... convien; Va: Lo qual mi dicie .... convien; Pc: Questi mi dice, V. 11 — La: sentissi .... duole; Lb: sentissi; Pc: Se voi saveste, V. 12 — Re, Pb, C : tremareste ; Lb : tremaresti ; Pc : Dentro atti vo- stri cuor; Ra: allo vostro cuor, V. 13 — Le: Chede mi dice; Pa, La, Lb: Che de mi dice; Re: Che dime dice si forti ; Pb : Che di me dice; Cb: Ched cimi dice si forti; UB: Chelli mi dice; Va: Kdli mi dice; Pc, Ra: Ch'Amor mi dice, V. 15 — Pc, Ra: Et sol di lui che voi intendereste. y. 16 — Le, La, Lb, Cb: noi porria; Pc, Ra: Ma non si pò per me contar ne dire; Pa, Re: potria, V. 17 — Le, Pa, La, Re, Pb, Cb, UB: convien; Pc: Tanto el dolor; Ra : Tant* è *l dolor; Lb : Tantel do- lor che mi convien, V. 18 — Le, Pa, La, Lb, Re, Pb, Cb, C, Pc: scendon; Ra: scendon dalla, V. 19 — Ra, Pc: questa doglia. V. 20 — Le, Pa, La, Lb, Pb, Cb, C, UB: facendo per gli occhi; Va: farcendo; Pc, Ra: Et va facendo per gli, V. 21 — Re, Pb, C: un spirito; Pc: il spirito; Ra: lo spirito, V. 22 — Re, Pb: mei; Cb: Ched entra; UB, Va: per li rei; Pc: Intra per Varia s\ debolemente; Ra: E ntra per V aria s\ débolmente, V. 23 — Lb : discoprire ; C : potè ; Pc : Ch* oltre noi porria ; Ra : non porria, V. 24 — Re, Pb, Cb, C : Che inm- ginar ; Pc : Ne imaginar si me por- ria morire ; B&: Ne imaginar si ne porria morire» 22 LE RIME DI G. CAVALCANTI m (CoD. Ca, e. 3v) Gli occhi di quella gentil foresetta anno dìstrecta si la mente mia, eh' altro non chiama chelle' né desia. Ella mi fere si quando la sguardo ^ ch'i' sento lo sospir tremar nel core. Escie delgli occhi suoi, chemme arde, un gentiletto spirito d'amore, lo qual è pieno di tanto ualore: quando mi giunge, l'anima uà uia, come colei, che soffrir noi porla. r sento pianger for li miei sospiri, quando la mente di lei mi ragiona. E veggo piouer per l'aere martiri, che struggon di dolor(e) la mia persona, 10 III. V. 1 — Cb, UB, FhiforoseUa; Va, La: foresecta. V. 2 — C, UB, Lb: distrutta; Pb, La : distructa ; Cb, Le, Fa : di- stretta. V. 3 — C: Ch'altro che lei non chiama né desia ; Fa : Ch* (dtri non chiama, V. 4 — Cb: fiere. V. 6 — C, Cb, UB : Esce dagli oc- chi suoi là ond* io ardo ; Va : Escie de li occhi miei he me arde; Fb, Fa, Le, La: Esce degli occhi suoi là ond'io ardo; Lb: Esce degli oc- chi là ondHo ardo, V, 7 — La, Va: Un gentilecto, V. 8 — Va,: Lo quale è piento, V. 9 — Cb, UB, Le: Che quando giugne V anima va via ; C, Fa ; Che quando giunge V anima; Fb: Che quando gionge ; Lb : Che quando giunga ; La : Che quando ^ giunge. V. 10 — Cb, UB, Fb, Fa, La: noi porria; Le: non porria; Lb: Chome colei chessa soffrir, V. 11 — Cb: Io sento poi gir fuor gli miei sospiri ; C, Fa, Le, Lb, La : Io sento poi gir fuor li ; UB : Io sento poi gir for ; Va : Io sento piangier fuor ; Fb : /o sento poi gir for li mei, V. 13 — Cb, La, Le, Fa, Pb, UB : E veggio piover per V aer; Lb, C: E veggio ; Va : J& veggio piover per V aiere, V. 14 — Cb, La, Le, Fa, Pb, UB, BALLATE 23 Sì che ciascuna uertù m'abandona, 15 in guisa eh' io non so u i' mi sia ; sol par che morte m^agi^ 'n sua balia. Simmi sento disfacto, che mercede già non ardisco nel penser chiamare. ChT trono amor, che dice: ella si uede 20 tanto gentil(e), che non pò maginare, Che om d'esto mondo l'ardisca amirare, che non conuegna lui tremare impria; ed r, s'i' la sguardasse, ne morria. Ballata, quando tu sarai presente 25 a gentil donna, sai chettu dirai De l[a mia] anghoscia? dolorosamente di': quella chemmi manda a uoì, trouai: Va, C : Che struggon di dolor ; Lb : Che strugghono di dolor, V. 15 — db, UB, Va, Le, Lb, La: virtà m'abbandona. V. 16 — Cb, La, Lb, Le, Pb, C : In guisa ch'i* non so là ov*i* mi sia; Pa : eh* io non so là ov' io ; UB : non so la u* io mi sia ; Va : non so dov* io. V. 17 — La: Sol perchè morte m ha già in sua balia ; Lb : Sol per- che ma già in sua. V. 18 — Cb, Le, Pa, Pb, UB, C : Si mi sento disfatto; La: Sì mi ^enio disfacto che merzede; Lb: Sì mi sento disfatto che merzede; Va: Sì mi sento disfacto he mergede. V. 19 — ■ La, Lb, Le, Pa, UB, Va, C, Cb: pensier. V. 20 — La, Lb, Le, UB, Cb : truovo. V. 21 — La, Cb, Lb, Pb, UB: Tanto gentil che non può immagi- nare ; Le : Tanto gentil ; Pa , C : Tanto gentil che non pò imaginare; Va : Tanto gentil che non può. V. 22 ■— Cb, Le, Pa, UB : Ch'uom d* esto mondo V ardisca mirare; La: Ch*uom d* esto mondo V ardisca a mirare; Lb: Ch* %i4>m .... amirare; Pb : Ch* huom .... mirare ; Va : Kom de sto .... mirare; C: C*huom de sto .... mirare. V. 23 — Pb: convenga; Va: Ke non convega. V. 24 — Cb, Le, Pb : Ed io 8*i* la guardasi ne morria; La, Lb: Ed io s* i[ la guardassi mi morria ; Pa : Ed io se la guardassi; UB: Et io se la guardassi; Va: Et io si la; C: Et io s*i la. Y. 25 — Pb, C: serai. ' V. 26 — Cb: so che tu. V. 27 — Cb, La, Le, Pa, Pb, UB : DeUa mia angoscia ; Lb : DeUa mia angoscia ladorosa mente; Va: De Vangoscie; C: Della mia angoscia dolorosa mente. V. 28 — Cb: Di*: quegli che mi manda a voi trae guai; Le: mi i 24 LE RIME DI G. CAVALCANTI Però che dice che non spera mai trovar pietà, di tanta cortesia, 30 eh' a la sua donna faccia compangnia. IV (CoD. Ca, e. Ai)) In un boschetto troua' pasturella: più che la stella è bella al mi' parere. Chauelli auea biondetti e ricciutelli, e gli occhi pien d'amor, cera rosata, con sua uerghetta pasturau' angnelli ; scalca, di rugiada era bangnata. cantaua come fosse 'namorata, er* adornata di tutto piacere. D'amor la salutai mantenente, e domandai s'auesse compangnia; ed ella mi rispuose dolcemente, che sola sola per lo boscho già, 10 manda ad voi*, Pa: mi mandò-, Pb, UB, C: qtiello che mi manda, V. 29 — Va: dicie, V. 30 — Lb: trovare, V. 31 — Pb, C: facci, IV. V. 1 — Cb, Le: pastorella; Lb: In uno boschetto, V. 2 — Cb, Mb : piii che la stella bella ; Lh: al parer mio, V. 3 — Cb, Mb: Capegli; Le, Pa: Capelli; La: E capegli eron biondi; Lb : E capélli crono biondi, V. 4 — La:, ciera rosata. V. 5 — Pa: pastorava, V. 6 — Cb, Le, La, Lb : E scalza e di rugiada era bagnata; Pa: E scalza di rugiada. V. 7 — Lb : Contava come, V. 8 — Mb : Ed adornata ; Lb : E adornata; La: Et adornata, V. 9 — Cb, Pa, Mb: immante- nente; Le, La, Lb : immantanente, V. 11 — Cb, Le, Pa: mi rispose dolcemente; La, Lb : dolcemente; Mb: prestamente, Y, 12 — La, Lb : Che sola sol per lo bosco sen già. BALLATE 25 e disse: sacci, quando Taugel pia, allor disia '1 me' chor drudo auere. Po' chemmi disse di sua condizione, 15 e per lo bosco augelli audio cantare, framme stesso dissi : or' è stagione di questa pasturella gio' pilgliare. mer^è le chiesi sol che di basciare e d' abracciare se le fosse 'n uolere. 