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Se vi saro riuscito, non so, giudichi il letto- re : solo lo prego ad essere indulgente e a con- siderare quante siano le difflcoltk, talvolta gra- vissime, che si parano dinanzi anche ai piii vo- lenterosi, quando si avventurano in studi sulle origin!. Saro pago se il lettore potrk convincersi che io abbia ad ogni modo alquanto migliorata la lezione che flno ad ora si aveva delle rime di questi antichissimi, e se avro data qualche no- tizia sicura suUa coltura pistoiese in quella re- mota etk. VI — Mi corre intanto Tobbligo, a cui ben vo- lentieri adempio, di ringraziare tutti quei buo- ni, oortesi e dottissimi uomini che mi hanno aiutato di consigli e di suggerimenti, come i chiarissimi professori Francesco Torraca, Erne- sto Monaci, Leandro Biadene, Giuseppe Gugnoni, e i pazientissimi amici, professori Ireneo Sanesi, Santorre Debenedetti, Giorgio Rossi, Agostino Zanelli, Demetrio Marzi, Antonio Rafanelli e Carlo Nardini, che con tanta gentilezza hanno trascritto per me dai codici cio che io di persona non potevo vedere o mi hanno inviato notizie utilissime al mio modesto lavoro. Pistoia, 31 Luglio 1906. Introdvzione : I. — La coltara pistoiese nei secc. XIII e XIV Pag. xi II. — I poeti » zxxiii III. — La poesia » lxxxix VI. — Autenticiti delle rime » cxix V. — Metodo delPedizione » cxxix VI. — Bibliografia » cxxxvii Testo : 1 — Meo Abbracciavacca. Canzoni Pag. 8 Sonetti autentici Bime di dubbia autenticit4 .... 2 — Si: Gui: da Pistoia. Sonetti 3 — Lemmo Orlandi. Canzoni Cobbola 4 — Paolo Lanfrancbi. Sonetto provenzale Sonetti italiani Poesie provenzali di dubbia autenticiti. Sonetto italiano di dubbia autenticit4. 5 — Meo di Bugno. Sonetto 6 — Mula de' Muli. Sonetti 7 — Guelfo Taviani. Sonetti 8 — Zampa Bicciardi. Sonetto Glossario Indice de' Bimatori Indice della Bime 22 40 68 B7 66 71 72 82 87 91 97 im 111 113 IIB • • ivi INTRODUZIONE La coltHra pistoiese nei secc. XIII e XIV. Una nuova vita fino dal secolo XII incomincia in alcune citta toscane, sedi di borghesia e di coltura ri- nascente. Siena, Arezzo, Lucca, Pisa e Pistoia, a mo' d'esempio, danno i primi segni del loro rinascimento, cercando rinnovarsi a mano a mano nelle istituzioni, formando il nucleo d'una prima borghesia mercantile, cittadina in parte e in parte anche venuta dal contado, e soprattutto creando i primi magistrati incarnanti la pienezza dei diritti dello stato e la sua unita, i consoli, e stabilendo assai presto negli statuti una legge terri- toriale. Pistoia, liberatasi dalla soggezione alle grandi fa- miglie feudali dei Cadolingi, dei Guidi e degli Alberti, €, resasi un po' piu indipendente dalla Curia vescovile, costituisce assai presto un governo oomunale, e fino dal 1106 ha a capo di questo i consoli, (^) al governo dei quali fa poi seguito un periodo consolare-potestarile, rimanendo infine padroni del campo i soli Podesta. (^) Q. Santoli, I Consoli e i Podestd di Pistoia sino al MCCXCVIL Pistoia, Flori, 1904. \ — xn — Verso la fine del sec. XII, Pistoia e uua delle pri- me citta italiane che si ordinano con saide leggi, dalle quali apparisce che la citta fin d^allora doveva essere ricca di lavoro, con un potere centrale alquanto forte, con una borghesia che incominciava a dedicarsi con qualche fortuna ai traffici e alle professioni, e si strin- geva in sapienti corporazioni, mentre si stabiliva un rigido sistema di proprieta privata. Questi albori della vita comunale pistoiese ci si mostrano negli Statuti del 1177. (1) Questi antichissimi Statuti di Pistoia presuppon- gono una qualche coltura giuridica anteriore, e fanno comprendere che anche nell' eta precomunale nella sor- gente citta non dovette essere, come non lo fu in altre citti toscane, del tutto spenta la conoscenza del diritto. In quella lontana eta, quando i vari elementi della no- stra vita sociale si venivano lentamente ricomponendo e ricongiungendosi in unita, tutto cio che si veniva rin- novando e nel pensiero e nella vita, aveva per tutto dei tratti comuni, e quelle che avvenne in altre regioni e in altre citta possiamo supporre che avvenisse anche in Pistoia. Non solo nel diritto Pistoia da i primi indizi di rinascenza, ma, anche prima che vi avessero qualche sviluppo le arti figurative e la poetica, vede sorgere le sue prime, antichissime chiese, con traccie della primi- tiva architettura romanica e della toscana nascente : lo attestano gli antichissimi architravi, ancor molto rozzi, suUe porte maggiori di S. Giovanni forcivitas, di S. Pie- tro Maggiore, di S, Andrea e di S. Bartolomeo. La coltura e ancora clericale ; ma si hanno indizi (^) Statuti di Pistoia del sec, XII ed. da F. Bbrlan. Bolo- gna, Eomagnoli, 1882. — xin — . fino da ((uei remoti tempi che il desiderio degli studi si faceva sempre piu vivo nelP animo dei Pistoiesi. Una tradizione, che 1' Arferuoli riferisce, oi fa credere che gia nel 1145 un messer Binieri andasse a studio a Fa- ^gi- C) Questo amore del sapere rinascente negli animi ci e dimostrato anche dal fatto che a Pistoia si ha no- tizia d' un' antica scuola di amanuensi, e si trova nel- TArchivio Capitolare una buona collezione di codici che rimontano fino a quella lontana eta. In essa appariscono un Sermo S. Vigilii episcopi, compilato nel secolo XI o XII, un Decretum Burcardi probabilmente del sec. XII, una ExposiUo 8, Augtistini super Matteum et lohanneniy che e pure, forse, del secolo XII, un Fletm Hieremiae propTietae, un altro Sermo S. Augustini super Psalmos del secolo XI, una prima parte della Bibbia del secolo X o XI, ed altri codici non meno antichi, che porgono tutti insieme una testimonianza . sicura come il clero pistoiese dove fino da quei tempi attendere agli studi, e- vi doveva essere, come altrove, una scuola clericale direttamente dipendente dalla Curia, f^) Ma di questa scuola clericale ricordo alcuno non mi e stato possibile trovare in epoca anteriore alle pri- me tracce d' insegnamento laico, che appariscono in Pi- stoia soltanto sui primi del secolo XIV (^). Infatti in Q) Arfbruoli, Hist di Pistoia^ mss. nelPArch. Capit. di Pistoia, t. I, p. 1B7. (*) Chiappblli Luioi, I mss. giuridici di Pistoia, Bologna, Fava e Garagnani, 1885, p. 16 e altrove, estr. diBXV Archivio giuridico. Lo Zdekauer per6 pubblicando nel BuU» stor, pist, (IV, 14) un Inventario deUa Libreria Capitolare di Pistoia del sec, XV htk dimostrato che alcuni di quei odd., creduti appar- tenenti al fondo antico, sono invece acquisti posteriori. (3) Zanblli a., Del pubblico insegnamento in Pistoia dal XIV al XVI sec.j Homa, Loescher, 1900, p. 10 e sgg. Anche il CiAMPi non riusci a trovare ricor did' insegnamento pubblico in Pistoia anteriori al 1315. s — XIV — un frammento di pergamena dell'Archivio Capitolare di Pistoia e scritto, probabilmente, dall' operaio di S. Ze- none : « Puosi Nicolao con ser Lncha a leggere ad die XIIJ di majo dello a. MOOCXXXIJ. » (^) Qui a me pare chiaro che si tratti d'una scuola di chierici. Accanto a questa scuola clericale, che deve avere avuto in Pistoia un'assai remota origine, doveva certo esservi fino dal secolo XIII una scuola laica, sebbene di questa lo Zanelli non abbia potuto nelle sue dili- genti ricerche nei libri del Comune pistoiese trovare traccia alcuna prima del secolo XIV. Piu fortunate sono state le mie ricerche nelFArchivio Capitolare, ove ho potuto trovare notizia di due maestri, che, per quanto mi pare, dovevano attendere air insegnamento laico in Pistoia. Non e molto invero, ma ad ogni mgdo anche la notizia che possiamo dare di questi due maestri puo fomirci la c^rtezza che nella seconda meta del sec. XIII piu d' uno attendeva in Pistoia all' insegnamento laico. Un codice dell' Archivio Capitolare ci dice che « un Pi- storese » , maestro di grammatica, il 3 ottobre 1283 re- stitui dei denari a un Alberto di Arrendevole. (^) In (*) Frammenti de* libri cTentrata dal 1280 dl 1324^ n, 163, Qaesto Niccolo deve essere quello stesso che lo Zamblli ricordo a p. 10 del suo lavoro sulla fede del Re petti che vide la perga- mena originale ove si parla di lui. Una copia di questa perga- mena ho veduto nell' Archivio del Subeconomato di Pistoia, F^ 87 a cc. 195, n. 123, nella quale fa un atto d'affitto un Bonaccorso di Giovanni, padre di Maestro Niccol6, € doctor gramatice ». Da questo documento risulterebbe adunque che Maestro Niccolo insegnava in Pistoia fino dal 1304. Pare che non insegnasse sem- pre in patria, perch6 un < Magister Nicolaus de pistorio, » appari- see con altri maestri in un atto di procura fatto in Genova il 5 dicembre del 1315 (Giorn, stor, e lett della Liguria, VIII, fas. 7. 8. 9. p. 811.) (*) Istrumenti deWanno 1300 non attinenti al Capitolo^ L, 144, senza numerazione di carte. — XV — un atto del 22 ottobro 1296 tin Dino di Ambrogio « magister linguarum » , con Paolo di Bonavita, della cappella di S. Maria Nuova, riceve in affitto un pezzo di terra da Lippo e Francesco de' Sedogi. (^) Del resto I'insegnamento, sia clericale sia laico, deve essere stato in Pistoia, come abbiamo detto, assai prima, e gia gli Statuti del 1177 hanno una rubrica che ri- guarda gli scolari che studiavano in Pistoia. (^) Nel secolo XIII risorge anche qui la tradizione classica^ innanzi tutto nella vita che si fa piu libera, pill complessa. Va scomparendo mano a mano I'unifor- mita dei tempi piu lontani del medioevo, e la Comunita si rende indipendente dalla soggezione aU'elemento cle- ricale impersonate nel Vescovo. (^) II secolo si chiude cogli Statuti del 1296, nei quaU trionfe in gran parte il pensiero giuridico di Boma, e dove e stabilita netta- mente la separazione del diritto pubblico dal privato, la liberta dellepersone e dei beni, ed e disciplinata in tutte le sue parti la vita commerciale e industriale del ricco e operoso comune. Neiratteggiamento stesso del pensiero, quale si ma- nifesta sul cadere del secolo nella scuola giuridica che si forma in Pistoia, e soprattutto nelle opere giuridiche di Cino si scorge questa rinascenza della classica an- tichita, la quale si mostra anche, come abbiamo accen- nato, nell'arte coi piu antichi monumenti pistoiesi di architettura romanica o toscana primitiva. La citta sente gli stimoli d'una vita nuova e piu rigogliosa : vuole atterrate le case d'lacopo Saraceni e le povere (*) Arch. Oapit. di Pistoia, ivi. (') Statuti citt., ed. Berlan, p. 85, rubr. 31. (3) Babbi a. 8., Delle relazioni tra Comune e Vescovo nel sec. XII e XIII nel Bull. stor. pisU, I, 3. — XVI — catapecchie che erano tra la cattedrale e la chiesa di S, Maria Gavaliera^ e vi erige una residenza degna de' saoi reggitori. Sorge cosi il severo palazzo comunale quasi a simbolo della forza del Gomune ormai salda- mente costituito. Qualche decennio piu tardi sorge dinanzi a questo il bel palazzo del Podesta, e suUe rovine della piccola, antica chiesa di S. Maria in Corte s'eleva il battistero di S. Giovanni, il bel gioiello architettonico che 6 una fedele immagine del grande e magnifico battistero fiorentino, e a destra di questa gemma dell' architettura pistoiese s'inalza il palazzo del Capitano del popolo. Intanto Pistoia partecipava al primo risorgimento della pittura con Vincino, che nel 1299 lavorava con al- tri nel Camposanto di Pisa (*), e con quel Leonardo che dipinse quadri anch' oggi assai pregiati (*). Gia si ha no- tizia di abili orefici, come di quel maestro Andrea d'laco- po d' Ognabene che fece il paliotto bellissimo all' altare di S. lacopo, di scultori per quel tempo valenti, come queiriacopo di Matteo che fece la statua di S. Paolo posta suli' architrave della porta maggiore della chiesa a quel santo dedicata^ e che lavoro anche nel Campo- santo di Pisa sotto la direzione di Giovanni Pisano. Un risveglio di potente, irrefrenabile individualita si manifesta anche nelle azioni degli uomini che piu non si chiudono nell' oscura vita della parrocchia, ma irrompono nella vita pubblica coUa gagliardia propria delle forze giovani, coll' operosita della borghesia che (*) Per questo artista e per altri di minor grido, che per brevity non ricordo, v. Ciampi, Notizie inedite della sagrestia pist de* belli arredi, Firenze 1810. (*) V. nella Guida di Pistoia del Tigri, ed. del 1857, p. 77, e nel Bull, stor, pist.f I, p. 160. — XVII — si emancipa dalla nobilta e dai clero. Questa irrequieta individaalita nella seconda meta del secolo trascende nella nostra « oitta di crucci, aspra Pistoia, » fino ai piu feroci odi, alle lotte assidue delle fazioni ; ma per queste appunto spiccano gagliarde tempre di uomini ohe r uniformita del passato non avrebbe mai potuto dare. Questo risorgimento del pensiero e della coltura classica si palesa nel fiorire degli studi giuridici^ che da varie testimonianze ci appariscono essere stati coltivati in Pistoia forse fin dal secolo XII. Sicura testimonianza n' 6 il numero grande, in proporzione della piccolezza del Comune, dei giuristi ricordati in documenti pistoiesi. Nel 1219 si ha memoria di un Rainerio di Spettare- ge, di un Ildibrando di Gualfreduccio, di un Chiarito e di un Fantolino (^), tutti membri del Consiglio di queir anno : nel 1221 in un atto del 19 maggio appari- scono fra i testi ben sei giudici (^), e sette s' incontrano nel Consiglio del popolo dello stesso anno (^), e final- mente in un atto del 1226 sono ricordati numerosi giu- risti: Diotisalvi di Fraimerigo, Giovanni, Rainerio, Ric- como, Parmigiano, Bartolomeo, Marcoaldo e Niccolao. (*) La citta adunque era fin d' allora ricca di giurisperiti, e quindi dovevano fiorirvi gli studi legali. Naturalmente il numero di questi uomini di legge, che secondo V uso medioevale avevano V appellative ge- nerico di giudici, va crescendo verso la fine del sec. XIII. Tra i membri del Consiglio generale del popolo del 21 aprile 1279 appariscono ben dodici giudici : Infrangi- lasta, Ambrogio, Trufia, Bertino da Montemagno, Franr (*) L^er Cefisuwn di Pistoia, ed. da Q. Santoli, p. 71-72. (2) Ivi, p. 102. (3) Ivi, p. 103. (*) Ivi, p. 189. — XVIII — cesco, Vignorante, Bonifacio, W iccolao, Guglielmo, Lot- teringo, Frediano e Odaldo (^). E maggiore ancora deve essere sfcato il loro numero, dopoche in Pistoia s' istitui uno studio giuridico, e vi vennero ad insegnare uomini come Dino dei Rossoni di Mugello, il maestro di Cino, che oertamente v' insegnava nel 1279 (*). II Diplovatazio dice di aver letto in un ms. delle opere di Cino il no- me di un legista pistoiese, tal Bergolino, i} quale, cosa assai singolare in quella eta, conosceva anche la lingua greca. (^) Ebbero allora qualche nome anche altri giu- risti, Giovanni Bonaccorsi e il Berguglieri, finche sorse, assomihando in se tutto questo rigoglioso sviluppo di coltura giuridica, Cino da Pistoia (*). Intanto cominciano ad apparire le prime scuole lai- che sussidiate e regolate dal Comune. Dei migliori che v' insegnarono dovette essere quel Francesco da Colle, (*) Liber censuunij cc. 381 e 382. (^) Zanblli a., op. cit. p. 11. (3) Ohiappblli L., Vita e opere giuridiche di Cino da Pistoia, Pistoia, Bracali, 1881, Introd. (*) € Preclaro legista, come ne fa testimonianza ra. Fade- rigo Petrucci senese ne' suoi cousigli e questioni » chiama V Arfbruoli, {Hist cit. Vol. I, p. 170) un m. lacopo da Pistoia^ cKe fioriva nei tempi di Cino, e legista valente, sopratutto nel diritto canonico, fu pure Cino Tebaldi, clie fu pubblico lettore in Firenze nel 1308 e di cui dk qualche notlzia il Ciampi nella Vita e poesie di messer Cino da Pistoia (Pisa, Capurro, 1813, p. 56). Nel sec. XIV insegnavano nelle pii celebri university, italiane alcuni illustri giuristi pistoiesi, come Cino Sinibul* di, Agostino Foresi e Dino Torsiglieri a Bologna, Tommaso e Bonaccio Ammannati, Viviano da Pistoia e Cino Tebaldi a Padova, e probabilmente per la fama che essi vi godevano Mi- chele De Cesis voile che le rendite d'un suo capitale servissero per mantenere agli studi o a Padova o a Bologna due scolari, uno pistoiese, e V altro modenese (Chiappblli A., Medici e chi* rurghi in Pistoia nel Medio evo, nel Bull, sjtor. pist, p. 150.) — XIX — sotio la cui direzione Cino fece i primi studi di ama- nita. (^') Com' e naturale, in queste scuole laiohe dove- vano essere in special modo curati gli studi classici. La coltura classica rinascente non si diffonde sol- tanto fra i laici, ma pone le sue radici, come albero rigoglioso che piu tardi dara fiori e frutti, anche nel clero, ed e fitcile supporlo dai numerosi mss. di diritto che si trovano nella biblioteca capitolare. Luigi Chiap- pelli che ebbe ad illustrare, dandone un accurate elenco, i mss. di questa antichissima biblioteca, ha dimostrato chiaramente che gli ecclesiastici pistoiesi non resta- rono estranei aU'elaborazione e alio studio del diritto, e ne ha tratta 1' assai probabile congettura che anche a Pistoia, come in molti altri luoghi, esistesse una scuola vescovile per I'istruzione non solo grammatical, ma anche giuridica dei chierici. (^) Ne 6 prova evidentis- * sima la famosa Glossa Pistoiese edita dal Chiappelli stesso. Tutta questa rinascita delPantica coltura coincide, ed h favorita dalla ricchezza comunale che in varii modi si manifesta. La citta si fa ricca di commerci e d'in- dustrie, ed acquista in tal modo un incremento potente la forza del Comune, che nel secolo XIII allarga con- siderevolmente il suo territorio, (^) e, sebbene stretta fra le terre di potenti vicini, difende col valore de' suoi abitanti la sua indipendenza, e coUa loro operosita com- merciale assicura la sua prosperita. Negli atti pubblici pistoiesi sono ricordate special- mehte due Arti, quella dei mercanti e quella dei cam- (') Zanblli, op. cit., p. 11. (*) CHiAPPJiiLLi L., / mss. giuridici di Pistoia, p. 16. (3) SAntoli Q., 11 distretto pistoiese nei sec, XII e XIII^ Pi- stoia, Flori, 190B. — XX — « biatoti, ed e assai probabile che avessero una parte pre- ponderante nel governo. Nello Statute del 1330 i cam- « biatori appari3cono ascritti alia seoonda delle otto So- cieta deir Arti coi medici, speziali, setaiuoli, merciai, orefici e cprreggiarii. (*) Ma, se fino dal secolo XIII si vede che Pistoia ha un attivo commercio interno, qualche importanza inoo- mincia ad avere fino dalla seconda meta di quel secolo per il suo commercio esterno. Le due arti dei mercanti e dei cambiatori fino d' allora sono in continue com- mercio coUa Francia. Insieme coi Fiorentini, coi Luc- chesi e coi Genovesi, mercanti pistoiesi si trovano a commerciare alle fiere di Sciampagna. di Nimes e d'Avi- gnone, (^) dalle quali ritornano ricchi di fiammanti fiorini, che impiegano in opere di pieta, o ad abbellire le loro chiese, o ad inalzare splendidi edifizi che attestino la forza e la prosperita del Comune. Nel 1278 prendono parte coi mercanti di parecchie altre citta italiane a un trattato di commercio col re di Francia riguardo ai pri- vilegi dei negozianti italiani in Provenza. (^) Non po- chi Pistoiesi si vedono nella matricola della Societa dei Toschi in Bologna. (^) Non meno numerosi dovevano essere i Pistoiesi che commerciavano in Firenze, in Lucca, in Pisa e in Siena, dovunque insomma vi fosse qualche risveglio di attivita commerciale. La posizione topografica di Pistoia era tale da rial- (^) Zdbkaubr L., Brei}e et ordinamenta populi Pistorii anni MCCLXXXIV. Mediolani, Hoepli, 1891, (p. LV). (*) V. nel Giorn. stor. degli Archivi Toscanij T. 1, pp 163- 19B ; 247-274. (3) ScHUPPBR, La societd milanese aWepoca del lisorg, del Comune, p. 171. (*) Gaudbnzi, Statuti delle societd del popolo di Bologna, Koma, 1889; Vol. I, pp. 419, 427, 430, 436 e altrove. — XXI — lacciare i commerci della Toscana operosa con quelli delle citta deir Italia superiore, e soprattutto la vicinanza di Firenze, cosi ricca di svariati e prosperi commerci, deve avere influito su lei, tanto da stabilire fra le due citta Tin' attiva corrispondenza commerciale, solo interrotta o attenuata a quando a quando dalle rivalita politiche. (^) I documenti ci mostrano come via via che ci avvici- niamo al seoolo XIV crescono le relazioni commerciali ooUe potenti citta vicine, e il Comune pistoiese in tal modo s' avvantaggia della prosperita delle repubbliche liraitrofe. Sopratutto il commercio bancario, indice sicuro della prosperita comunale, sembra assai florido nella non grande citta. Fra le varie case bancarie che prosperavano in Pistoia una specialmente ci apparisce assai ricca per estesi commerci, quella degli Ammannati, che, a mo' d' esempio, nel 1304 si rivolgeva a Benedetto XI, affin- ch6 facesse si che « prelati, Vescovi, Arcivescovi della Curia Romana e altre persone de' luoghi ecclesiastici della Francia, che gli erano debitori di grosse somme di denari » pagassero le somme dovute. (^) Un'altra casa bancaria, non meno attiva di questa^ era que^Ua dei Chiarenti, della cui attivita si hanno memorie nei documenti pistoiesi. (^) Fioriva allora in Pistoia una (^) Flno dal 1220 i Pistoiesi stipulano col Comune di Firen- ze delle convenzioni per regolare il commercio fra le due citt& (V. il contratto del 25 maggio 1220 nel Liber Censuum, ed. cit. , p. 79-80.) (2) Arpbruoli, Hist mss. citt., Vol. I, o. 277. (^) Se ne conservano varii atti nell' Arch, di Stato di Fi- renze (Arch. Diplomatico) : v. fra gli altri quello che 6 nella pergamena del 25 maggio 1284, e Paltro ben piCi importante del primo settembre 1292, in cui Chiarentino e Lanfranco, fra- telli e figli di ser Anselmo Chiarenti, fanno in compagnia di altri mercanti pistoiesi della Society de' Chiarenti un atto di procu- ra per unirsi in society con mercanti bolognesi, e stabiliscono i patti dell'accordo. — XXII terza societa bancaria, quella dei Visconti, ohe apparisce gia abbastanza attiva verso la fine del secolo XIII. (^) Sembra che anche lefEimigliemagnatiziepistoiesi non sdegnassero d' esercitare la mercatura : in&tti una delle cinque banche, che secondo gli storici pistoiesi erano in Pistoia sul cadere del secolo XIII, una apparteneva alia piu potente forse e piu nobile famiglia pistoiese, ai Pan- ciatichi. La loro banca aveva estese ramificazioni in Francia, come apparisce dai testamenti dei figli di quel Vinciguerra Panciatichi, che coi fratelli si stabili in Avi- gnone ad esercitarvi la mercatura. (^) Naturalmente quesfce frequenti relazioni commer- ciali coUe vicine citta ed anche co' paesi piu lontani venivano a poco a poco ad accrescere la coltura de' Pi- stoiesi, e rincremento degli affari, che queste relazioni e^mmerciali portavano di conseguenza, faceva si che maggiori fossero di giorno in giorno le controversie giu- ridiche, aumentassero quindi gli studi del diritto, e cre- soesse il numero di colore che si davano alia professione libera della legge, divenuta assai lucrosa per I'aumen- tato numero delle cause civili. (^) Anche 1' arte medica, esercitata da prima per gran parte da empirici, incomincia a dar frutti migliori nel secolo XIII. Sulla fine di quel secolo e chiamato « sin- (^) V. neirArch. diplomatico di Firenze la pergamena del 27 maggio 129B e quella del 18 gennaio 1294, in cui si stabili- scono dei patti &a i soci della society stessa. (') LuiGi Passbrini, Genealogia e storia della famiglia Pan- ciatichi. Firenze, Cellini, 1858, pp. 146-7. (®) Peccato che nel? Archivio Comunale di Pistoia piii non si trovino i process! civili del secolo XIII: quelli che sono ancora conservati nella Sala I incominciano dai primi anni del se- colo XIV ; ma anche questi sono tali da attestarci che non po- che dovevano essere le cause e gli afiari che si agitavano di- nanzi ai giudici delle cause civili. — xxin — gulare fisico » un Bonaventura di Tonello, avo materno di Cino da Pistoia. Sui primi del secolo XIV ci appa- risce eccellente medico un messer Braccino del fu ser Dino Bracci che, insegno medicina nello Studio di Siena dimorandovi lungamente, e che, insieme con Ranieri da Barga compose un trattato : il Liber rationum super me- dicinam Galeni; Q) e « mangnus {sic) medicus et magi- ster » e detto nelFatto di richiamo dall' esilio nel 1287 un « Bartolomaeus q, Ciamfornini. » (^) Ma assai piu che questi levarono alto grido di se due illustri pistoiesi, Salvestro, che, esule da Pistoia per V infierire delle fa- zioni, si reco in Francia, ove insegno pubblicamente neir Universita di Montpellier, e Accursino da Pistoia, che visse lungamente a Eoma, medico preferito da Bo- nifazio VIII, e che tradusse dal greco di Galeno un trattato siiUe virtu de' cibi. (^) Un Lorenzo e un Boc- ca di Giovanni da Pistoia furono intorno a questo tempo lettori di medicina nello Studio di Bologna, e un Agatone, pure da Pistoia, esercitava la medicina a Pa- rigi nel sec. XIV con tanto onore da esser chiamato a medicare la regina Giovanna di Francia, e, avendola (}) V. su questo distinto medico lo studio cit. di A. Chiap- PBLLi sui Medici e Chirurghi in Pistoia nel Medio evo (in Bull, stor, pistj VIII, fasc. 4. p. 149). Qik il Ciampi, nella Vita e poesie di Cino da Pistoia. p. Ill, aveva detto che Braccino insegn6 a Siena nel 1309 : e, insegnava pure nel 1322, come si ricava da un document© che Luciano Banchi trasse dalPArchi- vio Senese di Biccherna -e che diede alia luce nel Giom, stor, degli Archivi Toscani, Vol. V. Secondo il Carpbllini, (Origine, popolazione e nazionalitd delle Univ, ital. e particol, deUa Uni- vers, di Siena, p. 56,) Braccino era gik nello Studio senese fino dal 1308. (2) Zdbkaubr, Breve et ordin. cit., p. 181, n. 4. (^) V. per questi due medici illustri il cit. art. del Chiappblli, Btdl, cit., fasc. 1, a pp. 44-6. — XXIV guarita, fa creato dal Be di Francia cavaliere con lauto assegno (^). In mezzo a questo generale risveglio nelle arti, nei commerci, nella giurispradenza, nelle scienze mediche, nel massimo fiore della prosperita del Comune e dan- qne ben naturale che fiorissero le lettere. II volgare non solo apparisce co' suoi primi monumenti letterari, che piu sotto ricorderemo ; ma & timida mostra di se anche negli atti civili, nelle denunzie, nei processi su- gli inizi del secolo XIV, come abbiamo potuto vedere in varii inserti di processi di quell' eta. (*) Ed e cio degno di speciale considerazione, perche mostra che an- che negli scritti giuridici, dove piu rigida e persistente doveva essere la tradizione classica, si senti il bisogno d'esprimersi nella lingua volgare, che ormai sonava trionfante e armoniosa sulle labbra del nuovo popolo. E in volgare pistoiese qualche brano di cronaca dome- stica, come quella di Zarino de^ Lazzari che, or non e molto, fu data in luce dallo Zdekauer, (*) e in volgare e una lettera di un ser Lunardo a un Guglielmo che e sciolta in un codice delP Archivio capitolare di Pistoia. (*) Accanto a queste scarse tracce del volgare pistoiese, al- tre ne abbiamo e ben piu am pie e notevoli in opere scritte con intento letterario. Ma nella prima meta del sec. XIII (*) Ved. A. Chiappblli, ivi, BiiUk fasc. 4, p. 160. («) Arch, comun. di Pistoia, Sala VII, Atti criminali del 1334 e 36, I quad. 4^, c. VII t. quad. V. c. 10, 12, 17 e altrove. V. anche nelle sentenze di bando nel Libro del bandi e conti*atti delP Op. di S. lacopo deir Arch. Comun. di Pistoia, n. 1, c. 161 e altrove. (3) DeUe Ricordanze famigliari dei CanceUieH (1322-1378), nel Bull stor, pist, IV, 89.106. (*) Istrumenti del 1200, L. 144. La lettera non ha data, ma dall'essere inserita in atti del 1300 si pu6 credere con molta probability che sia di quell'anno. — XXV — fioriva ancora la coltura latina. Un fira Leonardo del- I'ordine dei predicatori scrisse una Summa theologica in due volumi, e pare che si dedicasse in special modo a studi astronomic! e matematici, avendo lasciato un trat- tato De Aritmetica et pratica geometriae e il De computo lunae secundum doctores Ecdesiae, (^) Alia seconda meta del secolo XIII e alia prima del XIV invece appartengo- no i principali scrittori in volgare pistoiese, Soffredi del Grazia, Mazzeo Bellebuoni e TAnonimo storico pistoiese. Soffredi del Grazia o Buonagrazia, notaro, volga- rizzo i trafctati morali di Albertano da Brescia, (2) facendo cosi un' importantissima opera che ci attesta lo stato del volgare nostro nel secolo XIII. La scrisse verso il 1278, e il primo trattato, secondo una felice congettura del Torraca, lo tradusse in Francia, non nella pievania di Sant^Aiolo, come il Eollin aveva cre- duto di dovere inferire dalle parole « in provano di santo Aiuolo », che sono alia fine del primo volgariz- zamento. 