20 Per man mi prese d'amorosa uoglia, e disse che donato m' auea '1 chore ; menommi sott'una freschetta folgla, là dou'i' nidi fior d'ongni colore, e tanto ui sentio gioia e dolzore, 25 che die d'amor[e] paruemi uedere. V. 13 — Cb, Le, La, Lb : E disse sappi quando Vaugelpia; Mb: sappi quando V augeUo ; Pa,: E disse sapi, V. 14 — ' Cb, Le, La : Allor disia lo mio cor ; Mb : AUora desia lo mio cor; Lb: U mio chuor, V. 15 — Cb, Mb, Pa, Le, La, Lb : Poiché mi disse di sua condizione, V. 16 — Cb, Pa, Le: E per lo bosco augelli udio cantare : Mb : Per lo bosco udì augél \ loi,: Et pel bo- sco augelli udio; Lb: E pel bosco augèlli udio, V. 17 — Cb, Pa, Le, La, Lb : Fra me stesso dicea; Mb: Fra me me- desmo dicea, V. 18 — Cb : Di questa pastorella gioi' pigliare ; Mb : gioia ; Pa, Le : pastorella gioia; La: H mio disio con sua pace pigliare ; Lb: El mio disio con sua pace pigliare. y, 19 — Cb: Mercè le chiesi sol che di baciare; Mb, Le, La, Lb: Merzè .... baciare, V. 20 — Cb: E d'abbracciare fos- se 7 suo volere ; Mb : Ed abbracciare se le fosse in piacere; Pa: se fosse il mio volere; Le: Et d' (abbracciare se fusse *l suo volere; La: Et ab- bracciar se fusse 'l sìm volere ; Lb : Ed (abbracciar se fussi el suo volere, Y, 21 — Mb: mi prese e d'amo- rosa voglia, V. 22 — La: Rispondendomi: i* t* ho donato 'l core ; Lb : Rispon- dendomi i' fò donato el chore, V. 25 — Mb : E tanto vesti gioia. V. 26 — Cb, Le, Pa, Lb: Che Dio d* amor mi parve ivi vedere ; La : Che Dio d' amore mi parve ivi ve- dere; Mb: Che U Dio d'amore mi parca vedere. S6 LE RIME DI G. CAVALCANTI (CoD. Ga, e. 5) Posso delgli occhi miei nouella dire, la qual è tale, che piace sì al chore, che di dolce9 che quasi sol mer^e non pò chiamare; e di uertù lo spolgla T affanno ^ ckemm^k già. quasi conquiso; io chanto, piacere, beninantano tutti gli altri mas. V. 7 — La: sy d' ogni parte pre- so ; Lb : preso. V. 8 — Cb, UB, La, Le, Lb : può. V. 9 — Cb, UB, Pb, La, Lb, Le : virtà lo spoglia ; C, Pa : spoglia. — In tutti poi, l'affanno fa parte del verso seguente, per la ragione addotta più sopra. V. 11 — Cb, C, UB, Pb, Le: Canto, piacer con heninanza e riso ; Pa, La: Canto, piacer con beni- gnanza e riso; Lb : con benignanza. V. 12 — Cb, C, Pb: Mi son do- glia; UB, Pa, La, Le: Mi son do* glie', Lb: Menson doglie. V. 13 — La: ciascun che miri;, Lb: daschum ehenUri. V. 14 — UB: m' è nel volto già salita», V. 15 — Cb, C, UB, Pb, Pa, La, Lb, Le: nctsce. V. 16 — Cb, C, UB^ Pa, Le: Den- tro dal cor; Pb: del cor; La, Lb: lo cor. — Tutti hanno questo secondo verso, come deve essere, ottonario : la parola formando fa parte del verso seguente. V. 17 — Cb, C, UB, Pb, Pa, La, Lb,. Le: desio. V. 18 — Cb, UB, Pb, La, Lb, Le: tw^à; C, Pa: verta, Y. 19 — Cb, C, UB, Pb, Pa, La, Le: amar; Lb: amor. Y.. 20 — Cb, La, Lb, Le : servir ; C: ti servir; Pb: 'l servir; UB: come il scriuer guidardona. V. 21 — Cb, C, Pa, La, Le : d'amar perchè meco ragiona ; UB, Lb : d'a- mor perchè meco ; Pb : Donque d'a- mar perchè, V. 23 — Cb, C, UB, Pb : dimando. V. 24 — UB: dolor addita; Le: Ad morte ..» ad ciascun ; Lb : che^ ciascuno.. V. 25 — C, UB, Pb, Pa, La: bior- smar ; Lb : dogni pesanza. V. 2& — Tutti i detti eodd. hanno il vesso regolare: Piii che nessun 38 LE RIME DI G. CAVALCANTI dunque d'amar(e) perchè meco ragiona? credo sol perche uede, ch'io domando mercede a morte, eh' a ciaschun dolor m'adita. I' mi posso blasmar di gran pesanga, 25 più che nessun giammai: che morte dentro '1 chor me trage un chore, che uà parlando di crudele aman^a^ chenne' forti guai m' affanna : la ond' i' prendo ogni ualore. 30 quel punto maledecto sia ch'amore nacque di tal manera, che la mia ulta fera li fue di tal piacere allui gradita. xm (CoD. Ca, e. 39) Fresca rosa nouella, piacente primauera, per prata e per riuera, ghaiamente cantando, nostro fin pregio mando a la uerdura. 5 giammai, e le parole che morte, in v. 31 — Lb: Quel pianto; Cb, C, principio del verso seguente. UB, Pb, Pa: maledetto. V. 27 — Cb, C, UB, Pb, Pa, La, v. 32 — Cb, C, UB, Pb, Pa, Lb : Lb, Le: dentro al cor mi tragge, maniera, V. 29 — Cb, C, UB, Pb, Pa, Le: v. 33 — Cb: fiera; UB: U mia Che ne' miei forti guai; La, Lb : Che virtù, ne' mia forti guai. — In detti codd. v. 34 — - Cb : Gli fu ; C, UB, Pb, m' affanna fa parte del verso se- Pa, La, Le : Li fu; Lb : Lifa. guente. V. 30 — Cb, Lo, Pa: perdo; C, XTTT. v. 3 — Va: prato. Pb : M' affanno ; La, Lb : riprendo, v. 4 — Pe : presio. BALLATE 39 Lo uostro pregio fino in gio' si rinnouelli, da grandi e da citelli per ciascun cammino; E chantine gli augelli io ciascuno in suo latino da sera e da matino su li uerdi arbuscielli. Tutto lo mondo canti poi che lo tempo uene 15 sì chome si conuene uostr' altoQQa pregiata, che siete angelicata criatura. Angelicha sembianza in uoi, donna, riposa. 20 dio, quanto auenturosa file la mia disianza! nostra cera gioiosa, poi che passa e auan^a natura e chostuman^a, 25 ben e mirabol cosa. fra lor le donne dea ui chiaman(o) chome siete; tanto adorna parete, V. 6 — Pe: presto. v. 16 — Va: conviene, V. 9 — Pe, Va : ciascuno, v. 17 — Pe : presieda, V. 10 — Va : ecantinen li agieUi ; v. 18 — Pe, Va : Ke siete. Pe: glatiseUi, . v. 23 — Va: ciera. V. 12 — Va : mactino, v. 24 — Pe, Va : poi he, V. 13 — Pe, Va: arbuscetti, v. 27 — Pe: Et fra lor; Va: Et V. 14 — Pe: EttuctO',Y?k: Et tutto, fràllor, V. 15 — Pe: pò Tee lo tempo; Va: v. 28 — Pe: vi kiaman; Va: vi poke lo, chiaman come sete. i 40 LE RIME DJ G. CAVALCANTI ch'eo non sauio chontare: 30 e chi poria pensare oltre natura? Oltra natura hiimana nostra fina piagen^ fece dio per essen^ che noi foste sourana, 35 Perchè nostra parnen^a uer me non sia lontana , or non mi sìa uillana la dolco proueden dal quale si move lo spi- rito d'amare : ed è lo spirito sottile, e non lo spirito d'amare, che fa gen- tile ogni altro spiritello. V. & — La, Lb: non può da lui^ V. 6 — Cb, Me: Di cotanta iTb,, Le: Che di tanta; La, Lb, C: Ispi- rito di tal virtute appare^ 42 LE RIME DI G. CAVALCANTI Poi da questo spirito si moue vn altro dolce spirito soaue, che sieg[u]e vn spiritello] di mercede, ii Lo quale spiritel spiriti pione, che di ciascuno spirit^k la chiane, per for^a d'uno spirito, che'l uede. 14 n (CoD. Ca, e. 56) Certo non è de lo 'ntellecto a[c]cholto que[l], che staman ti fece disonesto, or chome già mendiche e presto t'aparue rosso spirito nel uolto? V. 9 — Pa: Da poi di questo \ La, Lb, C: Di poi-, Cb, Le: E poi. V. 11 — Pa, La, Lb, Le: Che surge d'uno spii'to ; C : Che sorge da uno spirto; Gb, Me: Che siegue un spiritello. — È ehiaro che quest'ul- tima lezione, eh' è pur quella di Ca, è la più esatta. Dopo essersi detto che VciUro dolce spirito soave nasce dallo spirito sottile, sarebbe contrad- dizione aggiungere che lo spirito stesso sorgesse da uno spirto di mer- cede, n poeta invece vuol significare che quest' ultimo spirito tien dietro all'altro. V. 12 — Pa, La: Lo quale spi- ritello ; Le: Lo quale spiritello spirti; Lb: Lo qual. V. 13 — Pa, La, Lb, Le, C : Ch'h di ciascuno spirito la chiave; Cb, Me: Ch'ha di ciascuno spirito la chiave, II. V. 1 — Lb: dàWinteOecto; Ce: che inteUecto. — È da preferirsi la lezione di Lb. V. 3 — Lb: O come ti mostrò mendico presto; La, Pa, Cb, Ub, Ce: Or come ti mostrò mendico presto; Le : Or come ti mostrò men dico pre- sto. — Il codice Ca, come fu altrove avvertito, riporta anonimo lo stesso sonetto a e. 93 1?. Qui il v. 2 é cosi: Or chome già men dico presto. Quale parola manchi nella doppia lezione di Ca, non è dato indovinare. Ri- tenendo men dico invece di mendico, si potrebbe supporre che sia stato omesso due volte un che: Or chome già che, men che dico, presto; ma ciò si dk come semplice congettura, consigliata dal significato dell'intera quartina. V. 4 — Lo, La, Lb, Ce : El rosso spirto chett* apparve al volto ; Cb : iZ rosso spirto che f apparve al volto; Pa, UB: H rosso spiritel ch'apparve al volto. SONETTI 43 sarebbe forse chett auesse sciolto amor da quella, eh' è nel tondo sesto? o che virago t' auesse richesto a porte lieto (d)ou' i' son tristo molto? 8 Dì te mi dole, di me guata quanto, che me ne fiede la mia donna traverso, tagliando ciò ch'amor porta soaue, il Ancor dinanzi m'è rotta la chiane del su' disdengno nel mi' cor[e] uerso, sì chenn o lira, o d allegre^Qa e pianto, u m (CoD. Ca, c. 56) Auete 'n uo' li fiorp] e la uerdura, ecciò chelluce od è bello a uedere; risplende più che sol vostra figura, chi uo' non uede ma' non pò ualere. in questo mondo non h creatura sì piena di bieltà né di piacere; y. 5 — Lb: avesse scolto, V. 7 — Pa, Lb, Le, Cb, UB: O che vii raggio; La, Ce: O che vii razo. V. 8 — UB: A porti lieto; Ca, a e. 93 r: A porto lieto. V. 9 — La: Dt te mi duoli en me puoi scorger quanto; Lb: Di te mi duole et in me può' scorger quanto ; Pa, Cb, UB, Le, Ce: Di te mi dole in me puoi veder quanto; Ca, e. 93^: Di te mi dole e di me guata quanto. V. 10 — Ca, e. 93f?: Che me ne fiede la mia donna 'n traverso. — Tatti gli altri eodici hanno: Che me ne fiede mia donna traverso. V. 12 — Pa: Anchor. V. 13 — Tutti i detti eodici: Che del disdegno suo nel mio cor verso. V. 14 — Pa: Sì ch'amo l'ira e l'allegrezza e 'l pianto; Le, La: Sì channo lira et daUegrezza et pianto ; Lb: Sicchafto lira ed allegrezza e pianto ; Cb: Sì ch'hanno Vira e d'al- legrezza e pianto ; UB, Ce : Sicché amo l'ira e la tristezza e 'l pianto; Ca, e. 93 f?: Sì chenn o l'ira ed aU legregga. III. V. 2 — La, Lb: e^ ^ hello. V. 3 — Le, Pa, Ea, UB, Vb, Cb, Ce : piii che 'l sol. 44 LE RIME DI G. CAVALCANTI ecchi d'amor si teme, lu' assichura vostro bel uis, a tanto 'n sé bellore. 8 Le donne che ui fknno compagnia,, assa' mi pìaccion per lo nostro am^re; ed rie pregho per lor cortesia ^ li Che qual più puo[te] più ni faccia onore-^, ed aggia chara nostra segnoiia, < perchè di tntte siete la milgliore^ U IV ( CoD. Ca, e. 56 V ) A me stesso dì me piotate nene per la dolente angoscia, eh' i' mi neggio, di molta debole^^a; qnand'io seggio, l'anima sento ricoprir di pene. 4 (e) tutto mi struggo, perch' i' sento bene, che d'ogni angoscia la mia nita è peggio. V. 7 — Tutti i detti codici: E chi d'amor temesse Rassicura, — Questa lezione non ò da sostituirsi a quella di Ca, essendo evidente- mente rifatta. Si mutò il si teme in soggiuntivo, senza badare che un tale cambiamento non era permesso dall* altro verbo assicura, che in questo caso dovrebbe essere, per non sgrammaticare, di modo con- dizionale. Forse andrebbe meglio tolto affatto il si, e leggere intera la parola antecedente. ¥.8 — Tutti i detti codici: Vostro bel viso, e non può pia temere. La, quale variante potrebbe ben correg- gere r emistichio di Ca, errato in questo luogo probabilmente per igno- ranza del copista, il quale non d accorse che con bellore non tomaya più la rima. V. 10 — Pa, UB: Assai mipiacen. V. 12 — La, Lb : Che quale a voi più può, più faccia honore; Pa, Le, Vb, UB, Ba, Ce: Che guai pia puote, piii vi faccia; Cb: Che qual più puote, più le faccia. V. 14 — La, Lb: siate. IV. V. 1 — Pa, La, Lb, Le: di me gran pietate. V. 2 — Pa: ch'in me veggio. V. 5 — Pa, La, Lb, Le : Tutto mi V. 6 — La: Che la mia vita i d' ogni angoscia alpeggio; Lb : CheUa mia vita e dogni anghosda si peg- gio ; Pa : ^ il peggio ; Le : C?ie la mia vita ha- d ogni angoscia 7 peggio* S0NETia 45 la noua donna, chu' mer^jede «heggio, questa battalgla dì dolor mantene. 8 Però che qiiand' i' guardo tierso lei, rÌQ^ami gli occhi de lo su' disdengno sì feramente, che distruge '1 chore. il Allor si parte ongni uertù da miei, e '1 chor si ferma per ueduto sengno doue si landa crudelià,' d'amore. u y, (CoD. Ca, 0. 56v) Guido Caualcanti al dedo hernarBo risponde Ciaschuna frescha e dolce fontanella prende in liscian chiare^? © uertute, bemardo amicho niio, solo da quella, chetti rispuose a le tue rime agute. 4 però che in quella parte, oue feivella amor delle belle^^e, ch'à uedute, dice che questa gentiletta e bella tutte none adomoQQe k in sé compiute. 8 Auagna che la dolglia i' porti grane per lo sospiro, che di me fa lume, lo core ardente in la disfacta nane, il V. 10 — Tutti i detti codici : v. 3 — Lb : Bernardo amico e solo Drizzami. da quella; La, Le, Pa, Ra, Rd, Cb, V. 13 — La, Lb : pel veduto, ' UB, Ce : 'Bem'ordo amico mio e sol •da queUa. V. V. 2 — Lb: Prende in lisciar v. 7 — Tutti i detti codici: ^en- 8ua -chiarezza ; La : Prende in lasciar tUcsea, «w»; Rd, UB : Prende in sé sua; Cb: v. 11 — Tatti i detti codici: ar- P^^ende in Liscian sua. dendo. 46 LE RIME DI Or. CAVALCANTI Mand^o a la pinella un grande fiume , pieno di lammie seruito da schiaue belle e adorne di gentil costume. 14 VI (CoD. Ca, e. 57) De spiriti miei, quando mi uedete chon tanta pena, come non mandate fuor della mente parole adomate di pianto, dolorose e sbighottite? de, noi uedete che '1 core h, ferite di sguardo e di piacer e d'umiltate: de, i' ui priegho che uoi '1 consoliate, che son dallui le sue uertù partite. I ueggho allui spirito apparire alto et gentile e di tanto valore, che fa le sue uertù tutte fuggire. De, i' ui priego che deggiate dire a l'alma trista, che pari' in dolore, com'ella fa e fie sempre d'amore. 8 11 14 V. 12 — Lb: uno ampio fiwne, V. 13 — Rd, Ra, Cb, UB, Pa: la- mie; Lb, La: laminie. VI. V. 1 — La, Lb : Spiriti mie' quando voi mi vedite; Pa, Le: Deh spirti miei quando voi mi vedite; Va : De spirti mei quando vi vedete; Cb : quando voi me vedite, — Come si vede, il voi è intruso, e sa di rifaci- mento la sincope di spiriti in spirti. Basta quindi mutare, in Ca, il vedete in vedite per la rima. V. 4 — Cb: Di pianto doloroso. V. 5 — Va: fedite. y. 6 — Lb: 6^ humiUate. V. 8 — Lb: fe sua virtù partute. V. 9 — La: in lui uno spirto; Lb: in lui uno spirito, V. 10 — Pa: Alto e gentile, di tanto valore. V. 12 — Va: Dei vi priegho che degnate. V. 13 — La, Lb, Le: parlin do- lore; Pa: parli in; Ya,: parli ndo- lore. — La vera lezione ò quella di SONETTI 47 vn (CoD. Ca, e. 57) Io temo che la mia disauentura non faccia sì eh' i' dicha: i' mi dispero; però eh' i' sento nel chor vn penserò, che fa tremar la mente di paura; e par che dich[a]: amor non t'assichura in guisa che tu possi di leggero a la tua donna sì contar il nero, che morte non ti pongha 'n sua figura. De la gran dolgla, che l'anima sente, si parte da lo chore uno sospiro, che uà dicendo: spiriti fuggite. AUor d'un uomo, che sia pietoso, miro, che consolasse mia uita dolente, dicendo: spiritei, non ui partite. 8 11 14 vm (CoD. Ca, e. 57) Una giouane donna di tolosa, beli' e gentil(e), d'onesta leggiadria, (e) tanto è diritta et simigliante cosa, ne' suoi dolci occhi, de la donna mia; Ca, Cb : parla in. Le varianti degli altri codici nacquero dalla cattiva interpretazione del nesso parlin. vn. V. 3 — Pa: Pero che sento. V. 5 — Le, M*c, Ba: eh* ei, V. 6 — La, Lb, Le, Ba, Cb, M*c : che tu possa, V. 8 — Lb : porgha. V. 9 — La, Lb : Per la gran. y. 10 — La : deUo chore un tal so- spiro; Lb: del mio chore un tal; Pa, Le, M^c, Cb, Ba : daUo core un tal. V. 11 — Le: spiritei, Y. 12 — La, Lb : piatoso. La stampa ha: AUor nuU'uom. Vili. V. 1 — La, Lb, Cb: giovene. V. 3 — La: Tant'è gentile; Lb, Le, Pa, Cb : Tant' è diritta. 