11 Torraca crede che si debba leggere « in pro- vino » ; a Provino (Provins), egli dice, si tenevano ogni anno due fiere, alle quali affluivano in gran numero mer- canti toscani ; una di queste era detta di Santo Aiuolo, perche posta sotto la giurisdizione del Priorato di Saint-Ayoul di Provins. (^) A questi argomenti ad- (^) Questi scritti si trovano nella biblioteca di S. Marco in Firenze. Secondo quello che ne dice il Dondori {Delia pietd di Pistoia, Pistoia, Fortunati, 1666, p. 265) fra Leonardo viveva verso il 1226. (2) Questo volgarizzamento fu edito la prima volta da Sb- BASTIAHO CiAMPi (Firenze, Allegrini e Mazzoni, 1832) e poi da Gustavo Rollin col titolo Soffredo der Grathias iibersetzung der philosophisceii traktate Albertano '« von Brescia (Leipzig, Reisland, 1898). (3) Torraca F., Per la storia letteraria del secolo XIII nella Ba^s, critica ddla letter, ital., iJapoli, lovene, 1905, an. X, n. 5-8> p. 127-8. — XXVI — dotti dal Torraca mi pare di potere aggiungere anche questo che la pievania di lolo o Aiolo tra Pistoia e Prato e dedicata a S. Pietro e non a un Santo Aiuolo : se a questo Aiuolo s' accennasse, avrebbe dovuto dire : « In provano di Aiuolo. » Da questa determinazione del luogo^ in cui scrisse una parte deir opera, si puo, mi sembra, ricavdre un dato biografico di qualche importanza sopra un autore di cui quasi nulla per ora ci era noto : si puo esser certi che era in quel tempo, forse per ragioni di mer- catura, in Francia. Una sola notizia certa ci da di lui il Ciampi, da cui ricaviamo che viveva nel 1271, e ne sappiamo il nome precise: « Soffredus filiusGratie q. dom. Soffredi. » (*) Alcuni documenti delP Archivio del Su- beconomato di Pistoia e dell' Archivio diplomatico di Fi- renze ci permettono di determinare con qualche appros- simazione la data della sua morte. In atti de' suoi due figli, Francesco e Bonmipare, (^) 6 ricordato come gia morto nel 1291 ; ma una pergamena delF Archivio di- plomatico fiorentino lo da come estinto nel 1282 (^). (1) Op. cit.. p. 48. (2) Arch, del Subeconomato di Pistoia, F. 87 (Memorie an- tiche in copia fatte da un abate olivetano Vincenzo Carlini da Firenze nel 1778); a c. 189, n. Ill ^ un atto del 1291 rogato da ser Francesco del fa Soffiredo notaro : e 1' atto seguente dello stesso anno (c. 190) ^ rogato da ser Bonn! pare (leggi Bonmi- pare) del fu Sofi&edo. Da questo Bonmipare, come anche dal suo fratello, Francesco, ho veduto rogati. vari atti delP Arch. Diplomatico di Firenze. Francesco potrebbe essero una stessa persona con quel Francesco di Sofiredo che nel 1284 ^ bandito dal podest& Americo degli Alessandri (Arch. Comun. di Pistoia; Opera di S. lacopo, Libro di condanne, n. 1, c. 151.) Questo stesso, c ser Franciscus So&edi c. Sci Michelis » ^ ricordato in un atto del 1295 a c. 161 del Libro di bandi e contratti delV Op, di tS. la- copo, n. 1 (Arch. Comun. di Pistoia). (3) E la pergamena del 30 ottobre 1282, rogata da suo figlio, che ^ cosi designato : » Bonmipare q. Soffiredi. > J — XXVII — II padre di Soffredo, Grazia di SoflFredo, era gia morto prima del 5 novembre 1289, se e quel Grazia di SoflTredo, di cui e ricordata la moglie in un atto di quell' anno, dal quale atto si ricaverebbe pure il nome della madre, anch'essa allora gia estinta e cosi designata : dna Contessa filia q. lacobini uxor olim dnT Gratie dni Soflfredi. » (}) Mazzeo di ser Giovanni Bellebuoni appartenne ad antica e nobile famiglia che fioriva fino dai primi anni del secolo XIII. Infatti un ser Grandone Bellebuoni compilava nel 1241 un libro di ragioni e di diritti del Comune di Pistoia. (^) Mazzeo e gia adulto, e fa un contratto di vendita nel 1298 (^), il che ci fa credere che debba esser nato tra il 1270 e il 1280. Notaro, co- me Soffredi, ebbe una parte molto considerevole neUa vita pubblica del suo Comune. Lo vediamo infatti come teste in atti comunali importantissimi nel 1317, f*) ar- ringare piu volte nei consigli generaU^ per es. nel 1329 {% (*) Arcliivio del Subeconomato di Pistoia, H, 217, c. 30. Xi'atto e del 15 novembre 1289 : vi si tratta d* un canone gra- vante sopra un terreno, in Tizzana, che un Nuto di Guidotto di Brunicardo confessa di dover pagare alia Society dei Preti •di Pistoia c pro anniversario faciendo et etiam pro remedio et salute anime ipsius dicti dul Gratie olim viri ipsius dne Contessa et anime dne Contesse ». Un Grazia di Soffiredo, che potrebbe esser e questo stesso, ^ bandito il 15 gennaio del 1288 (Arch. Comvn. di Pistoia, Op. di S. lacopo, n. 1 c. 27 t.) (2) Prior is ta del Franchi, B. V. anche nel Liber Censuum, ed. Santoli, p. 577 e a) trove in atti da lui rogati. (3) Archivio diplom. di Firenze, pergamena del 22 decem- bre 1298. (*) Liber Censuum^ c. 401. (^) Arch, comun. di Pistoia, Processi civUi, 14. Alia met& circa dell'inserto sono alcuni atti del Consiglio degli anziani del se- <5olo XIV, e in un Consiglio generale del 1329 e detto che sorse a parlare « ser Matteus lohii" bellebuoni » E in fine ricordato come * consiliarius pro porta lucensi. » — XXVIII — qnando da poco era tomato in grazia della Chiesa, a cni aveva fatto con altri atto di sottomissione il 24 maggio di quell' anno Q), Presso a poco nello stesso tempo con Gino e con altri pistoiesi partecipa alia pace conclusa fra i Comuni di Pistoia, Firenze, Prato e i forusciti pistoiesi (^). Arringa nei consigli il 20 ottobre del 1330 (8), il 30 ottobre dello stesso anno (*), il 31 decembre del 1331 C). II 23 decembre del 1331 e con un altro notaro eletto alia conservazione degli atti (^). Lo vediamo nuovamente arringare nei Consigli generali del 12 giugno e del 21 decembre 1338 (^). Prende parte ad altri atti importantissimi della vita comunale : nei 1321 lo vediamo partecipare alia compilazione degli sta- tuti, (^) e degli Anziani nelP aprile del 1339, nei giu- gno del 1341, neir aprile del 1343, e Gonfaloniere di giustizia nei febbraio del 1344 (®). Nei 1339 era stato anche procuratore della Societa dei Preti (*°), Ci ap- parisce quindi come una complessa, singolare figura di (*) Liber Censuum op. cit., c. 408. (^) II doc. e pubblicato da L. Chiappelli, Append, doc. 8o. V. pure il doc. 9^. (3) Arch. com. di Pistoia, Provvisioni, Sala VIII, n. 5, c. 38 t. (*) Ivi, c. 41 t. (&) Ivi, c. 58 t. (®) Ivi, c. 12 (nella seconda parte del codice). Q) Ivi, c. 73 t. e c. 79 t. («) Franchi, Priorista, B. (^) Ivi, c. 275 e sgg. Anche suo fratello, m**. Stefano di Ser Giovanni di Belloebuono, medico, ebbe parte negli ufficii del Comune, fu degli Anziani nei 1333, Gonfaloniere nei 1336 (Y. art. cit. di A. Chiappelli sui Medici etc, p. 126). (*0) Archivio Diplomat, di Firenze, Carte pistoiesi^ atto del 26 gennaio 1339, per cui insieme con Pellegrino di Vanni Ac- corsini compra una casa per la Societa. — XXIX — arringatore operoso e facondo, notaro, per qualche tempo ribelle alia Chiesa, magistrato, legislatore e let- terato. L' ultima notizia che abbiamo di lui 6 del 30 agosto 1348, (^) dopo d'allora piu nulla sappiamo di lui, il che ci fa credere che debba essere sopravvis- snto assai poco. {^) Nel 1313, come notaro delP opera di S. lacopo, ne volgarizzo gli Statuti ('), e quella traduzione ha, come molte scritture in volgare dei primi anni del sec. XIV, qualche interesse linguistico, e citata percio dalla Crusca. Tradusse inoltre nel 1333 la htoria della guerra di Troja del messinese Guido delle Colonne, che giace ancora per gran parte inedita nella Biblioteca Biccardiana di Fi- renze. (^) (*) Arcliivio Comunale di Pistoia, Processi civili, 14 ; vi e ricordato in nn atto da lui rogato del 30 agosto 1348. (*) Dairestratto del suo testamento che 6 nell' Archivio deir Ospedale del Ceppo, A, 1729, a c. 3, si ricava pure che deve essere morto poco dopo, perche i namerosi beni che vi sono enumerati furono venduti in varii tempi da] 1350, secondo cio che stabiliva il testamento stesso fatto in favore di varie chiese e specialmente dell' Ospedale del Oeppo. II testamento, che h qui in estratto, non porta data, ma da ci6 che vi si dice d' un codicillo aggiuntovi di mano del notaro Giovanni di Meo il 16 giugno 1348, si ricava che deve essere di quell' anno. Abitava in un palazzo, come dice il testamento stesso, posto in cappella di S. Giovanni Fuorcivitas. II testamento incomincia collo sta- bilire il luogo della sepoltura : « In primis legavit et reliquit fieri in ecclesia fratrum Sancti Dominici infra chorum unam sepulturam cum lapide et sepulcro honorifico cum armis et imagine Bellebuoni avi sui paterni. » (3) Statuti deW opera di S, lacopo di Pistoia volgarizzati V anno MCCCXII da Mazzeo di ser Giovanni BtUebuoni pubhli' cati da SsBASriANO Ciampi. Pisa, Prosper! 1814. (^) Ne abbiamo due esemplari nei due cdd. riccardiani, 1095 e 2268. Per altre notizie su questa traduzione letterale del^ — XXX — In compagnia di questi primi nostri scrittori in volgare dovremmo porre anche V Anonimo storico pi- stoiese certamente vissuto in quella prima meta del se- colo XIV che fu per Pistoia cosi ricca di gravi avve- nimenti e agitata da tante e cosi turbolente passioni. L' opera sua, V Istorie pistolesi, e dal lato storico e dal lato linguistico di grande importanza sia per la cono- scenza della storia pistoiese e della Toscana di quell'eta^ sia per lo studio del volgare pistoiese. E V unica fonte sincrona che c' illumini sui fatti ancdra molto incerti di queir eta cosi lontana da noi e pur tanto importante. Ma non sol tanto questi scrittori ci sono testimoni della coltura pistoiese dei secoli XIII e XIV, altri mi- nori, che non composero mai opere letterarie o scienti- fiche, o queste non sono arrivate fino a noi, attesero con umore agli studi. Abbiamo memoria di un E>ustichello de' Lazzari, il quale lascio gli agi d' una vita comoda, per darsi agli studi. Era egli di potente e ricca famiglia magna tizia pistoiese, priore di Seiano, gia presso a diventar canonico e piu tardi aspirante, come vedremo, al vescovato della sua citta ; eppure nel 1313 fa un atto di procura a suo padre e ai fratelli Zarino e Francesco, e aflGida loro Tarn- ministrazione della sua Chiesa di Seiano, volendo assen- tarsi per attendere altrove alio studio delle lettere. (^) VIstoria di Guido delle Colonne e per la descrizione dei cdd. che la contengono, v. Egidio Gorra, Testi inediti di Storia Troiana Torino, Triverio, 1887, p. 1734. A pp. 443-467 il Gorra ne da un saggio. Intendo occuparmene con piii agio, appena ne avro il tempo, pei^ pubblicarla intera. (^) Arch, di Stato di Firenze, Carte pistoiesi, pergame- na del 23 ottobre 1313. Vi 6 detto di lui : < cum intendat ad studium licte;rale suos presentialiter maturare accessus et se ideo absentare a dicta Ecclesia et civitate Pistorii....» — Fu anche guardiano dei minori conventuali : v. Bbani, La chiesa pi- — XXXI — Student! pistoiesi si recavano assai spesso anche nelle piu lontane e celebri universita, e ci e provato dal- Fistituzione di posti di studio fatta da Giovanni da Pistoia fino dal principio del sec. XIV per scolari pi- stoiesi air Universita di Parigi. Un Andrea di Pistoia apparisce come rettore del- V Universita d' Orleans in uno Statuto di quell' Ateneo del 29 giugno 1321, (^) e sembra doversi identificare con queir Andrea domenicano, « insigne in lettere, e famoso in prediche », di cuiparla il Fioravanti (^) e che il Dondori dice aver lasciato un sermonario per r anno 1314. (*) Fu, come apparisce da quelle Statuto, giurista e probabilmente canonista di fama grande al suo tempo, se pote essere eletto rettore d' una cospicua universita, com' era allora quella d' Orleans. In mezzo a una cittadinanza cosi colta e tanto vi- cina a quel grande centre di multiforme coltura che fu in ogni tempo Firenze, in una cittache tanto s'in- gentiliva al soffio della risorgente coltura classica e s'ab- belliva di ammirati monumenti pubblici, e ben naturale che spuntasse, come in altre parti di Toscana gentile, il fiore della volgar poesia. stoiese, Pistoia, Bracali, 1883, p. 141. Contro di lui nutri impla- cabile odio il fratello Zarino, come si vede dalle Ricordanze fa- migliari de* Lazzeri citt. Quest' odio ebbe la sua origine da un processo che nel 1321 ebbe Bustiohello coi firatelli Zarino e Fran- cesco e i cui atti sono nelP Arch. Comun. di Pistoia, Sala I Processi civili (1800 1400). (1) V. nell* Histoire de la Science du Droit en France di Marcbr Fournier, a p. 123 e negli Statuts et PriviUges des Universites Frangaises dello stesso autore, Vol. I, p. 69 e sgg., e anche la breve notizia che ne dhtte L. CmAPPELLi nel BaU. star, pist I, p. 74. (2) Memorie stor. deUa cittd di Pistoia, 1758, p. 286. (8) Op. cit., p. 335. II. I poeti. A Pistoia, come in altre citta toscane, si ebbe nel secoloXIII un gruppo di rimatori, che, sebbene non nu- meroso e simile per gran parte a quelli di altri luoghi, merita per certi particolari aspetti di esser fatto og- getto di studio. II primo poeta, di oui si ha memoria in Pistoia, e quel Guidaloste « ioculator de Pistorio » , che nel 1256 a Siena « fecit cantionem de captione Tornielle » , 6 a cui fu pagata per quella poesia una somma di denaro dagli ufficiali del Comune senese. (^) Altro ricordo di lui non ci e dato trovare nei libri del Camarlingo della Repubblica senese, ne altrove (-), perche probabilmente non abito in Siena, e dovette presentare quella canti- lena ai governatori della Bepubblica in qualche suo passaggio per la citta. II Torraca ha, bene a ragione mi pare, identificato questo ri ma tore con quel Guidaloste con cui il conte di Romena, probabilmente Guido di (*) A. D' Anoona, La poesia popolare ital Livorno, Giusti 1906«, p. 9. (*) L' egregio sig. A. Lisini, direttore delPArchivio comunale di Siena, cortesemente fece nei libri del comune per me ricer- che riuscite sfortunatamente vane. — XXXIV — Aghinolfo, invito a battagliare fra Guittone (^). L'Are- tino si scuso col conte di non accettare 1' invito nella lettera XI : (») conte da Bomena, non poco gradiria me vol grazire. Ma battaglia servire non bel sembraml gioco, e spezialmente contro mio forzore. Non senza qualche punta d' ironia riprende il conte guelfo di schivar battaglia, e dice che, seguendo il suo esempio, anche a lui piace evitarla, sopra tutto quando si tratti di combattere con un nemico come Guidaloste : Se di minore, o pare me confortaste, scuseriavi alquanto, ma di tal uomo e tanto, com*^ il buon Guidaloste, non vo romper 1e coste alle gran giostre valorose sue, ch^ tanti, come '1 dice, hanne gia rotti. E s' a lancia pro* fu, alia lingua via piu. Negli ultimi versi della canzone c' e un manifesto rincrescimento per aver risposto a Guidaloste, non sa- pendolo in vassallaggio del conte : Gbe come non ben saggio del suo gran vassallaggio, non ad oltraggio gik, ne a folle ardire, ma sol semplicemente amor pensando, risposi al suo piacire. (^) (^) V. I' art. cit. del Tobraca nella Bass, criL d, letL itcU.f XI, 48, p. 124. (') IjtUere di F. Guittone, Boma, 1745 ed. del Bottari, p. 32. (3) II BoTTARi legge piacere, con evidente errore, mancando la rima con c ardire. » — XXXV — E dunque evidente che Guidaloste deve avergli di- retto una poesia per sfidarlo a terizonare con lui, poesia che non ci e rimasta, come non e arrivata fino a noi 1' altra, ben piu importante e che deve essere stata schiettamente popolare, ch' ei fece per i reggitori di Siena in occasione della presa di Torniella. Ma da tutto T in- sieme e ormai chiaro che questo Guidaloste dovette essere un povero giuUare o « uomo di corte » della peg- giore specie e che godette la grazia del conte di E,o- miena. Forse un giorno il giullare millantatore e attac- cabrighe puo aver deriso il poeta aretino per i suoira- gionamenti ascetici, e da cio V ira di questo contro il misero buflfone piu mordace e vanitoso che valente in far versi. (*) Questo giullare pistoiese c'e assai bene descritto nel seguente sonetto di Guittone, con cui questi, gia prima che si scusasse coUa lettera presso il conte, aveva fiera- mente risposto air attacco del meschino vantatore : [0] Guidaloste, assai se' lungiamente a scola dei cortezi adimorato : come villano, e ssi desconoscente te trova 1' omo^ e si mal costumato ? Non apprendesti che catun valente tenere dea lo valor suo celato, e r antral dire ; e se alcun mal sente defendere e covrire in catun lato ! E tu vai predicando 'n ogni canto a' fanciulli, [a'] villani, ed a catono che giostre molte ki vinte, e pro' se' manto. (^) In tal modo intesero la tenzone fra Guidaloste e Guit- tone, contemporaneamente e all' iasaputa 1' uno dell' altro, il ToRRAGA nel suo cit. art. e Achillb Pellizzari nella Vita ed opere di Guittone d' Arezzo^ Pisa, 1906, p. 206, n. 8, il quale pure identific6 questo Guidaloste col giullare che fece per Siena la cantilena per la presa del castello di Torniella. -^ XXXVI — Ciascun biasmi e reo teni, te bono : onde te pregiaa matti e credon tanto, ma galeati saccenti non sono. (^) Nei documenti si ha memoria in questo tempo di varii Guidalosti: un Gl-uidaloste di Giusto pistoiese ricorda il Gaudenzi {*) all'anno 1262 come ascritto alia matricola della societa dei Toschi in Bologna nel quartiere di S. Pie- tro, un Guidaloste del fu Baroncino e arbitro in una con- troversia nel novembre del 1248 (*). Guidaloste di Baldic- cione compra una casa nel settembre del 1249 (*), e final- mente e notaro in varii documenti pistoiesi un Guida- loste di Bonaguida. Quale di questi Guidalosti sara il rimatore pistoiese? La risposta non e punto facile, e noi non possiamo arrischiarci a dare la preferenza ad uno piuttosto che ad un altro, paghi sol tanto di aver ricordato alcuni con quel nome, che per il tempo in cui vissero, po- trebbero offrire qualche probabilita. Dovremmo dire a questo punto di Vanni Fucci ; ma, nonostante che anche recentemente un illustre stu- dioso di Dante abbia inclinato a ritenere suoi i sonetti che in qualche codice vanno sotto il suo nome (^), e (^) Do questo sonetto seguendo I'edizione certo non perfetta che ne fece il Valbriani a Firenze nel 1828, corretta sul cod. Laurenz. Bed. 9. il nel vol. II a p. 157, n. CCVI : ^ anche nel Laurenz. Bed. 9, a c. 126 t. (2) Op. cit. Vol. I, p. 419. (^) Arch, diplom. di Firenze, Carte pistoiesi, pergamena del 18 nov. 1248. (*) Ivi, pergamena deir8 sett. 1249. (s) Chiappidlli Alhss., Dante e Pistoia (dal vol. La trilogia di Dante) nel Bull, star, pist, VI, 4, p. 1301. II Chiappelli, non in- teraniente persuaso che quel sonetti siano del Fucci, sospetta che possano attribuirsi a Mula de^Muli e che il trascrittore, di • nanzi al nome di questo, abbia pensato all' ingiurioso epiteto che al Fucci dk il divino poeta, e quindi abbia crednto di attri- buirli solo per questo al famoso pistoiese. Ma anche questa at- tribuzione non ha fondamento alcuno nei codici. — XXXVII — da escladersi una simile attribuzione, e il nome del mulo pistoiese, ormai immortale ne' versi danteschi, deve es- sere tolto dal novero degli antichi poeti di Pistoia. Fu il primo il Crescimbeiii, questo farraginoso e maldestro raccoglitore di notizie erudite, che per aver tro- vato alouni sonetti col nome del fiero uomo di parte pistoiese in un Codice Chigiano asseri che a lui doveva- no appartenere. DalF Istoria del Crescimbeni il sonetto passo nelle Veglie piacevoli del Manni Q). Ma Tesame dei codici non lascia alcun dubbio su cio. II son. Posto m^ho in cor di dir cid che s^avene, che il cod. Chigiano L. IV. 131 a c. 768 da a Vanni Fucci, in tutti gli altri codici che lo contengono o e dato a Bindo Bo- nichi, come nel cod. Palatino della Bibl. Nazionale di Firenze 200, a o. 44 t, o e anonimo, come nel Laurenz. SS. Annunz. 122, a c. 23i, nel Laurenz. pluteo XLII, 28 a c. 35, nel Laurenz.-Palat. 119, a c. 135, nel Lau- renz.-Eediano 1844, c. 121 e nel Marucell. C, 136, c. 67 L'Allacci lo attribuisce al Burchiello (2), e come del Bur- chiello e dato nella raccolta dei sonetti di lai che fu fatta a Londra nel 1757. Se non se ne puo determinare con certezza la paternita, certo, come si vede, non e del Pistoiese. L' altro sonetto Per me nan luchipiU ni sol ne luna, che il Crescimbeni non dubita di dare al Fucci, (^) perche a questo e dato dal Chigiano predetto, in tutti (*) Firenze, 1815, Tomo VI, p. 8. Anche il Carducci nel Compendio della vita di Cmo che prelude all'edizione delle ri- me di Cino fatta dal Biudi e dal Fanfani, a p. XXXVII parla dei « versi d' arcana tristezza, piii limpidi e culti che non molti della seconda met^ del trecento, del ladro alia sagrestia de* belli arredi*j facendo credere che anch' egli li ritenga appartenenti al Pistoiese. (*) Poeti antichi f p. 185. (3) St della volgare poesia^ Vol. Ill, p. 99. — XXXVTII — gli altri codici da me veduti e sempre di anonimo. In- fatti e di anonimo nei Biccardiani 1103, c. 133 ; 1640, c. 39 ; 1726, c. i42t; 1717, c 4; e nel Magliabech.-Palatino 618, c. 3. Si dovrebbe dunque fidarsi per darlo al Pistoiese del solo cod. Chigiano L. IV. 131 ; ma questo codice e indubbiamente del secolo XV, e in parte anche del XVI, e non ha quindi piu autorita degli altri che presso a poco alio stesso tempo appartengono. Ma v'e ancora un argomento ben piu convincente di questo. Nel Chigiano i due sonetti sono in compagnia di altri due sonetti Voglia mi viene di stracciarmi i panni e In cid senza portare a chi mi porta C^), che 1' amanuense da pure al Fucoi, mentre al solito nessun altro codice a lui li attribuisce : anzi il s6condo dal Vaticano 3793, a c. 156 e dato a Chiaro Davanzati. Anche il loro schema metrico fa dubitare che siano del Fucci. Infatti sono sonetti caudati, con la coda di tre versi, il primo dei qiiali k un settenario, e noi sap- piamo che questa fe la forma piu recente del sonetto caudato. (^) Sono sonetti di noia, come li chiamano i trattatisti, e non ci pare fossero d' uso frequente nel secolo XIII. Concludendo mi pare assai probabile I'ipotesi che r amanuense del Chigiano da quelle stesso invincibile desiderio che anche noi avremmo di attribuire questi fieri versi al torvo partigiano pistoiese per la strana corrispondenza che essi hanno col fierissimo animo di lui, quale ci appare dalle pagine delP Anonimo pistoiese e dai versi di Dante, si sia lasciato trascinare ad attri- buirli a lui. Del resto chi conosca un poco le differenze (*) Per autoritA d*altri mss. 6 per6 da leggere : lo vo senza portare a chi mi porta. (2) BiADBNB L., Morfologia del sonetto nel Giorn. di fUoL romanzaj IV, p. 77. — XXXIX — dello stile e della lingua nelle varie eta, non potra mai credere di Vanni Fucci i due sonetti, che egli avrebbe dovuto sorivere negli ultimi decennidel secolo XIII. E perche anche per questa parte non rimanga alcun dub- bio neir animo del lettore, riportero qui per intero i due sonetti, dandone un'edizione possibilmente critica con- dotta sui codici sopra ricordati. {*) Per me non luchi pifi ne sol ne luna ne la terra per me mai renda frutto^ 3 V aire e Tacqna, e '1 faoco nel postutto mi sia incontro e ancora la fortuna. Ogni pianeta e stella ad una ad una 6 m' ofienda e faccia ogni mio senso brutto, esser non posso piti che sia distratto, n6 pene avere piii ch' i' m* abbia alcuna. 9 Ond' io vo' viver come V uom selvaggio, iscalzo e ignudo in selva dimorare, e facciami cbi vuole onta ed oltraggio. V. 1 R* non liicie — C ed R^ non lucha. V. 2 R» JB la terra per wte.. non renda — R* e la.., non mena R» Ne mai.,. V. 3 C e Varia — R* il fuocho, V acquay Varia a postutto. y. 4 C ed R' vni sieno.. e anco — R* contro vni sono. V. 5 R* a tutte le pianete — R* Ongni celeste stella V. 6 R* mi spegne e A* — R" m* infonda e tenga sempre in pene o in IvZto. V. 7 R* piu ch* io mi sia — C ed R« piu chHo mi sia non posso esser V. 8 C N^ sentir pena piu ch* io senta — R* ed R* nS aver pena. Y. 9 C Io m,i vo — R* Ma i* vo* vivere — R* Ma viver voglio T. 10 C e nudo e *n selva V. 11 R* facoiam.i pur chi sa. (*) Per il son. Per me. non luchi piu n4 sol n4 luna mi ser- vir6 soprattutto dei codd. Biccardiani cittj, confrontandone la lezione con quella del Ohigiano. Designo con C quest'ultimo, con R* il Eiccard. 11(», con R^ il Riccard. 1640 e con R* il Riccard. 1717 In R^ ba il titolo : < Soneto di disperati. > Do per Io pid la pre- ferenza fra tatti questi codici ad R*, perchd dk una lezione in- dabbiamente migliore. — XL — 12 Peggio ch' io m' abbia non mi pu6 'ncontrare, ristorar non mi pu6 april ne maggio, e non ^ cosa che mi possa atare. 15 Vogliomi disperare po* ch' ho perduto il ben che sole' aveva per altrui colpa e non per mio volere. V. J2 R9 m' agia R^ Che peggio cWio m* abi. V. lil R« Ralegrar — R« JSon mi ralegrara — C Ne ralleyrarmipur. V. 14 R* et tutto 7 mondo vorre' pericolare R* ne altra cosa mi pud piu. V. 15 In C e in R^ manca questo verso — R* E non ci vo" piu stare. V. 16 C ch' io poteci — K« solevo. V. 17 R» e C Per poco senno — R' per mia sventura. Del medesimo (*) Posto m' ho in cor di dir ci6 che s' avene, et e' si sia, e, qual vuol, sia 1* affanno, 3 a quel ch' arriva il male e' s' abbi il danno, e pro' sia di colui ch' arriva il bene. E s' io avessi allegrezze e avessi pene, 6 et io me Tabbia, e s' io ricevo inganno, i' mi riceva, e cosi d' anno in anno, passaro in sin che vita mi sostene. V. 1 C conviene. V. 2 R* Et el se sia qual se sia, V. 3 R* Che Chi aveva waZ se n'abia el danno. Y. 4k C E 'I pio R* E pro se sia di quel c'aveva bene. V. 5 C o pene. V. 7 R* Et io riceva* V. 8 C GrUida/rmi in sin. (^) Con questa didascalia 11 presente sonetto segue in C a c. 768 al son. Voglia mi viene di straccianni i panni che ha I'iden- tica didascalia ed entrambi seguono al sonetto Per me non luchi, Le varie lezioni date dai cdd. sono assai scorrette e prive anche di qualche verso ; il C e il Riccard. 1126 (a c. 142 t), che indiche- remo con R^ sono quelli che dd.nuo una lezione un po' meno peggiore. Mi servo quindi di quesli due, tralasciando gli altri, che poco o nulla mi potrebbero servire. Intendo di rabberciarlo alia meglio, non di dame una perfetta edizione critica. Per le terzine v'e nei cdd. una grande confusione per la disposizione delle rime. Io credo che debbano avere Io stesso schema delle terzine del precedente sonetto, perche, o sia esso di Bindo Bo- nichi o di altri, 6 certo dello stesso autore del precedente. — XLI — 9 E s' io mutassi stato, et io mel muti, et io mi sia, se sono altrui a noi{v: chi mi rifiuta, et ei mi si rifiuti. 12 Et io mi perda, se perdo ogni gioia, chi non mi vuold atare, non m' aiuti, e se morir conviemmi, et io mi moia. 15 Se la terra ha le cuoia, ella sel'abbia, ma pur I'anima mia di quel che me la die io vo' che sia. V. 9 Questo V. manca in R< e in altri cdd. V. 10 R< se so ad attrui noia. V. U Anche questo v. manca in K* e in altri cdd. V. 12 C perda — R* onge giogia — Questo v. in R^ d Tundecimo V. 13 R* aita/r si non me aiute. V. 14 R* me convien. V. 15 Questo v. non d in R^ V. 16 R* Ch* io non m>*en euro — C ma V a/nima m,ia, V. 17 R* m/i la diede — C vo* pur che sia. Dal novero dei poeti pistoiesi dobbiamo escludere anche un Simbuono o Siribaono, giudice da Pistoia^ a cai (^) Arch, diplomat, di Firenze, pergam. del 25 gennaio 1238. E in pessimo stato, e a mala pena si riesce a capirne qual- cosa. Ne risulta che Forese di Guidotto fa con altri una confes- sione di debito ad Abbracciavacca di Guidotto, a Bainerio di Begale e a un altro di cui non si legge chiaro il nome. Trat- tavasi, come si vede, d' un imprestito fatto da questi ultimi, che dovevano probabilmente costituire una piccola society bancaria; — xLvni — sia quello stesso che con altri membri del Gossiglio di Pistoia il 25 giugao 1228 fece an giuramento ai Fio rentini, secondo la proposta del cardinale Goffiredo. (^) Ma se le notizie sono abbondanti sal padre e snllo zio, sono altrettanto scarse sal nostro Meo, forse per- ch6 poco, secondo me, rimase in Pistoia, come apparisce da un sonetto che fra Guittone d' Arezzo, con cui lo vediamo in amicizia e in corrispondenza poetica ed epistolare^ gli diresse: Lo nom* al vero fatt' k parentado, (*) le vacche par che t* abbian abbracciatOf (') 3 o ver che t'&n le streghe amaliato, tanto da lunga se' partite [u] vado. (*) Zara dirieto m' k gittato '1 dado, (^) 6 ci6 non serea, se 1* avesse grappato. allegro son tu, Meo, che se^ tomato, se pelegrin fusti, ci6 m' ^ a grado. (^) (*) P, Santini, Documenti deWantica cosUtuzione del comu- ne di Firenze^ Firenze, Vieusseux, 1896, p. 210. (') Do questo sonetto secondo la lezione del cod. Laurenz- Bed. 9 (ed. dal Casini, Bologna, Bomagnoli-Dall' Acqua, 1900, p. 300 al n. OOCIV): vi faccio solo lievi modificazioni, tenendo presente 1* ediz. che ne fece il Valbkiani, Poeti^ II, 14. P) E evidente che scherza sullo strano nome del nostro rimatore. (^) Questo V. gi& accenna a un lungo viaggio di Meo. (^) II dado ^ sogg., e quindi a me pare sia questo il senso: < II dado m'ha gittato la zara di dietro. » Si pens! che TUira o azara (dall* arabo assahar) si dicevano i numeri peggiori che non potevano venire facilmente, quindi i numeri 3, 4, 7 e 18. Non si contavano nemmeno, ma venivano computati soltanto come zeri (L. Zdekaubr, II giuoco in Italia nei secc. XIII e XIV in Arch. Star, Ital. del 1886, disp. 4®, p. 25) : onde la parola zara aveva un senso di malaugurio. Quindi cosi intendo : < H dado m'lia gittato zara, ho perduto, e ci6 non sarebbe ' accaduto, se non mi fossi lasciato sfuggire dalle dita il dado. » (^) Qui, ancora pi{i esplicitamente che sopra, si allude a un viaggio o, forse anche, a un pellegrinaggio di Meo. — XLIX — 9 Non credo nato fusti da Pistoia; (^) ma da Pistoia fd la tua venuta, si tardo movimento far ti sento. (^) 12 Natura ten pur di mulin da vento : niun loco mostra sempre tua par[t]uta : (3) clxi soP ^ a se, non vive senza noia. In questa terzina finale mi par chiaro che si accenni non ad uno soltanto, ma a piu viaggi del nostro, anzi a una sua costante abitudine di viaggiare e di non far lunga dimora in alcun luogo, tanto che Guittone, con amichevole rimprovero, dice che aveva la natura dei mulini a vento, e lo avverte che chi suol vivere cosi solo, vive con poca contentezza. In questi viaggi ebbe forse agio di conoscere altri numerosi poeti, coi quali lo vediamo in corrispondenza poetica ed epistolare, come Monte Andrea di Firenze, Bindo di Alessio Donati, pure fiorentino, che poetava nel 1270, (*) il lucchese Dotto Eeali, C) e Finfo Del (') Si ricordi che gli antichi intesero che il nome di Pistoia venisse da peste, Cfr. la Fiorita d^ Armannino, cc. 184 t e 185 r., ove il Bolognese narra che Pistoia fu fondata dai supers titi del* 1' esercito di Catilina : « E ancora cosi si chiama, la quale nei suoi fatti dapoi ^ seguito el nome d^ avere pistolenze e tribu- lazioni. » (') Non so che cosa vogliano precisaraente significare questi due versi. Forse vogliono dire, scherzando sul nome della citta nativa di Meo, che veniva da un luogo ove era la peste, e per- ci6 si muoveva con molta lentezza? (3) In nessun luogo si ha notizia della tua partenza, tanto tu passi da un luogo in un altro, in moto continue, come i mulini a vento. {*) Al Donati diresse un sonetto e una lettera. (^) Gli diresse un sonetto e una lettera, che ^ fra quelle di Guittone, e fu anche riprodotta in miglior lezione dai Monagi nella Crestom. itaL dei primi sec.