48 LE RIME DI G. CAVALCANTI ch^è facta dentro al cor disiderosa r anima in guisa, che dalluì si suia, e nanne allei; ma tant'è paurosa, che non le dice di qual donna sia. 8 Quella la mira nel suMolce sguardo, ne lo qual face rallegrare amore, perchè u^è dentro la sua donna dricta. ii Po' torna piena di sospir nel core, ferita a morte d'un tagliente dardo che questa donna nel partir li gìtta» u IX ( CoD. Ca, e. 57) Morte gentil(e), remedio de'cattim, merQè, mer<;è a man giunte il cbeggio, viemmi a uedere e prendimi, che peggio mi face amore; eh' e miei spiriti uiui son consumati e spenti, sì che quiui, là, u' r stana gioioso, ora m'aueggio im parte, lasso^ ìk dov'io posse^io pen' e dolor, e 'n pianto uol ch'arriui, 8 V.5 — La,Lb,Lc,Pa»Cb: Ch'ha facto. V. 10 — Pa: faccia; Lb: facci; Cb: fece. y. 11 — La: >Perehavea dentro. IX. y. 1. La, Lh, Le: eaplivi. V. 2 — Re: Merce mercede. y. 3 — Pa: o prendemi; La, Lb, Le, Cb: prendimi; Re: Vieni a vedermi o prendermi eh e peggio; C: Vieni a veder et prendenti; M*c: 4fh' è peggio. V. 4 — Pa: facci; Lb: che mia; Re: che mei. V. 5 — Pa: fiì che vivi; Ba, Me: spenti et di ben privi. V. 6 — Pa, Lb, Le: Là ovio; La: Dov f; Vd: Dov'i .... mi veg- gio. V. 7 — La, Lb, Le, Cb> Vd, Re, C: In parte (oli'è la.yera lezione); Pa, M*c: In guai parte; Ba: In parte ,.., passeggio. y. 8 — Re, C: Pene et sospiri. SONETTI 49 E ancor [in più] di mal, s'esser più puote; però [tu], morte, ora ualer mi puoi di trarmi de le man di tal nemico. il Ai me, lasso, quante uolte dicho: amor, perchè fa mal sol pur a' tuoi, con fa quel di 'nfemo, che percuote? u • (Con. Ca, e. 57r) Nouelle ti so dire, odi, nerone, eh' e bondelmonti trieman di paura, e tutt'i fiorentini nolli assichura, udendo dir che tu à'cuor di leone. e più trieman dite che d'un dragone, ueggendo la tua faccia, ch'essi dura, V. 9 — Vd : Ancora in più di mal; La, Lb, Le, Pa, Cb, C, Re, M*c, Ra: E molto maggior mal. — Quest'ul- tima lezione è eertamente di fattura posteriore; d'altronde non va gram- maticalmente. Difatti, da chi sareb- bero rette le parole molto maggior malf che non possono essere sogget- to, perche il soggetto e io ? La la- cuna eh' è in Ga, e che deve al solito aver generato tale variante, potreb- be colmarai con le parole in piil del codice Vd. V. 10 — Vd: Perchè tu morte; tutti gli altri codici : Morte hora è il tempo che valer. — La mancanza del tUy che si trova in Vd, fece an- che questa volta cambiare quasi tutto il verso, stemperandolo. V. 11 — Cb, Vd, C, M*c: dalle mant da sostituirsi a deUe, eh' è evi- dentemente errato. V. 12 — Lb: io dicho; C, Re: Oime. V. 14 — La, Lb: Qual fa quel délV inferno ; Le, Pa, Cb, Re, C, Ra, Me: Com fa quel deW inferno; Vd: Como quel deìVonferno eh' ei percuote» X. V. 1 — La, Lb : Chi potrebbe mai credere o Nerone. V. 2 — Cb: Che i; La: triemin. V. 3 — La, Lb, Cb, Le, Ce : i fio- rentin. V. 4 — Lb : che hai chuor di Lio^ ne; Cb, Le: Udendo che tu; Pa, UB, Ce: Vedendo che tu hai. V. 5 — Lb: E trieman piil di te; La: Et trieman. V. 6 — La, Lb : faccia fiera e dura. 50 LE RIME DI G. CAVALCANTI che noUa riterria ponte né mura, se non la tomba del re pharaone. De, chon tu fai grandissimo peccato, sì alto sangue uoler dischacciare, che tutti uanno uia san^a ritegno. Ma ben e uer(o) chetti largar lo pegno, di che potrai T anima saluare, sì fosti paziente del merchato. 8 11 14 XI (CoD. Ca, e. 57 1>) Perchè non fuoro a me gli occhi dispenti, o tolti sì, che la lor[o] ueduta non fosse nella mente mia uenuta a dir: ascolta, se nel cor mi senti. Vna paura di noni tormenti m'aparue allor sì crudele [ed] aghuta, che r anima chiamò: donna, or ci aiuta, che gli occhi ed i' non rimagnan dolenti. 8 V. 7 — La, Lb: che non la ri- terrò : Pa, UB, Ce : riterrian ponti, V. 8 — Lb: farcirne. V. 9 — Tutti i detti codici: Oh come fai. V. 11 — Cb, UB, Le, Pa, Ce: senza. V. 12 — La, Lb, Le, Pa, UB, Cb: che t allargar; Ce: che rallargar. V. 13 — La, Lb : Ma tu potresti; Cb, UB, Le, Pa, Ce : Di che potresti, V. 14 — Tutti i detti eod. : Se fussi, XI, V. 1 — Lb: furon; Va, La, Le, Pa, Cb: furo. V. 2 — Ya,: da la lor veduta-, Lb: dalla lor; Le, La, Cb: della] Pa: de la, V. 3 — La, Lb, Le: fusse. V. 4 — La, Lb, Le, Va, Cb: A dire. V. 5 — La, Lb, Le, Cb : nuoci. V. 6 — Yb,: ed aguta; Lb: 3fo- sparve allora .... e acuta; La: al- lora .... ed acuta ; Le, Pa, Cb : ed acuta, — In Ca manca ed innanzi ad aghuta. V. 8 — Va: non rintangham; La: occhi miei non rimangan; Lb: Gli occhi miei non rimangan. SONETTI 51 Tu gli à' fasciati sì, che uenne amore a pianger sourallor pietosamente tanto che 1 sente vn[a] profonda noce: il La qual[e] dice, che gran pena sente, guardi costui, e uedra lo su' chore che morto '1 porta 'n man taglato morte, u XII (CoD. Ca, e. 57 «) Uoi, che per li occhi mi passaste al chore, e destaste la mente, che dormia, guardate a l'angosciosa vita mia, che sospirando la distrugge amore. e' uen talglando di sì gran ualore, eh' e deboletti spiriti uan uia; riman fighura sol e sengnoria e noce alquanta, che parla dolore. Questa uertù d'amor, che m'à disfacto, da uostr' occhi genti[l] presta si mosse: vn dardo mi gittò dentro dal fianco. 8 11 V. 9 — La: che viene; Va, Le, Pa: Tu gli hai lasciati. V. 10 — Pa: sopra; La: sopra loro; Lb: sopraUoro, V. 11 — La, Le: sente una; Lb: sente una .,..vocie; Pa: sento; Gb: che s'ode .... hoce. XII. V. 1 — Va, M*a : occhi miei passaste. V. 2 — La, Lb: Et destate. V. 3 — Va, UB: Guardate V an- gosciosa. V. 5 — Va, UB: Che ven; M*a: E* va; C, La, Le: Et vien. V. 6 — M*a: Che i deboluzzi. V. 7 — M*a: Campa figura nova in signoria; C: Riman figura solo in signoria. V. 8 — M*a: E voce quanto che mostra dolore; G: Et voce alquanto; Va, UB: parla dolzore, V. 10 — La, Lb: De vostri; C: occhi gentil queta si mosse. V. 11 — M*a: Lanciato m^ha d'un dardo entr' a lo fianco ; G : dentro 52 LE RIME DI G. CAVALCANTI Sì giunse ritto '1 colpo al primo tracto, che r anima tremando si riscosse, ueggendo morto '1 cor nel lato manche. 14 xni ( CoD. Ca, e. 57 r) Ueder poteste quando ui scontrai quel pauroso spirito d'amore, il qual sol apparir quand'om si more, e un altra guisa non si uede mai. elli mi fu sì presso ch'i' pensai cheli uccidesse lo dolente chore. AUor si mise nel morto colore l'anima dolente per trar guai. E po' sostenne, quando uide uscire degli occhi nostri vn lume di mercede, che porse dentr'al cor nona dolce^^a. 8 11 nel fianco', La: Di un dardo; Lb: CWun dardo, V. 12 — M*a: Sì giunse il colpo dritto, Xin. V. 1 — La, Lb, Le : potesti', B : potesti quando voi ; Va : vinscon- trai', Re: vin scontrai', Cb: quan- di io ', C: quand' i\ V. 2 — B: spirto, V. 3 — Le, Pa: quando si more, UB, Ra : Lo qual .... quando si more; C, Va: Lo qual sole; Re: H qual apparir quando si more; B: sol aparer. V. 4 — La, Pa, UB: E in altra; Va : Et innaltra ; Le : Enaltra ; Ra : E 'n altra; Lb, Cb, C: Che in altra; B: Che in .... se vede may; Re: En altro modo. — lì' un per in di Ca è evidente sbaglio di eopista. V. 5 — Le, Ra: che pensai; Pa: Elio mi fu f^ presto; Cb; Egli; B: El gli me fu: Re: Egli mi fosse. V. 6 — La, Lb, Le : uccidessi; Ea, Re: Che gli occidesse; Cb: CW egli ancidesse; B: Che lancidesse d mi dolente, V. 7 — B: Alor se misse, V. 8 — La, Lb, Le, Pa, Ra, Re: L'anima mia dolente ; C, Cb : Vani- ma trista per voler trar; B : L'anema trista en voler trar, — In Ca non manea altro ebe la parola mia, che si trova ne' primi sei manoscritti. V. 9 — Lb: quanto; C, Cb: Ma poi ristette ; B : Ma poi sostene .... usire, Y, 10 — Cb : Dagli occhi; B: Dag ogli, V. 11 — La, Lb, Le, Ra: nuora', B, C, Cb: al cor una. il SONETTI 53 E quel sottile spirito, che uide, soccorse li altri, che uolien morire, grauati d'angosciosa debole^^a. 14 XIV (CoD. Ca, e. 58) Chi è questa che uen, ch'ogn'om la mira, e fa tremar di claritate Tare, e mena secho amor, sì che parlare om non può, ma ciascun ne sospira? de, che rasembla quando li occhi gira! dichal amor, ch'i' noi poria contare, cotanto d'umiltà donna mi pare, eh' ogn' altra neramente la chiam'ira. 8 V. 12 — Tutti i detti codici: vede, coin*b richiesto dalla rima. R vide di Ca b uno sbaglio del copista. V. 13 — La: Saccorse \ Ra, Va: Soccorse à gli altri che volean; Le, Pa, Re : volean ; B : Secorsi glaltri che credea; C, Cb: credean; UB: Soccorso a gli altri che volean, V. 14 — Lb: danghoscia. XIV. V. 1 — M*a: Chi è questa Donna che vien ch'ogWhuom la mira; Lf : che vien chognun, V. 2 — Lb: laere\ La, Le, Pa, Lf : E fa di clarità V aer tremare ; Va: di chiaritate laire; UB, M*a: chiaritate Vare. V. 4 — La, Lb, Le: Huom non le può ; Pa : Huom non le può ma ciascun sospira; M'a: NulVhuom le j^uote ma ciascun sospira; Va: Nui- lomo potè ma ciascun sospira; UB: NulVhuomo potè ma ciascun sospira; Lf : Huon nonne può. — Parrebbe che il piede mancante in Ca fosse il le, che si trova ne* primi quattro codici. V. 5 — La: Do che rassembra quando gli occhi; Lb: De che ra- sembra quando gli; Le, Lf : De che rassembra quando gli ; Pa ; Deh che rassembra quando gli; M*a, UB: O Dio che sembra quando gli; Va: O deo che sembra. V. 6 — Va : savria ; M*a : saprei ; UB: sapria. V. 7 — M*a: Che tanto. V. 8 — La, Lb, Le, Pa: Ch^ogni altro ; Va : Cognaltra verdi lei ilchia- mira; UB: CW ogn* altra in ver di lei la ; M*a : Che ciascun' altra in ver di lei chiamo ira. ì 54 LE RIME DI G. CAVALCANTI Non si porìa contar la sua piagenza, eh' alle' s' inchin' ogni gentil uertute, e la beltate per suo dio la mostra. ii Non fu sì alta già la mente nostra, e non si pos' en noi tanta uertute, che nprima ne poss' auer om canoscenQa. 14 XV ( CoD. Ca, e. 58 ) Biltk di donna et di saccente chore, e caualier armati, che sien genti, cantar d'augelli et ragionar d'amore, adorni legn i[n] mar forte correnti, 4 aria serena quand'apar l'albore, e bianca neue scender senga uenti, riuera d'acqua et prato d'ogni fiore, oro, argento, a^urro 'n ornamenti: 8 V. 9 — La, Lb, Le, Lf,. UB : por- ria .... piacenza ; Pa : Non sia por- ria .... piacenza ; M*a : patria .... piacenza, V. 10 — Va, La, Le, Lf : virtute; Lb: gentile, V. 11 — La: hiltate; Lf: hiltate per suo iddio ; Va, UB : per sua dea ; M*a: per soa Dea, V. 13 — La, Lb, Lf : puose in; Pa, Le : in ; M*a : E non s' è posta in salute ; Va, UB : in so- lute, V. 14 — La : Chen pria non possa haver huom conoscenza; Lb: Chen- pria non possa havere ogni cono- scenza ; Fa, Le : pria ne possa haver huom conoscenza; Lf: Che pria ne possa haver huom conoscenza ; M*a, UB : Che propriamente n' abhiam conoscenza; Va: Ke propriamente naviam chanoscenza. XV. V. 1 — Pa, Cb, C, Bd, Ce: Beltà; Li: Beltà .... piagente chore-, Va, UB: sacciente. V. 2 — Pa, Cb, Va, UB, Ba, Rd, Ce: sian; C: armati d'ogni genti-, Li : armati molto genti ; Lb : armate. V. 3 — Lh: da uccelli; Cb : d'augei. V. 4 — La, Pa, Cb, C, Va, UB, Ra, Rd, Ce: forti e correnti; Lb, Le: forti et correnti, V. 5 — C: Aere; Ra: Aria soave quand' appar V arbore ; UB : Ario soave, V. 6 — La, Lb, Le : sanza ; Va : sciender sanza, V. 7 — Ra, Cb: Siviera » V. 8 — La, Lb, Le, Pa, Va, UB, SONETTI 55 Ciò passa la beltate e la ualenpa de la mia donna, il su^ gentil coraggio; sì che rasembra uile a chi ciò guarda. il E tant'è più d'ogn' altra canoscen^a, quanto lo ciel[o] de la terra è maggio, assimil di natura ben non tarda. u XVI (CoD. Ca, e. 58) Uv amoroso sguardo spiritale m'à. renouato amor tanto piacente, chiassa' più che non sol ora m'assale e stringem a pensar chorale mente uer la mia donna, uerso chu' non uale mer^e né pietà ne star soffrente; Rd, Ce: Oro e argento azzurro \ Ra: OrOf argento et azzuro ; C, Cb : Oro, argento ed azzurro. V. 9 — La, Le; Ciò che può la hiltate: Pa, Lb, Rd, Ce: Ciò che può; C: la hiltate e la vaghezza; Cb: Possa la beltade ; Li : Passa la gran beliate e la piagenza. V. 10 — Li : mia donna e il suo gentil ; Cb : e^l suo ; C: et suo ; Va, UB: in sul gentil; La, Lb, Pa, Le, Ra, Rd, Ce: in suo. V. 11 — Li, UB, Ra, La, Lb, Pa: rassembra; Cb: vile ciò che; C: vii li rassembra ; Rd, Ce : Par che ras- sembre. V. 12 — Lb, Li : Et tanto ha piit .... conoscenza; Cb: E tanto più d* ogn* altra ha conoscenza ; Q\ Et tanto ^i^ .... è sua bellezza; Va: Et tanto ha ; Rd, Ce : E tanto ha .... conoscenza ; La, Le, Pa : conoscenza. V. 13 — Li, Cb, La, Lb, Le, Pa^ Rd, Ce: di questa terra; C, UB: lo Cielo de la terra; Ra: Quanto lo cielo è della terra. V. 14 — UB, Ra : ben huom tarda ; Va: ben om tarda. X VL V. 2 — Pa, M*e : W ha ri- trovato; Ra: Ma ritrovato; Lb: Ma rinoto. V. 3 — Pa, Cb, Ra, M*e: suole huom m*assale; Lb, Le, Re: suole. V. 4 — La, Pa, Le, C, Vb, Cb, Ra, M*e: Ed a pensar mi stringe coralmente; Lb: J? a pensar mi struggie coralmente; Re: Et a pen- sar mi strigne coralmente. V. 5 — La, Lb, Le, Pa, M*c, Vb: verso chi; Cb: non cale. V. 6 — La, Lb, Le : Merze pietà ne esser sofferente; Re, C, Merce pietà ne esser sofferente ; M*c : Merze 56 LE BIME DI G. CAVALCANTI che souent or[a] mi dà pena tale, che m pocha parte il chor[e] uita sente. 8 Ma quando sento che sì dolce sguardo da li occhi mi [e'] passò [dentro] a l[o] core, e poseui uno spirito di gioia, ii Di farne mer^è allei [giammai] non tardo; cosi preghata foss'ella d'amore, eh' un poco di pietà noi fosse noia! 14 xvn ( CoD. Ca, e. 5S ) Se non ti chagia la tua santalena giù per lo colto tra le dure (joUe; ne pietà ne esser sofferente j Pa, Vb Merze pietà ne esser soffrente \ Cb Merze ne pietà ned esser soffrente Ka; Merze ne pietà ne esser sof- frente, V. 7 — Cb, Ra, M*c : Che sovente ore ; tutti gli altri cod. : sovente hora. V. 8 — Tutti i detti codici: la vita. — Ma io crederei meglio di lasciare intatta la lezione di Ca, scrivendo intera la parola chor, V. 9 — C: quando i sento. V. 10 — La, Lb: Dentro degli occhi passo dentro al core ; Le, Pa, Re, Vb: Dentro dagli occhi passo dentro al core ; C, M*c, Ra, Cb : Per mezzo gli occhi passo dentro al core, — Come si vede, ogni volta che il Ca ha qualche lacuna, gli altri co- dici hanno le varianti più strambe. Certamente, nel caso presente, non si possono ritenere come genuine le due prime: non ci ò nessuna effi- cacia nel ripetere due volte dentro , nb il dire dentro degli o dagli occhi passo al core ò proprio. Si cercò di emendare cotesto verso rifatto, so- stituendo al primo dentro le parole per mezzo, snervando anche più r espressione. Il Ca, a mio credere, non manca che della parola dentro prima di « l[o\ core : il mi non è che un'abbreviazione di mtV. Ricostruito in tal modo, il verso dà un senso anche più determinata V. 1 1 — La, Lb, Le, Pa, Vb : puosevi, V. 12 — La, Lb, Le, Pa, Vb, C, M*c: Di lei gratificar giambi non tardo ; Cb, Ra, Re : Di lei gratificar giammai, — Anche qui, per la man- canza del semplice giammai, si mutò quasi r intero verso, che rivela aper- tamente d'essere stato rifatto. V. 13 — La, Lb, Le, C, Vb, Re : ftisse, V. 14 — Lb: noi fussi naya; C, no i; Vb : no i fusse ; Cb : no' i ; Pa, M*c : mi fusse ; La, Le, Re: ftisse; Ra: Che un pò di pietà no isasse. XVII. V. 1 — La, Lb, M*c : sancta lena: Le: sancta Lena; Pa, Cb, Oc: santa lena, V. 2 — Tutti i detti codici: a man di qualche vtllan folle. SONETTI 57 e uengna a maii[o] d'un forese folle, che la stropicci e rendalati a pena; 4 dimmi se '1 fructo, che la terra mena, nasce di secche, di caldo o dì molle: e qual è '1 uento, che Tannarcha e tolle, e di che nebbia la tempesta è piena. 