^ Oitt^ di Castello, Lapi, 1897, lasc. 20, p. 193. L — Buono, (^) tutti guittoniani. Deve aver dimorato assai a Firenze, dove probabilmente conobbe non pochi di qaesti seguaci di Guittone, e ne divenne amico. Eracerto' in Firenze, quando Dotto Beali, mandan- dogli una lettera, accompagnata da un sonetto, lo pre- gava a mostrar questo « a frate Gaddo e a Finfo » , che era probabilmente Finfo Del Buono. Anche a Pisa sembra abbia a lungo dimorato, se e lui quel Meo di cui parla Guittone nei seguenti versi : O Giacomo, Giovanni amici, e Meo, mi piace ogni dir meo interpretare e difendere in Pisa deggiate a vostra guisa, e come piace voi, mel calognate. (*) E probabile che anche Meo sia stato mercante e cambiatore, che tale mestiere sembra tradizionale nella sua famiglia. Un figlio suo, Forese, nel 1304 e nella banca degli Ammannati in Pistoia, (^) e il padre, come ormai abbiamo visto da parecchi documenti, esercito per tutta la vita questo mestiere. Parteggio il nostro rimatore nei turbolenti moti che verso la fine del secolo XIII agitarono tanto Pi- (^) II Finfo. che Dotto Eeali nella cit. lett. a Meo prega di salutare ^, credo, il rimatore Finfo Del Baono Guido Neri di Firenze : questo Fiorentino e firate Gaddo, che il fieali pure prega di salutare, sono da identificarsi prohahilmente con quelli stessi a cui Guittone scrisse lettere piene di avvertimenti morali (Cfr. specialmente la lett. XX della cit. ed. del Bottari). (^) Canz. VI commiato, nella cit ed. del Valbriani Questa sua dimora in Pisa ci spiegherehhe la grande affinity che vedremo essere fra le sue rime e quelle del gruppo dei rimatori pisani. £ certo che Guittone d' Arezzo dimor6 assai a lungo in Pisa e vi strinse molte amicizie (Cfr. A. Piultjzzari, Op. cit. p. 28). (3) Arferuoli, Hist, mss. citt., c. 277. — LI — stoia? Noi non abbiamo alcuna notizia sicura di ci6> ma da varii indizi possiamo desumere che dovette essere di parte ghibellina, ayendo appartenuto a questa fa- zione tutta la sua famiglia. II padre lo vediamo nei pub- blici uflScii, finche in Pistoia domina la parte ghibellina, ne piu si trova alcuno di loro negli ufficii dopo il 1267, ne alcuno de' Ranghiatici 6 tra colore che in quelPatino giurano fedelta all' Angioino, (^) quando questi, fatta prevalere in Pistoia la parte guelfa, voleva il governo di questa nella citta e nel contado. II figlio del nostro rimatore, Forese, ci appare gia prima del 1304 ribelle alia Chiesa, perche V Arferuoli, dopo avere enumerate molti di colore che facevano parte della ragiene degli Ammannati, dice che costoro, « vo- lendo liberarsi da processi, da sentenze, bandi centre di lei {la Banco) in particelare et in universale centre a tutti quel Pistolesi inobbedienti, che si trova vane in quel tempo in Pistoia, pubblicati da Mens. Fra Matteo Cardinale d' Acquasparta, mandate legato in Tescana r anno 1301 da Bonifatie ottave, et accomedare lo state di detta ragiene, et per quelle si vede haveva patite stremamente in quel tempo, e ferse corse pericole di fallimento, supplicane a Benedetto XI, successore di Bonifatie, et il tenore della supplica conteneva preci- samente Tassolutione delle scomuniche dette...» (^) Lo stesso Forese troviamo il 9 marzo del 1311 tra i fuerusciti ghibellini bianchi in Pisa, radunati nella chiesa di S. Margherita per sopperire alle spese della guerra che un pisteiese Simone de' Reali, Vicarie ge- nerale di tutta la Lunigiana per Arrrigo VII, dirigeva alia testa de' fuerusciti pistoiesi. Ora, essendosi cestui (*) Liber censuumj c. 189t. (*) Arfbruoli, Hist mss. citt., 1. c. — LII allontanatQ da Pisa per seguire V Imperatore, questi aveva dato loro per duce Gian Donate di Picchioso Beali, suo oonsorto. Cestui raduno i fuorusciti ghibel- lini di Pistoia, i quali stabilirono di allibrarsi, come si diceva/ imponendosi un dazio, e tra gli eletti per la ri- scossioDe troviamo per la Porta Guidi 11 figlio del nostfo riinatore (^). £ qui dunque palese e il partito a cui que- sti aderiva, e a cui probabilmente avra aderito anche il padre suo, e il quartiere in cui abitavano i Ban- ghiatici. Che il Noistro sia state in esilio, non credo; almeno non lo era, quando nel sonetto di risposta a quelle, piu volte citato, di Guittone disse : Se dai boni bizogno mi fa rado, doglo pio se ne fosse bandeggiato. Ma se non avra dovuto mettersi anch' egli per gli amari passi dell' esilio^ certo deve avere assai sof- ferto a causa della famiglia a cui apparteneva^ se ad amarezze e a dolori soflferti per tal motivo alludono, come a me pare, i seguenti versi del medesimo sonetto : Vacche d^ tora pi6 neente bado, che per li tempi assai m' kn corneggiato. Nella sua vita raminga pare abbia fatto anche un lunge viaggie in Francia, come mi sembra di dover de- durre dai due vv. che seguono a quelli citati : Fate n^ stregha non m'ave allacciato; ma la francesca gente non privado. « Privado » qui ha indubbiamente il sense di « cit- tadino » , (^) e la quartina quindi deve intendersi cosi : (*) Arfbruoli, Hist, cit., vol. I, an. 1311. (^) Cfr. il Vocabolario Tommaseo-Bbllini che registra questo significato con esempi del secolo XIII. L' usa in tal senso PAb- — LIU — « lo non guardo piu ne a vacche, ne a tori (Guittone aveva, si ricordi, scherzato sal ourioso nome delP Ab- bracciavacca), assai m'hanno ferifco colle corna, ne fate ne streghe m' hanno allaeciato, ma i Francesi non mi hanno piu loro oittadino. » Ora i documenti da noi veduti fre- quentemente ci parlano di Pistoiesi andati a commerciare nelle parti di Francia, (^) nelle fiere di Sciampagna, a Nimes e in Avignone (2). Nulla ci vieta dunque di cre- dere che il Nostro sia stato una o piu volte in Francia a commerciare, sebbene pero sembri che gli affari gli audassero poco bene, poiche dice a Guittone : Sacciate, nato fui da strettoia, Quando dibatto pi6, stringe, non muta La rota di fortuna mio tormento. Quando mori ? I documenti non ce lo dicono ; ma certo non era piu tra i vivi nel 1313, perche in quel- le anno e ricordato come gia defunto nelF atto citato, in cui si parla delPaltro suo figlio giurista lacopo. II Ciampi lo cred^ ancora vivo nel 1311, {^) ma e questo un evidente errore, nato da frettolosa lettura d' un documento del nostro Archivio Comunale. Nel li- bro secondo delP Opera di S. lacopo, a c. 65 e un do- bracciavaoca stesso in una lettera a Guittone : « cbe porge e sowene a* privadi e a' strangi. » V. nelle Lett di Fra Guittone citt. (ed. BoTTARi). (*) V. L. Zdbkaubr, Breve et ordin, populi Pistorii, anni MCCXXXIVf Mediol. Hoepli, 1891 :«Duae prsBcipue artes in actis publicis pistoriensibus saec. XIII redeunt, artes mercatorum et campsorum... has artes... non minimi momenti fuisse in regenda re pubblica verosimile est... Hae artes multum et continuum commercium habuisse videntur cum partibus Franciae....» (Prae^ fatio, p. LIV). (*) V. nel Giorn, Stor, degli ArchM Toscani^ an, 1857, disp. 3^ i docc. riguardanti il commercio dei Fiorentini in Francia nei sec. XIII e XIV, raccolti da P. Bbrti. (®) Memorie di CinOj citt., p. 107. — LIV — cumento in oopia, ove sono ricordati come operai di queir opera « Abbracciavacca q. Guidooti » e « Rainerius q. Legerii. » L'atto rogato da Alessandro D'Andrea ha la data « X Kalendas lan.ii MCCCLVIII » : e poi con- fermafco e sottoscritto da un altro notaro, Aliotto di Far- dino, il 12 di gennaio del MCGCXII, ind. X (in stile fio- rentino, quindi nel 1311). II Ciampi, letto nel testo 11 nome deir Abbracciavacca, vide in fondo la data, e non s'accorse che quella era la data della copia. E poi come non pensare che sia per lo meno strano che il figlio sia ricordato solo col nome del padre, senza il suo nome individuale di Meo ? E ancora come si potrebbe credere che Meo vivesse ai tem- pi di Cino, se nei suoi versi, cosi rozzi e pedissequamente imitanti il fare pesante e goffo di i!xuittone, nulla v^ e che accenni alia maniera piu culta ed elegante di Cino? (*) La famiglia si estinse poco dopo la meta del secolo XIV, perche nessuno di lore si trova ricordato nei documenti, se non che un Mone di Guidotto de' Ranghiatici, che e dichiarato ribelle nel novembre del 1366, in parrocchia di S. Bartolomeo. {^) (*) Si aggianga a quest! argomenti I'altro non meno impor. tante che nel Prior, del Franchi non si trova registrato che Meo Abbracciavacca sia stato operaio di S. lacopo nel 1311. Invece nel cit. libro secondo deirOpera di S. lacopo trovo in parecchi docu- menti in quality, di operai di quell'opera nel 1311 e per alcuni mesi anche del 1312, Puccio di Gottolo e Tancredi di Vanni di Giusto. Gli operai dell' anno precedente furono Michele di Bartolomeo e Ouglielmo di Bartolomeo. Se si dovesse giudicare soltanto dallo stile dei suoi versi, si dovrebbe anche ritenere che fosse anteriore a Lemmo Orlandi, che ci apparisce un po' pi^i rag' gentilito di lui, e siccome vedremo che Lemmo mori nel 1294, se ne dovrebbe concludere che il nostro rimatore potrebbe esser morto prima dell' ultimo decennio del sec. XIII. E questo mi sembra assai probabile, sebbene, come ho detto, i documenti tacciano afiatto. (*) Fkanchi, Prior. j cit. E. LV * Di Lemmo Orlandi il cod. Laur.-Red^r 9 da cosi il nome : « Lemmo di Giovanni d' Orlando » : e, dietro questa precisa e autorevole indicg^zione, mi 6 stato pos- sibile rintracciarne sicure notizie. La sua famiglia derivava da Carmignan'o, castello che i Pistoiesi avevano tolto ai Fiorentini, e dove nel 12B5 era ancora un Falcone di Rolando. (^) Un Gentile di Ro- lando e del Consiglio del popolo di Pistoia nell'aprile del 1279. (2) Altri di quella famiglia, che il Franchi ha erroneamente detta dei Rolandi, mentre non ebbe mai un casato speciale, parteciparono agli ufficii del Comune pistoiese, ma tutti dopo il 1267. Piu degli altri ebbe parte nelle cose della sua citta Falcone di Rolando che, se non e zio del nostro, appartiene, a quel che pare, alia sua famiglia. Questi e del Consiglio proprio nel 1267 col suo cugino Gentile di Salomone. (^) Se questo Fal- cone di Rolando e quelle stesso che nel 12B6 era ancora a Carmignano, bisognerebbe credere che pocp dopo quel- V anno la sua famiglia si fosse recata da quel castello in Pistoia. E del Consiglio del popolo per il quartiere di Porta Lucchese liel 1287, (*) e di nuovo il 21 aprile del 1279 : (^) come notaro apparisce in moltissimi atti (*) Arch. Com. di Pistoia, Sala IX Liber finium, c. 8 t., ove questo Falcone e detto « Falcone not. > (*) Liber censuum, ed cit. p. 256. (3) Ivi, c. 190. (*) Archivio Comun. di Pistoia, Prior, del Franchi, che cita il Liber Statut del 1270, c. 63. (^) Liber censuum^ c. 381. In un atto del 16 gennaio 1293 (Arch. Capit. di Pistoia, L, 144) h ricordato con due suoi figliuoli, Bertino e Lando. In un altro atto del 14 giugno 1306 (Arch. Comun. di Pistoia, Proc, civili^ 1300-1400, sala I, sono ri- cordati atti di lui, ed altri suoi atti sono sul Liber censuum passim.) — LVI — fino verso il 1306 (*). E notaro del Comune nel 1274, (2) e vice podesta in laogo di Baonavolta di m. Griandonato de' Malevolti da Bologna nel 1288. (') Era procuratore e socio del Canoelliere del C!omnne il 24 agosto del 1801 (^). Abitaya e aveva delle case nel qoartiere di Porta Lucchese. (*) Avo di Lemmo e an Rolando di Oddo che nel 1227 dovieva pagare certi denari a depatati del comune di Pistoia per case che aveva comprato in Garmignano (^), e che nel 1228 fa tra i consiglieri del popolo di Pistoia che giurarono concordia coi Fiorentini, secondo 1' accordo &tto dal cardinal Goffredo (~). Viveva ancora nel 1234 (*), ma non era piu tra i vivi nel 1266, perch^ in an atto di pagamento di an fitto il primo settembre di qael- (^) Arch. Comun. di Pistoia, Op. di S. lacopo, Contratti e bandif n. 1, a c. 74 t. {*) V. nel Liber censuum, passim a questo anno. II primo atto da lui rogato che abbia veduto e del 1270 in una pergamena delPArch. diplom. di Firenze coUa data del 17 nov. di queil'anao. (3) Arch. Capit. di Pistoia, Prior, delP Arferuoli, R. (*) Arch. Comun. di Pistoia, Prior del Franchi, R. c. 84. Fece una riforma dell' opera di S. lacopo (S) Arch. Capit. di Pistoia, L 144. Con atto dell' 8 gennaio 1283 « Falcone q. Bolandi > vende a « Stancollo q. dm Taviani » «....unam domum in porta lucensi. > Fratello di Falcone e quindi probabilmente altro zio del nostro Lemmo fu un Cosa di Rolando prete, di cui S memoria in un atto del 1251 (Arch, del Subecono- mato di Pistoia, H, 217 a c. 31 1.) e che e bandito il 15 novem* bre del 1284 (Arch. com. di Pistoia, Op. di S. laoopo, Bandi e contratti, n. 2, c. 315t.) (®) Liber censuum, ed cit., p. 193. (^) P. Santini, Docum, delVant costituz, del comune di Firenze. Firenze^ Vieusseux, 1895, p. 210. (^) Arch. Comun. di Pistoia, protocollo di Meo del Conte nella sala IV, c. 10: e arbitro insieme con altri in un atto del 3 agosto. — LVII — ranno suo figlio Giovanni e ricordato cosi : « lohannes q. Eolandi de Oddo. » (^) Da questo Giovanni di Rolando di Oddo nacque il nostro rimatore. L'anno della nascita fortunatamente abbiamo potuto stabilirlo da un atto di procura, con cui suo padre, dimorante allora a Pisa insieme col figlio, nel 1278 incarica a nome suo e di suo figlio, « eiusdem lohannis iassu » Micco di Oddo, certamente, come si vede, zio di Giovanni, di contrarre matrimonio fra Gu- glielmo e Sobilia, figlia di Picchiod'Inghilberto (2). Dun- (*) Quest' atto 6 in una pergamena del primo sett. 1266, di cui si conserva il transunto in una Filza difogli attinenti alle car- tepecore rimesse aW Archivio diplom, di Firenze^ n. 144 che 6 nel- V Arch. Comun. di Pistoia, sala ultima ; ma questa pergamena non'si trova nell' Arch, diplom. di Firenze, ove dovrebbe essere passata. (*) In X liomine amen. lohannes q. Eolandi civis pistor. una cum Guillielmo suo filio et dictus Guillielmus eiusdem lohan- nis iussu simul cum dicto suo padre et quorumlibet eorum in solidum fecerunt, constituerunt atque ordinaverunt eorum et cuiuslibet eorum dmn Michum q. Oddi licet absentem procu- ratorem actorem et certum nuntium ad contrahenda sponsalia cum dna Sobilia dicta Bilia filia Picchj Inghilberti de Pist. seu cum dicto picchio, predicta eius filia et etiam ad consentien- dum in eam matrimoniali elTectu et per matrimonium con- trahendo intra dictum Guillielmum et dictam dnm Biliam et ad iurandum super animam dictorum lohannis et Guill. de dictis sponsalibus et matrimonio complendo et periiciendo et obligatio- nes, promissiones et pacta inienda, facienda et permittenda et reci- pienda que preterea videbuntur dicto dno Micco picchio predicto.. {omissis). Actum pisis in ecclesia veteris beat! francisci fratrum minorum coram tratre Ubaldo Andree diologuardi de Pistor. gUardiano fratrum minorum, fratre Bartolo de Calci, fratre Orlan- dino de arcula de dicto or dine, fardo et pandelino q. dm Simo- nis et Andrea q. torsellini ad hoc rogatis et vocatis a. d. a na- tivitate MCCLXXVIII, ind. Til, die prima intrantis mensis febr. II doc. S rogato da lacopo di Giunta Villani. (Arch, diplom. di Firenze, Carte pistoiesi). 5 — Lvin — que nel 1278 aveva ancora bisogno del consenso del padre per contrarre matrimdnio. Ma V anno seguente Giovanni fa un altro atto di procura a suo figlio per una donazione ohe voleva fare, in ocoasione delle nozze, a Sobilia, sua nuora (^). Ora gli statuti pistoiesi volevano che solo a 19 anni compiuti uno potessefare da procuratore o comparire in altro modo in atti legali (*). n nostro rimatore dunque era nato intorno al 1260. Era/Certamente di famiglia popolana, e cio appa- risce con tutta evidenza dal fatto che Salomone di Ro- lando, che, a quel che sembra, (^) appartiene alia stessa famiglia, e che nel 1237 e fra gli ostaggi custoditi a Firenze per far cessare le discordie pistoiesi, e ricordato insieme con altri « homines de parte populi » , (*) e an- che altrove apparisce in una carta di concordia fatta (*) In eterni dei nomine amen. — Ex hoc pubblico istru- mento fit omnibus notum quod lohannes q. Orlandi de pist. co- stituit, fecit atque ordinavit Guilielmum filium suum licet ab- sentem suum verum et legiptimum procuratorem et certum nuncium ad donandum pernuptias dneSobilie sponse sen uxori dicti Guilielmi filie pichij Inghilberti et nurus dicti lohannis nomine mete extimate quindecim librarum per unum petium terre cum vinea positum in comitatu pistorii in loco dicto omhie marso.., {omissis) — Hatum pisis dominice incarnationis anno millesimo ducentesimo septuagesimo nono indictione septima pridie Kl. novembris. >L'atto 6 rogato da « Berardus filius q. Lamberti de Cascina. » (Arch, diplom. di Firenze, perg. del 31 ott. 127d). (2) Zdbkaubr, Stat potest communis Pistorii^ cit. p. 61: al n. XVIII de aetate legiptima h detto : « Legiptimam etatem di- cimus et interpetramus X Villi completorum in omnibus ne- gotiis et contentionibus. > (3) Infatti il Pranohi nel cit. Prior, lo annovera fra i mem- bri della famiglia Bolandi. (*) Zdbkaubr, Op. cit., prefaz. II doc. 6 tratto dal Liber cen- suum, c. 105, segn. 3 agosto 1237. — LIX — « inter homines populi et militum » , ed e tra i popo- lari. E anche uno del popolari che compilano lo sta- tute del 126a. (1) Pare che la famiglia non fosse molto denarosa, e infatti il padre versava in gravi strettezze, se nel 1269 non pote, pagare certi fitti alia canonica di S. Zeno, per cui il giudice delle cause di Pistoia fu costretto ad aggiudicare i beni di lui alia canonica per la somma corrispondente al debito, dichiarandolo inoltre decaduto dal fitto. (2) Tjemmo ebbe dalla moglie Sobilia nel 1283 un figlio, Vanni, e Tanno dopo una figlia, Frosina. (^) Abito in cappella di S. Michele in Bonaccio nelF antico qiiartiere di Porta Gaialdatica (^). Fu amico di Cino da Pistoia, come asseri lo Zac- caria, e dietro Tautorita di questo il Chiappelli? (^) L'af- (^) Ivi, prefaz. p. XXX, da un doc. tratto dal cod. 29 del- rOp. di S. lacopo (s. numer.), che ha la data 14 giugno 1263. (2) Arch, diplom. di Firenze, Carte pist., pergamena del 6 giugno 1269. (3) < In X nomine amen. Vannes et Frosina fratreset filii q. Guilielmi lohannis Kolandi asserentes se puberes. Ita quod dictus Vannes asseruit se maiorem annis XIIII et dicta Frosina se -esse maiorem XIII annis {omissis\ fanno fede e quetanza a Picchio, ch6 n'era tutore, per T amministrazione dei loro beni: « A. d. millesimo ducentesimo nonagesimo septimo Ind. X die IIII mensis febr. (Arch, diplom. di Firenze, pergamena del 4 febbr. 1297). (*) Arch, diplom. di Firenze, perg. del 3 maggio 1295, in cui Picchio del fu Inghilberto, tutore dei figli del fu Lelmo di Giovanni, de^/a cappella di S. Michele in Bonaccio^ fa Tinventa- Tio dei beni dei suoi pupilli e lo presenta al giudice delle cause civili di Pistoia. (5) Biblioth, pistor, p. 213 e L. Chiappelli, Vita e opere giurid. di Cino, p. 18. 11 Capponi nella sua Biografia piHoiese^ lavorando di fantasia, non solo lo dice amico di Cino, ma ag- LX fermazione poggia sul fatto che il pistoiese Niccolo Pilli, neir edizione che fece delle rime di Cino, pubblico il sonetto che a Cino certamente appartiene : « Cercando di trovar minera in oro, » come indirizzato a Lemmo da Pisfcoia, (^) ma veramente non si comprende come abbia potuto il Pilli erederlo diretto al rimatore pistoiese, se in nessuno dei codici che lo contengono e diretto a lui (2). Flaminio Pellegrini f^) e XJmberto Nottola (*) cre- dono che sia diretto a Dante, mentre il Persico-Ca- valcanti, (^) Oddone Zenatti (®) e il Torraca C') lo ritengo- no diretto al Malaspina, a cui lo da chiaramente il cod. Laurenz.-E.ed. 189. Al sonetto di Cino rispose Dante colPaltro «Degnofo vui trovare ogni tesoro. » Comun- que sia, e da escludersi afiatto che sia stato diretto da Cino al nostro Lemmo. Inoltre si oppone a che si possa erederlo diretto a giange che tra le rime di questo : « si leggono vari sonetti a lui scritti, pieni di segni di afietto e di confidenza. » Ne io, ne altri, ch^ io sappia, li ha mai veduti. (^) Ed. di Boma del Blado, del 1555. Questa falsa didascalia rimase cosi nella volgata, cioe nelie edizioni di Faastino Tasso, del Oiampi e del Bindi e Fanfani. (2) I cdd. che portano questo son. di Cino sono: il Laurenz.- Red. 189; il Casanat. d, V, 5; il Bologn.-Univers, 1289; il Chig. L, IV, 131; il cod. Galvani ; il Veron.-Capit. 445; il Vatic. 3793 ; il Riccard. 1103 e il Trivulz. 1050. II Nottola lo d\ in ed. critica al n. XVIII, p. 51 de' suoi Studi sul canz. di Cino da Pistoia, Milano, Ramperti, 1893. (3) Giom, stor, d. letter, ital. XXX, p. 312 e 318. (*) Stadi citt., 1. c. (*) Giorn, dantesco, V, 112-16. V. in proposito anche M. Barbi^ Bvllett d, societd dantesca, IV (1897). p. 1(B, in nota. (^) Dante e Firenzej Firenze, Sansoni, 1901, p. 447. (') Bullett. d. societd dantesca^ X, 5-6, in un'ampia recen- sione al cit. libro dello Zenatti. — LXI — lui il fatto che, essendo Lemmo morto, come vedremo, intorno al 1294, probabilmente, quando Cino compose questo sonetto, egli non era piu tra i vivi. Infatti Cino, a quel che pare, V avrebbe composto intorno al 1311. (^) A ogni modo uon e facile credere che Cino giovanis- simo, essendo nato intorno al 1270, avesse tale amici- zia col rimatore da dirigergli questo sonetto, ne d' al- tra parte si sa che Lemmo abbia avuto alcuna rela- zione coi Malaspina, di cui si parla nel sonetto stesso (^). Probabilmente fu amico del musico Casella, per me indubbiamente fiorentino (^), che ne musico, come vedremo, una cobbola. Lemmo mori poco piii che trentenne non molto prima del 6 gennaio 1294 (*). Sembra che qualche de- cenniodopo la sua morte i suoi figli si siano trovati in assai difficili condizioni, perche una sentenza del giudice delle cause civili aggiudico i loro beni a Picchio d' Inghil- (*) Cosi il ToRRAOA (Bull, d, soc, dant, X, 5-6, p. 158), che aiTerma il son. di risposta di Dante « Degno fa vui > scritto nel 1311, e quindi quello di Cino sarebbe composto pressoa poco in- torno a quel tempo. (*) L'Arferuoli, neir Hist mss. I, c. 363 dice erroneamente che vi si parla d' una marchesa Malaspina, e secondo lui il so- netto e diretto a un Leramo Gualfreducci, confondendo il no- stro rimatore con un Guglielmo di Giovanni Gualfreducci, che fu tra colore che giurarono fedelti a Carlo d' Angi6 nel 1267. Per questo non corrisponderebbe il nome dell' avo (V. nel Prior, del Franchi ai Gualfreducci). (^) In nessun documento pistoiese ho mai trovato cenno di lui ; ne so donde V Anonimo commentatore di Dante traesse la uotizia che Casella fosse pistoiese, se non forse dal vederlo. in relazione d* amicizia con Lemmo per averne musicato una poesia. (*) Arch, diplom. di Firenze, pergam. con questa data. In essa Picchio del fu Inghilberto e donna Sobilia, moglie del fu Guglielmo di Giovanni di Rolando, eleggono procuratore Fal- cone del fu Eolando con altri a trattare tutte le cause che avrebbero potuto sorgere per V credit^ lasciata dal defunto. — LXII — berto che li aveva amministrati (^) e che cosi veniva a essere risarcito dell' ingente imprestito fatto qualche an- no prima a Vanni, figlio del defiinto Lemmo. {^) II nome del rimatore pistoiese Paolo Lanfran- chi era conosciuto per V Indice delP Allacci. L' Al- lacci ne aveva certamente vedute le rime nel cod. do- na to da Ferdinando Ughelli alia libreria Barber ina, che e oggi il Vatic. 3963 (gia Barb. XLV, 47) (3), molto prima che fossero edite le sue rime provenzali ed ita- liane. Di lui nulla riusci a sapere dagli eruditi pistoiesi d'allora il Baudi di Vesme primo editore delle sue rime {*). Ben poco invero an che noi possiamo dime. II Cre- scimbeni penso che fosse della grande famiglia Lanfran- chi di PisH, (^) ma, oltre che il suo nome e dato chia- ramente dai due codici che ne contengono le rime, col- r aggiunta « da Pistoia » , non so che cosa ci vieti di ri- tenerlo pistoiese, se moltissimi Lanfranchi si trovano nei documenti pistoiesi, e il Franchi nel suo Priorista pone anche una famiglia Lanfranchi proprio di Pistoia (®). Ma purtroppo lin Paolo Lanfranchi non si trova ricor- dato mai. (*) Arch, diplom. di Pirenze, pergam. del 13 giugno 1304 : sono a lui aggiudicati i beni di Vanni di Guglielnao per libbre 225. (2) Arch. diploDi. di Firenze, pergam. del 26 fiebbr. 1299, in cui Vanni del fu Guglielmo di Rolando confessa di aver rice- vuto in mutuo da Picchio d' Inghilberto libbre 225 per pagare la dote a donna Fiorina, sua sorella. (3) V. il Canzoa. Vatic, Barb, lat, 3953, pubbl. per cura di GiNO Lega. Bologna, 1905. (*) Rivista sarda, 1875, vol. I, pp. 391-404. (*) St, d, volgar poesia (ed. Basegio), II, 202 3. (6) Lett. L, M. — LXIII — Fu senza dubbio un ghibellii^o, com'e manifesto dal suo sonetto provenzale contro i Francesi, a danno dei quali chiamail re d' Aragona. Dovefiorire nel penultimo decennio del secolo XIII, riferendosi a quel tempo, come mostreremo, quel sonetto. Per la sua fede ghibellina e per V eta e da credere che appartenesse a quel gruppo di Lanfranchi che intor- no a questo tempo vediamo cacciati in bando da Pistoia dai.guelfi che vi pre vale vano. Un Giovanni di Lanfranco infatti e bandito il 18 novembre 1279 (^), e novamente nel 1284 con Ammannato di Lanfranco notaro e Pan- nocchia di Lanfranco (*^), un « Tebertus dni Lanfranchi miles communis pistorii » e condannato nel 1289, (^) cosi pure un Tolomeo di Lanfranco nel 1282 (^) e finalmente un « Lazarinus Lanfranchi de Societate S. Pauli » nel 1292. (^) Cecco Lanfranchi e assoluto dal bando nel 1293 (*^). II piu antioo dei Lanfranchi, di cui si ab- bia memoria nel la prima meta del secolo XIII, e un « Lanfrancus q. lusti » operaio di S. lacopo nel decem- bre del 1230, C^) che nel 1232 fa testamento, risoluto di fare un viaggio oltremare per vedere il S, Sepolcro, (^) ma alcuni anni dopo ritorna, ed e nuovamente operaio (*) Arch. Comun. di Pistoia, Opera di S. lacopo, Libro di condannej n. I, c. 105 t. (*) Ivi, Libro di condanne e contratti, n. I, c. 149 t, 150 e 150 1. (3) Ivi, c. 108. (4) Ivi, an. 1282. (5) Ivi, n. 2, c. 40 b. (^) Ivi, n. I, c. 24. Altri Lanfranchi, come un Guglielmo (c. 32), uu Corrado (c. 23) e un Caccialoste (c. 48 t.) sono ban- diti nel 1281 e nel 1282 (ivi). (') Franchi, Prior* che dice d' aver tratto la notizia dal Libro d^ cofitratti delV Opera di S. Pietro, segn. 2, c. 5 t. (^) Arch, diplom. di Firenze, Carte pistoiesi^ pergamena del 30 gennaio 1282. — LXIV — di S. lacopo nel 1241 (i) e nel 1263 («). E forse oosfcui il padre del nostro ? Di altri Lanfranchi pistoiesi commercTanti in Bo- logna si ha ricordo negli Statuti delle Societd del popolo di Bologna del Gaudenzi. C) Ma, come si vede, branco- liamo nel buio. I soli argomenfci sicuri per avere qualche notizia su questo rimatore, li possiamo trarre dalle sue rirae. Quelle italiane^ nella forma non piu ruvidamente gait- toniana, ma levigata e in qualche trafcto anche elegante, accennano alia maniera meno arcaica e oscura dei poeti di transizione. Qualcuno di quei sonetti, per es. il IV, pare che si possa ascrivere al dolce stil nuovo. Percio quei sonetti sono da avvicinarsi piu agli ultimi decen- nii del secolo XIII, che da farsi risalire a qualche de- cennio innanzi, al tempo cioe a cui appartengono i so- netti deir Abbracciavacca, essenzialmente diversi da questi. Ma piu sicuro argomento si ricava dalF unico so- netto provenzale diretto, come abbiamo detto, al Re d'Aragona. II Vesme vorrebbe che fosse stato composto nel 1266, al tempo della discesa di Carlo d' Angio alia conquista del Regno di Napoli, e, secondo lui, deve es- sere anteriore alia battaglia di Benevento, « poiche vi si dice che quegl' invasori non avevano fatto colpo di spada n4 di lanciUy ed in generale si parla della spedizione co- me di cosa non ancora compita. (*) » A me veramente non (*) Franchi, Prior, dal cit. Libra delV Opera di S. Pietro. (2) Ivi. (') Nel quartiere di Porta Eavennate sono nel 1260 un « Gel- lus Lanfranchi de Pistorio » (Vol. I, p. 427), un < Pannocla Lan- franchi de Pistorio » nel 1284 (ivi, p. 430), che potrebbe essere quello stesso cacciato in bando da Pistoia in quell* anno, e un « Fatius Lanfranchi de Pistorio > nel 1273 (ivi, p. 436). (*) Art. cit. p. 401. — LXV — sembra che per le ragioni addotte da I Vesme si debba il sonetto attribuire al 126B, e non mi sembra per altre parole del sonetto medesimo. II poeta v' incita il Ee d' Aragona, Pietro III, a difendersi dal Ee di Francia ; ma Carlo d' Angio, allora soltanto conte di Provenza e fratello del Re di Francia, non poteva chiamarsi cosi : n^ e accettabile cio che affermo il Pontmartin, che potesse chiamarsi in tal modo perche fiituro re francese di Napoli. (^) E poi nel 1265 che cosa mai c'entravano gli Aragonesi nella questione del B-eame di Napoli? Essi, come ognun sa, entrarono in giuoco per il possesso della Sicilia dopo il Vespro ; ma non contestarono in quel tempo agli Angioini il possesso del JNapoletano. lo credo invece che quel sonetto sia stato scritto fra gli anni 1282 e 1285, quando si doveva gia esser dif- fusa la voce che il Re di Francia, Filippo III, stesse per intervenire nella guerra siciliana contro Pietro III d' Aragona : non prima del 1282, V anno famoso del Ve- spro, perche il Re d' Aragona non aveva ancora preso attiva parte ai fatti della Sicilia, ne dopo il 1285, per- che in queir anno mprirono Pietro III, re d' Aragona, e Filippo III, re di Francia. La guerra continuo anche dopo fra Aragonesi e Francesi ; ma allora il poeta non avrebbe piii potuto dire al Re d' Aragona di guardarsi dal Re di Francia che stava coi suoi baroni per piombargli addosso. Alcune altre notizie biografiche si potrebbero de- durre dalle rimanenti poesie provenzali a lui attribuite dal Vesme; ma, come vedremo, non ci sono ragioni suf- ficient! per assegnarle al rimatore pistoiese. Sicche conviene contentarsi delle magre notizie che di lui abbiamo potuto dare. {') Ivi, p. 403. LXVI Del tutto sconosciuto h Meo di Bugno, tantoche r Allaoci prima e poi il Crescimbeni e lo Zaccaria lo credettero vissuto nel secolo XV, (^) mentre V unico so- netto che di lui ci rimane ce lo fa assegnare senza alcan dubbio al secolo XIII. Nei documenti pistoiesi non ci e stato possibile tro- vare il suo nome; ma, siccome rarissimo e in questi il nome di Bugno, abbiamo potato rintracciare questa volta con molta probabilita la sua tamiglia. In una perga- mena deir Archivio Diplomatico di Firenze del 9 mar- zo 1211 abbiamo trovato un Bugno, a cui per seatenza di Ruberto, giudice delle cause civili in Pistoia, un Mar- tino paga un suo debito; e in un' altra pergamena del 7 novembre 1212 questo Bugno e dettodel fu Paltonerio. Un Napoleone di Bugno,' che molto probabilmente e figlio di questo, e ricordato dall' Arferuoli all' anno 1241, (^) e potrebbe essere quelle stesso che il 5 mag- gio 1267 e tra colore che giurano fedelta a Carlo d' An- gio. (8) Suo fratello puo essere quell' Arrigo di Bugno che e poco dopo del Consiglio Maggiore. (*) Finalmente un Bugno di Napoleone e ricordato in un atto del 14 no- vembre 1284, (^) per la dissoluzione d' una societa fatta (*) Biblioth. Pistor.