8 E se ti piace, quando la mattina odi la boce del lauoratore, e '1 trama^^are della sua familgla : il Pò per certo, che, se la bottina porta soave spirito nel chore, del nono acquisto spesso ti ripilgla. u XVIII (CoD. Ca, e. 58») Guido caìialcardi a Guido Orlandi La bella donna, doue anchor si mostra, eh' è tanto di ualor pieno ed adorno, traggo lo cor della persona nostra e prende ulta in far coUei sogiorno. 4 perch assi dolce guardia la sua chiostra, che '1 sente in india ciascun lunicorno ; V. 7 — La: che l ammorta] Lb: v. 2 — Ub: pieno e di adorno ) la marcha ; Le, Pa, Cb, MV, Ce : Ka : piena e d'adorno ; La, Lb, Le, la marca, Pa, Vb : pieno ; Cb : Cotanto di valor V. 10 — Tntti i detti codici : voce, pieno, V. 11 — Tutti: delV altra sua fa- v. 3 — Lb : dalla persona nostra \ miglia, Pa: da la persona, V. 12 — Lb : Labettina, v. 4 — Ybi E pien di vita, V. 14 — La, Lb, Le, Cb,M*c:nMOt?o. v. 5 — Lb: Perche s\ dolcie, V. 6 — Va : invidia : UB : invidia XVllL V. 1 — Va, UB, Ba, Cb: ciascun r unicorno; Ra: Che ciascun dove amor si mostra. sente invidia à Vunicorno, 58 LE RIME DI G. CAVALCANTI e la uertu de Tarma afferà giostra, UÌ9Ì0 pos dire no i fa crudel ritorno. 8 Ch'air è per certo di sì gran ualen§a, che già non manca illei cosa da bene, ma creatura la creò mortale. 11 Poi mostra che 'n ciò mise prouedenQa; e al nostro intendimento si conuene far per conoscer quel eh' allu' sia tale. 14 XIX (Ck>D. Ca, e. 58v) Risponde Guido a Dante, A ciascun' alma Uedesti al mio parere omni ualore, e tutto gioco e quanto bene hom sente^ se fosti im prona del sengnor ualente, che sengnoreggia lo mondo de l'onore: 4 Y. 7 — Y 9,1 E la virtù délalma; UB, Ba: La vertude del' alma ha fera; Cb, Le: E la virtù delVarmi a farvi; La, Vb: E la virtù del- l' arme a farvi; Pa: de V armi a farvi; Lb: dell arme a farmi, V. 8 — Va, UB: Viziposdire noi; Ra : Vitio può dir noi ; Vb : Vitio può sdire noi su crudel; Cb: può dir no' i far; Le, Pa: Vitio può- sdire noi; La: Vitio può sdire noi fu; Lb: Vitio puosdire noi fu, V. 9 — Va: Ghette per cierto; Pa: Che le, V. 10 — UB, Vb, Cb, La, Lb, Le, Pa: a lei, V. 11 — Va: Ma che natura la creo ; UB, Ba: Ma che natura la crio. V. 12 — Va, UB: che do mise; Ba, Vb, Cb, La, Le, Pa: provvi- denza, V. 13 — UB, Vb, Cb, Pa: na- stro, V. 14 — Vb : Far cognoscere quél ; Ba; fia tale; Pa: a lei. XIX. V. 1 — B* : ongne ; La, Lb, Le, Pa, Va, UB, C: ogni, V. 2 — B*: ben consente 'y La: giuoco, V. 3 — B*: fusti .... signor \ La, Lb, Le, Pa, UB : fusti in pruova dtì signor, V. 4 — Va, UB: segnoreggia il mondo ; B\ Lb : singnoreggia il : La, Le, Pa, C: signoreggia il. SONETTI 59 poi uiue in parte, doue noia more ' e tien ragion nella pietosa mente: sì uà soaue per li sonni a la gente, eh' e cor(i) ne. porta senija far dolore. 8 Di noi lo chore ne portò, ueggiendo che nostra donna la morte chedea: nodrila d'esto chor, di ciò temendo. il Quando t'aparue, che sen già dolgliendo, fu dolce sonno, ch'allor si compiea, che '1 su' contravo la nenia uincendo. 14 XX ( Cop. Ca, e. 58«) l' vengno '1 giorno atte 'nfinite uolte , e trouoti pensar troppo uilmente: allor mi dol della gentil tua mente, e d'assai tue vertù, chetti son tolte. V. 5 — C : Vedesti in parte dove noia amore; B* : . Poi ne departe dongne noia amore; Pa: Poi viene in parte, V. 6 — C, B*, Va: E ten; UB, La, Lb: piatosa, V. 7 — C, B* : per sonni; La, Lb, Le, Pa: pe sonni, V. 8 — Va: sanza far romore; UB: Chel cor .... sanza far romore; C, B*: Chel cor; Lb, Le: Che cori .... sanza; La: Che i cor .... sanza; Pa: Che cor .... sanza. V. 9 — Va, UB, C, B* : Di te lo core ; La, Lb, Le, Pa : Di voi lo cor se ne. V. 10 — Yb,: Ke la tua donna .... chiedeva ; C : Che la tua Donna ; UB: Che la tua donna .... chiedea; Lb: credea; La, Le, Pa: chiedea; B*: Che la tua che morte che ha. V. 11 — Va, UB: Nodrilla dello core ; Qi Et nutrilla del cor ; B* : Nodrila del core de ciò ; La, Lb, Pa : Nodrilla; Le: Nudrilla. V. 12 — C, B*: we già dolendo, V. 14 — Va : contrarioldvenia vin- ciendo; C: contrario li venia; B* : continuo lo vinta vendendo; UB: contrario lo; La, Lb, Le, Pa: con- trario, XX. V. 3 — M*a: Molto mi duol; La, Lb, Le, Pa: duol. V. 4 — Lb : tua virtù ; Ma*, Lo : virtù. 60 LE RIME DI G. CAVALCANTI Soleuanti spiacer persone molte; tuttor fuggivi Tannoiosa gente: di me parlaui si coralemente, che tutte le tue rime auei ricolte. 8 Or non ardisco(n), per la uil tua uita, far mostramento chettu' dir mi piaccia, né uengo 'n guisa atte, che tu mi ueggi il Se '1 presente sonetto spesso leggi, lo spirito noioso, chetti chaccia, si partirà, da l'anima inuilita. 14 XXI (CoD. Ca, e. 59) Certe mie rime atte mandar uolglendo del greue stato, che l[oJ me' cor porta, amor[e] m'aparue in fighura morta, e disse: non mandar, ch'i' ti rispondo. 4 V. 5 — M*a: Solevati; Lb: ispi- gniutuzza; ha: icrignotìtza; Faiscn'- notusza. T. 2 — Mi : Epenga ben eom' ella l divisata. y. 3 — Hi: E come drittamente è sfigurata ; Cb, Lb, Le : eom e brui' tornente; M'c, La, Pa: eomebrMta- mente è. V. 4 — Mi, M'e, Cb, La, Lb, Le, Pa : qttel che par .... si raggruzza. V. 5 — Hi: Or s' ella ; Cb : ee- ttita Dormuzza; La: dunuza; Lb: duna husza; Pa: d'unuzza, T, 6 ■ — Mi : Con un eappel e di tei; Ub : Con cappellina e di tei sorgolata ; M'c, La, Le : Con cappel- lina e di vel; Lb; Con cappellina e di un rei sogolala; Pa: Con cappel- lina e di vel Buggolatii. T. 7 — TuttiideUicoaicl:if'irt. T. 8 — Valcuna faMiuìlHIn gm- tiluzza. t. 10 — Mi: Se si saresli ango- 64 LE RIME DI G. CAVALCANTI nessi nuolto di malìnchonia , che tu non fossi arrischo de la morte, di tanto rider che ti farebe '1 core, o tu morresti o fuggiresti uia. 11 14 XXV (CoD. Ca, e. 61) Se mercè fosse amicha a miei disiri e '1 suo mouimento fosse dal chore di questa bella donna, al su'.ualore mostrasse la vertute a mie' martiri: 4 d' anghosciosi dilecti miei sospiri, che nascon della mente, ou' è amore, e vanno sol ragionando dolore, e non trouan persona, chelli miri; 8 Giriano algli occhi con tanta uertute, che 1 forte e '1 duro lagrimar che fanno, ritornerebbe in allegreQQa e 'n gioia. li scioso'y Cb, M*c, La, Le, Pa: Ne tanta angoscia o tormento damare; Lb: Ne tanta angoscia o tormento. V. 11 — Mi: Ne tanto involto; Cb, M*c, Lb, Le, Pa : rinvolto ; La : rinvolto di maninconia. V. 12 — Cb, La, Lb: fusai; Le: fusse; Me: fosse. V. 13 — Mi : Per molto rider che farebbe ; Cb, M*c, Le, Pa : aprirebbe il core; La: rider creperebbe; Lb: chapirrebbe, XXV. V. 1 — Lm Se merze fusse .... a mie ; Lb : fusse .... a mia desyri; Le, Pa, C: fusse .... desiri. V. 2 — La, Lb: E'I movimento suo fussi; Le: E *l movimento suo fusse; Pa, C\ E 'l movimento suo. V. 3 — La, Pa : donna il suo ; Lb, Le: donna el suo; C: donna, e ^l S1W (eh* è la vera lezione). V. 4 — Lb : Mostrassi la virtù a mia; Le: Monstrasse la virtute; La: a mia, V. 5 — lih: e mia. V. 8 — La, Le: truoran; Lb: truovon. V. 9 — La, Lb : Grirano .... wr- tute ; Pa : Girieno ; Le : virtute. V. 10 — La, Le, Pa, C: Chi forte e duro. V. 11 — C: Bitornarebbe 'n àU» granza. SONETTI 65 Ma sì è al cor dolente tanta noia, e[d] all'anin^a trista è tanto danno, che per disdengno huom non ah lor salute. 14 XXVI (CoD. Ca, e. 61) [0] tu, che porti nelli occhi souente amor, tenendo tre saette in mano, questo mio spirito, che uien di lontano, ti racchomanda l'anima dolente. 4 la quale à già feruta nella mente di due saette l'arciere soriano: a la ter^a apre Tarcho, ma si piano, che non m' agiunge, essendoti presente. 8 Perchè saria dell'alma le salute, che quasi giace infra le membra morta di due saette, che fan tre ferute. il La prima dà piacere e disconforta, e la seconda disia la uertute de la gran gioia, che la ter^a porta. u V. 12 — La: Ma aia al cor, v. 7 — La, Le, M*c: Et la terza; V. 13 — l&: Ed aU' anima trista Lb, Pa, Ba, Cb; E la terza, tanto danno; F&i Ed a l'anima tri- v. 8 — Ra, La, Lb, Le; aggitigne; sta tanto. Fa: aggiungi, y. 9 — La: doli alma la salute; XXYl. yA—Lslj Lb, Le, Pa, MV, Lb : sare .„. la saMe; tutti gli altrì : Cb, Ba: O tu. la salute» V. 3 — Le: Questo mie spirto, v. 11 — M*e, Ba: dua, V. 5 — La: ferita; Lb: La quale y, 18 — Pa: desia; La: rirtute*^ e già. tutti gli altri: desia ,„. virtute, V. 6 — M*c: Di dua; Pa: doe. 66 LE RIME DI G. CAVALCANTI XXVII (CoD. Ca, e. 61) Guido de catialcanti a frate Guittone d^ areggo Dappiù a uno face vn sol legismo, i maggiore e in minor me(j, 3« e l*, . v. 8 — soavitade. y. 10 — M*a: ne i sospir. XXXV. V. 1 — UB: priego .... v. 11 — M*a: fuore. pietade. V. 2 — M*a: di suo cor. XXXVI. v. 1 — UB: messager. 74 LE RIME DI G. CAVALCANTI ed io mi disvegliai alor temendo ked egli fosse in compagnia d'amore. 4 Po' mi girai e vidi il servitore di monna lagia ke venia dicendo: aiutami, pietà,; si che piangendo presi di merD. Ca, e. 4« e 5) Messer Lapo Farinata degli liberti > Guido, quando dicesti pasturella, vorre' che avessi dett' un bel pastore : chessì chonuen ad om che uogl' onore, se uol contar uerace sua nouella. 4 Tuttor auea uerghetta piacene e bella: pertanto lo tu' dir non à, fallore; I. V. 1 — M*c : pastorella. v. 4 — M*c: Contar sempre uerace. V. 3 — MV: eonvien» v. 5 — ìi^c: Tutthorverghettahavia, * Sono undici sonetti e due mottetti (chiamo cosi, perchè mi sembrano tali, i due ultimi componimenti, di una stanza ciascuno), che fanno tutti parte, meno il sonetto di Niccola Muscia, della corrispondenza epistolare poetica del Cavai- cantL II sonetto del Muscia è poi importante pel suo contenuto , perchè , mentre avvalora il racconto di Dino Compagni intomo al pellegrinaggio del nostro Guido a San Iacopo, sparge nuova luce su quella misteriosa gita. Io do qui in appen- dice le dette rime, credendo sia necessario, per la chiara intelligenza di parec- chie poesie del Cavalcanti, conoscere quelle a lui indirizzate da poeti contempo- ranei, della maggior parte delle quali si è già fatto cenno nella Introduzione. ' Questo sonetto, come fu avvertito altrove, segue la ballata: In un bo- schetto trova' pasturella. 82 APPENDICE eh' i' non conoscho re nò 'mperadore, che no Tauesse agiata camerella. 8 Ma dicem un, che fu tech' al boschetto il giorno che si pasturan gli agnelli, che non s' avide se non d'un ualletto, il Che caualchaua ed era biondetto, ed auea li suo' panni corterelli ; però rasetta, se uno', tuo motetto. u n (CoD. Ca, e. 56) Nttcdo sanese a Guido catudcanti I mie' sospir dolenti m'ànno stanche, ch'escon di me per for^a di ualore; e quei, che non posson gir di fore, mi feron duramente per lo fiancho, ciercando s'eo di dolgl'auesse manche; e po' si lento entrar dentro dal core, e m'ànno si disfatt' ongni ualore, che mort'è ne la mente uenut' anche. E rompon i dolenti mie' sospiri il chor, che dentro è tanto combattuto, che pur conuen che morte asse lo tiri. Amor, i' son a tal per te uenuto ch'omo non trono chemmi degni o miri, ed ongni tu' poder m' è disaiuto. 8 11 14 V. 7 — Wc: Be ne Imperatore. V. 8 — M*c: tamerella, V. 9 — M*c: dicemi, V. 10 — M*c: pasturava, V. 11 — M*c: s^advide. V. 14 — M*c: Però rassetta. II. V. 6 — Ra : Et poi li sento. V. 8 — Ra : Che morte nella mente è venuta ancho. RIME DI DIVERSI 83 m (CoD. Ca, e. 56«) Bernardo da bolongna a Guido cauMcanti A quella amorosetta foresella passò sì '1 chore la nostra salute, che sfigurio di sue belle parute: dond' r la domanda': perchè, pinella? — 4 vdistn mai di quel guido nouella? sì, feci, ta ch'appena Tò credute; che s'alleghar le mortai ferute d'amor e di su' fermamento stella 8 Con pura luce, che spande soaue. ma dimmi, amiche, sette piace, chome la conoscenza di me datte l'aue? ii Sì tosto chom i '1 nidi seppe '1 nome, ben è così chon si dice la chiane, allui ne mandi trenta milia some. u ( CoD. Ca, e. 56i7 ) Gianni alfani a Guido catialcanti Guido, quel gianni, ch'atte fu l'altri eri, salute quanto piace a le tue risa, III. 7. 3 — M*c: Che sfigurò le v. 7 — M*c: a^aUegaron; Ra: s^aU sua tétte] Ra: Che sfiguro le sue largarono Ed, Fa, Le: s'aUegaron. belle; Pa, Rd, Le: Che sfiguro di. v. 12 — Rd, Pa, Le: come lividi V. 4 — Pa, Le, Rd, M*e: Ond'io. seppi, V. 5 — M*e, Ra: Udisti; Rd: di v. 13 — Pa: Ben è così si qual quel Graudio. si dice ; M*e, Ra : Ben è così se qual V. 6 — M*c, Ra: Sì fece, dice; Rd, Le: Ben è così guài si dice, ' È il sonetto di Gianni Alfani, a cui il Cavalcanti rispose col mottetto: Gianni, quel Guido salute, . 84 APPENDICE da parte della giouane da pìsa, che fier d'amor me che tu di trafieri. 4 ella mi domandò chomettu ieri acconcio di seruir chili ae uccisa , s'ella colini atte nenisse in guisa, che noi sapesse altre ch'egli e gualtieri, 8 Sicch e suo' parenti da far maccho non potesser giama' lor più far danno che dir men date da la lungi scaccho. li Io le rispuosi, che tu sanpa inganno portaui pien di ta' saette vn sacche, chelgli trarresti di briga e d'affanno. 14 ( CoD. Ca, e. 58 1; ) Risposta di Guido Orlandi a Guido caualcanti^ A suon di trombe anpi che di corno, uorria di fin amor far una mostra d'armati caualier di pasqua vn giorno, e nauicar sanpa tiro d'ostra 4 IV. V. 4 — Ra: me' che tu di V. v. 1 — Pa, Le: Innanzi a trMfieri. suon di trombe che di corno; Vb: V. 5 — Ra, M*c: tu eri. Innanzi a suon di tromba che di V. 8 — M*c : Che no *l sapessi Corno ; Ra : ^ suon di trombe in- filtri ch'egli et Gualtieri ; Ra: Che nanzi che di corno, no 'l sapessi altri eh' egli et guaU v. 2 — Pa, Le, Vb : Vorrei, tieri. V. 3 — UB: cavàUier; Ra: il V. 11 — M*e: dalle lunge iscac- giorno, cho ; Ra : dalla lunge iscacco, v. 4 — UB : navigar senza tirodo * Vedi addietro il sonetto del Cavalcanti La bella donna dove amor si mo" stray al quale questo dell' Orlandi è di risposta. RIME DI DIVERSI 85 ver la gioiosa garda, girle intomo assua difensa, non cherendo giostra atte, chesse di gentilsQQe addomo, dicendo il uer, perch'i' ò la donna nostra. 8 Di sum ne prego con gran riueren(ja per quella, di chui spesso mi souene, eh' a lo su' sire sempre stea leale; il Seruando in se l'onor, come s'auene, viva con deo, chenne sostene ed ale, né mai dallui non faccia dipartenza. u VI (CoD. Ca, e. 70 v) Messer Cino da pistoia a Guido caualcanti Qua' son le nostre cose ch'io ni tolgho, guido, che fate di me sì uil ladro? certo, bel motto uolentier ricolgo, ma fune nostro mai nessun leggiadro? guardate ben ched ongni carta uolgo; se dite il nero, non sarò bugiardo: odostra; Ra: Et navigando senza tiro od* ostra ; Y&: E navicare ; Pa: E navicando .... senza; Le: navi- gando ; Vb : navigando senza tiro de. V. 5 — Ra: guardia; Pa: attor- no ; Vb : Ver la gioiosa garza girgli. V. 6 — Ra, Vb, UB: difesa; Pa: A sua diffesa non chedendo; Le: difesa non chiedendo. V. 7 — Ra, Vb, UB, Le, Va.: gen- tilezza adorno, V. 8 — Tutti i detti codici : per- ch io la donna. V. 9 — Ra : Iddio ne prego ; UB: Jesu ne prego; Vb, Le, Pa, Va: Di su ne. V. 10 — Ra : sovvene ; Pa, Le, Vb, UB : sovviene. 