^ p. 173 e St, d, volgar poesia^ IV, 1. I, cent. V, n. LXXXIX. V. auche il Quadrio nel Vol. II. p. 168. II Capponi nella Biogr, pisf., p, 274, incerto se Bugno sia il no- me deir avo o un soprannome, come altri crede (chi ?), lo dice, al soli CO lavorando di fantasia, del '300. {^) Hist. mss. citt., Vol. I, c. 198 : con altri compra alcuni terreni dati a Pistoia dai Lambardi di Montecatiui. (3) Liber censuum^ c. 189 1. {*) Ivi, c. 192. (5) Arch. Capit. di Pistoia, L. 144 (senza numer.) — LXVII — tra Fiorentini e Pistoiesi « super arte et in arte ligna- minis. » Ora che cosa ci vieta, non trovandosi alfcri con questo nome nei documenti pistoiesi, di credere che pro- prio a questa famiglia appartenga il nostro Meo di Bu- gno ? II padre suo sarebbe stato adunque un Bugno di Napoleone di Bugno di Paltonerio che pare esercitasse 1' arte dello stipettaio. Questo stesso Bugno di Napo- leone troviamo nel medesimo anno 1284: tra colore che furono condannati da Aimerico degii Alessandri, (^) e si potrebbe non senza ragione pensare che la societa a cui abbiamo veduto appartenere Bugno, si sciogliesse appunto per efibtto di quella condanna. II sonetto di Meo, che accenna ad accuse e a per- secuzioni che gli si facevano, sembra alludere alia do- lorosa condizione in cui forse si dove trovare la sua fa- miglia, costretta ad andare in esilio. Pare dai primi due versi di quel sonetto che fosse accusato d^ essere andato in luoghi, dove invece non aveva mai messo il piede : Tutto il tempo del mondo e devenuto ILk io non pongo '1 pie ci lasso V or ma. Pu6 ragionevolmente supporsi che fosse accusato d' aver preso parte a cospirazioni ghibelline, per le quali sembra clie abbia avuto a soffrire assai, e forse anche V esilio. L'unico sonetto, che di lui ci rimane, viene ad acquistare cosi una qualche importanza, apparendoci co- me uno sfogo d'un ghibellino perseguitato da ingiuste accuse e costretto a soffrire con dignita e coraggio acerbe persecuzioni. II padre pero lo vediamo assai presto tornare dal- (*) Arch. Comun. di Pistoia, Opera di S. lacopo, Libro di contr. e bandi, n. 1, c. 151. — Lxvni — r esilio, perche nel 1287 e nel Consiglio per il quartiere di Porta S. Andrea. (^) Ma se le carte d' archivio ci sono avare del nome di alcuni dei nostri rimatori, ci parlano assai di Mala de' Muli. Le famiglia de' Muli fa una delle piu antiche e potenti fra le case magnatizie di Pistoia. Secondo 1' Ar- feruoli, i Muli ebbero derivato il nome da un Mula di Mozzo, secondo di questa famiglia, che nel 1130 sarebbe venuto in Pistoia da Vergiole, paesello vicino, (^) e crede che abbiano avuto' principio da una medesinaa pianta con gli Ughi e con i Taviani. Ebbero grande autorita e seguito in Pistoia, finche vi predominarono i ghibellini. Ranuccio di Mula e con- sole di Pistoia il 18 novembre 1200 : (^) il 27 novem- bre 1212 e tra gli ambasciatori pistoiesi che stipulano la pace alia Sarabuca con Bologna {*), e nello stesso anno un altro de' Muli, m. Ranuccio di m. Mozzo, ha dal Consiglio del popolo Tincarico, insieme con altri, di ridur- re all' obbedienza Carmignano che dava segni di volersi ribellare. (^) Nel 1214 Ranuccio di Mula e con altri con- sole (^), nel 1216 e podesta di Pistoia. C^) (*) Franchi, Piior, N, c. 13. (2) Hist mss. citt., vol. I, p. 163 n. In un atto pubblicato dallo Zagcaria, op. cit., p. 212 un Mula, cbe potrebbe essere appunto questo Mula di Mozzo, S testimone nel 1165 a una sen- tenza di separazione fra Teudicio e la moglie Orelia. (^) Liber censuum^ ed S&ntoli, fasc. 1**, p. 7. (*) Zaccaria, Op. cit., p. 133. (^) Arperuoli, Hist mss. citt., vol. I, c. 198. (^) Q. Santoli, / consoli e i potestd di Pistoia sino al 1297, Pistoia, Flori, 1904, p. 4. (^) E il primo podesti annuale ancora pistoiese {Lib^r cen- suuTfij ed. cit. p. 37). V. ancbe il cit. art. del Santoli, 1. c. — LXIX — Altri non meno cospicui di questa famiglia furono Bernardino di Mula(^),eMu)a di Ranuccio(2) chenel 1228 andarono con altri a stipulare la pace coi Fiorentini. Si distinse nella giurisprudenza Braccino di Bandino de' Muli. (3) Da un altro Ranuccio di Mozzo nacque il nostro Mula, che, secondo cio che ne dice il Franchi, C*) fu giudice. Ebbe un fratello, Giovanni, che contrasse matrimonio con donna Villaniglia nel 1286 (^) e fu del Consiglio del popolo nel 1351 e nel 1352 (^). Mula ebbe tre figli, un Duccio. che fu pievano di Montecuc- <^^h oggi Valdibure a quajche chilometro di distanza da Pistoia, C) un Lapo, che nel 1326 dimorava a Pi- (*) Liber censuum. ed. cit. p. 197. (8) P. Santini, Docum, citt.f p. 210, Mula di Ranuccio .6 ri- coi'dato fra i consiglieri che giurano attenersi ai patti della pace fatta coi Fiorentini. V e fra gli altri an che un Ranuccio giudice che potrebbe essere d' un altro ramo dei Muli. Essi, a quel che pare dai documenti, si dividevano in varii rami. (^) Era questi c in utroque iurisperitus » , e di lui si conserva un lodo deir 8 marzo 1307 fra i Frammenti di cartolari dei sec, XIII e XIV nelP Arch. Capit. di Pistoia. Fu cacciato in esi- lio come ghibellino, e torn6 in patria nel 1289 (V. Zdbkaubr Breve et or din., appendice p. 184 e sgg). (*) P'riorista cit. M. (5) Arch. Oomun. di Pistoia, Op. di S. lacopo, n. 2, c. 63 t. Forse fu pure fratello del nostro quel Matteo di Ranuccio che fu capitano della montagna nal 1339 (Franchi, ivi). («) Franchi, Prior, ivi. (') Arch, comun. di Pistoia, Op. di S. lacopo, Lihro di tS' stam. cit., 1. c. V. anche nel Vacchettone del Fjoravanti, nel- 1' ult. sala delP Arch, comun. di Pistoia, c. 60. Duccio fond6 un beneficio nella cattedrale^nel 1348. I Muli ebbero piu tardi giu- risdizione suUa chiesa di S. Giovanni Battista di Montecuccoli, come si pu6 vedere da uo atto che il Franchi cita del 21 lu- glio 1366 di mano di ser Leonardo di ser Giovanni di ser An — LXX — sa, (^) e un Nicoola che ebbe delle terre in affitto dal fi'a- ^tello Ducoio (*) e che probabilmente mori nel 1348. (^) I Muli, a quel che apparisce dal racconto delF. ano- nimo autore delle Ist, pistolesij parteciparono assai atti- vamente alle turbolenze della loro citta, per gran parte aderendo alia fazione de' Bianchi, e appunto per eflFetto di queste fiere turbolenze si vedono alcuni di loro con- dannati con rigore. Nel 1282 Muletta e Solduccio di Manningo, Mula di Riniero di Bernardino e Nuccio di Agolante de' Muli ebbero imposta una forte taglia per aver ucciso alcuni guelfi presso villa Basilica. (^) Nel 1289 quello stesso turbolento Mula di Riniero di Bernardino e bandito. (^) Nel 1296, in compagnia de' Vergiolesi, notissimi Bianchi, assalgono Burnetto di Vita per pu- nirlo d'una denunzia fatta a loro carica. (^) Nello stesso drea e che era nell' Arch. delP Ospedale del Ceppo. Duccio fece testamento il 28 giugno 1348 (Arch, diplom. di Firenze, carte pist pergam. con questa data). {}) Franchi, Prior, cit. (*) Da un rogito del primo luglio 1839 del notaro Baldas- sino di Bertino di Niccola si ricava che Duccio di Mula de' Muli pievano della pieve di Montecuccoli, col consenso dei canonici di essa, d& in a£B.tto alcune terre in Lupicciano al fratello Nic- cola de' Muli (V. G. Bbani, La chiesa pistoiese, p. 98, n. 6). (3) In un atto di quest' anno, conservato nell' Arch, del Subeconomato di Pistoia nella filza degli atti riguardanti i frati di S. Maria de' Servi, F, 479 a c. 8 sta scritto : € Dns plebanus de monte Cucchori de Mulis dimisit conventui poderem et casas olim Nicchole de Mulis positum in comitatu pistorii loco dicto lupicciana quod dedi ego fr. lacohas dno Andree de Mulis to to tempore vite sue » (*) L. Zdbkaubr, Stat citt. prefaz. XLI-XLII. (^) Arch. Comun. di Pistoia, Op. di S. lacopo. Libro Exhan- niL, ann. 1289. (^) Aveva dt^nunciato Niccoluccio di Tancredi de' Tebertelli che lo aveva percosso (Arch. Com. di Pistoia, Op. di S. laoopo n, 4, c. 17 e sgg.) — LXXI — anno un bastardo della stessa casata, Soldo di Mannino di Soldo, con altri, fra cui al soli to anche dei Vergio- lesi, assalgono nn Corrino di Bigo e un Brandino di Boccio a Bacchereto, © per tale malefizio sono oondan- nati. (0 Ce n' e abbastanza, come si vede, per ritenere che i Muli fossero, durante le fiere lotte che chiudono in Pistoia in un rosso tramonto di sangue il secolo XIII, non meno turbolenti e faziosi di altre famiglie magna- tizie pistoiesi, con alcune delle quali li vediamo anche in societadi malefizii. Per questo forse Cino da Pistoia nello sdegnoso so- netto, col quale^ come a suo luogo vedremo, risponde a Mula, manifesta viva antipatia per il suo concittadino. E non mi par diflSlcile che si possa ammettere questo sentimento in Cino, che negli anni piu maturi della sua vita si mostro dolente delle continue e fierissime agita- zioni da cui vedeva sconvolta la patria, e doveva quindi sentire un nobile sdegno per colore che erano gli autori principali di quelli odii feroci ed implacabili. Altrimenti non si capirebbe V acerbita della sdegnosa risposta al sonetto di Mula, nel quale in sostanza questi umilmente si rivolgeva ad un uomo gia famoso per saggezza e (^) Ivi, Libro deUe Condanne, n. 2, alPann. 1295. Anche in tempi posteriori, quando si furono alquanto calmate le fiere tur> bolenze pistoiesi, continuarono i Mu)i a distinguersi per violenza e fierezza di modi. Negli Atti criminali del 1334 e 35 I, quad. 4 delPArch. Comun. di Pistoia, sala VII, e una denunzia in volgare fatta il 5 luglio 1334, in cui si notifica che cSimone di Lante de' Muli de' grandi prese per li capelli Visconte di ser Stefano de' Visconti popolano, strascinollo per li capelli », dandogli delle pugna e un colpo di coltello. E piu tardi ancora, nel 1348, ve- diamo che godono per dieci anni il privilegio di portare arme per Pistoia per inimicizie capitali che avevano non sappiamo con quali loro nemici (Franchi, Prior. M.) — Lxxn — dottrina per averne spiegata una questione d' amore. forse si deve credere che Cino rispondesse sdegnosamente a Mala, per essere egli de'Neri e Mula de' Bianchi?(i) Partecipo Mula alle frequentissime turbolenze della sua citta, e in^particolar modo alle gesta della sua fa- miglia? Sebbene le notizie in proposito ci facciano di- fetto, tuttavia e da ammettere che non abbia potato mantenersi estraneo alle vicende, nelle quali dalla forza degli avvenimenti fu tratta la sua famiglia. Negli anni, in cui piu acoanite ferverono le contese fra i Bianchi e i Neri, cioe a dire negli ultimi anni del secolo XIII e nei primi del seguente, doveva essere gia adulto, seb- bene, come ho detto, non si possa sapere Panno della sua nascita. Molto probabilmente dove poetare nei primi del se- colo XIV, certo anteriormente al 1314, anno del ritorno di Cino laureato da Bologna, perche senza dubbio ap- partiene al tempo della dimora di Cino studente in Bo- logna il sonetto che Mula gli diresse, cercando di spie- gare con alcuni Bolognesi, amici di Cino, un sonetto eiiigmatico di lui. II trovarsi questo sonetto con altri che alcuni Bolognesi, amici di Cino studente, gli dires- sero in quella occasione, ci fa credere, mi pare ragio- nevolmente, che anche il sonetto di Mula appartenga proprio a quel tempo, potendosi anche supporre che Mula stfhdiasse legge in Bologna presso a poco in quelli anni. AUora forse non si era mostrato cosi acerbo par- tigiano da essere tratta to con tanto sdegno, come lo fu (*) Inffttti, come vediamo, i Mali aderirono piii che altro a parte bianca, e Cino secondo il Corbbllini, {Cino da Pistoia, amore ed esilio^ Pa via, 1895, cap. IV), fu dei Neri. Ma io non so persuadermi, soprattutto per il contenuto delle sue opere giu- ridiche, cbe Cino abbia fatto parte dei Neri. J — LXXIII — da Cino colP altro sonetto, che deve essere sicnramente posteriore d' assai. A ogni modo non e facile capire a quale delle parti contendenti propriamente egli abbia aderito, perchere- sulta dalle memorie storiche del tempo che i Mali* non farono tutti concordi nel seguire ana particolare fazione. I pin furono dei Bianchi, e alcuni di loro li vediamo giun- gere ad a'tti di aperta violenza contro dei guelfi, altri vediamo stretti in lega con famiglie decisamente bian- che. Partroppo in quell' aggro vigliato viluppo, che pre- senta la storia delle fazioni pistoiesi in quelli anni, e difficile dire con certezza qual partito seguisse ogni rimatore di cui parliamo, perche le discordie erano an- che nel seno delle femiglie. Si ricordino le parole del- V autore delle Istorie pistotesij colle quali lamenta le feroci turbolenze fiorentine e pistoiesi : « non fue ne maschio ne femmina, n^ grande ne piccolo, ne frate ne prete che diviso non fosse. » (') Nel 1329 dovevano essere di parte ghibellina, per- che in queir anno furono chiamati a rumore per par- tecipare a un tentative di rivolta in favore di Arrigo, figlio di Castruccio. (^) Ma poco dopo, cpi Panciatichi e coi Gualfreducci, pensarono di venire a patti coi Fio- rentini, e stipularono con loro una pace nel settembre di quelle stesso anno. (^) In ricompensa di cio, e, so- prattutto per avdt posto con quella pace la propria citta in arbitrio dei Fiorentini, furono nel 1330 dichiarati po- polari. (*) D' allora in poi li vediamo partecipare agli (*) 1st pistoLf Pirenze,U733 p. 1. (*) Ivi, p. 57 e sgg. (3) Arfbruoli, ffist mss. citt. Vol. I, c. 340. (*) Ivi, Vol. I, c. 353 : t Per render merito a' Gualfreducci, Muli e Panciatichi essendo stati autori della pace del 1329 a ricordo d' aver posto la iurisdizione e 1' arbitrio della sua pa- tria in mano a' Fiorentini, nonostante la legge che aveva la 6 — LXXIV — uflficii, da cui fino allora per essere dei Magnati erano stati esclusi. ^ Nel 1330 e del Consiglio del popolo un Andrea de' Muli (^), che piu tardi e podesta di Valdibure nel 1350, e di Momigno nel 1353. (*) E certo che d' allora in poi i Muli fiirono sempre guelfi, e infatti nel 1331 questo stesso An- dx'ea de' Muli e fra i membri del Consiglio di parte guelfa per la porta Guidi. (^) Concludendo, anche da questi cenni che brevemente abbiamo dato suUa parte che i Muli potrebbero avere avuta nelle vicende delle fazioni pistoiesi di quelli anni, si ricava che molta parte essi ebbero in quei moti, e Mula non puo essernd stato sempre spettatore inope- roso. Quale parte vi abbia avuto, non lo sappiamo; ma ci basta di aver veduto con quanta indomabile fie« rezza parteggiassero i Muli, per capire come Cino bene a ragione mostrasse non poca antipatia per un membro . di quella turbolenta famiglia. Mula mori prima del .1325, perche nel testamento fetto in queir anno, e in cui sono i nomi dei saoi due figli, Duccio e Lapo, e ricordato come gia morto. (*) citt& in contrario sieno popolari quanto al defendere i Clien- tuli. » E questa deliberazione fu consacrata ancbe negli Statu ti del 1330 in cui e detto esplicitamente che i Panciatichi, i Gual- freducci e i Muli « reputaudi sunt populares et de populo civi- tatis Pistorii,... it a quod ea pena quicunque eos vel aliquem eorum offenderet, puniatur, qua puniri deberet, si popularem civitatis Pistorie offendisset » (Zdbkauer, Breve et ordin. citt. prefaz. XX). In quella occasione uno de' Muli, messer Lanfranco, fii fatto cavaliere dai Fiorentini (Arfbruoli, ms. cit. Vol. I, C.848). . (*) Arch. Comun. di Pistoia, sala IX, Prowisioni, n. 6, c. 54 t. («) Ivi, cc. 5 6 51. (^) Ivi, nella seconda .parte del cod., c. 55 t. (*) Arch. Comun. di Pistoia, Op. di S. lacopo, n. 2, c. 63. — LXXV — Come rimatore, deve aver lasciato qualche nome di s6j perche e ricordato cou altri poeti ben piu famosi dal- V autore della Leandreide^ (*) il che ci fiirebbe anche supporre,essendo qnesto certamente un Veneto,cheaves8e dimorato, forse per 1* esercizio della sua professione o se- guendo come assessore qaalche podesta, nel Veneto. I Mull abitarono nel quartiere di Porta Guidi, e piu precisaraente nella parrocchia di S. Pietro Maggiore, come e manifesto da varii documenti e da uii' iscrizione che e sul sepolcro di uno di loro. Questa iscrizione che si vede ancora a sinistra della porta maggiore di quella chiesa, porta le seguenti parole : « S. D. Qilii D. Mu- lis MCCCXIII. » O * » Hi Antichissima e nobile fu in Pistoia anche la fami- glia Taviani. Si ha notizia di alcuni di loro fino dal se- colo XII e dai primi del XIII, e un « lohannes q. Ta- viani » e fra i testi per la pace fra Pistoia e Bologna il 24 novembre 1212. (^) Pare che fino dalle origini della loro potenza aderissero per lo piii alia parte guelfa, per- che, mentre non troviamo alquno di loro negli ufficii (*) Canto VII del Libro IV. V. Lazzarini, Bimatori Vene- ziani del sec. XI V, Padova 1887, p. 16; questi corregge il Quadrio (St € Rag. d* ogni poesia, II, 175), che, forse per averlo veduto ricordato nella Leandreide con i poeti veneziani, lo aveva cre- duto veneto, (^) 11 Franohi dice di aver veduto V arme del Muli sul se- polcro della famiglia nel pavimento della chiesa di S. Giovanni forci vitas. Forse abitava nella parrocchia di S. Giovanni forci- vitas un altro ramo di quella casata. (3) Liber Censuum, ed. SIntoli fasc. 1® p. 23. E ricordato anche in uh atto del 29 aprile 1215 cosi: c dns lohannes q. Ta- viani iudex com. Pist. » (ivi p. 83). — LXXVI — durante il predominio dei ghibellini, ve li troviamo in- vece tutte le volte che i guelfi spadroneggiano nella citta. Per tal ragione forse non molto potehti durante quasi tutto il secolo XIII, si fanno forti verso la fine di quel secqlo e piu ancora nel suecessivo, quando co- gli Ughi, i Lazzari^ i Muli, i Ricciardi, i Cancellieri, i Tedici e poche altre case magnatizie tengono agitata e sconvolta la patria. * Abitavano nel quartiere di Porta Guidi. Infatti un messer Stancollo di Banuccio di Taviano nel 1287 e del Consiglio per quel quartiere, (}) e lo stesso i pure del Oonsiglio del popolo con qjaattro suoi fratelli, Guide, Bonifazio^ Gerardo e Landino. (*) Da Astanoollo o Stancollo o Collo di Taviano, di cui troviamo notizia fino dal 1294 (*), nacque Guelfo. Stancollo fa giudice, e questa professione sembra ripe-, tersi assai spesso in quella famiglia. Un « dns lohannes q. Taviani », che probabilmente e lo stesso sopra ricor- dato, e giudice in un atto del 1226 (*) e in un altro del 1249, (*) e un Taviano, che e T avo del nostro, fa pure giudice. (®) (*) Franchi, Prior. T. p. 284. fe testimone ad un atto nel decembre del 1291 {Liber censuum, c. 222) (') Zdbkaubr, Breve et ordin, citt., p. liXII. (^) Archivio del Sabeconomato di Pistoia, G. 344; all' an- no 1294 k un atto di vendita fatto a Collo di Taviano giudice. Di un altro Stancollo di Taviano, mortocertamente prima del 1309, si ha memoria in pergamene delPArchivio di Stato di Eirenze e in atti conservati nelP Archivio del Subeconomato di Pistoia; ma non 6 il padre del nostro. Questo nome di Stancollo s'in- contra spesso in quella famiglia. (*) Franchi, Prior, cit., 1. c. V. anche la pergamena con que- sta data delPArch. diplom. di Firenze. p) Arch, del Subecom. di Pistoia, H, 217, c. 51 t. (6) Ivi, G, 347, ove all' anno 1297 sono ricardate spese fatte per il defunto giudice Taviano. — Lxxvi; — La madre doveva essergli morta prima del 16 lu- glio 1300, perche in quelF anno suo padre sposa in se- conde nozze donna Beldiporto, detta Portuccia del fu Landodi Ventura. (^) Frafcellidelnostrofurono: Giovanni, giudice e notaro, che sposo donna Q-iovanna di' Andrea Cacciatini (*), nel 1330 era giudioe delle cause civili in Pistoia (^) e viveva ancora nel 1346 (•*) : Francesco, an- ch* esse notaro, che vediamo copiare il contratto di nozze di Portuccia, sua matrigna (^) : fratellastri sono lacopo, pure notaro, (®) e Giovanni, rettore spedalingo dell' Ospe- dale di Sant' lacopo in Pistoia. C) Guelfo dovette perdere il padre non molto prima • (*) Arch, diplom. di Flrenze, pergam. del 16 laglio 1300 oon- tenente il contratto di nozze, dal quale si ricava che la nuova moglie port6 a Stancollo la vistosa dote di lire 800. (^) Ivi, pergam. del 16 ottobre 1315, da cui an che risulta che egli abitava nelle case della sua famiglia, nella ^arrocchia di S. Maria Maggiore. Fra gli atti della famiglia Taviani, che si trovano nell' Arch. Com. di Pistoia, Sala IX, 144 (senza nume- raz.) ve n* 6 uno ove e pure detto : t dns lohei Stancolli de Ta- vianis c. S. Marie maioris, » (2) Arch, comun. di Pistoia, Proc, civ. 13001400, Sala I. Ap- parisce appunto come giudice in un processodel lOgiugno 1330. (*) L' 8 ott. 1346 dava un consul to legale che terminava cosi : « Consilium hoc est dnl lohannis Stancollj deOctavianis de pi- storio iurisconsulti... » (Arch, comun. di Pistoia, Proc. civ. 14, Sala I). (5) V. la cit. perg. del 16 luglio 1300. (^) Come tale apparisce nel testamento, col quale sua ma- dre, Portuccia, dispone d' una casa che aveva nella cappella di S, Matteo e di due coltre di terra nel territorio di Piuvica, e lo istituisce suo erede universale (Arch, diplom. di Firenze, per- gam. del 20 luglio 1326). C) Arch, diplom. di Firenze, pergam. del 18 ott. 1330 : in essa Giovanni in nome dell' ospedale di S. lacopo e come erede di donna Portuccia, sua madre defunta, prende il possesso di una casa nella cappella di S. Matteo. LXXYIII — del giagno 1317, percM, mentre Stancollo e chiamato nel 1316 a dare un consulto sopra una causa civile (^), e invece ricordato come gia morto in un atto del 6 giu- gno 1317. («) Nori pare che Guelfo rimanesse a lungo in Pistoia, e deve essersi recato alio studio di Bologna, ove non e improbabile che sia stato condiscepolo di Cino. I sonetti che diresse al gentile poeta pistoiese ce lo mostrano amico del suo grande ooncittadino, e fanno credere che la loro amicizia debba essere cominciata assai presto. Compiuti da non molto tempo 'gli studi legal i in Bologna, fu dai Senesi el^tto all' ufficio della direzione delle gabelle nel 1307. (^) Non sappiamo quanto rima- nesse a Siena, e se presto tornasse a Pistoia o si re- casse altrove. Certamente era a Pistoia dal 1334 in poi, perche v' insegno istituzioni con lauto salario. (*) Qijiesto insegnamento superiore rimunerato molto lautamente (*) Arch. Comun. di Pistoia, Proc. civili citt. In questa filza e un foglietto staccato fuori di posto, (si trova infatti fra pro- cess! del 1881, mentre invece la somigjianza della scrittura con quella dell' estensore del processo del 1316 fa capire che ^ stato malamente tolto dal suo posto), ove dk un consulto un « doi Stancollas de Tavianis. > (') V. I'atto gik cit. del 6 giugno 1317, in cui Portuccia e detta < enunciata vidua q. Colli q. Taviani de Tavianis. » (8) Arfbruoli, Hist mss. citt. vol. I, p. 284. L* atto di no- mina, che io non ho potuto rintracciare, fu veduto dalP Arie- ruoli che lo dice fatto in Pistoia da ser Giovanni di m. 6ua- lando, nella casa degli eredi di m. Tano de* Taviani. E testi- mone all' atto anche Cino da Pistoia. Prese possesso delPufiOicio il primo di luglio del 1307. (<) A. Zanelli^ Del pubblico insegnam, in Pistoia^ p. 17. In Pistoia fino dal 1279 era uno studio giuridico, come abbiamo veduto nel cap. I, e nella prima met^ del sec. XIV vi fiorirono gli studi notarili. — LXXIX — sta a provare la grande stima cbe i suoi concittadini ebbero di lui. Ebbe in moglie donna Perina del fu Biccardo di Ventura, (^) e da lei ebbe tre figli, Lotterio (^), Astan- coUo gindice, che vediamo dare un consulto in una causa civile il 4 novembre 1332 (*), partecipare ad una cavallata nell' agosto del 1346, e far parte del Consi- glio del popolo negli anni 1346, '51 '52 e '54 (^) ; e un Ermanno. (*) Guelfo, oltrecbe all'insegnamemto, pare attendesse all' esercizio della sua professione, e lo vediamo dare due consulti legali, uno in un processo del giugno 1342 (^), e un altro in un processo del settembre di quel mede- simo anno. (^) La stima, che certamente doveva godere di valente (*) Franchi, Prior, cit. T. L' aveva ancora viva nel gennaio del 1337. (*) Arch, diplom. di Pirenze, pergam. del 13 agosto 1340, in cui lacopo di Paolo riceve a mutuo una somma da Lotterio di Guelfo Taviani. (3) Arch, comun. di Pistoia, Processi civ, 14, Sala I. II 4 nov. 1332 in un processo incominciato in quell' anno d& un con- sulto « dus AstancoUus de Tavianis iudex consultus. » Da altri atti sappiamo che costui era figlio di Guelfo. (*) Franchi, Prjor. cit., 1. c. (**) Arch, diplom. di Firenze, pergam. del 9 marzo 1353, in cui e ricordato un Ermanno c q. Guelphi de Tavianis », che fa un atto di procura. (^) Arch, comun. di Pistoia, Proc. civ. citt. II 13 giugno del 1342 6 eletto cad consulendum dns Guelfus de Tavianis ». n 22 giugno presenta al notaro il consiglio richiesto. (^) Ivi. E eletto c iudex consul tor » in questo , processo il 25 nov.; e v' e in fine stabilito anche il salario per lui e per il suo fratello Giovanni, che era giudice delle cause civili : < Dno lohanni de Tavianis iudici pro suo salario et dnb Guelfo con- sultori sc. XX. » — LXXX — giurista, deve essersi allargata anche an po' oltre gli angusti confini del comune pistoiese, percM nel giugno del 1346 e « maior sindicus et iudex » , come allora si diceva, ossia come oggi si direbbe commissario per la revisione delF amministrazione comanale, nel commie di Gastello, obe probabilmente sara stato Castello in Val di Bisenzio. (^) Poco dopo deve easere tomato in Pistoia, perche e del Consiglio del popolo nel decembre del 1347. (^) Dopo questo tempo non abbiamo piu alcuna noti- zia di lui, e quindi assai probabile che debba essere so- pravvissuto di poco. Dove abitare o in cappella di S. Sal- vatore, o in quella contigua di S. Maria Maggiore dove i Taviani avevano le case. (^) Quale parte anch' egli abbia avirta- nelle vicende delle fazioni pistoiesi, a cui tanto partecipo la sua &.• miglia, e diflScile determinarlo. Quando, nel 1298, quasi (^) Franchi, Prior, cit., 1. c. (') Ivi. (3) Infatti in un doc. del 1311 (Arch, di Stato di Firenze, nel protocollo di Marco di Camporsino da Carmignano 1307-1325, c. 15 1.) si parla d' una « Turris Tavianorum de Pistorio... que turris posita est in cappella S. Salvatoris. » ed 6 anche detto che un lato era sulla via pubblica. Questa torre (che probabil- mente e quella stessa di cui abbiamo parlato sopra) potrebbe essere quella che anch' oggi si vede presso 1' antica chiesa di S. Salvatore e che e in cima alia salita della Tomba di Catilina, torre che tu della Pia Casa di Sapienza e poi dei Rossi. Secondo il TiGRi {Pistoia e il suo territ^ Pistoia, tip. Cino, 1854, p. 261) i Taviani abitavano nell* attuale via degli Orafi, nella casa Tigri che ha 1' ingresso nella via del Duca, ma credo che qui abitas- sero piu tardi. Nell' atto cit. Giovanni di Giovannello de' Ta- viani vende la torre a Francesco de* Pazzini di Firenze : erano allora i Taviani cacciati dalla patria. II fratello Giovanni abi- tava, come abbiamo visto, nella parrocchia attigua di S. Maria Maggiore. — LXXXI — tutti i Taviani farono oacciati in esilio dalla patria, Guelfo era certo in Pistoia, perch6 si appella il 18 ago- sto di quell' anno contro uqa sentenza del potesta che toglieva ai Taviani il possesso d' una torre posta presso le case degli Ughi, loro consorti. (^) Piu tardi, nel 1309, allorcW i Taviani ihsieme cogli Ughi fiirono di nnovo caociati da Pistoia, e, ritrattisi ai loro poderi nel contado, furono rotti suUa Bure, {^) non sappiamo se egli fosse allora in Pistoia. Non e improbabile che fosse ancora a Siena. Nel 1316 ritornarono in Pistoia, rimessivi, insieme con altri guelfi, dal Re di Napoli (^). Ma non vi rimasero a lungo, e nuovamente dovero- no riprendere gli amari passi delVesilio. Forso con parte de' suoi fu cacciato anch' egli dai Tedici nel 1323, per- che avevano macchinato, soprattutto per opera d' uno di loro, messer Ettolo di Tano, di ricondurre in citta Filippo Tedici, nipote dell' abate di Pacciana. (*) L' Anonimo, che racconta assai diflfusamente quei fatti, afferma che doverono andare in esilio poco dopo (*) Arch. Comun. di Pistoia, Op. di S. lacopo, n. 1, proto- collo di &er Spada di Picchioso, a c. 273. VaoDi di Armaleone e Guelfo di Stancollo (non ancora giudice, si noti) procurator! per Stancollo e Tolomeo di Ranuccio, Taviano di Guglielmo, e Batino e Vanni di Giovannello, Collo e Meo di Taviano, c sen- tientes se parte et nomine gravari et predictos dnoi a quodam precepto ipsis d^ fecto.. ex parte et mandatu d^ potestatis ut idem nuocius dixit ut tollerent removerent omnem auctori- tatem quam fecerint vel fieri fecerint in quadam turri confi- nanti ab j via, a ij heredibus d. Albizi et Guidi, a iij illorum de tavianis, a iiij illorum de tavianis... » si appellano contro que- sta sentenza. L' atto h rogato nel palazzo del comune < ubi dic- tus pot. moratur. » (*) Anonimo, IsL pist^ p. 57 e sgg. (3) Ivi, p. 60. (*) Arpbruoli, Hist. mss. citt. Vol. I, c. 320. — LXXXII — ancbe tutti i membri di quella numerosa &iniglia. !Bi- masto 1' abate signore di Pistoia, « fece fare comaiida* mento a tutti li Taviani e Ricciardi, ch' erano rimasi in Pistoia, cb' a pena dello avere, e della persona si par- tissono di Pistoia, e dal contado, ed eglino se Tie par- tirono tutti, e andaronne a Prato. > (^ E dunque certo cbe ancbe Guelfo dovette co' suoi essere andato in esilio, e in&tti intorno a questi anni non abbiamo potuto tro- vare alcun cenno di lui cbe attesti la sua presenza in Pistoia. Probabilmente, quando Castruccio nel 1328 ebbe perduto il dominio di quella citta, ancb' egli pote coi suoi, co' Ricciardi e con altre nobili famiglie guelfe ri- tornare in patria, e d'allora in poi, tornata in quella citta una relativa pace, lo vediamo attendere all' inse- gnamento, all' esercizio della sua professione, e prender parte alle adunanze del Consiglio del popolo. Altro di piu particolareggiato e sicuro non ci e stato possibile sapere. Quando poi abbia egli potuto co- noscere Dante, di cui prese, come vedremo, con ardire la difesa contro quella mala lingua di Gecco Angiolieri, cbe I'aveva mordacemente assalito, non sappiamo. Si credeva fino ad ora cbe il son. dell' Angiolieri dovesse ritenersi composto intorno al 1303, percbe, come dice il Carducci, il verso: S'io son fatto romano e tu lombardo fa ragionevolmente credere cbe il sonetto sia stato scritto quando per Dante era cominciata la dolorosa vita del- 1' esule, forse appunto « verso 1303, quando aveva tro- vato lo primo suo refugio e 'Z primo ostello nella corte de' signori di Verona : e Cecco, secondo afferma il De (*) 1st, pistol, citt., p. 97. — LXXXIII — Angelis, trovavasi a Koma presso il cardinal Ricciardo Petroni senese. » (^) Ma recentemente, e a me pare con molta ragione, A. F. Massera ha inteso quel v. in ben diverse mode, e ha dimostrato con bnoni argomenti che non e vera la notizia data dal De Angelis dell' andata del poeta umorista dal cardinal Petroni a Roma nel 1303: cosicche non possiamo assegnare a quelP anno il son. di risposta del Taviani. II Massera lo assegna invece al 1307, quando il rimatore pistoiese fu a Siena a eser- citarvi un pubblico ufficio : « Niente vieterebbe d' altra parte, » egli dice, « di credere che il son. di messer Guelfo sia stato scritto o subito o poco tempo dopo quello di Oecco ; solo sembra non^troppo verisimile che, in tal caso, V Alighieri, anzi che difendersi con la pro- pria penna, lasciasse prendere le sue difese ad un si me- schino rimatore, con cui egli nonebbemai, chenoisap- piamo, rapporti amichevoli o letterari. Piii giusto mi par dunque pensare che il Taviani abbia sfogato nel suo son. conlro il morditore e punzecchiatore di Dante un' indignazione tutta sua personale^ suggeritagli dalla reverenza, in cui egli teneva il poeta ». (^) Qui veramente il ragionamento dell'acuto editore dei sonn. dell' Angiolieri non mi pare interamente giu- sto ed impeccabile. Perche il Taviani, sebbene assai me- diocre versaggiatore, non avrebbe potuto conoscere e (*) G. Carducci, ed. della Vita Nuova di Dante, p. 124, V. anche A. D'Ancona, Cecco Angiolieri da Siena, in Studi crit e di storia letter., Bologna, Zanichelli, 1880, p. 138. (*) / sonetti di Cecco Angiolieri, Bologna Zanichelli, 1906, p. 181. Non so come il Massj&ra, contentandosi delle poche no- tizie trovate sul Taviani noiVHist, di Pistoia del Salvi, non ab- bia veduto quello che n' k detto nella Biblioth, dello Zaccaria, 6 pill ancora nell* op. cit. dello Zanblli che gli avrebbe fornito buone no tizie an qaesto giurista. — LXXXIV — forse anche diventare amico di Dante, egli amico di Ci- no, stretto di dolce e cara amicizia col divino poeta ? Ocoor- reva proprio che si fosse recato a Siena per conosoere ringiurioso son. di Oecco? non poteva egli, valente giarista, adoperato dal suo comune in molteplici inca- richi nelle vicine citta, aver conosciuto in qualcuno di questi suoi frequenti viaggi il grande poeta fiorentino ? Ad antica famiglia di magnati pistoiesi apparten- ne anche Zampa Bicciardi, che dal sonetto deploratorio per la morte di Cino ci appare amico ed ammiratore di lui. Fu figliuolo di Lese di messer Eicciardo de' Ric- ciardi (^)^6d ebbe parte assai attiva nella vita poiitica della sua citta. Gia nel febbraio del 1328, quando i suoi, come ab- biamo detto, tornarono co' guelfi in citta, dopo che in essa era cessata la signoria di Castruccio, e nel Oonsi- glio del popolo, (^) e nel marzo dell' anno seguente fa atto 3i sottomissione, con altri Pistoiesi, per mezzo di ser Mazzeo Bellebuoni al papa Giovanni XXII, e pro- mette da buon guelfo d'opporsi air imperatore Lodovico il Bavaro (*). E pure del Gonsiglio del popolo il 24 mag- gio del medesimo anno. (*) C) Franchi, Prio7\ cit. E, c. B7. (2) Zaccaria, Anecdota medii aevi^ Torino, 1755, pp. 40-41. Dovevano i membri del Coiisiglio del popolo di quell* anno es- sere tutti guelfi, perche furono eletti da Filippo di Sangeneto per il re Carlo di Napoli. Dei Ricciardi v* erano Zampa e Bo- nifazio. (3) Ivi, pp. 107-8. L' atto del giuramento di obbedienza 6 rogato in Firenze, nel palazzo dei Priori, il 24 marzo 1329. (^) Liber censuum com. Pist, c. 436. — LXXXV — Dove godere per le buone doti del suo ingegno la sti- ma de' suoi concittadini, perche lo vediamo adoperato in uffici importanti. II 30decembre del 1331 edal Consiglio del popolo eletto podesta di Larciano in luogo d'un Cecco Buti, (}) e pare che in quella podesteria andasse a fare una cavallata in quel di Casale, perche gli furono pa- gati dei denari per questo nel settembredi quelP anno. {^) Nel 1332 ha una commissione riguardante un castello della montagna pistoiese, le Mura, (^) e finalmente e ca- pitano della montagna nel decembre del 1335. (^) Di lui trovo ricordati due figli, Giovanni che fu podesta di Treppio nel 1331 (^) e fa fatto oavaliere nel 1340, (^} e Guelfo che nel 1342 riceve dal comune dei denari per essere stato nel castello delle Mura, forse come capitano. (') Non sappiamo quando Zampa sia morto ; e proba- bile che sia mancato ai vivi non molto dopo il 1336, perche, dopo quest' anno in cui con accenti di vera ed alta ammirazione pianse la morte di Cino, non si ha piu alcuna notizia di lui. Apparendoci dai documenti come uno de' piu con- siderevoli uomini della sua famiglia, e lecito supporre che abbia preso parte alle vicende di essa, e, per cio che diremo, potremo anche asserire che aderisse alia fazione dei Neri. (*) Arch. Comun. di Pistoia, sala IX, Provvisioni, n. 5, c. 57 t. « Qampa Lesis de Bicciardis potestas Larciani per Cec- chum Bati. » (') Franchi, Prior, cit., K, 1. c. (3) Arfbruoli, Hist. citt. Vol. I, c. 354. (♦) Franchi, Prior, cit., 1. c. C) Ivi. («) Ivi. C) Ivi. — LXXXVI — Secondo rAnonimo in&tti i Bicciardi sarebbero stati dei Neri, per cui appunto ebbero abbruciate le case dai Bianchi nel 1301, (^) e allora Zampa dovdva essere gia adulto. Forse partecipo alle oruente lotte ohe in qnelli anni sconvolsero Pistoia, e con quelli della sua casata, CO* Tedici, coi Rossi, coi Lazzari nel 1309 forse fu tra coloro che assalirono i Taviani e gli TJghi, cacciandoli, come abbiam detto, dalla citta. (^) Intorno a questo tempo la famiglia de' Bicciardi ci si mostra cresciuta di aderenze e di forza in Pistx>ia^ tantoche, sorta nel 1322 una contesa fra lore e i Laz- zari per V eleaione del vescovo della citta, aspirando a quel vescovato messer Baronto di Truffa Ricciardi, ar- ciprete di 8. 2jeno (^), e messer Rustichello di Vanni Laz- zari, priore di S. Pietro in Seiano, (*), per una sommossa di villani in favore de' Ricciardi, prevalse V arciprete di S. Zeno e fu eletto vescovo, nonostante che avesse soltanto ventotto anni. (^) (*) Lst pistol, citt., p. 18. (2) Ivi, 1. c. (3) Fu costui valente uomo e assai stimato, se 1' abate di Pacciana di lui soprattutto temeva, come ci dice P Anomimo (p. 95). (^) Dai documenti ci apparisce questo Rustichello essere state uno de' piu potenti e autorevoli uomini di Pistoia in questo tempo. Fu figlio di^quel Vanni de* Lazzari di cuiparlano le Ist. pistol, al cap. 45. Era stato raccomandato dal re Roberto al papa Giovanni XXII, quando si era sparsa la voce che Ermanno, ve- scovo di Pistoia, stesse per perdere la dignity, affinche in caso di vacanza fosse innalzato a quell' altissimo grado (V. nelP Arch, diplom. di Firenze la lettera di re Roberto al papa del 16 no v. 1320). Non essendovi riuscito, ebbe finalmente un canonicato nella Chiesa Maggiore di Pistoia (ivi, pergam. del 3 nov. 1327). V. di lui ci6 cbe abbiamo gia detto a p. 30. (^) Arbbruoli, Hist. citt. Vol. I, co. 313-14. L'Arfbruoli dice cbe in quel medesimo tempo aspir6 al vescovato anche H: - — LXXXVII — Finalmente Pino della Tosa, vioario del Be di Na- poli, rappacifico quelle turtolente famiglie, (^) e riporto la pace in Pistoia. Ma la quiete nella travagliata citta duro ben pooo, e subito dopo i Tedici, e specialmente I'abate di Pacciana, rimastone signore, cacciarono i Ric- ciardi insieme con altre nobili famiglie pistoiesi, che furono costrette a cercare un rifugio, come abbiamo detto, in Prato. Ritornarono in Pistoia solo quando la citta ebbe scosso il dominio di Castruccio, e d'allora in poi tro- viamo Zampa partecipare agli uffici. I Ricciardi abita- vano nel palazzo che fu poi dei Buonfanti nella via omo- nima. (^) Bartolomeo Sigibuldi, mpntre invece era allora vescovo di Fo- ligno, dove mori nel 1326. Pu6 essere per6 che aspirasse a tor- nare vescovo in patria, dove era stato con tale dignity fino al 1307. (*) « II 6 ,di novembre il di di S. Leonardo pacified fra Icro i Tedici e i Eicciardi» (Arfbruoli, J3iw^. citt., Vol. I, c. 315). (2) TiGRi, Op. cit. p. 220, m. La poesia. Le rime di questi rimatori ebbero assai poca fama e diffasione^ comprese quelle di Meo Abbracoiavacca ed eccettuata forse una oobbola di Lemmo Orlandi, che merito di essere rivestita di note da Casella. Veramente non potevano per pregi intrinseci passare, com' e acca- duto di tant' altre poesie di quell' eta, in piii d' una di quelle sillogi che sono la maggior parte dei codici con- tenenti rime dei secoli XIII e XIV. In quelle poesie scheletrite in un arido convenziona- lismo di scuola e assai raro trovare un accento, una frase, un concetto che non sia gia notO; che non abbiamo a sazieta sentito ripeterci da tanti di quel rimatori delle origini e che non ci richiami alia memoria qualche mo- tive piu antico, venutoci dai fioriti verzieri di Pro- venza. Qualche poesia meno secca e arida, qualche snel- lezza di forma a quando a quando s' incontra, a me pare, in Lemmo, nei sonetti del Lanfranchi, e in un unico sonetto, che mi pare popolareggiante, di Meo di Bugno. Anche alle rime, che noi diamo in questa edizione, ben convengono le parole con cui Michele ScheriUoin- comincia il noto suo studio sulle Origini ddla poesia li- rica in Italia: « Una foresta alta, tenebrosa, antichis- sima : a quando a quando un croscio, un trillo, un sus- 7 — xo — surro, un forte ohioccolio, forse una voce remota: poi, di nuovo, la solitudine enorme e V enorme silenzio. » (*) L* Abbracciavacca per la quart tita della sua pro- duzione poetica occupa il primo posto tra i nostri ri- matori; ma oerto non 6 il primo per la qualita, per- ch6 anzi 6 il piii arido e, senza confronto, il piu oscuro. Egli si aggira sempre nel circolo delle idee della poesia cortigiana, riproduce piii o meno fedelmente concetti e forme provenzali, che abbiamo udite le mille volte in altri poeti del suo tempo o a lui di poco anteriori, ado- pera tutti gli artifizi della scuola, come le rimalmezzo, le rime imperfette, spezzate, equivoche, i sonetti a dia- logo, i sonetti con due sole rime, ed altri consimili arti- fizi, e soprattutto 6 oscuro^ pesantemente oscuro, tanto da rivaleggiare in questo col piii oscuro dei guittonia- ni, Pannuccio del Bagno. Di questo specialmente e di Guittone d' Arezzo si mostra cosi caldo ammiratore e imitatore da rimaneggiare in tal modo una canzone del primo « Di ai alta valensa a signoria » , che quella che ne usci « Considerando V altera valensa » e un pretto rifacimento della canzone del rimatore pisano, (^) e or- meggio si fattamente la maniera del secondo da non potarsi considerare che come uno de' piu puri guitto- niani, un vero « fossile della maniera antica » , come lo chiama lo Zingarelli (^). Se mai qualche peculiarita si vo- glia trovare in questo rimatore e, a mio parere, I'esa- gerazione de' difetti della scuola. E infatti tanto pe- dissequo imitatore de* provenzali da non muovere un passo nelle canzoni, se non dietro le orme di quelli, e (^) Catania, Giannotta, 1889, p. 5. (*) Canzone cP amore di un antico rimatore pisano ed. da Lbamdro Biadbnb. Pisa, Mariotti, 1904, per nozze D'Ancona- Oardoso. . (3) DanU, Milauo, Vallardi, 1905, p. 45. — XCI — non poche di quelle imitazioni noto il Gaspary da Ber- nardo di Venfcadorn, da Peirol, da Graucelm Faidit, da Peire Vidal^ da Blacasset, (^) ed altre ancora aveva no- tate il Nannucoi. {^) Oltre che fittamente oscuro, come abbiamo gia detto, tanto da essere assai vicino ai piii oscuri rimatori pi- sani, come Pannuccio, Bacciarone e Lotto di serDato, ha nelle sue canzoni alcune strofe involute che sono dei veri indovinelli. V e poi quel pesante moraleggiare che e cosi caratteristico nei guittoniani, e finalmente un ec- C5essivo uso delle rimalnjezzo e nelle canzoni e nei sonetti. II Bartoli inesattamente asseri che V Abbracciavacca insieme con Pannuccio del Bagno si libera dall' influen- za provenzale, (^) il che, almeno per il rimatore pistoiese, non e certamente. Forse il Bartoli fu tratto a questo giudizio dalla lettura del sonetto rinterzato a lui attri- buito « Per lunga dimoransa. » In esso infatti si sente manifestamente un accenno alia nuova scuola, son versi molto meno oscuri e ineleganti del solito, v' e in tutta la breve poesia una vivacita che non e mai nei versi di quei facitori di rime faticosamente oscure. Ma questo sonetto, come vedremo piii sotto, e senza dubbio spu- rio ; cade quindi V ipotesi d' un cambiamento di scuola che si potrebbe credere aver fatto 1' Abbracciavacca. I sonetti sono quasi tutti sonetti di tenzone e di ar- gomento dottrinale e filosofico. Sono ragionamenti, co- me suol fare anche nelle canzoni, suU' origine e sulla natura delF amore : vi si cerca di fare sottilmente 1* in- dagine de' sentimenti, ma invece si cade sempre nei (}) La scuola poet, sieiliana del sec. Xlllf Livorno, Vigo 1882, p. 53, 60 e altrove. (*) Man. d. letterat. del primo sec. d. lingua ital. Firenze, JBarbera, 1856, vol. I, passim. (') Iprimi due sec. d. letter, ital. vol. I, p. 159. — XCIT — convenzionale e nel prosaico. Par d' essere in ana pia- nura arida e deserta, dove non un fiore rompa I'uni- formita stuochevole che ci circonda : una grande mi- seria rimata si sente nei versi &ticosi : il poeta si nasconde e s'infrasca nei suoi sottili motti o &, dei rimpiattini fihsofid (philosopJiiscJie Versteckspiel), come chiama il Vossler quelli non meno oscuri del maestro e dittatore, che tanto 1' Abbracciavacca ammirava. (^) Piu a lungo tenzono con Fra Guittone : 1' Aretino gli aveva indirizzato il son. « Lo nome al vero » , scher- zando sul nome sao assai strano, ed egU rispose col son. « Yacche n6 tora », lamentandosi della sua miseria e della sorte crudele che lo faceva andar ramingo per il mondo ; gli si manifesta anche amico e ammiratore nei versi: Signor, non siate ver me coracciato, Che lo core ver vol umile strado. Sonetto d' argomento, diciamo cosi, fisico e quello che incommcia : « Se il filosofo dice » , diretto anch' esse a Guittone. Gli dice che se lussuria e biasimevole, e pero necessario il mangiare e il here : percio e ben difl&cile che il cQrpo si mantenga interamente casto, se proprio non i in un deserto. Per 1' abbondante nutrimento si formano nel nostro corpo gli umori che servono per ge- nerare. Come si puo, pur non astenendosi dal bare e dal mangiare, ammortire il desiderio che ci porta alia generazione ? Guittone rispondendogli col son. c Neces- saro mangiare » gli dice, com' e naturale, che h difficile difendersi dalla lussuria senza astinenza^ ma pure ci sono stati molti che hanno saputo guardarsi da quel vizio, anche senza di quella. (*) Die philosophiscen Grundlagen zum sUssen neuen StU de^ G, Guinicellif G. CavcUcanti und D. Alighieri, Heidelberg, 1904^ pp. 19 e sgg. — xcin — Ma ancora piii importanti, specialmente per le let- tere ohe li accompagnano e ohe servono anche a com- prenderne il senso, sono due altri sonetti mandati a Guit- tone sopra iin medesimo argomento teologico. Si rivolge airamicizia di lui, e gli domanda che « sia brunito lo suo rugginoso sentore della questione di sotto. » E la questione e questa : siccome ogni cosa mi viene da Dio, e questi tutto mi ha dato per servirlo, non so come si possa compensare un'oflFesa che a Dio si faccia. Sento che mi si dice come Dio potra usare verso di me mi- sericordia ; ma, nonostante che esso sia somma giustizia, non vedo come possa usare misericordia verso di me. Guittone gli risponde col son. « Tant' h Dio di ser- vito », e lo conforta dicendogli che cio che vuole giu- stizia, lo vuole anche la misericordia di Dio : Giustizia e pietate hanno amicizia, e che vuol V una, V altra in Dio disia ; / che non giustizia uom mai danna, e poi pente. Per dar prova d' ingegnosita al maestro di ogni piu complicate artifizio, V Abbracciavacca in un' altra lettera gliespone di nuovo il medesimo argomento, e la fa seguire da un sonetto piii artificioso delP altro, a cui certamente segui anche per aperta confessione del poeta che dice : « Ora sperandosanarela mente in verita, mo vo' dimando risposta di fina sentenza di cio, ch' i' ho dubbio, man- dandolovi dichiarando per lo Sonetto di sotto scritto in simile la lettera, e '1 sonetto all' autro in sentenza, ma non in voce, » (ossia simile per V argomento, ma diverse per le parole.) Acerbo rimprovero suona un sonetto che V Abbrac- ciavacca diresse a un Bindo, che pare sia il fiorentino Bindo d'Alessio Donati. Gli dice d'essere afflitto per aver avuto non buone notizie sul giovane amico, che / — XCIV — gli si dipingeva immerso nei diletti carnali. Anche la lettera che V accompagna pare dettata da verace senii* mento d' affetto verso V amico, sicche e piu chiara delle altre del nostro, ed ha una certa forza in qtialche effi- caceespressione. Lo biasima, perche, dopo aver cominciato bene, si e allontanato da questo buon principio : « Che rasa scrittura di carta peggio poi loco si scrive, e cosi pregio estinto nel core peggio ralluma. Ahi come pare laido detto, dicendo : qui fu gia buono! Ahi carnal de- siderio quanti nobili ai nabissati !... Se misurare uomo non puote volonta carnale, appressi quanto puote a mi- sura. E se mi dici : gioventude forte m' assaglie ; dico, difendi con ragion vecchia che ai ; che gioventude s 'in- tende in due modi, quanto al tempo, e quanto ai co- stumi ; e se ragione loco resistere non puote, fuggi, che fuggire s' intende prodezza, la dove convene. Se pronto ti pare mio detto, reputane d' ira fuerore ; e se ti piace, mi scrivi quello che la tua coscienza giudica di te di- rittamente, e al sonetto di sotto rispondi con paraule e con operazione. » (^) II sonetto, che segue alia lettera « Non volonta, ma uomo fa ragione » e anch' esso un rimprovero al gio- vane amico, che vorrebbe ritrarre « dalla vita bestiale » , in cui s' era immerso. E insolitamente chiaro nelle ter- zine : E dunqae, amico, ch' ki d* omo figura razional, potente, bono e saggio, come ti sottopon vizio carnale ? E pensa perch' e V umana natura, che di tutti animai sovr' k barnaggio : non vorrai credo poi vita bestiale. Questo sonetto, se non m' inganno, esce ftiori della cerchia del convenzionalismo guittoniano, e mostra cheil (*) Lettere di Fra Guittone citt. pp. 78-9. — xcv — Nostro avrebbe saputo fare poesia di qualohe pregio se, avesse voluto liberarsi dalle forme aride della scuola a cui apparteneva. Due tenzoni ebbe Meo con Dotto Reali di Lucca. L' Abbracciavacca dette principio alia tenzone col Lucchese, domandandogli spiegazione intorno ad un dub- bio teologico-fisico. E il dubbio fera questo : « L' anima viene da Dio, dunque viene compita. Come mai essa puo fallire ? Se e per colpa del corpo che la contiene, perche epoi punita ? La sua vita dipende in sostanza dal corpo. » II Reali gli rispose col son. «« A ppio voler mostrar che porti vero », e gli confessache anche a lui era piu volte passato per la mente quel medesimo dubbio, e che « per natura » non si puo « sen tire intero cio ch' e mistero », tuttavia gli faceva « risposo. » (^) A intelletto volenti pertene, perche convene — che V alma aggia vita e ssia finita — hen discenda pura. Che ssuo vazel tal natura — mantene. qual li adivene — da quella ch'6 unita, ancor ch' aita — sia d' altra fattura. Cioe r anima conviene che sia compita e scenda nel corpo pura, e il corpo la mantiene come essa vi 6 scesa, ancorche sia diversa di fattura. Posto fine in tal modo a questa questione teologica, il Lucchese fece. la proposta d' un altro argomento filo- sofico, la quale, come ad altri e giustamente sembrato, (^) (^) Le due tenzoni fra il Beali e V Ahhracciavacca sono hene prese in esame da A. Parducci, in Rimatori lucchesi del sec. XIII, Bergamo, Arti graiiche, 1905, pp. LXILLXIII. Cite i versi sgg. da questa edizione. (*) Ivi, p. LXII, n. 4, ova il Parducci 6 indotto a questa congettura dal considerare il principio del son. € A scuro loco » e quelle della lettera con cui accompagna V altro son. € Parlare scuro. » — XOVI — segue per ordine di tempo la prima tenzone fra i due rimatori. Dirigeva all' amico il son. « Similimente cono- scensa move » , acoompagnandolo, secondo V uso del ri- matore pistoiese, con una lettera, noUa quale si spie- gava il contenuto del sonetto che seguiva : « Pensando chelocore dell' uomo nonsichiami contento in dello stato la u' si trova ; e siccome sono divisi li stati, e le con- dizioni dell' uomo, cosi sono divise le volontadi. E per le volontadi che sono diverse in del oorpo dell' uomo, perfezione non si trova in intelletto ; ma parte delle cose si puon sentire per esperienza e per ingegno ; e cio giudica ragione umana. » (^) II Pistoiese gli rispondeva con una lettera che, se- condo la proposta, era accompagnata da un son. « Par- lare schuro dimandando, dove » , intorno a questa stessa questione suU' imperfezione dell' intelletto umano. Nella lettera adunque cosi gli risponde : « Dico che ogni opera umana solo da volonta di posa move, e mai per omo in esto mondo non trovare si p6 ; e cio e la cagione che il core non si contenta, poi dico che ogn' altra cria- tura naturalmente in esto mondo tanto trova sua posa, e se homo maggiormente nobile criatura fo formato, come non sovra I'autre criature ave perfectione di posa avere? nente ragion lo vole che lo 'ntelletto posi ned aggia effetto u non e sua natura, e ch'elli non e create come corpo si crea inn esso loco : ma ave dal sommo e perfetto compimento, cusi pur di ragione altra vita in- tendo ove intelletto posi e sia perfetto. » (^) In altre parole cosi vuol significare 1' oscuro guittoniano : « Ogni opera dell' uomo 6 mossa dal desiderio della pace, che mai si puo avere in questo mondo, e quindi il core non (*; Lettere citt., p. 79. (*) E. MoNACi, Ores torn, ital. dei primi secoli, Citti di Castello Lapi, 1879, faac. 2°, p. 194. J — xovn — e mai contento. Com' e che V uomo, che e assai piu no- bile delle altre creature, non trova nel mondo maggior pace di quelle ? Ma la ragione non puo ammettere che Pintelletto possa acquietarsi nel mondo, perohe non 6 creato come ogni altro oorpo mondano, ma ha il suo compimento da Dio, e quindi non puo essere perfetto, se non nell' altra vita. » Nel sonetto che segue gli dice che V oscuro par- lare di lui non era diretto a chiarire la questione ; ma piuttosto sembrava mirare a conoscere il parere altrui. E per mostrar che se voleva, sapeva essere piii oscuro deir amico, si mostra cosi involute e chiuso nel resto del sonetto, che per quanto mi ci sia arrovellato attorno, non mi e riuscito cavarne un sense sodisfacente. Pare che voglia dire che molte volte V intelletto prende per prime fine cio che h soltanto un mezzo, e s' allontana dal fine ultimo chi cerc/a il fine nel mezzo che e difet- toso. Cosi, continua, io pregio chi si rifa buono, dope essere oaduto nel profondo del male, e a questo risor- gimento ha bisogno della guida della ragione. Voi sa- pete che non si raggiunge il fine, se non per una via spinosa, quindi conviene che io vi segua per raggiun- gere tal fine che abbia e nel suo principio e nel mezzo al- tezza di lodi, cioe che sia un fine veramente degno di alte lodi. Non meno grave di densa oscurita e la tenzone che feoe col fiorentino Monte Andrea, col quale pare si com- piacesse di venire a gara di rime difficili solo per mo- strarsi non meno artificioso di lui. II sonetto di Meo 6 tutto un inesplicabile bisticcio, un Nome secreto^ (}) con due sole rime nelle quartine e due nelle terzine, che si aggira intorno al nome di Monte, come aveva fatto il (») L. BiADBNB, Morfol del sonetto cit. p. 184. — XOVIII — rimatore fiorentino del nome di Meo nel sonetto di pro- posta : « Languisoe '1 meo spirto sera e mane. > In que- sto sonetto Monte Andrea gli si rivolge per averne con- forto alle sue pene dolorose, probabilmente pene d'a- more : e gli confida il suo dolore con sinceri accenti d' amicizia : Onde m' arrend* amico en le tue mane, che mai consiglio aver noni credo forte, tale 'n te senno e canoscenza mane. Che se per tua mistade mi fa fallo, de 1' emagin' attiva quale fonte, tanto mess* abbo nel tuo cor lo meo. (*) L' Abbracciavacca, lamentandosi che sia ben dole- roso soffrire per cio che si pensava poter essere fonte della nostra felicita, pare che lo consigli a schermirsi, come meglio puo, dal dolore, mutando luogo : Chi sta nel monte reo vada 'n nel v»il]o, tanto che trovi loco meno reo, e chi nel vallo simel poggi a monte. E chiude il difficile sonetto dicendo all' amico che non sarebbe giusto che o cavaliere o barone o conte o re dicesse : lo son disceso a basso da un luogo dove stavo bene e godevo sicuro. Ecco dunque come questi rimatori, stretti dal vin- colo della forma, con assai poca abilita ragionavano sii difficili questioni teologiche e filosofiche, riuscendo pe- santi ed oscuri. L* Abbracciavacca tratto in sonetti, ol- treche d' argomenti teologici e filosofici tenzonando con altri poeti amici, anche d' amore, e d' argomento amoro- so e il sonetto a dialogo, certamente autentico : « Amore (^) LaurmZ'Red. 9, ed. Casini, n. CCCXIII, p. 306. — XOIX amaro a morte m' ai feruto. » E anche questo un bi- sticcio, assai artificioso, in cui il poeta si lamenta con Amore, percW permette ch' egli perisca. Amore risponde ch' egli non ci ha colpa alcuna, perche lo vuole quella che r ha fatto nascere. II poeta alia fine prega Amore che faccia sentire anche alia crudele le pene che egli soffre^ e allora potra essa aver pieta delle sue pene. Questi discorsi alternati dentro il medesimo sonetto, che in fondo risalgono alle coblas fensonadas dei Provenzali, sono assai frequenti nella nostra lirica delle origini, e tale e anche il sonetto, a mio parere, come vedremo, falsamente attribuito all' Abbracciavacca « Madonna, eo dotto. Di che ai dottansa ? » E pure falsamente a lui attribuiti sono due sonn : « Doglo languendo di greve pesansa » e « Chogli occhi , Amor, dolci saette m' archi ^ , nel primo dei quali rim- provera d'oscurita il suo maestro, Guittone, il ditta- tore, dietro al quale anch' egli andava stretto, e nel se- condo, con uno dei soliti oscurissimi bisticci con due sole rime nelle terzine, dice di esser stato ferito da Amore, loda la sua donna, e dichiara di non voler mai cessare di servirla. Anche non volendo qui considerare le pre- ziosita metriche, le rime care, di cui tanto si compia- ceva V Abbracciavacca, e di cui parleremo piu sotto, si vede che egli fu uno dei maggiori e piu agili prestidi- gitatori del verso, se mi si permette questa audace me- tafora, che porto gli artificii di Era Guittone alia mas- sima esagerazione di cui potessero essere capaci, come si puo vedere anche nella canzone equivoca « Amor te- gnomi matto » , se a lui appartiene, il che pero non mi pa- re per ora sipossadimostrare.Lesomiglianzemanifestedi forma, e spesso anche di schemi metrici coUe poesie e coi metri di Pannuccio del Bagno e di qualche altro rimatore — c — di Pisa lo ravvicinano al gruppo dei poeti pisani, a cui anohe per la voluta oscurita molto assomiglia. Fu impenitente imitatore di Guittone d' Arezzo^ che voile seguire anche nelle piii strane aberrazioni, come in quella di far uso nella prosa episbolare, suUe orme di lui e del ditfcatore bolognese Guido Fava, del cursus o ritr mo prosastico, credendo, come il suo maestro, d'aver fatto della prosa elaborata con intenzioni arti^tiche. (}) II tempo, in cui sarebbe stata composta ciascuna delle rime dell' Abbracciavacca, e per mancanza di dati impossibile a determinarsi : potremo solo dire che i sonetti a Guittone d' Arezzo, perche d' argomento mo- rale e teologico sono certamente posteriori al 1260, anno in cui V Aretino, resosi frate gaudente, lascio di can- tare d'amore, e al tempo immediatamente posteriore, (^) Pongo qui per saggio una serie di versi che tolgo da una sua lettera al lucchese Dotto Keali, edita, oltreche dal BoTTARi, anche dal Monaci n^^lla Crestomazia cit. fasc. 2, p. 194. Seguo I' ediz. assai migliore del Monaci : Prova intelletto vostra operazione, perci6 temendo parlo, dico che ogni opera umana solo da volont^ di posa move. Poi dico che ogn' altra criatura naturalmente in esto mondo tanto... Come non sovra 1' autre criature ave perfectione di posa avere ? Nente ragion lo vole che lo 'ntelletto posi. E se vostra intension[e] non si paghasse, riputatene il pocho saver mio, che volontd. pur aggio di sodisfare ad onne piacer bono; per compimento volontii prendete. — CI — cioe all' ultimo quarto del seoolo XIII, appartengono i sonetti a Dotto Beali, a Monte Andrea e a Bindo d' Ales- sio Donati. (}) 4! AUe rime guittoniane dei primi decenni della meta del sec. XIII appartengono certamente i due sonn. di Si. Gui. da Pistoia e per la forma alquanto oscura e difficile e per essere uno di essi diretto a Geri Giannini, che appartenne algruppodei guittoniani di Pisa e visse in quel torno di tempo. (^) II rimatore pisano aveva ricercato d' amicizia 11 Pistoiese, la cui fama, die' egli, era arrivata ai suoi orec- chi, (*) e questi si mostra ben lieto d' essergli amico. Le altre parole di lode, colle quali il Giannini esalta il merito del Pistoiese, a cui tanto desidera di farsi oo- nosoere : Magna fereodo me tuba 'n oregli d' orrato o* ognor ia te pregio regna, lo cor mi stringe pur volendo vegli, com' eo pensando tuo conto devegna ('), (^) Ci sembra quindi che 11 compilatore di L-B abbia ancbe per le rime delP Abbracciavacca seguito an ordine cronologico, avendo posto prima i sonetti a Guittone ; e noi abbiamo creduto bene di mantenere quest' ordine. (^) V. la n. che il Casini pose alia p. 313 della sua ediz. di- plom. del Ganzoniere Laurenz-Bed, 9, correggendo in Cinquino il nome del casato di Natuccio, rimatore amico del Giannini che S stato sempre chiamato Anquino, V. anche nelP Arch, Stor, Ital, Disp. XIII, ter, Tom. VI, P. II Suppl. 2, Firenze 18481849, pp. 947 sgg.) (3) II son. del Giannini k nel Laurenz. Eed. 9, a c. 134r, e nel- r ediz. cit. del Casini a p. 323. (^) Biporto questa quartina dalla cit. ediz. del Casini, ivi. ci farebbero credere che nel misterioso 8i. Gni. si na- scondease na poeta di vaglia ; ma d' altra parte si pensi cbe ancbe poeti mediocrissimi allora si scambia- vano con molta disinvoltura le piu sperticate lodi. II secondo son., che ci riman© di qnesto ignoto ri- matore, 6 diretto a Dio, a coi obiede cbe lo liberi da un £ero dolore cbe lo strazia. Forae si trattava di pene amorose, che tennero dietro a un tempo feliee di gioia e d'esoltanza. Assai meno oscnro e artificioso 6 Lemmo Orlandi : ritiene certo ancora qualcosa della scoria gaittoniana, provenzaleggia talvolta, ma si & piu cbiaro, meno pre- zioso, e di qnando in quando diventa ancbe, direi quasi, on poco elegante, com© a me pare sia in qaesti versi che formano il commiato della can zone < Gravoso af- &nno e pena : > Doona, mercEi dimando a voi che di beltade fiore, di nobeltade siete, sovr' oniii donaa e di piageosa, ch' agiate provedenaa sovra '1 luio stato grav' e doloroso: in ci6, mero^, sia '1 vostro cor pietoso. I tre componimenti, cbe di lui ci sono rimasti, sono d' argomento amoroso, due canzoni < Gravoso aflanno © pena » , « Fera cagione e dura > , e una cobbola « Lon- tana dimoransa > , ove nulla apparisce piu dell© peaanti disquisizioni dottrinali cosi Irequenti oell' Abbraccia- Tacca. E duoque certamente da annoverarsi ira i poeti di transizione che fiorirono intorno al 1280, e qnesto — oin — giudizio (^) e ormai confermato dalle sicure notizie bio- grafiche che di lui abbiamo potato dare. Delle sue rime deve esser piaciuta assai a' suoi tempi la disoreta cob- bola « Lontana dimoransa » , e lo prova non solo il fatto che non son pochi i codici che la riportano, ma Tavervi il musico Casella apposto il suono, tantoch^, rivestita cosi delle note di questo, dove essere abbastanza cono- sciuta. Non ignobile rimatore e anche Paolo Lanfranchi, a cui furono dati dalsuo prime editore, il Vesme, ben tre componimenti in lingua provenzale (^) e sei sonetti ita- liani. Nelle poesie provenzali ama, com' era caratteristico di quella poesia, gli artifizi metrici, tanto da variare serapre la disposizione delle rime da strofa a strofa. Non so se il Lanfranchi o Dante da Maiano sia stato il primo a fare un sonetto in lingua provenzale, metro del tutto sconosciuto nella letteratura occitanica : certo il sonetto del Lanfranchi e i due di Dante da Maiano sono i soli che si abbiano in quella lingua. Nelle poesie italiane rifugge invece dagli artifici, e fa versi facili e talvolta anche armoniosi ; ma gli fa difetto r ispirazione poetica ; e fiacco anche quando Tar- gomento sembrerebbo che. di per s6 stesso potesse ag- giunger lena ai suoi versi. Tal difetto e in tutta la sua poesia. Nel sonetto oh'egli diresse al Re d' Aragona (*) Anche il Carducoi nel cit. Compendio deUa vita di CinOy p. XXXVII fu il primo, io credo, a dirlo appartenente alia scuola di transizione. (') I versi provenzali, che il Vesmb pubblica dopo 11 son. al Be d' Aragona, non sono appartenenti a un solo componimento, com' egli crede, ma a due, come dimostreremo plii sotto. — CIV — « Valenz senher, rei dels Aragones » , neiresprimere sen- timenti ghibellini d' avversione ai Francesi, uon sa tro- vare aloun aocento vigoroso, e basso mantiene il suo stile (se sono sue, della qual oosa fortemente dubito) anche nelle due poesie provenzali che diresse al Giudioe di Q-allura. Qualche lampo di poesia e soltanto nei versi, in cui esprime il suo vivo desiderio di sapere finalmente fiac- cato V orgoglio dei Francesi e di vedere cosi vendicata Ja propria gente, augurando all'Italia quello che poco dope avvenne nella strage dei Vespri. II migliore tra i cinque sonetti, che a lui certamente appartengono, e quello « De la rota son posti exempli assai >, dettato senza dubbio dalV ira contro qualche superbo, che troppo si compiaceva della sua subitanea fortuna. Se fossero veramente di lui i vjersi provenzali a lui dati dal Vesme e diretti, secondo cio che egli dice, a Giovanni o Nino Visconti, giudici entrambi di Q-allura in Sardegna, si potrebbe senza alcuna esitanza credere che in questo sonetto il Pistoiese sfogasse il suo ran- core contro il signore pisano, che probabilmente avra rifiutato d'aiutarlo nelle sue miserie di giullare randagio ; ma non potendo avere certezza alcuna suU' autenticita di quei versi, non possiamo nemmeno sapere con sicu- rezza a chi sia indirizzato quel sonetto. L' ultima ter- zina mi fa oapire che deve essere state scritto dopo i Vespri, accennandovisi alia caduta d' un re dall' alto grado di potenza in cui si trovava : Aggio veduto per li tempi sire, che la Ventura V k si governato che •pixL che vita desira morire. (^) (}) Forse alia caduta della fortuna di Carlo d* Angi6 si ri- ferisce anche il son. c Quattro omin son dipinti ne la rota » : anche qui si parla d' un signore che ebbe corona e che da altis- simo luogo cadde in basso perdendo ogni suo bene. — cv — Tntti gli altri sonetti sono di argomento amoroso. In due di essi : « XJn nobel e geatil imaginare » e < L' al- tr' ier dormendo a me se venne amore » immagina d' aver &tto un sogno, e per vero nel primo di questi due sonetti mi pare che ci sia tanto realismo da allon- taaare non poco il Lanfranchi cosi dai poeti sioiliani e gaittoniani, come anche dal ^ dolce stil uuoto » , e da avvicinarlo piattosto al sincero, sebben cmdo, rea- lismo della poesia popolare : El me paria con la mia donna stare inung^ardin, baciare e abbracctare, rimossa ciascun altra ▼illania. Ella dicea : Tu m' ki in tua bailia, £st' di me, amor mio, ci6 che ti pare. Neir altro sonetto finge che Amore gli si sia mostrato in sogno, e che gli abbia donato un fiore da parte della sua donna. 