7. 11 — UB: a lo suo; Ra: aUo SUO; Vb: Che sia al suo signor sempre liale; Le, Pa: Che stia al suo signor sempre leale. Y. 12 — Le, Pa, Vb : Vonor qual si conviene; Ra: ^avviene. V. 13 — UB: Dio. V. 14 — Ra: ^c mai da luifaC' eia ; UB : ^ mai da lui. 86 APPENDICE queste mie chosette dou' io le sciolgho, belle fa amore, ìmianp^ a chu^ le squadro. Ciò è palese ch^ i non sono artista, ne cuopro mia gnoran^a con disdengno, ancor che '1 mondo guardi pur la uista; Ma son un uom cotal di basso ^ngegno, che uo piangendo tanto Talma trista per un chuor, lasso, eh' h fuor d' esto regno. vn (CoD. Ca, e. 95v) Nicchóla mmcia di Guido caualcanti Ecci uenuto guido chon pastello, o arrecato a uender chanouacci, che uà chom ocha e cascali 1 mantello? ben par chessia factor de rusticacci. e im bando di firen 17 Sonetti » 41 APPENDICE Rime dì diversi indirizzate a Guido Cavalcanti » 81 Rime inedite » 93 FINITO DI STAMPARE IN NUMBRO DI 350 ESEMPLARI IL GIORNO XV APRILE MDCCCLXXXI IN FIRENZE COI TIPI DI GIOVANNI CARNBSBCCHI E FIGLI Ancona(D*) Alessandro.— I Pre- cursori di Dante. — Un volu- me L. 1, 50 fiartoli Adolfo. — I Precursori del Rinascìinento. Un voi. 1,50 —I Precurs. del Boccaccio. 1, 50 —Storia della Letteratura Italia- na. Tom. I : Introduzione ( Ca- ratteri fondamentali della Let- teratura medievale) ...L. 3,50 Tom. II: La Poesia Italiana nel periodo delle ori'jMni.. .L. 4,00 Tom. Ili : La Prosa Italiana n^I periodo delle orijj^ini .. .L. 3,50 Bindi mons. Enrico.— Scritti di Letter. latina. — Un voi. L. 4, 00 Bonghi Raggerò. — Saggi e Di- scorsi in materia d* istruzione pubblica. — Due voi. L. 8, 00 Burckhardt J. — La Civiltà del secolo del Rinascimento in Ita- lia; traduz. del Prof. D. Val- busa, con aggiunte e correzioni dell'Autore. - Due vol.L. 7, 00 Caix N. — Studi di Etimologia italiana e romanza. . .A4. 2, 50 Canini Enrico. — Scritti sto- rici, pubblicati per cura di Isi- doro Del Lungo. Un vol.L. 4,00 Cicerone. — 11 trattato Dei Do- veri, tradaz. con note di G. Ri- QUTiNi. Un voi L 4,00 Raecolfa Lelleraria (i6'> grande) Max-H&ller. — Discorsi sulla Cicerone. — Le Filippiche*; tra- dotte e illustrate da G. Mestica. Volumi due L. 9, 00 Conti AngastO. — Cose di Sto- ria e d'Arte; scritti vari. — Un voi L.|4, 50 Conti Cosimo. — Ricerche' Sto- riche sull'Arte degli Arazzi in Firenze. — Un voi. . . .L. 2, 00 Corazzlni Francesco. — Le Let- tere edite e inedite del Boccac- cio ; tradotte, commentate e illu- strate con nuovi documenti. — Un volume L. 5, 00 GarglolU Girolamo. — Studi sul parlare degli artigiani in Fi- renze. — Un voi L. 3, 50 Giovenale Decimo Glunio. — Le Satire, voltate in versi ita- liani e annotate dal prof. Raf- faello Vescovi ; col testo a fronte. — Un voi L. 4, 00 Guasti Cesare. — Alessandra Ma- cinghi negli Strozzi; lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV. — Un voi. L. 5, 00 — Belle Arti: opuscoli descrittivi e biografici. — Un voi. L. 4, 00 Lnchinl Odoardo. — Il problema dei diritti della donna special- mente in Inghilterra e in Ame- scienza delle religioni — Un vo- lume L. 3, uO Mcleagro da Gadara. ^ Epi- grammi, traduz. di Ounx> Maz- zoni. — Un voi L. 1 , 00 Paini Carlo. — Il Buddha, C on- fucio e Lao-tse ; notIzi« e sixuYj sulle religioni dell'Asia orien- tale. — Un voi L. 5, w Sartlnl Vincenzo. — Storia delio Scetticismo moderno.. .L. 4, UO Studi di LegMadone scolasticji comparata, raccolti e pubbli- cati per cura del Ministero del- l' Istruzione pubblica. ( Palma e Ferri ). — Voi. primo L. 3, (» — La Facoltà di Medicina e il suo Regolamento. (Bonghi Ruggie- ro). — Voi. secondo . . .L. 5, uO —Istruzione secondaria. ( F. L. Polla ). - Istruzione superiore. (L. Mbybr e F. Palma). — Vo- lume terzo L. 3. (XI Tabarrinl Marco.— Sta^ di Cri- tica storica. — Un voi. L. 4, 00 Tortoli Oioyanni. — 11 Vocabo- lario della Crusca e un suo Critico. — Un voi L. 4, 00 Venturi Luigi. — I-o similitu- dini Dantesche, ordinate, illustr. e confr, — Un V0I....L, 4,00 rica. — Un voi L. 1,50 mCHELANGIOLO BUONAEBOTI, Ricordo al Popolo Italiano. — Scrittori dell'opera: — Goasti C. - Milanesi G. - Venturi L. - Saltini G. E. - Duprr G. - Mongbri G. - CJap. R. P. - Cavalluch C. J. - Frollani e. — Un voi. di pag. xvi-223 col Ritratto e una Pianta L. 2, Oi' Kaecotfa EdBcativa e Scolastica (i6'> piccolo) Calenzoli Giuseppe. — Dialoghi e Commedine. - Ediz. 9'S ac- cresciuta. — Un voi.. .L. 2, 00 Carraresi G. C. — Cronografia generale dell' Era Voln^are dal- l'anno 1 al 2000. Un voi. L. 3, 00 Cavernl Raffaello. — Problemi naturali di Galileo Galilei e d'al- tri autori della sua scuola , rac- colti, ordinati e illustrati con note. — Un voi L. 2, 50 EUendt Federico. — Gramma- tica Latina tradotta sulla quin- dicesima ediz. tedesca L. 2, 50 Falorsi Guido. — Elementi di Grammat. Italiana per 1-5 Scuole elementari e tecniche. .L. 1,50 — Id. ad uso delle Scuole element. norm., ginnas. e tecniche L. 2,00 — Guardare e Pensare, studi dal vero. — Un volume. ..L. 1,50 Fornaclarl Uaffacllo. — Disegno storico della Leiterat. Italiana ; Lezioni xviii ; 3^ edizione. — Un volume L. 2, 00 — Dichiarazioni ed Esempi in ap- E endice al Disegno storico della etteratura Italiana .. .L. 3,00 —Grammatica italiana dell' uso moderno, per le scuole e per il popolo (Etimologia) — Un vo- lume L. 3,00 Gargiolll C. — L'Autobiografia di un povero fanciullo, compen- diata da Ed. Charton. — Un volume L I, 00 Glarrò-Billi Marianna. — Rime. Un voi L. 2,00 Manzoni Alessandro. — Gl'Inni sacri e il Cinque Maggio, di- chiarati e illustrati da Luigi Venturi — Un voi L. 1, 50 Manzoni Alessandro.— Liriche e Sermoni , dichiarati e illustr. da L. Venturi. Un voi. L. 1,50 Pape-Carpantier. — Del meicuio naturale ncU' insegnamento pri- mario; Conferenze. Traduz. eoa note ed aggiunte di Carlo G ^r- GiOLLi. — Un voi L. 2, '-0 Sanesl Tommaso. — Storia del- l' antica Grecia ; 2'*^ edizion'^, notevolmente migliorata. — D»»* volumi L. 4, 00 Uttinl Carlo. — Educhiamo! - Scritti vari. — Due volumi . . . L. 4, iw Valdarniul Anfcclo. — Elementi scientifici di Etica e Diritto. — Un voi L. 2, Oc) — Nozioni di Psicologia e di Lo- gica, ad uso degl* Istituti tecnici. Un voi L. 1, jO Collezione ìfì-%'"' Del Lungo Isidoro. — La Critica Italiana dinanzi agli Strameri ed air Italia nella questiori'^ su Dino Coinpagm. — Un opuscolo L. 0, 5«> Rajna Pio. — Le Fonti delP Orlando Furioso. — Un grosso volume L. 9, 00 Vasari. — Le Opere, con nuove annotazioni e commenti di G. Milanesi. — Tom. 1, II, III, IV e Y. (Saranno tutte comprese in otto volumi ). — Ciascuno L. 8, 00 Raccolta di Opere inedite o rare di ogni secolo della Lcllerulora Uuliana l«e HotoIIo «ntlehe dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-OmUliano 193, c> v una Introduzione sulla Storia esterna del testo del Novellino, per Guido fiiagi. — In voi. in-8 (ediz. di 500 esemplari, in carta giallo-avorio) di pag. ccviii-25S...'. . .L. 10. U* Seonarl inedill della Commedia dcll'ArCC) Contributo alla Storia del Teatro popolar- italiano di Adolfo Bartoli. — Un voi. in-8 (ediz. di 350 esemplari su carta e. sopra) 1 pag. cLxxxvi-308 L. 15, » * Lo Rime di Caldo CaTaleantl • — Testo critico pubblicalo per cura di NicoU Arnone. — Un voi. in-8 (ediz. di 350 esempi, in carta come sopra) di pag. cxlii-104.. . ..L. iU»