11 son. « Dimme, Amore : vorestn tornare » oon- tiene nno de' soliti dialoghi fira il poeta e Amore ; il poeta prega qaesto d'andare alia donna amata e invi- tarla a usar mercede al povero amatore. Finalmente il son. « L' altr' ier pensando mi ema- ginai » si connette strettamente per V argomento al pre- cedente, perche vi ^ detto che Amore, gia prima man- date a chieder meice alia donna amata, ritoma a por- tar buone novelle e a dirgli che ormai 1' ha persnasa a mettersi in sua balia. Ma il poeta s' accoige d' aver corso troppo coir immaginazione, non puo credere che la don- na possa venire a lui, e si sente fuggir I'anima dal cuore. XJn altro son. non d' argomento amoroso, ancora ine- dito e sfuggito, non so come, al Baudi di Yesme che pure esamiuo il cod. Barber. XLV, 47, verso la fine del quale si trova, 6 quelle che incomincia: Ogni meo fatto per oontrario faccio, 8 — OVI — in cui il p. disperatamente si lagna delPavversa for- tuna, che vuole faccia sempre il contrario di quelle che dovrebbe fere. Come si vede, siamo proprio in mezzo agli argo- menti e ai motivi che piu caratterizzano il « dolce stil nuovo » , e noi senza dubbio alcuno crediamo di poter ascrivere questo rimatore tra coloroche sentirono Pinflusso della nuova scuola, e non esitiamo a fer nostre le seguenti parole del Baudi di Vesme : « Sotto V aspetto della lingua crediamo doversi queste poesie italiane del Lan&anchi an- noverare fra le piu schiette e leggiadre poesie, che siansi scritte.... nel secolo XIII. » (^) Di sapore schiettamente popolare e un unico sonetto che noi possediamo d'un altro rimatore pistoiese, Meo di Bugno. Nulla v' e piu che sappia di sctiola : vi si sente lo sdegno d'un perseguitato forse da implacabili odi politici, il quale, mentre si lagna che non gli si la- sci un momento di pace, dichiara con forza d'animo che, nonostante tutte le disgrazie che lo assediano, tutti i mali che lo stringono da ogni parte, non mutera punto. Se si potesse esser certi che quell' oscuro rimatore fosse un ghibellino, che ebbe per cio a soffrire condanne e esilio, come a me pare di dover dedurre dai documenti, si potrebbe vedere in questo discrete sonetto il lamento d' un fuoruscito che dinanzi al mondo protesta con forza la sua innocenza e afferma di non voler piegare la te- sta davanti alle calunnie e alle ingiuste persecuzioni. (*) Art. cit. nella Biv. Sarda^ p. 404. — cvn Specialmente nelle terzine c' e qualche energica espres- sione che 1' animo sdegnato spontaneamente dettava : Ma Don mi mato per altrui parlare : ben 6 verti ch' io ne son pur dolente, e come bestia lasso ogni om belare. Om che si sente justo et innocente, a faccia aperta p6 securo andare, e non curar ferneticar di gente. * I tre rimatori del secolo XIV, di cui riferiamo qualche sonetto, sono tutti in corrispondenza o poetica o d' amicizia con Cino da Pistoia, e ci appariscona co- me altrettanti umili satelliti che s' aggirino intorno al- P astro maggiore. II primo di cui diamo le rinie(^), messer Mulade'Muli, e tra colore che intesero spiegare una visione amorosa, che Oino aveva narrata nel son. « Vinta e lassa era gia V anima mia. » A questo sonetto Mula rispose per le rime col son. « A tal vision risponder non savria»,in cui, pur confessando di non aver mai sentito amore, dice che si provera a spiegaro quella visione. Questo sonetto, a mio avviso, e anteriore all' altro, perche messer Mula vi si manifesta amico di Cino, il che non avrebbe fatto dopo il fiero sonetto di rabbuffo, che, come vedremo, Cino diresse a Mula in risposta a un rispettoso sonetto di lui. (*) I due soli sonetti che di lui ci rimangono, appartengono certo agli ultimi anni del sec. XIII, o ai primi del XIV, ne pos- sono essere posteriori al 1325, perche Mula in quelPanno era gik morto. Anche 1' autore della Leandreide lo ricorda fra i poeti del primissimo trecento. — OVIII — Non molto dopo infatti messer Mula al giudizio del- 1' amico, ormai ben noto neir arringo amoroso, sotto- pose umilmente una questione d'amore. A lui dunque si rivolse come « a maggio doctor ^ , per sapere se amore nasce da « gen til coraggio » , o da che altro nasce, o se deriva solo dal piacere, e se ha in se massima forza e po- tenza. Si dichiara incompetente a risolvere cosi forte dub- bio, e con grande umilta gli dice: E prego Yoi, si come '1 piu pregiato signor, che di scieDza m'insegDate d' esto dimando, sire, ch' eo vi chero. Ci si aspetterebbe che Cino, dinanzi a questo cor- tese e rispettoso invito, trattasse con riguardo il suo ammiratore e concittadino, Invece gli rispose con un fiero sonetto di rampogna : « Ser Mula, tu ti credi senno avere, » in cui Cino non solo non voile rispondere e chiarire il dubbio propostogli da Mula, ma accenno ad un poco onorevole caso occorso a cestui, che noi non possiamo oggi conoscere, ma che non comprendiamo co- me e perche volesse rinfacciare cosi aspramente al suo umile ammiratore. Pare dunque che Mula non fosse state molto for- tunate nella scelta della moglie, per cui Cino morda- cemente lo canzona^ e chiude 1' aspro sonetto in modo assai beffardo : Rilegati, ser Mula, cotal vetta. Non so in che modo spiegare questa antipatia di Cino per Mula, se non pensando alle fiere lotte che la- cerarono al lore tempo Pistoia, per cui Cino fortemente si sarebbe sdegnato di vedere questo suo concittadino, allora forse di sentimenti avversi ai suoi, rivolgersi pro- prio a lui che in quel memento gli si sentiva sincera- — CIX — mente nemico. forse Cino odiava in lui un membro di quella fiera e turbolenta casata, che insanguinava di stragi le vie della sua citta ? Mi conferma in tale opi- nione cio che dice il Corbellini, che ha studiata questa tenzone fra i due Pistoiesi, cioe che il sonetto di Cino e quindi anche quelle di proposta di messer Mula debbono essere anteriori all' anno mille e trecento : (^) e proprio sugli ultimi del secolo XIII infierivano ter- ribili le fazioni in Pistoia. A ogni modo specialmente questo secondo sonetto di Mula mostra quanto buon nome di valente poeta avesse acquistato Cino fino dagli anni suoi giovanili, e quanta ammirazione godesse gia appresso i suoi con- cittadini. Amico di Cino edi Dante e V altro pistoiese, Guelfo Taviani. L' amicizia con Cino forse ebbe principio, come abbiamo veduto, fin da quando furono compagni di stu- dio a Bologna, e appartiene certo agli anni della gio- vinezza d' entrambi la tenzone che Guelfo ebbe con Cino a proposito di uno dei molti amori di questo. II Sinibuldi s* era invaghito d' una bella Pisana, che egli, imitando la maniera di Kambaldo di Yaquei- ras, aveva per la sua alterigia chiamata « il bel cava- liere. » Per la sua incostanza in amore, e soprattutto per aver « gittato le sorti » al « Cavaliere » , dopo aver tanto sospirato per Selvaggia, lo rimprovera il Taviani. (*) Dantej Guido e Cino. Traccie sparse cT una pagina co- mune, Pa via, Bossetti, 1905, pp. 85-87. Giustameute, a me pare, il Ck>RBELLiNi pensa che il sonetto di Cino, che ^ del resto as- sai povera cosa, si debba assegnare appunto per la sua pocbezza « al tempo anteriore a quello in cui il poeta arieggia alia scuola bolognese. > — ox — Cino si difese, come meglio pote, dal meritato rimprovero dell'amico col son. « A la battaglia, ove madonna ab- batte. » Ma G-uelfo non si contenta della debole scusa del volubile amatore, e torna a rampognarlo in un altro son : « Pensando com' e taoi sermoni adatte. » In esso gli dice come provi una certa ripugnanza per lui, vedendo con quanta facilita di ragionamento egli creda di scolparsi ; chiama uno scorno cio che il Pi- stoiese faoeva di fermar gli occhi sul cavaliere e imbrat- tarli in esso. Ormai, gli dice, tu hai preso il « torno » per madonna Teccia (cosi pare si chiamasse la bella Pi- sana); ma A.more ben conosce i tuoi pensieri, non com- parte le sue gioie fra quelli che usano < false carte », che non si comportano cioe con lealta. Cino non potra mai raccogliere buoni frutti, perche vuole, come oggi si direbbe, tenere il piede su due staflfe. Alia giovinezza del Taviani si riferisce certamente il sonetto che contro il senese Cecco Angiolieri e in difesa di Dante scrisse non sappiamo precisamente in quale anno. (^) Gia fino dal 1283 1' Angiolieri aveva tenzo- nato con Dante diciottenne, che P aveva consigliato a non imbestiarsi piii a cantare V ignobile Becchina. Una seconda notissima tenzone ebbe con lui a proposito del sonetto finale della « Vita nuova » , nel quale il Senese credeva d' aver trovata una contraddizione. Subito non rispose Dante al mordace sonetto dell* Angiolieri ; ma pare che se ne vendicasse piu tardi in qualche compo- nimento che noi oggi non conosciamo. Infiatti Oecco in un terzo sonetto, pur confessandosi macchiato dei di- fetti che V avversario gV imputava, altrettanti a lui e piu gravi ne rinfaccia. Pare che 1' anima sdegnosa di Dante fosse nauseata (^) v. ci6 che ne abbiamo detto a p. LXXXIII. — OXI — di quelle trivialita, e non solo non rispose, ma ruppe ogni relazione poetica col Senese. AUora o poco dope rispose per lui all' Angiolieri Guelfo Taviani, che per tale, forse non richiesta, difesa ci si mostra ammiratore, SB non anche amico del grande poeta fiorentino. II so- netto 6 non meno violento di quello del Senese, 6 una fiera risposta per le rime. Gli dice che gli apparisce piu matto che gagliardo a voler battagliare con Dante, che di filosofia k tante vene. Le virtu di Dante sono di sprezzare ricchezze ed assottigliare I' ingegno nello studio delle scienze. La fiera invettiva termina col minaccioso verso : Chi follemente salta, presto rue, L' angustia, in cui il Taviani si trovo stretto dalla necessita di rispondere per le rime, come allora voleva V usanza, lo rende sforzato e impacciato. In tutti e tre i sonetti, che di lui ci sono rimasti, certo non ci si mostra facile verseggiatore, poiche usa parole assai strane, o le piega, come meglio puo, alia rima, e arriva perfino nello sforzo del versificare a « concetti » , come bene osserva il Corbellini, « vitupe- rosi, non voluti flal pensiero. » (^) E dunque un assai mediocre rimatore, che ha solo qualche lieve importanza per avere associate co' suoi magri sonetti il suo oscuro nome a quelli assai piii illustri di Oino e di Dante. Di Zampa Ricciardi abbiamo solamente un sonetto per la morte di Cino, anch' esso notevole perche puo (!) Op. cit., p. 67. — cxn — essere una delle tante testimonialize della &ma che il Pi- stoiese god^ e come giurisperito e come poeta. Lo dice, < area della legge », « miglior dittatore », « sommo dottore » , e in dir per rima de' Lombard! legge. Continua a lodarlo della sua grande dottrina ; sa- peva egli le Storie romane, e « anco le Troiane. » II poeta, che doveva essergli stato molto amico (e il dolore che manifesta per la sua perdita n' e prova) si mostra afflittissimo della sua morte : Morto 6 colui, ch'era area de la legge, e ch' uom sapesse miglior dittatore. Morto S colai ch' era sommo dottore, e in dir per rima de' Lombardi legge. Al sonetto sono accodati altri due versi, in cui dice che della sua estrema dipartita sent! gran dolore « il Perugino. » Questi ultimi versi possono esser pro- va del compianto universale per la morte del Pistoiese illustre, perch^ pare che vi si accenni al dolore che ne sentirono quei di Perugia, nello Studio dei quali Oino era stato ammirato lettore. Delia struttura metrica dei vari componimenti toc- cheremobrevemente. Innanzi tuttodiremo che, fisitta ecce- zione delP artificioso Meo Abbracciavacca, gli altri ri- matori seguono le norme metriche prevalenti nel loro tempo, sicche di essi ben poco per questo lato v' e da dire. Piu lungo discorso merita V Abbracciavacca, il quale si direbbe che, secondo 1* uso de* guittoniani, facesse appunto consistere il sommo dell' arte nelle preziosita — cxin — della metrica. Nessuna delle sue canzoni ha uno sche- ma metrico identico a qaello delle altre, anzi sembra che il poeta si preoccupi sempre di variarlo. Ma di que- sto ancora non si contenta, ben altri artifici ricerca, e nella canz. « Madonna, vostra altera » , come fece qual- che altro antioo rimatore, voile che il primo verso delle stanze che seguivano alia prima ripetesse o la parola con cui terminava la strofa precedente, o una parola che avesse la medesima radice, o anche soltanto locuzioni che avessero un identico significato. Q) Ama di seguire il tipo che risale a notar Giacomo, coUe sirime con oop- pie baciate e rimalmezzo, come nelle canz. « Sovente aggio pensato » e « Madonna, vostra altera. » (*) Piu complicate ancora si mostra nei sonetti, ove frequenti sono, come anche in qualcuna delle canzoni, le rime equivoche, le rimalmezzo, le assonanze, le conso- nanze e le alliterazioni. Sono in rime equivoche, oltre la canzone di assai dubbia autenticita « Amor tegnomi matto » , il sonetto mandate a Monte Andrea (VIII), e quelle pure di dubbia autenticita « Chogli occhi. Amor » , ove le rime equivoche sono ora semplici, ora compo- ste ed ora anche contraflfatte. Talvolta tenzonando ado- pera le stesse rime delle proposte, tal' altra no. Ora si serve della rimalmezzo per coUegare fra di loro la pri- ma parte del sonetto coUa seconda, ora i due ternari fra loro, come nel son. « A scuro loco », che ha uno schema metrico e le stesse rime del sonetto di ano- nimo, ma probabilmente pisano^ « A quel ch* e sommo dicitore altero. » (*) Frequentissime poi sono le allitte- (}) L. BiADENE, II collegamento ddla canzone, p. 13. (') G. Lis 10, Studio sulla forma metrica delta canz, ital, nel sec, XIII, Imola, Galea ti, 1894, p. 11. (3) Questo son. e, secondo me, d'un rimatore pisano, per- che 6 nel gruppo delle rime dei Pisani nel Laurenz.-Bed. 9. 11 — CXIV — razioni, uno dei giuochetti piu usitati presso gli anti- chi rimatori. (^) L' anomalia ohe si notava nel son. « Vacche ne tora » , ove le rime dei terzetti non corrispondevano a quelle del sonetto di proposta di Quittone, come ancha V altra simile anomalia che si trovava nella disposizione delle rime nel sonetto di risposta di Meo al sonetto di Monte Andrea, le abbiamo facilmente evitate, cambiando la disposizione dei versi. Nei quaternari pre vale lo schema senza dubbio piii antico ABAB : ABAB ; ma si trova anche lo schema meno antico nel sonetto a Guittone « Vacche ne tora. » Nei terzetti prevale lo schema meno antico ODE : CDE ; in un solo sonetto e lo schema CDE : EDO, ed e in quelle citato sopra e diretto a Guittone. Lemmo Orlandi e meno artificioso, e il suo schema metrico de- riva dai tipi formati di sirime "con coppie baciate e rimalmezzo, frequenti nei poeti fiorentini e in pochi guittoniani. Ma perch^, meglio che dalle mie parole, possa il lettore abbracciare in un solo sguardo la va- rieta delle forme metriche adoperate dai nostri rimatori, porremo qui sotto il seguente prospetto : Deir Abbraooiavacca : P .8+6 AbO: AbC;DdEFeLfL [commiato a B b C c A] IP 6+8 AbCb: AbCb;DeEeFDfEeF IIP 6+6 AbC: AbC; DedEeFF 0. Pdi dubbia autenticita 6+8 a b C : a b C ; ddeef f g g Valeriani {Poeti, II, 420) lo dk a Geri Qiannini, ma ci6 h un po' troppo arbitrario, perch6 ^ adespoto, insieme colla risposta, nel cod. stesso. (') BiADBNB, Morfol del sonetto, p. 158. — cxv — Di Lemmo Orlandi : P c. 8+7 abbO:abbC;deeFfaG [commiato a b b C c D D] n» c. 8+6 aBbO:cDdE;ffGLIN [commiato a a B c D] C3obbola aBbO:CBbA;a DdEeFee. Di Paolo Lanfranchi : cobbola I*-l* strofa abcadaaee 2*^ strofa abcaddeea [commiato a a b b] cobbola II*-1* strofa ABBA ABBA 2* strofa A ABB ODCO 3* strofa ABAB ABAB 4* strofa ABBA ACDD Dei sonetti hamio lo schema : AB AB: ABAB;CDE:CDE oltre i sgg, son. autentici deir Abbraociavacca I, III, IV, V, VI, VIII, IX e quelli di dubbia autenticita I e III, il son. II di Mula de' Muli e il son. I di Si. Gui. da Pistoia. Ha lo schema : ABBA:ABBA;CDE:DEC il son, n dell' Abbracciavacca. Ha lo schema : A Ba B A^: A Ba B Aa; CDe E^: C D^ E^ il son. VII pure dell' Abbracciavacca. Lo schema : ABBA: ABB A; CDC: D CD h nel son. I di Mula de' Muli, nel 11, III, V, VI e nel III — CXVI — di dubbia autenticita del Lanfranchi, nel III di Guelfo Taviani e nel I di Meo di Bugno. Lo schema: AB AB: ABAB;CDC:DCD 6 nel I, IV e VII del Lanfranchi e nel son. II di Si. Gui. da Pistoia. Lo schema: ABB A: ABB A; ODD: DOC e nei sonn. I e II di Guelfo Taviani. In fine lo schema: ABBA: ABBA; ODD: DC C;E E e nel son. I di Zampa Riociardi. ^ « * Tali ci si presentano i rimatori pistoiesi dei se- coli XIII e XIV. Stentata e pesante e anoora la poesia deir Abbracciavacca, che troppo tiene stretta la penna dietro al dittatore, Guittone d' Arezzo. Un po' piu di- simpacciato e Lemmo Orlandi, che appartiene al periodo di transizione precedente lo < stil nuovo. » Popolareggia Meo di Bugno, e risente alquanto dei nuovi atteggia- menti che va assnmendo la poesia ducentesca, liberan- dosi dalle pastoie delle scuole Paolo Lanfranchi, il quale arieggia di quando in quando la maniera elegante del « dolce stil nuovo. » Ma questi primi fiori, che crescono sulle rive del- r Ombrone, sono ancora scoloriti, assai poco fragranti, ben diversi dal fiore olezzante di poesia che spuntera sul cadere del secolo XIII nei versi di Oino da Qistoia. — OXVII — Poco dopo questi primi albori della nascente lirica ita- liana, i sonetti di Mula de' Muli, di Guelfo Taviani e di Zampa Eicciardi sbocciano, umili fiorellini, negletti al paragone del fiore piu bello e odoroso, intorno al ceppo verde della poesia che fiorisce nei versi delP amoroso messer Cino. IV. L' antenticit^ delle rime. Fino al Valeriani si conoscevano pochissime rime di Meo Abbracciavacca, ne aveva data soltanto qual- cuna il Crescimbeni (^), molto piu tardi il Bottari (^) e il pistoiese Sebastiano Ciampi. (^) II maggior numero delle sue rime lo fece conoscere il Valeriani nella rac- colta dei suoi Poeti del primo secolo, (*) Altre raccolte posteriori non hanno alcun valore, perche piii o meno sono ricalcate su questa del Valeriani, per i suoi tempi assai pregevole. Ma il Valeriani purtroppo per molti rimatori di cui dette le rime, e anche per 1' Abbracciavacca, si la- scio guidare nelle attribuzioni dal concetto errato che appartenesse al rimatore, il nome del quale era in fronte al componimento che precedeva immediatamente nel co- dice, ogni poesia adespota che la seguisse. (^) In tal modo (*) Comment d. volgar poesia, citt., Vol. IV, lib. I, cent. 1, num. 89. (*) Lettere di Fra Guittone, aitt. p. 76 e sgg. (^) Memorie di Cino, citt., p. 252 e sgg. (4) Vol. II. Q) Anzi fiei anche di piu, dS, air Abbracciavacca i son. II, III, IV e il son. rinterzato « Per luuga dimoransa » anche quan- do nel cod. che aveva dinanzi, il Laurenz-Bed. 9, essi non se- guivano immediatamente rime del Pistoiese : infatti i son. II, — cxx — attriboisce al Pistoiese una canzone e quattro sonetti che, 86 anche non si sa a chi veramente appartengano, non 81 ha nessnna ragione per darli con tatta certezza air Abbracciavacca. Per qnesto antichissimo rimatore pistoiese le diffi- colta che s' incontrano per cio che riguarda 1' antenti- ciiib di alcnne sue rime sono grandissime, specialmente perch^, avendo egii avuto, a quel che pare dalla gran- de scarsita dei codici che ne conservan le rime^ assai poca fiima, non si possono istituire tra i codici quel con- fronti che per altri rimatori piii &mosi sono possibili. In generate per questi oscuri poeti non ha molto valore la somiglianza dello stile, perch^ a chi ha qualche pratica della lirica delle origini ^ note che uno stesso oolorito convenzionale, le stesse espressioni latineggianti e pro- venzaleggianti sono in tutti i poeti toscani imitatori di Guittone d'Arezzo. Qualche peso potra avere soltanto 1' identita degli schemi metrici, perche ognuno di que- sti antichissimi rimatori, se per lo piu segue nelle Unee generali gli schemi metrici particolari alia scuola a cui appartiene e alia sua eta, pure assai spesso ama spa- ziare liberamente, tanto che ognuno sembra sia andato studiosamente in caccia di novita metriche, pur di di- versificarsi un poco dagli altri. Mi pare considerevole I'argomento della diversita dello stile e della forma, perch^ questa ci potra indicare in qualche modo 1' eta e la scuola a cui appartiene il rimatore, partendo pero sempre dallo studio dei codici, unico mezzo sicuro per avvicinarci alia certezza. Incominciando dallo studio delle canzoni dell'Ab- III e IV tengon dietro a un son. del Guinicelli, e il son. rin- terzato a una poesia d' un anonimo diretta al pisano Terrama- gnino. — OXXI — bracciavaoca, diremo che delle ciDque canzoni che a lui attribuisoe il Yaleriani, due d&nno luogo a fortissimi dubbi. La oanz. « Amor, tegnomi matto > in&tti e ade- spota in L-E, e anche il Gaspary riconobbe che essa h ingittstamente attribaita all' Abbracciavacca : (^) 6 una canzone equivoca, oscurissima, con uno schema metrico affatto diverse da quelle delle tre canzoni « Sovente aggio pensato » , « Madonna, vostra altera » e « Consi- derando V altera valensa », che indabbiamente sono del Pistoiese. Mentre nella fronte di ogni stanza le rime sono alternate, nella sirima invece sono baciate in quat- tro coppie^ e oio non avviene mai nelle tre canzoni au- tentiche, nelle quali invece nella sirima 6 la fusione tra le coppie alternate e le coppie baciate, e una sola 6 la coppia baciata. (•) E quest* ultimo 6 del resto il tipo pre- valente nei guittoniani. Ma d' altra parte dovremo riconoscere che questo argomento non e decisive, e che, se, come abbiamo dette, la canzone 6 adespota in L-B, noi ad ogni mode non sappiamo a chi mai debba attribuirsi. La porremo quindi fra quelle di dubbia autenticita« Livece siamo costretti a togliere affatto all' Abbrac- ciavacca il sonetto rinterzato « Per lunga dimoransa » , non sole perchd anch'esso 6 adespoto in L-B, ma per (*) St d» letter, ital,^ Torino, Loescher, 1887, vol. I, p. 71. (*) Lo schema di qnesta canzone, che, come abbiamo detto, h il seguente : abc:abc;ddeeffgg, e quasi identico a qnello della canzone di Pannuecio del Bagno : « Di dir gi& piu non celo. » — £ qaesta canzone da attribairsi al Pisano, oppare, come son pin dispostoa credere,^ nn'imita- zione metrica dell' Abbracciavacca, che, come vedremo, tanto fe- delmente seguiva questo rimatore? 9 1 — cxxn — le profonde diversita di stile e di forma che esso presenta dagli altri versi del Pistoiese. C i tale chiarezza e sem- plicita che mi par propria piti d' uu rimatore di transi- zione che d' un oscuro guittoniano. (^) Dei sonetti, cheil Yaleriani attriboisce alui in nn- mero di dodici, tre non si pno con sicurezza afiermare che siano suoi. Intanto mi pare che difficilmente possa ritenersideir Abbracciavacca il son. * Doglo languendo », in oui rimprovera Fra Guittone del suo oscuro parlare, dicendolo senz'altro contrario a ragione. Ora mi pare assai difficile ad ammettersi che uno dei piu entusia- stici ammiratori dell' Aretino, quale ci apparisce e nelle lettere e nelle rime il Pistoiese, avesae proprio voluto biasimare di oscurita mentre esso st^sso n' e, come vedremo, eccellente maestro. E poi questo sonetto, insie- me cogli altri due « Madonna, eo dotto » e « Chogli occhi, Amor », e adespoto nel solo codice che li con- tiene, in L-R. Inoltre quanto alia metrica, si osservi che, mentre i primi due sonetti hanno lo stesso schema di tutti gli altri di questo poeta: ABAB:ABAB;CDE:CDE, schema certamente antico, invece il terzo sonetto ha uno schema essenzialmente diverse, sebbene non meno antico deir altro : ABAB:ABAB;CDO:DCD. (^) "k vero che, ritenendola deir Abbracciavacca, si potrebbe credere col Bartoli, che il Pistoiese avesse cambiata la sua oscura maniera guittoniana in una forma piu levigata e piii chiara che preluda alio « stil nuovo » ; ma ci pare assai difficile che quel &ti- coso rimatore, a cui mai sorrise, sia pur per breve istante, un lampo di arte vera e originale, possa aver fatto un simile cam- biamento. — CXXIII — E dunque prudenza porre questi tre sonetti, come noi facciamo, tra le rime di dubbia antentioita. Dei sedici componimenti adunque dati all' Abbrac- oiavacca daL Valeriani restano a lui solamente dodici, tre canzoni e nove sonetti. Possiamo quindi dare delle sue rime il seguente prospetto : (^) Rime autentiche II, 5 canzone Madonna, vostra altera conoscenza II lit 1 * Sovente aggio pensato di tacere I II, 8 » Considerando T altera valensa III II, 15 sonetto Vacche n6 tora pi6 neente bado II II, 14 sonetto 8e il filosofo dice, ^ necessaro I II, 22 » Vita noiosa pena soffrir lane VIII II, 21 » Amore amaro, a morte m' k\ feruto IX Farlare scuro domandando, dove VII Non voloiit&, ma omo fa ragione V Poi sen to ch'ogni tutto da Dio tegno III II, 20 » A scuro loco conven lume clero VI Pensando c' ogni cosa aggio da Dio IV Rime di dvbhia autenticitd II, 11 canzone Amor, tegnomi matto I II, 16 sonetto Doglo languendo di greve pesansa II 11, 19 » Madonna, eo dotto. Di che ki dottansa?IV II, 17 » Chogli occhi, Amor, dolci saette m'archi III Rime spurie II, 18 son. rinterzato Per lunga dimoransa (*) A sinistra poniamo, a riscontro del primo verso d' ogni -componimentp, P indicazione secondo la disposizione che esso ha nel Valeriani : a destra quella che ha nella nostra edizione. Quelle poesie che sono soltanto nelle Lett di Fra Guittone non hanno indicazioni a sinistra. — OXXIV — *** A Paolo Lanfiranohi il conte Baudi di Yesme as- 8egxi& ire poesie provenzali (^) e sei sonetti italiani. Sia che i 64 versi clie seguono il sonetto al Be d' Aragona formmo una sola poesia^ come crede il Vesme, o, come noi crediamo, due distinte poesie, di cui la seconda non h nemmeno terminata, son proprio del pistoiese Paolo Lanfranchi, come il sonetto che li precede? Una risposta, che ci possa avvicinare con qualche probabilita al vero, non si puo dare che coU' esame del cod. Laurenziano XLI, 42 che li conserva a c. 62 e sgg- Qnesto codice, per cio che riguarda le poesie pro- venzali, h diviso indue parti distinte, nella prima delle quali sono raccolte poesie intere, e ciascuna e corredata (^) Ho detto tre poesie, non due, come il Vbsmb crede, per- chd i 54 versi che seguono al sonetta indirizzato al Be d'Aragona, e che egli crede appartengano a un solo componimento « per 1* uniformity del metro, e la continuity dell' argomento » , non ap- pariscono a me composti nel medesimo metro. Dopo le prime due strofe di nove versi, segue una strofetta di quattro, in cui evi< dentemente si manda la cobbola a un Giudice di Gallura: ^ que- sta dunque un commiato. Le strofe che seguono dopo questo sono di otto versi. E vero che anche quella che per me h la seconda poesia ^ pure diretta a un Giudice di Gallura, ha con quella molta somiglianza d'argomento, ed ha grande variety nella disposizione delle rime da strofa a stroia, come nelle strofe della prima poesia, ma basta questo per dire che i 54 versi for- mano tutta una stessa poesia, quando tra la prima serie di strofe e le altre varia il numero dei versi ? E poi come potrebbero tutti quanti questi versi appartenere a una stessa poesia, se le prime tre strofe sono composte di ottonari, meutre i versi delle altre strofe sono decaslllabi ? Sono dei resto quei versi cosi guasti e italianizzati dal trascrittore del codice, ove si trovano, che ^ difficile ricostituirne con precisione la forma e lo schema metrico primitivo. — oxxv — del nome del suo autore, nella seconda parte invece po- che sono le poesie intere, e, quel che 6 peggio, sono quasi sempre anonime. Queste poesie sono frammenti di varia langhezza^ e varianti fra loro non poco di stile e di metro, tanto da farci facilmente capire che sono opera di autori diversi. In questa seconda parte sono le poesie che il Ve- sme ha pubblicate : la qual cosa doveva, mi pare^ met- tere in guardia 1' editore e ritenerlo dal lasciarsi andare ad una troppo precipitosa e arrischiata attribuzione. Come avventurarsi a determinarequalche cosa di precise, senza I'appoggio di altri codici, in quella selva di fram* menti vari di metro e d' argomento, in cui manca per- fino ogni indicazione che ci &ccia capire qaando ne finisce nno e ne incomincia un altro? II Pontmartin, che il Yesme cita in appoggio della sua opinione, crede quei versi opera del Lanfranchi, perch6 gli pare che si riferiscano al dominio deiFran- cesi in Italia, e per lui i vv. 68-60 sono «presque un appel aux v^pres Siciliennes. Je crois done comme vous, que toute cette piece est V oeuvre d' un m^me poete et d' une mSme epoque ; elle est tres homog^ne de langue et de style, et se rapporte evidemment aux annees qui ont suivi la conquete, et precede le massacre. » (*) Questa corrispondenza di sentimenti politici pare a me che non provi proprio nulla. Non poteva anche un altro poeta esprimere le stesse aspirazioni ghibelline? E non si puo anzi pensare che V eugubino Bezzoli, tra- scrittore del codice, abbia voluto raggruppare e far se- guire al sonetto prettamente ghibellino del Lanfranchi alcuni frammenti di poesie di altri autori, solo perch^ vi sentivaespressa gli stessi sentimenti ghibeliini ? Troppo (>) Art. cit. del Vbsmb nella Riv. Sarda^ p. 403. — CXXVI — deboli dunque son questi argomenti, perche quel versi si possano attribuire al Lanfranchi. E per la stessa ragione non possiamo dargli con tutta certezza il secondo dei sonetti italiani, contenuto anonimo nel cod. Estense X, B, 10. La ragion^ per cui il Vesme s' indusse a crederlo del Lanfranchi, nonostante che in questo codice sia anonimo , e simile a quella di cui si e servito per 1' attribuzione delle poesie proven- zali, e quindi poco solida. Le somiglianze di contenuto e di stile hanno per questi poeti, come ho gia detto, un valore' che non deve essere esagerato. Del resto il Ve- sme stesso ammette che possa essere anche d' altro au- toru : egli dice infatti che questo secondo sonetto « ap- pare del medesimo autore che il precedente od almeno si riattacca a questo per modo che, se di altro autore, fu tuttavia composto nella medesima occasione, ed e inseparabile da quel primo. » (}) In fine il non trovarsi nel codice barberiniano, e V essere anonimo nell' Estense farebbe pensare che non fosse di lui, se pero in questo non si trovasse dopo il primo dei cinque sonetti dati senza alcuna dubbiezza al Lanfi:anchi. Noi nell' incertezza preferiam'o toglierlo dal novero di quelli indubbiamente autentici. In compenso pero dobbiamo aggiungere ai sei sonn. italiani gia editi dal Baudi di Yesme un settimo son. inedito che il dotto erudito piemontese non vide nel cod. barberiniano, da qui pure tolse gli altri. E ilson. « Ogni meo fatto per contrario faccio » , che indubbia- mente e del nostro, portando in fronte il suo nome. Quindi le poesie provenzali e italiane di questo rimatore pistoiese possono disporsi nel modo seguente: (*) (!) Art. cit., p. 393. (<) A sinistra anche qui pongo Pindicazione del posto che il componimento occupa nelP edizione del Vbsmb^ a destra quella del posto che occupa nella presente edizione. — CXXVII — Rime autentiche I sonetto Valenz senher, rei dels Aragones I II » De la rota son posti esempli assai II in » Un nobel e gentil imaginare III IV » L'altr* ier dormendo a me se venne Amore IV V » Dinme, Amore : vorestti tornare V VI » L' altr' ier peasando mi emaginai VI » Ogni meo fatto per contrario faccio VII Rime di dubhia autentidtd I framm, di canz. — Ges al meu grat non soi joglar I II » » — Seigner juge, ben aug dir a la gen II II sonetto Quattr' omin son dipinti ne la rota III V. Metodo dell' edizione. Innanzi di procedere all' edizione critica, mi sia le- cito di premettere due parole per render ragione del metodo che in essa ho segnito. Intento precipuo del mio modesto lavoro e stato quello di raccogliere le poesie dei rimatori pistoiesi dalle fonti piu antiche ed autorevoli, ordiname le notizie bi- bliografiche, defcerminare ne' casi dubbi il grado dipro- babilita che veniva ad avere una particolare lezione, cercando cosi, col confronto delle varianti, di stabilire il testo, ravvicinandolo piu che fosse possibile alia for- ma metrica, grammatical e linguistica^ che ebbe in origine. Per raggiungere questo intento, certo, come si vede, non facile a conseguirsi, bisognava scegliere come punto di partenza uno dei manoscritti piu autorevoli, altri- menti si sarebbe brancolato nel buio. E 11 codice senza dubbio piu autorevole per antichita e per il luogo dove fu composto e per le rime delF Abbracciavacea e di Lemmo Orlandi il Laurenz-Red. 9. Del resto per le rime di questi due rimatori era facile la scelta, perch^ le loro poesie sono in pochissimi codici, ed evidentemente deri- vano in questi dal Laurenziano. Questo codice, specialmente per quella parte nella quale Portografia e la pisano-lucchese, 6 per noi im- — cxxx — portantissimo, perche qiiella ortografia di ben poco dif- feriva in origine da quella pistoiese. Una sola poesia di qiiesti nostri rimatori e nel Pa- lafc. 418, la canz. « Considerando V altera valensa » , e il Biadene giustamente, allorcW ha fatto un' aocurata edizione critica di quella canzone, (^) ha dato la prefe- renza a questo codice, che « si collega con le tradizioni della scuola pisana e luccliese », (^) eche probabilmente e « una copia o un estratto di un' anteriore raccolta lucchese. » (^) Per la cobbola di Lemmo « Lontana dimorausa » mi attengo specialmenfce al codice Bezzi, che e oggi possedufco da Giuseppe Cugnoni, bibliotecario della Chigiana. Questo codice infatti insieme col cod. Ales- sandri e la stessa cosa che la raccolta bartoliniana, e la lezione che qtiesta dava e passata con poche muta- zioni nel Vatic. 3214, e da questo nel cod. del Bembo, poi nel Riccard. 2846 e nell' Asbhurn. 763. (4) Per le poesie degli altri rimatori del secolo XIII piu facile fu T opera nostra, perche le rime italiane del Lanfranchi sono oggi conservate soltanto in due codi- ci, nel Vaticano 3863 e nelFEstense X, B, 10. II pri- mo di questi due codici e scritto da un Trevigiano, e le poesie che contiene di Siciliani, Bolognesi e Toscani sono guastate dalle forme proprie del dialetto parlato dair amanuense. Eyitando quindi queste forme dialettali, Q) Opusc. cit., per nozze D' Ancona-Cardoso. (2) N. Caix, Origini della lingiuz poet italj Firenze, Le Mon- nier, 1880, p. 17. (3) N. Caix, Op. cit., 1. c. (*) M Barbi, Studi di manoscritti e testi inediUy Bologna, Zanichelli, 1900, p. 47 : anzi il Barbi dice essere assai proba- bile che il cod. Alessandri fosse, piu che una copia fedele, pro- prie lo stesso cod. Bartolini. — CXXXI — e introducendovi qualche ragionevole variante tratta dal codice estense, si e riusciti a dare una lezione che ci pare almeno molto probabile. Per le rime provenzali del Lanfranchi, contenute solamente nel Laurenz. XLV, 42, ho cercato di correg- gerne la dizione, perche, essendo il codice, come abbiamo veduto, trascritto da un Eugubino, oontiene anch' esso frequenti forme piuttosto italiane che provenzali : ho quindi cercato di riportarle alia forma schiettamente provenzale, quale con molta probabilita dovevano ave- rs. (^) Per il sonetto indirizzato al Re d' Aragona il com- pito mi era reso anche piii facile dalP edizione che Er- nesto Monaci na ha data nella sua Crestomazia. Per i rimatori del secolo XIV avevo dinanzi a me vari codici da cui scegliere, e anche qui ho preferito il codice che mi e sembrato meno scorretto e meno lon- tano dallo svolgimento generale di quelia poesia. Pur- troppo per questi oscuri poeti non ci h dato di poter tenere dinanzi a noi codici tan to antichi che s* aVvici- nino molto all' eta in cui quei rimatori vissero ; dob- biamo contentarci di copie assai posteriori, quasi tutte del secolo XVI. Piu non si trova il cod. Vaticano da cui certamente derivano il Casanatense 433 (gii d. V. 6), il Bologn.-Univ. 1289 e il cod. Galvani-Man- zoni, (*) dobbiamo quindi appagarci della lezione piii probabile che puo risultare dal confronto di questi tre. (^) Anche il Baudi di Vbsmb si S studiato di liberare le poe- sie provenzali del Lanfranchi dair intrusione di forme italiane ; ma. noi abbiamo cercato di espungerne piu che potevamo. C*) A. F. Mass^sra, Isofietti di Cecco Angiolieri, pp.XXXIV-V. II son^ di Guelfo Taviani in risposta a quello di Cecco Angio- lieri si trova anche in altre redazioni, ma tutte, in gran parte, di mano di Celso Cittadini, e quindi derivanti, come vedremo, dal cod. Senese H, X, 47; quattro sono nel cod. Senese H,'X, — CXXXII — Per tutti questi poeti, e specialmente per qaelli del secolo XIII, si ^ cercato di rintracciare la lezione che meglio si confacesse con la maniera particolare della scuola a cui appartenevano. Qaando la medesima lezione ci era data da piu codioi, s' e conservata, tranne in quel casi in cui o il sense o la ragione grammaticale o me- trica ci consigliava ad allontanarcene, e per queste ra- gioni appanto abbiamo dovuto talvolta abbandonare la lezione che ci dava il oodice ritenoto come fondamentale. Anche quanto alleparticolarita ortografiche^ mi sono attenuto alle norme piu osservate in questo genere di lavori, cioe ho sciolto le abbreviature, ho riordinato i nessi secondo le parole, ho posto le interpunzioni con criteri prestabiliti e costanti, distinta la u dalla v. Certe unita fonetiche formate da piti voci, invece di stam- parle in una sola voce, come vorrebbero i codici, ho preferito di stamparle distinte per seguire 1' uso ormai invalso. S'intende che la nostra non vuol essere un'e- dizione diplcmatica, e certe picoole, ragionevoli liberta possiamo pure prendercele. Tra le variant! non ho tenuto conto di quelle pu- ramente grafiche, ma di quelle ben s' intende che mi son sembrate tali da doversi riferire. Del resto nei punti ove maggiore era P incertezza^ ho posto in calce delle note, nelle quali ho cercato, come meglio ho potuto, di prendere in esame le questioni ortografiche, grammati- cali e linguistiche man mano che si presentavano. (^) 2, una nelle carte molteniane (Db Bartolomabis, Rime anUche se- nesi trovate da E. Molteni, Boma, 1902 fasc. J. della Miscellanea di letterat del m. e. edita dalla t Society filol. romana »)e una nel cod. vatic, barber. It. 3924 (gii barber. 2129, poi XLV, 18), (*) Ho creduto bene porre queste osservazioni filologiche, come anche le variant!, in calce alle poesie, perch^ il lettore le avesse subito sott'occhi, senza :%ndarle a cercare altrove. — cxxxin — A questo punto avvertiro che mio precipuo studio 6 stato di evitare 1' incertezza ortografica, perche credo che, sebbene tutti quest! rimatori abbiano spesso un colorito comune e ritengano molto delle peculiaii carat- teristiche della scuola a cui appartengono, debbano tal- volta aver risentito anche delle caratteristiche del pro- prio dialetto. Certo le forme di questo le avranno tem- perate per amore del latino e per attenersi alle forme ormai convenzionali della scuola ; ma e ragiouevole, mi pare, ammettere che in quelle rime sia pure penetrate I'elemento dialettale. Abbiamo in nostro favore la testi- monianza, certo indiscutibile dell' Alighieri, (*) sicche per questa parte non resta alcun dubbio. Ma come oggi coi codici che possediamo, opera di amannensi appartenenti a eta e a regioni cosi diverse, sara possibile rintracciare questo elemento dialettale in quelle antichissime rime ? II confronto con qualche testo pistoiese che conosciamo, come il Volgarizzamento de^ trattati morali di Albertano da Brescia, opera del no- taro Soflfredi Del G-razia, la redazione pistoiese delle Di- eerie volgari di ser Matteo de' Libri, le Istorie pistolesi deir Anonimo, sebbene di queste manchi ancora la desi* derata edizione critica, e altri scritti minori del secolo XIV, Cosi si pu6 subito capire il processo che si ^ percorso per arrivare a quella particolare lezione data nel testo. Innanzi ad ogni com- ponimento ho voluto porre in sunto il contenuto di esso, per- che riuscisse piu facile al lettore alFerrare il seaso in quelle poe* sie assai spesso tan to oscure. (*) De Vulg. Eloq» I, XII, I. Vedo con piacere che questi strati idiomatici sono ammessi anche da G. Bbrtoni, che per ultimo ha preso in esame la tanto dibattuta questione della lin- gua usata nella lirica delle origini ne^M Studi medievcUij 1905, vol.1, p. 680 esgg. — CXXXIV — e Tuso moderno, soprattutto del oontado^ ove piti si e mantenuto deir antico dialetto, ci potranno essere utili ; ma non potremo talvolta scambiare un' impressione no- stra personale, npn siiflScientemente provata, per un raf fronto sicuro e indiscutibile? Ognuno ohe s' intenda un poco di questo genere di studi capira quanto sia difficile distinguere nettamente cio che e particolare della regione, a cui appartenne il poeta, da cio che e voluto dalle sue preferenze, dalla moda, e anche dal capriccio del poeta stesso. Siccome poi V Ab- bracciavacca e imitatore di Guittone, e naturale che da lui abbia derivata non solo la materia e lo stile, ma anche la fonetica propria del suo dialetto qualche volta abbia voluto riprodurre. In conclusione la loro e in gran parte, come ben disse lo Zenatti, una lingua mescidata, letteraria, aulica, illustre, con prevalenza di forme e voci siciliane, alcune delle quali rimasero anche nello « stil nuovo » (^), cosicche e ben difficile, per non dire impossibile, determinare quando a volta a volta abbiano risentito dell' influenza della scuola o di quella del loro dialetto. Questo e lo scoglio contro il quale urta spesso la fragile barca d'ogni editore di questi antichissimi poeti ; prego quindi il let- tore che voglia benignamente ritenere a ogni mode es- sere di qualche merito il non aver fatto interamente naufragio. Del resto sento in coscienza di non potermi aocu- sare di trascuratezza e di avventatezza ; ho speso cure e denari per fare del mio meglio e per poter dare un'edi- zione che, se, per essere perfettamente critica, puo, e (*) Ancora della scuola siciliana, Messina, D* Amico, 1896, pag. 11. — cxxxv — da me stesso lo rioonosco, non essere immune da di- fetti, certamente s' avvantaggla non poeo, e questo mi sia lecito confessarlo, suUe vecchie stampe assai spesso scorrette, se non anche fantastiche, e quasi sempre non sicure, compresa anche V edizione che ne diede il Va- leriani e che a ogni modo 6 la migiiore tra quelle che precedono in ordine di tempo la presente edizione. VI. Bibliografia. I codici che contengono rime de' poeti pistoiesi dei seooli XIII e XIV, come abbiamo detto, sono pochi, e le ricerche da noi fatte per entro ai canzonieri di rime antiche hanno avuto nella maggior parte dei casi un re- lultato negativo. In quesla breve bibliografia abbiarao voluto, tutte se volte che lo abbiamo potato, fare, indicare le varie derivazioni dei codici : cosi il lettore potra comprendere facilmente quali siano spesso le ragioni per cui abbiamo dato la preferenza a un codice sugli altri che da quello sono derivati. Codici e manoscritti. I. — Laurenziano-Eediano 9 (L-E) — Cod. mem- branaoeo dei sec. XIII o dei primi del XIV : ha solo le rime piii antiche. (^) Contiene dell* Abbracciavacca le 0.i I, II, III e la I [adespota], i S.i I, II, III, IV, (*) Qaesto notevolissimo codice fa descritto del Caix, Ori- ginif pp. 6-9, e fu pubblicato diplomaticamente, prima in parte ed or non e molto per intero, tranne la prima parte edit a dal BoT- TARi, da T. Casini nella « Collezione di opere ined. o rare », Bo- logna, Bomagnoli, 1900. 10 — CXXXVIII — V, VI, VII, VIII, IX e i S.i II, III, IV [adespoti]. — (I S.i III, IV, V e VII deir Abbracc. nella prima parte di questo cod. sono acoompagnati da lettere) — di Lemmo Orlandi le C.i I e II e la cobbola III — di Si. Gui. da Pi- stoia i S.i I e II. II. — Palatino 418 (P) — Cod. membranaceo degli ultimi anni del sec. XIII (^). Contiene dei nostri poeti sol- tanto deir Abbracciavacca la C.e III [adespota]. III. — Vaticano 3214 (Vb) — Cod. cartaceo dei primi del sec. XVI : deriva dal cod., che ora piu non si trova, di Ludovico Beccadelli. (^) Contiene di Lemmo Orlandi la cobbola III. IV. — Casanatense d. V. 6 (C). — Cod. cartaceo del sec. XVI, che deriva dal ms. Bologna. (^) Contiene di Mula de' Muli i S.i I e II ; di Guelfo Taviani i S.i I, II e III, di Zampa Eicciardi il S. 1. V. — Laurenziano-Ashburnahamiano 763 (Ab) — E il cosiddetto cod. Pucci del sec. XVI-XVII. E as- sai simile a cc. 51 81 al Eiccardiano 2846. (^) Contiene di Lemmo Orlandi la cobbola III. VI. — Bolognese-Universitario 1289, gia codi- ce Amedei (Ub) — Cod. cartaceo del sec. X'VI, che (*) Fu descritto dal Caix, Origini citt., pp. 16-19, e fu pub- plicato diplomaticamente dal Bartoli e dal Oasini nel Propugna- tore, 1881, p. I, 230-268, p. II, 53-91 e 348-375 ; 1884, p. I, 133-147, p. II, 279-294 ; 1885, p. II, 438446 ; 1888, p. I, 413-446. (*) Cfr. A. F. Mass£!BA, Su la genesi delta raccolta Bartoli- niana in Zeitschrift filr r6m, PhUol^ XXVI, 10-11, p. 9. Fu de- scritto da L. Manzoni nella Biv, di FiloL Romanzaj I, 71 e sgg, e dal Caix, Origini citt. pp. 18-19. Fu edito per intero da M. Pelaez, nella « Collez. di opere ined. o rare » cit., 1896. (2) Fu pure edito insieme col Vatic. 3214 dal Pblabz nella cit. Oollezione. (*) M. Barbi, Studi di mss. citt., p. 35. Questo cod. deriva dalla Giuntina del Borghini (ivi, p. 37). — CXXXIX — deriva dal cod. BeccadelH. (^) Contiene di Mula de' Muli il S. II, di Guelfo Taviani i S i I e II e di Zampa Rio- ciardi il S. I. VII. — Cod. Bologna (B) — Cod. membranaceo del sec. XIV, cosi detto perche posseduto dal sig. Aw. C. Bologna di Firenze : oggi e il Marciano It. I, 529. (^) Contiene di Mula de' Muli il S. I. VIII. — Napoletano XIII, C, 9 (N) — Cod. del se- colo XVIII. Contiene di Mula de' Muli il S. II e di Zampa Ricciardi il S. I. IX. — Senese H, X, 2 (S) — Cod. cartaceo di varie mani del sec. XVI, derivante da un antico cod. Vati- cano. (^) Contiene di Guelfo Taviani il S. III. (^) A. F. MASSfeRA, Su la genesi ecc. p. 8. Fu descritto da E. Lamma nel Giorn. Stor, d. letter, ital. XX, 151 esgg., eladescri- zioue fu compiuta da L. Frati nello stesso Giorn.^ XXIV, 300-1. Questo cod. si form6 sui testi del Bembo e del Brevio, e per- ci6 ^ assai simile al Hiccard. 2846 della Nazionale di Firenze. (2) Lo fece conoscere T. OksmixiMQ Rime deipoetihologn, del sec, Xllly Bologna, Eomagnoli, 1881. V. anche nel Propu- gnatore N. S., vol. XV, disp. 6* un articolo dello stesso su Rime afitiche dei sec, XIII e XIV. (*) Cosi si ricava da un* annotazione che si vede nella c. 3 in alto, della stessa mano a cui appartengono le rime trascritte nelle carte che seguono : « Rime di alcuni autori senesi, che si trovano con molte altre di altri autori in un antico vo- lume scritto a penna uella Libreria Vaticana di E,oma con sco- lie cioe annotationi di Celso Gittadini deir Angelieri. » Nel tergo della seconda carta Gaetano Milanesi (cosi assicura V attuale bibliotecario della Comunale di Siena, prof. Fortunate Donati) vi scrisse : « Dubito forte cbe alcuni sonetti di questa raccolta sieno copiati da Celso Cittadini, anzi sono certamente. » Non resta piu alcun dubbio, se se ne confronta la grafiacon quella dell* altro cod. Senese H, X, 47, che e, come dimostreremo qui sotto, di mano del Cittadini. II cod. e composto di frammen* ti di piu cdd. preesistenti, come si rileva dalPantica nume- razione delle carte, che non ^ continua, ma saltuaria, e fu mo- — CXL — X." — Senese H, X, 47 (S^) — Cod. cartaceo del sec. XVI, derivante, senza alcana varianfce di lezione, dair altro cod. Senese H, X, 2. (^) Contiene di Guelfo Taviani il S. III. XI. — Cod. Galvani-Manzoni (G) — Fu scritto nel 1547 ; ma oggi non si sa piii dove si trovi. (^) Se- condo la tavola che il Barbi n' ha stampato dalle carte del Bilancioni cont#neva i S.i del Taviani I, II e III, li S. II di Mula de' Muli e il I del Ricciardi. XII. — Barberiniano XLV, 47 (Ba), oggi Vaticano 3963 del fondo barberino-latino — C) Contiene di Paolo dernamente cancellata e sostituita con una nuova numerazione progressiva. Infatti la carta stessa, ov' 6 il titolo surriferito : cBime di alcuni autori senesl » aveva in alto il numero 33, ora attraversato da due freghi, e a questa seguivano altre carte progressivamente numerate fino alia 42 compresa (la 41 e la 42 Bono bianche), ma la carta che tien dietroalla 42 hail^n. 47; a ' cui seguono la 48 e la 49. Pol segue il n. 52 e cosi di seguito sempre saltuariamente e a gruppi. E anche i caratteri variano. Sono di mano del Cittadini le rime contenute a cc. 1-7, sono incerte quelle a cc. 10-12, ma sono certamente di lui quelle con- tenute a cc. 13-19 ; i due son. a c. 20 si ricongiungono al gruppo di cc. 10-12 : e del Cittadini il son. a c. 21, e anche le rime a cc. 22-40. Poi mi sembra non vi sia piii nulla di suo, si hanno caratteri del sec. XVII e XVIII. Su questo cod. v. I. Sanesi nel Giorn. Stor, XVIII, pp. 73 e sgg. (*) Questo cod. e autografo del Cittadini. Infatti le rime sono precedute da una lettera di dedica del Cittadini al « S. Hippolito Agustini, Sig. di Caldana e dignissimo Bali di Siena > ; e questa lettera ha la data : « Di casa questo di 2 di Feb- braio 1B97. » • (2) M. Barbi. Studi citt., in Appendice, a p. 70-1. Questo cod. fu gi^ deir avv. Ludovico Latour, poi f u donato da lui al conte Galvani, da cui pass6 nella biblioteca del conte Giacomo Man- zonl. (^) V. la descrizione fattane da Leone Del PRBTia, nella prefazione alle Eime di ser Pietro Faitinelli^ Bologna, 1874, — CXLI — Lanfranchi i S.i II, IV, V, VI e VII e di Meo di Bagno il S. I. : XIII. — Estense X, B, 10 (E) — Contiene di Paolo Lanfranchi i S.i II e III (adespoti) XIV. — Laurenziano XLI, 42 (L) — Cod. mem- branaceo degli idtimi del sec. XIII o dei. primi del XIV. — Contiene di Paolo Lanfranchi il S. I, e le altre poesie provenzali I e II (adespote). XV. — Eezzi-Bartoliniano (R-B) — Cod. del sec. XVI. (^) Contiene di Lemmo Orlandi la cobbola III. XVI — Riccardiano 2846 (R) — Cod. del sec. XV, derivante dalla Giuntina del Borghini interfogliata e dair Asbhurn. 479. {^) Contiene di Lemmo Orlandi la cobbola III. XVII. — Parmense 1081 (P^) — Cod. del prin- cipio del sec. XV. {^) Contiene delF Abbracciavacca il S. IX. XVIII. — Vaticano 4823 (Vb^) — Cod. del sec. XVI. Contiene deir Abbracciavacca il S. VII. XIX. — Archivio di Stato di Venezia — Reg. pp. 46-8. Questo cod. fa compilato tra il 1825 e il 1335 dal tre. visano messer Niccolo de* Rossi, rimatore della prima met^ del trecento. V. la recente stampa diplomatica di questo cod. nella «Collezione bolognese di opere inedite o rare » curata dal dr. G. Lbga, Bologna, 1905. (*) E posseduto dal prof. G. Cugnoni. Ne ha data la descri- zione e la tavola A. F. Mass^sra nella Rivista delle hiblioteche, XI, 900, p. 64-80. V. anche M. Barbi negli Studic\tt., che ne diede pure la tavola prima ancora del Mass£:ra. (*) Barbi, Studi, p. 40. (8) Fu descritto da E. Costa nel Giorn. Stor., XIII e XIV. Se ne servi Piktro Vitali per 1' opuscolo Lettera al signor Don Michele Colombo intorno ad alcune emendazioni che sono da fare nelle rime stampate di Dante, del Petrarca, del Boccaccio e di altri antichi poeU, Parma, presso EossiUbaldi, MDCCCXX. Fumesso insieme da Gaspare Trotti sui primi del sec. XV. — CXLII — Comune I del Maggior Consiglio. Contiene il S. I di Meo di Bugno (incompleto). (^) XX. — Cod. Moucke 1487 della Governativa di Lucca (Mia) — Cartaceo del sec. XVUI : « Rime de' Poeti antichi tratte dal Teste di Francesco Redi : » e questo testo 6 il Laurenz-Red. 9. Contiene delP Abbracc. le C.i I, II e ni e i S.i VI, VI [ e IX, il IV [adespoto]; di Lemmo Orlandi le C.i I e II. k XXI. — Cod. Moucke 1499 della Governativa di Lucca (Mla^). — Cartaceo del sec. XVIII. Contiene del- V Abbracc. il S. VI e di Lemmo Orlandi le C.i I e II. Staxnpe (^). 1. — 1689 — Delle rime toscane deW eccell.^ giuris- consulto et antichissimo poeta il sig, Cino Sigibaldi da Pi- stoiUy date in luce a cura di Faustino Tasso da G. Do- menico Imberti. Contiene di Mula de' Muli il S. II [112], di Guelfo Taviani i S.i I [116] e II [117]. C) IL — 1730 — Istoria e cornmentari della volgar poe- sia di G. M. Cbescimbeni, Venezia, Basegio, 1730. Con- tiene deir Abbracciavacca il S. IX [Vol. Ill, p. B8], del- r Orlandi la C.e I [vol. IV, lib. I, p. 23]. III. — 1746 — Letter e di fra Guittone d' Arezzo, per (^) Per la descrizione di questo cod. v. V Inventario delVArch, di Stato di Venezia, Venezia, Naratovicli, 1881, p. 29. (^) Per le stampe, come per i mss., non pretendo di dare a credere di aver tutto veduto ; ho esteso piii che ho potuto le mie ricerche, ma si sa che in fatto di bibliografie ^ assai difficile che proprio nulla ci sia sfuggito. Contraddistinguo con la Ila, Ula ecc. le rime che io credo di dubbia autenticitii. (^) In questo raro volumetto le rime di Cino sono a pp. 1-106; a queste seguono rime di altri antichi poeti a pp, 107-124, fra cui i nostri del sec. XIV. — CXLIII — cura di mons. Giovanni Bottari, Eoma; Antonio de' Rossi, 1746. Contiene delF Abbracoiavacca una lettera a Guittone acscompagnata dal S. Ill [76], un' altra a Guit- tone col S. IV [77], una terza a Bindo d' Alessio Donati col S. V [78-9], e una quarta a Dotto Eeali col S. VII [80-1]. Le lettere coi rispettivi S.i sono tratte da L-R. IV. — 1808. — Memorie della vita di Messer Cino da Pistoia, per cura di Sebastiano Ciampi, Pisa Prosperi, 1808 — Contiene delP Abbracciavacca i S.i VI e IX (^) [pp. 262-3]. V. — 1813 — Vitaepoesie di messer Cino da Pistoia, ed. da Sebastiano Ciampi, Pisa Capurro, 1813. Con- tiene deir Abbracciavacca i S.i VI e IX [p. 108-9]. VI. — 1816 — Poeti del prima secolo della lingua ita- liana, raccolti da L. Valeriani e U. Lampredi, Firenze, s. n. 1. 1816. Contiene. dell'Abbracciavacca le C.i I [vol. II,l]II[ivi,6],IIl[ivi,8],eI^ [ivi,ll],iS.iI[ivi, 14],II[ivi, IB], VIII [ivi,22], IX [ivi, 21], Ila [ivi, 16], III^ [ivi, 17J e IVa [ivi, 19 ;] di Si. Gui. da Pistoia i S.i I [vol. I, 423] e il II [ivi, 424] ; di Lenimo Orlandi le C.i I [vol.11, 211], e II [ivi, 215] e la cobbola III [ivi, 217], e di Meo di Bu- gno il S. I [ivi, 220]. VII. — 1817 — RaccoUa di rime antiche toscane, cu- rata dal duca di Villarosa, Palermo, Assenzio, 1817 (^). Contiene le stesse rime che sono nei Poeti del Valeriani. VIII. — 1820 — Lettera di Pietro Vitali al signer abate don Michele Colombo intorno ad alcune osservazioni (') II OiAMPi crede che questo son. fosse diretto a Guittone, mentre ^ indirizzato a Dotto Beali. Li aveva tratti da un cod. posseduto in quel tempo da Cesare Lucchesini. Di questo cod. il Ciampi aveva gik dato conto nel Giom. enciclopedico di Firenze, t. n, n. 21, p. 251. (*) Questa raccolta non ha aloun valore critico, essendo ri- calcata fedelmente su quella del Valeriani. — CXLIV — clie 8ono da fare nelle rime stampate di Dante, del Petrarca dtl Boccaccio e di altri antichi poeti, Parma, presso Bossi- Ubaldi, 1820. Contiene delF Abbracc. il S. IX [88]. IX. — 1828 — Rime di fra Guittone d^ Arezzo ed. da L. Valebiani. Contieae deir Abbracciavacca il S. Ill [vol. II, 207]. X. — 1843 — Manuale della letteratura del primo secolo di V. Nannuoci, Firen^e, Paggi, 1843. Contiene deir Abbracciavacca i S.i IX [vol. I, 203] e IVa [ivi, 202] 6 il son. rinterzato « Per lunga dimoransa » , a lui attri- buito [ivi, 203-4], di Lemmo Orlandi la C.e I [ivi, 234] e la cobbola III [ivi, 237]. XI. — Choix des poSsies des Troubadours per cura del Eaynouard, T. I, p. 277 e sgg. — Contiene di Paolo Lanfranchi il S. pro v. I. XII. — Archilv fur nettere Sprachen, ,Bd. XLIX, S. 68-88 ; 284-324 ; Bd. L. S. 241-284, Contiene di Paolo Lanfranchi le due poesie provenzali I^ e Ila. XIII. — 1846. — II Parnaso italiano, Venezia, 1846, vol. XI. Contiene delF Abbracciavacca e delP Or- landi 1*3 rime stesse che sono nella raccolta del Vale- riani, senza alcuna varieta di lezione. XIV. — 1868 — Otto sonetti del secolo XIV, Modena, Cappelli 1868 (per nozze Zambrini-Della Volpe). — Con- tiene di Guelfo Taviani il S. Ill [p. 13] e di Zampa Eic- ciardi il S. I [p. 16]. XV. — 1876 — Rivista Sarda , anno I, vol. I del gennaio 1876, pp. 391-404. Contiene di Paolo Lanfran- chi il S. prov. I e le due poesie pure prov. la e Ila, ^ i S.i italiani I, II, III, IV, V e il S. Ilia- XVI. — 1880 — Studi di critica e storia letter aria di A. D' Ancona, Bologna. Zanichelli, 1880. Contiene di Guelfo Taviani il S. Ill [p. 138, n. 1] XVII. — 1881 — Vita ed opere giuridiche di Cino — CXLV — da Pistoia deir avv. Luigi Chiappellt, Pistoia, Bracali, 1881. Contiene di Guelfo Taviani il S. I [Append, n. I]. XVIII. — 1885 — Accenni alle origini della lingua e della poesia italiana e di alcuni rimatori e prosatori in lingua volgare holognesi e venezidni dei secoli XIII e XIV. Spigolature degli archim di Stato di Bologna e di Venezia per V avv. Angelo Guai^andi, Bologna, Ramazzotti, 1886. Contiene di Meo di Bugno il S. I [incompleto], XIX. — 1889 — Testi antichi provenzali raccolti per un corso accademico nella R, Universitd di Roma a cura di E. MoNACi, Roma, 1889. Contiene di Paolo Lanfranchi il S. prov. I [col. 94]. XX. — 1895 — Cino da Pistoia — A more ed esilio, note del Dott. Albeeto Cobbellini, Pavia, 1896. Con tieiie di Mula de» Muli il S. II [p. 36]. XXL — 1897 Crestomazia italiana dei primi secoli di E. MoNACi, Citta di Castello, Lapi ; fasc. 2. Contiene deir Abbracciavacca il S. VII [p. 196]. XXII. — 1904 — Canzone d amove W un antico ri- matore pisanOy ed. da Leandro Biadene, Pisa, Mariotti, 1904. Contiene delP Abbracc. la C.e III. I RIM A TORI PISTOIESI DEL SECOLO XIII I. MEO ABBRACCIAVACCA GANZONI I. Laurenz-Eed. 9, 76 — Cd. Lucch. Moiioke, 1487, 02 t. fi pubbli- cata nei Poeti del Valbrianj, II, 1. II p. dice ohe raolte volte vorrebbe tacere delle cose di questo mondo, ma lo costringe a paHare V oltracotanza di color© che asseriscono che amore arde ogni gioia e d& sempre pena. Dichia- ra di fare ritrattazione di quello che prima aveva detto in tal senso (114). Par che sia troppo leggiero chi s' accorge del suo peccato, e non se ne pente. Ne si deve sostenere troppo V errore altrui, come di chi dice che I'uomo e contento a star lontano dair amore : per cui, soggiunge, il mio cuore si sente stimolato a far prova del suo valor e, per vedere se posso di fender e Amore che solo ha il suo fondamento nella gioia e di quella si pasce, ne vi ha stanza il dolore. E se desidero in altri uguale difetto (cio^ cheabbiain esso stanza il dolore), ci6 non viene da amore, ma e pena intera portata dall' odio (14-28). Poiohe la conoscenza del- 1' oggetto amato produce il piacere, V uomo si d& subito a ser- virlo, gli spiace di tardare e soflfre volentieri il tormento. Dun- que ha torto ogni amante, quando si lagna d' Amore, che e solo para volont^, la quale nasce dalP immaginare il diletto che se ne proverb (29-42). Amore e una potenza che si acquista dal- 1' amata suU* animo nostro, poich6 se ne vede la prova nelle cose che non hanno valore, ovvero in quelle che somigliano alle cose di valore, nelle quali non si vede tutta la perfezione : cio^ esse non hanno alcuna potenza su noi. E, se nelPacquistare Tamore, si sente dolore, non amiamo questo sentimento. La pena spenge r amore, come il freddo ammorza il caldo. Ma ha tan to potere su noi il vedere lo splendore del piacere, che 1' uomo, quando in qualche cosa avvisa un piacere, segue affannosamente quella — 4 — luce (43-66.) Ha d^to oosi la mia opinkHiei cont^ro il modo di sentire di coloro che dicono V Amore spengere ogni bene. E di ci6 non voglio piu far questione, perche mi pesa d' essere tenato in oblio dalla mia donna, poichS il mio amore non regge a tanto valore di lei, perci6 6 dabbiosO| biasimando se stesso a torto, di non metter cara ad acqaistarne 1' amore, e non sa disprezzare lei che gli sta dinauzi. lo non ne voglio piii sentir dolore, che ritengo che solo bene sia qnello in cui si veda corrispondenza d' amore (57-70). Amore, io sono stato tuo difensore, e non e stato piccolo il mio ardimento contro il lamento generale da- gli altri. Mostra ormai il tuo peter e, facendo ricredere il tno nemico. (71-76). I Sovente aggio pensato di tacere metteDdo inn obriansa 3 d' esto mondo parlare intendimento. Ma poi mi torna, pnnge e fa dolere la sovraisniisaransa 6 di quel c' ka ditto d' aver sentimento de V amorozo dolce e car valore, uomaudolo signore, 9 c' ard' e coDSumma di gioi' la verdara del sao fedel, servendolo soggetto. Sempre li d4 paura : 12 vaDtaggio i tolle c' avemo da fera. Eo ne faecio disdetto: se simil dissi mai, cangio carrera. Cd. Di Meo Abbracciavacca, I, 2 Val. in obi'ianza. 7 — Val. volere. — 9 Val. cormh ma. 13 Mia E — 14 Val. e Mia cangid. 1, 9 Consumma* Preferisco questa forma col raddoppiamento dell' 7», non solo perche L-R cosi porta, ma anche perch^ e for- ma ancora vivente nel contado pistoiese. 10 — II sogg. di « servendolo » 6 « il suo fedele. » 12 — Senso : < Toglie al fedele d' amore il vantaggio che ab- biamo sulle fiere che sentono amore non mai frammisto a paura. » — 6 - II, 15 Ch^ non par vegna da molto savere chi seiite sua fallansa, se non volve con Tero pentimento. 18 N6 V altrai troppo si de' sostenere, che pare un' acordansa, come chi dicie stande P om contento. 21 Unde move adistato lo mio core d' essere validore, se posso difendendo la drittnra 24 d' amor che solo in gioia ave V assetto, e di gioia si pastara, non avendo gi4 dogla sna rivera. 27 E se vo^ par defetto, non e d' amor, ma d' odio 6 pena intera. IT, 19-L-R e Mia NelV altruL — 22 Val. adizzato, Mia ahistato, — 27 Val. doglia — 28 Val. da amor. II, 20 — Stande = stanne : Non 6 nuova questa forma neir antica lirioa, e il ne che proviene da inde tanto come pro- tonico, quanto come postonico si conserva nelle forme ende, ^nde deirantico pistoiese. Cfr. in Sopfrbdi del Grazia, Vol- garizzamento (ed. Rollin): quello chende puote intervenire {58) elli nonde trovasse (24). E per6 in vari dialetti italiani : cfr. Mevbr LitlCKE, ItaL Gramm , p. 210. Stande e dunque equivalente al pro- venzale estar de, e il senso del v. e quindi : « Come chi dice es- ser contento 1* uomo [a] starne lontano. » 21 — Adistato — Sotto la forma « adastare > 6 nel Vocabol. TommaseoBellini col senso di « eccitare. » 23 — Difendendo — Sta per un infinito, come si ha spesso nella lingua antica. 26 — Rivera — Ha qui il senso di « stanza, domicilio >, come nella canz. del Guinizelli € II cor gentil >, al v. 23 « Amore in gentil cor prende rivera. > 27 — Par — Pari, uguale. — 6 — III, 29 Poi conoscensa ferma lo piacere, yenendo diziansa, V omo s' alegge adesso per taleiito, 32 e non fe, se poi dole, innel volere, ma tardando li avansa, softrendo dizioso lo tormento. 35 Donqne n' k torto eiasean amadore, che ssi biasma d' amore, ch' h solo volontate chiara e para, 38 che nasce, immaginato lo diletto, che porge la natara de la vita, montando in tal mainera, 41 come fa lo 'ntelletto che di gioi' chere sempre la sua spera. Ill, 32- Val. in nel — 35 Val. Donqua — 40 Val. raanera. Ill, 31 — II Casini lesse in L-R fa legge ; ma, oltreche non darebbe un senso sodisfacente, v' 6 proprio scritto s^aleggCj co* me lesse anche 11 MoUcee. Si not! inoltre che questo mutamento di prefisso avviene noif di rado nelP antico dialetto pistoiese: cfir. in SoPFUBDi del Grazia, alegere (9) amendare (72) asami- nare (44), in Mazzeo Bellbbuoni, Volgarizz, delV 1st. troiana di Guido deUe colonne (ed. G orr &)^aguagliar€ (448). V. anche Meyer LttBKB, Grammat.f p. 82. Senso : « Se poi prova dolore, non 6 piu padrone di se, della sua yolont&. > 41 — : « Come fa Tintelletto che agogna sempre la felicitii, ossia chiede sempre speranza di gioia. > Com' ^ ben noto, gli an- tichi poeti si occuparono molto della questione se Amore sia un essere reale o soltanto un sentimento umano. E il p. qui appunto V intende come un sentimento che nasce nell' uomo alia vista d' una cosa di cui s' immagina il piacere. Amor nelP alma credo uno che si prende d' amansa, IV Amor nelP alma credo uno podere 44 — 7 — poi lo saver ne fa dimostramento ne le cose partite da valere, 47 over la simiglansa, non dicernendo tutto il compimento. E se nell' acquistar vene dolore, 50 nou s' ama tal seotore. Gome calore incontra la freddura, cosi la pena V amorozo aifetto. 53 Ma tanto monta e dura del plagere avizar la luce clera, poi che v' aggia sospetto, 56 V omo affaunando segae sua lumera. IV^ 47 — Val. aimiglianza — 50 Val. non sard — 52 LrR effetto, 54 Val. del piacere awisar — 56 Val. Vtw- mo affcmnatq. IV, 52 — Cfr. con questi vv. del Guinizelli : « Cosi prova natura | Hincontra Amor come fa 1* acqua il foco | Caldo per la freddura ». 56 — £ anche qui espressa la solita teoria, alquanto tri- viale, dell'amore, cioe che quando si vede dinanzi a noi la splendente luce del piacere, poicli6 si sospetta che sia piacere nella cosa amata, V uOmo atfaaaosamente tien dietro a quella luce. V Dett' 6 parte [con so] del meo parere, credo for la ^ntendansa 59 dei piti c' ^n ditto c' amor bene k spento, n6 questionar de cio m' h piu calere, ch6 pesami d' obblansa, / V, 57 Val. com' so, — 58 Val. V intendanza. — 59 Val. ch'han detto. — 60 Val. 'n calere. — 61 Val. pesami obrianza. Mia pesomi. V, 57 Con so, Lo aggiunse il Casini nella sua ediz. diplo- matica di L'JEt. in altro modo non tornando il verso. — 8 — 62 poi aoQ fiosteae amor lo valimeiito di quel ch' '1 contra n6 sa sao vigore, perci6 istit in errore, 65 biasinaudo a torto, non ponendo cura, * n6 chi riocontra ltd non 1' k dispetto. !N"onde voi' piu rancnra^ 68 vaglia nel saggio e nelP altro si pera, ch6 io nel miocospetto tegno che solo ben sia d' amor cera. 63 Val. ch'^ incontra. Mia di poi che 'I contra. — 66 Val. non ha a dispetto. — 67 Val. non de. 68 Questo v. non h nel Val. — ULIb. si spera. — 70 Val. d' amor cura. 64 — Errore — E qui nel 8uo significato conveiiEional6 di c travagiio, affanno. » 66 — Versi assai duri ad in tenders!. Quel che 7 contra si dovr^ intendere per la donna amata. 68 — II soggetto di vaglia 6 Amore, e allora 11 sense di questo T. alquanto oscuro 6 : < Duri, abbia forza Amore nelP uomo sag- gio, e perisca nello stolto {neW altro, ossia nel contrario del sag- gio-) — 70 — Cera — Vale qui € faccia, aspetto > dal lat. cerea (Cfr. AscoLi, Arch, GlottoLlY, p. 19 e sgg.) VI, 71 Amor tuo difensore so stato, so ; non h poco ardimento ver lo forte lamento, 74 ch' h quasi fermo per la molta asansa. Mostr'ormai tua possansa facendo tuo guerrer conoscidore. VI, 72 Val. son stato, son. VI, 72 — Seguendo L-R lascio la forma so, com' 6 nelPuso toscano che nella pronunzia tralascia Vn in fine di parola di- nanzi a consonante. 76 — Intendi : € Facendo ri credere i tuoi nemici, ossia co- lore che si lam'entano di te, dicendo che tu dki pena. » II. Laurenz.-Ked. 9, 77. Cd. Lucch. MoUcke, 1487, ci 5. E pubbli- cata nei Poeti del primo secolo, II, 5. Madonna, la vostra altera sapienza e il bene che in vol s* aduna ha yolto tutto il mio animo a servirvi, in modo che non si cura piu d' altro. II piacere che da voi deriva mi attrasse a voi, ricolma d' ogni perfezione, specchio di bellezza e di gioia, in cui tatte le altre donne pr^ndono norma per la loro vita. PerGi6 non mi lascia mai la voglia di servirvi (1*14). Non sarei degno di servirvi, ma voi vedete nel mio sguardoche io vi sono fedele e ch' io, serveiidovi, presi in silenzio il dardo amoroso. II cuore s&rk tardi fatto palese da me. Perci6 vorrei che mi mostraste chiaramente il sentimento vostro, che allora mi ve- dreste preso di tale servitu per cui non si saprebbe mai per qual donna essa fosse. Mi sono espresso tan to oscuramente, per- che io odio, amaudovi nel profoodo del mio cuore, mostrarlo ad altri in viso (14-28). Spesso il viso mostra P allegrezzagrandis- sima che 6 nel cuore, per cui ne va 'orgoglioso, ma quando si ha volont^ ferma di aver piacere o di recare ofifese si celj il viso. Ferche la certezza ,deir amore raddoppiata (ossia che ^ nel viso e nel cuore) 6 grave. Dunque teuete doppiezza nei vo- stri sentimenti. Perci6, o Amanti, non desiderate solo la bel- lezza, ma donna saggia, e non stimate uno che softra d' esser servo d' una donna di pregio pari al suo, ma che sia invece servo a un amore grande, che piu fa onore, quanto piu scende d'alto luogo (2842). Io debbo, come posso, benedire 11 grande guadagno che mi viene d'alto luogo. Donna, che sola avete il mio caore, mi avete ricevuto in vostra balia, non mi allontano da voi per altro guadagno, da voi che mi avete liberato da affanno, desio e forte tormento. Se morissi a vostro piacere, ne sarei contento, cosi avrei alcun merito presso di voi. Poiche m* avete preso in vostra balia, non dubitate del mio cuore (42-56). Ci6 non pu6 essere, che il cuore vuole stare dove ha sede la sua gioia. E se il cuore h contento, il parti re sarebbe — 10 — fallo maggiore d* ogni altro, sebbene ua intervallo non potrebbe dar tormento nel mio fedele servire, ne alcun inganno a voi. Che ci 8i assicura che la donna di gran valore dia ricompensa, prima di aspettare che questa ci manchi o ue venga del danno. Perci6 molti se ne stanno coperti, pronti a parlare di gran fede all' amata (56-70). I Madonna, vostr' altera conos<;ensa, e V onorato bene, 3 che 'n voi convene — tutto in piacimehto, mize in voi servir si la mia 'ntensa, che cura mai non tene, 6 u6 pur sovene — d' altro pensamento ; e lo talento — di cio m' b lumera. Cusi piacer mi trasse in voi compita, 9 d' ogni valor gradita, di beltade, di gioi' miradore, dove tuttore — prendooo mainera 12 V altre valeute donne di lor vita. Percio non o partita vogla da intensa di star servidore. Cd. Di Meo Abbracciavacca. I, 6 — Val. sowene. — 10 Val. di beltade e di gioia, — 11 L-E, Val. e Mia prendendo. — 14 Val. voglia. I, 1. — Questo prinoipio 6 assai simile ai sgg. vv., con cui incomincia una canzone di Pannaccio del Bagno : «MadoDna} vostr'altero piacimento | e la gran conoscenza | e la valenza che 'n voi tuttor regna. > (Poeti, J, p. 335). II Gaspary, La scuola sicil.y p. 60 ravvicina questi vv. a quelli consimili di Peirol e di Guglielmo Faidit. t^ un luogo comune della lirica proven- zale e sioula. — 10. — Miradore. Vale € specchio > : 6 il pro v. « mirbal ». II. — II Gaspary a questo punto corregge il Valeriani, che mal leggeva « prendendo mainera. > Veramente in L-E sta scritto prendendOf ma non darebbe alcun senso. — 11 — II, 15 Per servire a voi noiL seria dengno, ma voi sovra piageute in vostra mente — solo nel meo guardo 18 conoscete che 'n cor fedele regno e ch' eo presi, servente di voi, tacente — P amorozo dardo. 21 Per mevi tardo — paleze coraggio fatto seria, sacciatelo per certo. Perso mostrare aperto 24 vorria vostro sentir, dico d'avizo, vedreste prizo — me di tal servaggio per la qual donna mai fora scoperto. 27 Tanto scuro o proferto c' odio, servente in core, amore 'n vizo. II, 16 Val e Mia degno, — 16 Val. so^rrapiacente. — 23 Val. per sua. — 24 Val. df avviso. II, 1. II Gasparv (op. cit. p. 63) ravvicina questi vv. ai se- guenti di Bernardo di Ventadorn : < Mas nos s* eschai | Qa' ilh am tan bassamen ; | Pero ben sal, | Qa'assatz fora avinen ; { Qaar ges amors segon ricor no vai, > e a questi altri di Bonitacio Calvo : c Tant auta dompnam fai amar | Amors, e qu* es tan belVe pros, I Que sol dignes de desirar | S^ amor no sui ni vol razos. » 18 Regno — E qui nel senso di « dimoro, sto >, e quindi , con vocale paragogica. E forma meridionale : la forma toscana sarebbe mene^ che 6 in uso anch' oggi nel contado pistoiese. — Tardo — E in senso avverbiale. Ill Yizo sovente mostra cor paleze 30 d' allegressa smirata, perc' a la fiata — monta in soverchiansa ; — 12 — ma quelle di piacere over d' ofeze 33 covra vogla pensata, Perch^ doblata — grav' h la certansa. Donqne dobblansa — tenete 'n aentire. 36 Percio vo' dico, amanti, non beltate solo desiderate, ma donna saggia, di beltate pnra: 39 n6 di natura — signoria soflPrire alcuD di pari pregio no stimate, ma di grand' amistate 42 che poggia d' onor qnanto china d' altara. Ill, 32 Val. d' offese, Mia ver. — 33 Val. voglia. — 35 Val. donqua doblanza. — 40 Val. eMla non. III, 81. — Questo concetto 6 anche in questi vv. dellacanz. « Quando veo la rivera » di Bonagianta Orbiciani : « Ch' io agio odito dire | c' una grand e allegranza | non si p6 ben covrire | cotanto s' nnavanza ! > (ed. Pardugci, p. 27). 32 — Quello — Intendi: « il viso. » 84 — doblata — Raddoppiata : 6 il prov. « doblar. » 35 — II senso credo sia questo : t Poiche la certezza dell'a- more raddoppiata (cio6 nel cuore e nel viso) fe grave, nel vo- stro sentimento man tenete doppiezza, cio^ il sentimento del cuore non sia quello cbe mostrate in viso. » IV D' altura deggio dir, come poss' eo, lo guiglardou sovrano 45 bene dir sano — di nostra 'ntensione. Donna, c' avete sola lo cor meo, ricevestemi 'n mano, 48 ah non istrano — d' altro gaiglardone : che di ragione — mi donaste posa d' aflfanno, di dizio, d' attessa forte. IV, 44 Val. lo guigliardon, — 47 Val. in. IV, 50 Attessa : Per questa parola cb,e ba il senso di « tor- mento, affanno», v. Gaspary, op. cit. p. 250. 13 61 Sed eo prendesse morte a vostro grado, me ne plageria, Si n meretria ~ voi d' alcuna cosa, 54 poi che m'avete tolto e preso in sorte. Kon dubitate torte di mio coraggiOy ch' esser non x>oria. 52 Val. me ne piaceria, — 53 Val. si meretria. 52 — Cosi Nascimbene da Bologna nella canz. « S' eo trovasse pietanza » dice : « Non m'^ noia Morir, s' ella n' k gioia. » {Rime an^ehe raccolte dal D' Ano. e Compar. vol. II.) Del resto qnesto oozieetto e oomone in quest! poeti e anche nei provenzali, e 11 G-ASPABY infatti paragona ques^i vv. a quelli di Peire Vidal (XXXVI, 32) e di Blacasset (M. G-. 151, commiato). 63 -^ Voi: 6 dativo « a voi », come sopra al v. 30 wo'. 65 — II Nannucci, {Teor. dei nomi d. lingua ital,, Fireozei,^ Baracehi, 1874, 1. 1, p. 148) crede che torte sia qui un sostantivo maach. della seconda declinazione terminate at sing, in e, e spioga: € Non dubitate torto di mio cuore, ossia non dubitate cbe il mio cuore vi faccia alcun torto. » Credo piuttosto cbe totte aia an avverbio, e intendo : « Non dubitate a torto del mio core. » Y, 67 Essere non porea : ch^ il core vole istar dovfr valor ^ la sua dimora — di gioiozo stallo ; 60 e sse '1 cor pago gia nente si dole, dunque '1 partire fora solo mezora — sovra ogn' altro-fallo. 63 Cosi intervallo — non sento potesse V, 60 — Val. e Mia e se H cor. — 62 Val. sola — 63 L-R Cosi 'ntrevallo. V, 57 Porea — Non si creda pistoiese questa forma di con- dizionale, cbe si trova invece nelT antico aretino. 61 — Si noti 1' assonanza o meglio la rima spezzata d — di' mora — fora (Cfr. L. Biadbne, La rima nella canz, ital. dei — 14 — nel mio servir fedel porger affanno, n6 voi alcano inghanno. 66 Gh6 U gran valore prima si provede che dia mersede, — che poi non avesse loco, ii6 presa, che trovasse danno : 69 ch6 molti falsi stanno coverti, pronti parlando gran fede. 65 Val. inganno. — 67 Val. mercede. sec* XIII e XI V, in Raccolta di studii cridci dedic, ad Alessandro D* Anconaj Firenze, Barbara 1901, p. 730). Non fa meraviglia di trovare tale irregolarit^ metrica neir Abbracciavacca, perche fa usata da Guittone e dai guittoniani, specialmente dai poeti del gruppo lucchese-pisano. % per es., in Pannuccio del Bagno, a cui 11 nostro tanto somiglia. 64. — Senso ; « Ma se mi allontanassi per breve tempo, se facessi un intervallo, ci6 non recherebbe alcun afianno al mio fedele servire, ne voi potreste temere d' essere ingannata. » Voi kj come sopra al v. 58, dativo. Ill Laurenz-Bed. 9, 78 a c. 83 t — Palat. 418, c. 59 r, n. lOO e Cd. Lucch. Moticke, 1487, cc. 95-6. -r- E pubblicata nei Poeti, II, 8 e dal Biadbnb. Una canz. d^un ant rimat pisano. A questa ultima ediz. in gran parte m' attengo. Considerando Paltero valor© della mia donna, mi sovviene, in mezzo alle pene che mi d^nno speranza e dolore, di sop- portare piu facilmente 11 desio, perche la disperazione non pu6 nulla suU* altro mio volere (di piacere a lei), perche al signor di valore (a lei che signoreggia per il suo valore) non manca avvedimento di provvedere leali servitori : per cui son lieto in mezzo ai torment! (1-12). Dunque, allegrandomi in tal sel- vaggio modo. natura (il mio naturale sentimento) per eff'etto della figura piaceute di lei si muta in me, perche il sentire amore di ardente foco che venga dal cuore produce turbamento, quando V amore si applica in una bella e chiara cosa. Ed io ne son lieto. Non debbo dimenticare quella che natura, modo ed uso fa si che io m' inalzi all' altezza di.lei. Quasi mi sono dato nascostamente a ubbidir la mia donna fina, come ogni fiera soggetta fa omag- gio al leone. (12-24) Sembro da quel che dico essere nel mio cuore innamorato assai sicuro di voi ; ma in ci6 si potrebbe errare, chS spesso chi ha il viso dolce ha amarezza in cuore, mentre invece niente che si desidera mostrare, provato che sia, si cela. Per6 vorrei che vi piacesse di tenermi invostraservitii, che mi trovere- ste sicuro e leale e, non guardando al mio poco valore, mi dareste gioia (25*36). Lasciandoci qui andare a parlare, ragione porte- rebbe in voi tale convenienza (di darmi gioia difine amansa)- Ma pensando al valore vostro, io temo che non s' adempia il mio de- siderio, si mi veggo inbassezza.Sebbene ne tema, me ne conforto, che non sar4 raccolto tanto piacere in parte (nella mia donna), senza che essa senta piet& di me ; non dura orgoglio in gentil cosa cosi perfetta, ma ogni tanto sottentra umilt^ (36-48). Gome una fiaccola di cerasplende in oscura parte', cosi m'ha allumato il vostro viso. Poiche prima ch' io avessi nella mente V imma- — 16 — gine della donna amata, non era quasi saperiore ad ana fiera. Ora che m'impera in cuore amore, sen to ed ho valore, e questo debbo air altezza vostra, essendo in voi figura perfetta di sexn- bianza angelica e di piet^, per cui il mio cuore crede la pena gioia (48-60). I Considerando V altera valensa, ove piager mi tene, 3 maginando beltate, e lo pensero, sovenmi, di speransa e di soffrensa ne le gravoze pene, 6 di diziansa portar pi6 leggero. Ch4 lo dispero — non ave podere ne V autro mio volere ; 9 accio c' a lo signor di valimento Cd. Di Meo Abbracciavacea. I, 2 P ove in piacere, — 4 Val. ovepiacer. - 3 P. beltate lo peiuero. — 7 Mia cfia lo dispero, Val. cd lo dispero, — 8 P. ne I'alto mio, Questo v. manca nel Val. 9 P. tt do Tee lo signor. I, 1: Questo primo verso k tale e quale nella canz. di Pan- nuccio del Bagno : « Poi contra voglia dir pena convene. » 3. — II BiADENE unisce pensero con piager del v. 2, e ne for- ma un concetto solo, quello di « piacevole peusiero. » Maginando beltate^ ed anche altre frasi, versi e concetti di questa canzone sono da paragonarsi, come ha notato il Biadenb, con &asi, versi e concetti di un' altra canzone di Pannuccio del Bagno {Poeti, I, 848), di cui la presente ^, si pu6 dire, un rifacimento. Del resto son concetti che si ritrovano nei provenzali, in Arnaut de Mar- velh e in Peire Vidal (Ofr. Gaspaiiy, op. cit., pp. 55-6). 6. — Leggero — In senso avverbiale < leggermente » , come intese il Salvini in una nota riportata dal Valeriani. 7. — Lo dispero — La disperazione. Non 6 in tal senso nei Vocabolarii. 8. — Leggendo, come 6 in P., alto mio volere, « alto » si do- vrebbe intendere nel senso di « profondo » , o anche sarebbe detto alto, per che cerca d' arrivare all' altezza della donna. Anche Mia, che per questa canzone deriva esclusivamente da L-B, annota sul margine « alto. » Credo per6 col Biadene che 1' « alto » sia modificazione di « autro, altro. » — 17 — noQ fall' Avedimento di proTeder 11 leai servenU; 12 ande m' altogro staado jmA tormenti. IIP. provedere di lei aserventi. Val. diprowedere, — 12 P. vndeo. Val. onde. ir Dnnq' allegrando selvaggia maineray natura, per potensa 15 di figura plagente^ mnta loco. 0\i6 'utendimento inn anche cosa clera tnrba sentire intensa 13 nela vita d'ardente coral foco. Bd 60 na gioco. — SToa degg' obbriare qnfiUa che sormontare II, 13 P. Donque... in selvagia mainera. — 15 P. e Val. piaoenie. — 16 P. kerUeTidimento omnia cosa. 19 P. ed to.... degio obUoure. Val. ed eo'n gioco. II, 13. — Anche qui, come dinanzi a parte del v. 9 della St. IV, k omesso V in che ^ per6 in P., aggiuntovi per maggiore chiarezza. 16-18. — Difficili ad intendersi sono questi yy. ^2 evidente che inn anche cosa clera sta per anche in cosa chiara e che intendi- mento inn anche cosa clera vale « applicazione in una bella e chiara cosa >, e « chiara cosa > h il viso dell' amata, che anche in provenzale dicevasi « clar vis. > Anch* io credo, come il Biadbnb che senUre intensa sia sogg., intendimento ogg. e turba significhi « produce turbamento » ; ma quale senso da tutto ci6 si pu6 trarre? Forse questo : « Sentire amore d' ardente fiamma produce turba- mento nelP applicazione in una bella e chiara cosa, cio^ il troppo ardente amore h causa di turbamento nell' attenzione che noi poniamo nel guar dare la donna amata. » II v. 18 ^ assai simile a quello di Pannuccio del Bagno: « In ardente mi mise coral foco. > (PoeH I, 346). 19. — Obbriare Oltre che nei poeti delle origini, h nelPan- tico pistoiese, eve P 2 si mut6 spesso in r, specialmente dopo p, 2 — 18 — 21 mi face la natura, modo ed uzo. Quasi dato nascozo SODO a nbidir mia donna fina 24 com' al leon soggetta fera inchina. 21. P. aduso. — 22 Val. naacuao, — 24 P. dd ubidire. 24 P. comelleone onne fera inchina. bj g. Del resto lo scambio delle liquide h proprio del dialetti toscaui. Cfr. SoFFRBDi DEL Q-RAZiA, Volgarizz. asempro (1) molti- prica (68) insprende (60), obriare (41) groria (52) semprice (41). 20. — Sonnontare : Qai non si deve intendere c andar so- pra, montar sopra la natura » ossia c far contro la natura » ; ma, come yuole il Biadbnb, nel senso in cui lo usa Pannnccio nella canz. assai simile a questa « Di si alta valenz' k signoria » (Poeti II, 14), in cui significa « innalzandosi all' altezza della donna. » E natura, modo ed uzo sono certamente sogg. 22-24 ^ II concetto 6 identico a quelle del son. di Bianco di Bucarello (Lauren z. -Bed. 9, ed. Casini, n. 419, p. 861): c Si co- rn' ogn' altra fera lo leone | teme e ridotta quand' ^ in sua pre- senza | oosi temo rostra altera fa9one, | madonna mia, di voi tal 6 temen^a. » III En dir assai fedel, mia donna, paro in core innamorato ; 27 ma ci5, pensando, fall'esser poria; ch^ spesso vizo dolse core amaro tene, poi che provato III, 25 P. In dire... fldel Val. E in dire.— 27 P. fcUlo.— 28 P. dolce. — 29 Val. poichd. Ill, 25 — Paro Verbo (paio). — Fedele ha certo, come so- spetta il BiADBMB, il senso di fidente, sicuro. E il senso allora si accorderebbe coi vv. sgg. 28-80. 29. Provato: 'k adoperato assolutamente. Senso: « Mentre in - vece nessuna cosa che si desidera mostrare, ottenutala, si cela. » — 19 — 30 iiente si cela a mostrar che dizia. Pero vorria — vi fuss' a plagere me servendo tenere ; 33 ch6 ssl mi trovereste in cor siguro leal com' oro puro ; ch^, non guardando mia pogha possansa, 36 mi donereste gioi'^ di fine amansa. 30 Biad. niente, P. neente.. kendisia. — 31 P. fosse pia- cere. Val. vi ftisse a piaoere, L-R fuss* a plagire, — 33, P e Val. sicuro, — 35 P. poca. — 36 P. gioia di vera amatua. IV Prendendo loco parlando talento, invoi, gentil sovrana, 39 rasone porterea tal convenensa. Ma divizando tem'e '1 valimento c' avete venir plana 42 mia diziansa, si mi veo 'n bassenza. Poi che temensa — n' aggio, si conforto ; IV, 37 P. Prende'Jo — 39 Biad. ed L-R ragixme. P. pote- ria — 41 Val. • oh* avete, — 42 P. ba^ssanga. IV, 87. — Ancbe questo e un passo alquanto oscuro. Senso : c Prendendo qui talento di pari are, cio^ lasciandoci qui andare a parlare > Loco 6 quindi avverbio, nel senso di «qui » , e di questo use si hanno frequent! esempi nella prosa e nella poesia delle origini. Oltre gli esempi addotti dalBiADENE, si ricordi che nella canz: c A! doize terra aretina » Guittone dice : « De le grandi Alpi che si trovan loco. » 89 — Preferisco rasone di P. a ragione di L-R, perch6 que* sta forma e piu del fiorentino e del pisano-lucchese, come dice il Caix, mentre nel pistoiese e nell* aretlnosenese^e^ raro, e so- no invece frequenti le notazioni si, sci, sgi. In Pistoia era poi pre* ferito 11 si a sci e sgi, 48 — Poi che: fc sostituito, come osserva il Biadbnb, al tutto del V. 7 della str. Ill della cit. canz. di Pannuccio, ove questo vale « tuttoch^, sebbene », dunque deye qui avere lo stesso si- gn ificato. — 20 — cM non aer^ diporto 45 tant' adtmoto parte per natara for pietate ; non dura orgoglo in gentil cosa 8i finita, 48 ma P nmelt4 fiata oane compita. 44 L-R no userd. P.e Val. non $eria diporto. Mia no merd — 45 P.e Val. in parte. — 46 P. for pietd. — 48 P. umiltd cenpita onne flata. Val. /lata ogni ^ compita. 48 Umeltd : il frequente nella lirica delk originl e nell' ant. pist. lo scambio delP i atono in e. — Onne : Anche neir ant. pist. qaesta forma terminava me. Cir. Soffrbdi delGrazia, Volgarizt' ogne male (49), ogne induscio (14). Era anohe al trove in Toscana v. per es nei Conti d*antichi cavalieri, 200. Cfr. Mbybb-Lubkb Gramm., p. 218. Y Como risprende in iscara partuta cera di foco appriza, 51 si m' k Mlamato vostra chiara spera. Oh^ prirn^ eo maginasse la yedata de 1' amoroza intiza, * V, 49. — P. riprende iscura. — 50 P. apreea Val. ap- presa. — 51 P. malumato... speta. — 52 P. ke mentre coma- ginasse. Mia. la viduta. — 63 P. Mia e Val. intesa. V, 49 — Per il « risprende » v. ci6 che abbiamo osservato bo- pra per il mutamento di I inr. Qaanto Sk partuta per par ^ito (parte) si osservi ool Biadbnb che si h fatta questa sostituzione per ra- gioni di cima. 50. — Lo stesso concetto colla frase « scuro partito » , per « oscura parte » ^ in Bonagianta Orbicciani: « Avete fatto come la lumera | c' a lo scuro partito da sprendore. > (ed. Parducci, Son. I, p. 41). 52-8 — Veduta : Significa qui « oggetto che si vede » , quindi c figura, immagine » e ^inteza» ha il significato di « persona amata. » V. il Vocabolario Tommasbo-Bbllini, che ri porta propria questo esempio. Quindi il senso 6 : « Poich^ prima che io avessi nella mente la figura della donna amata » — 21 — 54 non era quazi punto piti che fera. Ora, ch^ enpera — mevi ampre ^n core, sento ed 5 valore, 57 e cci5 che vaglio tegno dall' altara, conplita in vol figura d' angelica sembiansa e di mersede, 60 per cui la pena gioi' lo. meo cor crede. 54 P. puncto. — 55 P. hempera sento amore in core. Mia ha in margine il sento di P, Val. ora che impera. -^ 67. T. ecid ke voglo d'altura, Mia ha pare in margine voglia. — 58 P. compieta. — 59. P. sembranga Val. mercede. — 60 P. lo mio. 55 — Mevi: E dat. « a me 9. Cfr. Caix, Origini, § 206. SONEITI I. # Laurenz-Bed. 9, n. 276. il pyibblicato nei Poeti del Valeriani, n,X4. Dispata con £ra Guittone intorno ad ana questione fisiolo- gica : gli domanda come, esseudo necessario il mangiare e il bere, e servendo quest! per dare al corpo il nutrimento indispensabile per generare, si possano spengere in noi gli stimoli della gene- razione, non astenendoci dal mangiare e dal bere. Se '1 filozofo dice : £ necessaro mangiare e bere ; [^] laxaria per certo ; 3 parmi che esser possa troppo caro lo corpo casto se '1 no sta ^n dezerto. 01i6 nostri padri santi apportaro 6 lor vita casta, como pare aperto, erba prendendo e aigua, refrenaro laxaria che cci fier tropp' a scoperto. 9 Ch6 per mangiar e ber pur dilicato, nel corpo abonda niolto nodrimento, che per natara serve al gennerare. 12 Vorrea saver da saggio regolato como s' amorta cosi gran talento, non astenendo il bere e U mangiare. Cd. Meo Abbracciavacca a Fra G. 2. — Val. Iv^suria. — 4 Val. s' el non sta. — 8 Val. vi fler. — 11 Val. generare. — 12 Val. saper. — 14 Val. ed il mangiare. 2 — Pare voglia dire ; € Se il filosofb dice che 6 necessario il mangiare e il bere, h necessaria anche la lussuria : mi pare che — 23 - debba essere troppo sacrifizio tenere casto il corpo, se non 6 in uii deserto. » Che tale sia il senso, si ricava dalla risposta di Guit- tone : questi infatti gli dice esser chiaro cbe ^ necessario il man- giare e il bere, ma non la lussuria. 7 ^ Aigua: Qaesta forma, poco corrispondente alle regole fonetiche dei dialetti dell' Italia meridionale e centrale, e invece dell' italiano del nord e del proven zale : h in questa lirica delle origini probabilmente un provenzalismo, come crede il D'OviDio {Arch, glottol II, 99, n.) e 1' AscoLi (ivi, I, 300). V. ancheilGA- SPARY, op. cit., p. 236-7. In generale le forme dittongate, si tro- vano, a preferenza di altri cdd., in L-B scritto da mano pisana. 12 — Vorrea: Qaeste forme in ea, come porea^ amarea^ sarea sono freqaenti, come abbiamo detto, nell' antico aretino: ed 6 naturale che ogni tan to si trovino in un guittoniano. IL Laurenz-BecL 9, n. 315. £ pubblicato nei Poe^ 11, 15- A Oaittone, che nel son. « Lo nome al ver iatf k paren- tado » aveja scherzato sul sao nome, e s' era rallegrato del sac ritomo da an viagglo, risponde d'esser tomato di Francia, e narra le sue miserle. Yacche n^ tora pi5 neente bado, che per li tempi assai m' ^n corneggiato : 3 fata n^ stregha non m' ay' allacciato, ma la firancesca gente noa privado. Se dai boni bizogno mi fa rado, 6 doglo pi5 se ne fosse bandeggiato. Signer, non siate ver me corucciato, cb6 lo core ver voi nmile strado. 9 Sacciate, nato fui da Strettoia, qaando dibatto pi5, stringe, non mata la rota di fortnna mio tormento. 12 Non son gid» mio, n^ voglo mia sentnta, se mi volless' arei tristo talento, e di qnello che vol mia vista croia. Cd. Meo risposta afrate 6r. 3 Val. Strega,. . m' have allacciato, — 6 Val. doglio. — 12 Val. voglio. 1 —Pid: Forma aretino-bolognese,frequente in Guittone. Cfr. Caix, Origini § 89. Neente : k anche neir ant. pist, cfr. Anonimo, l8t. pist, (ed. Fir. 1859), pp. 6. 16. — 26 — 4 — Privado : Come abbiamo detto a p. LII, ^ qui in senso di c intimo, intriaseco, fieimiliare » , in prov. privatZj e in tal senso h registrato dal Nannucgi, Voci e loc. ital. deriv. dalla lingua prov.^ Firenze. Le Monnier, 1840, p. 21. Oltre 1' esempio tratto dalle lettere di fraGuittonei checi prova essere questa forma dell'uso lettei^^riOy v. anche nel Vclgarizz. di Soffbbdi del Grazia, 19, 15 : « apella li privadi e fideli amici e cognati, » e cosi si Yedr& che era anche nelP use dell* ant. pistoiese. 8 '— Strode : Abbasso. Voce ignota ai Yoeabolari. 9 — Strettoia : Scherza sulla sua miseria e snl nome della sua patria, Pistoia (da pistare, pestare). Guittone aveva detto a lui : « Non credo nato fusti da pistoia ( ma da pistoia fu la tua ven- nata 9, e il nostro gli dice d' essere nato dalP ang^stia, dalla miseria, e cbe quanto piu si dibatte per liberarsene, tanto pi^ lo strlnge. Ancbe Monte Andrea dice che la poverty: c Nel cuor V artiglio | Gli mette si, che giammai non si muove. » (Le ant. rime sec. il cod. Vatic. 3793, ed. D'Ancona e Comparbtti, III, 271 e sgg.) 12 — Senso : c Non son padrone di me stesso, ne del mio sentimento.* £ 11 concetto stesso che 6 in Guittone nella canz. c Se di vol, donna giente, | meo non son gi&, che a far vostro piacere, » e Bernardo de Ventadom aveva detto : «... Miens non sui, et ilh m' a en poder. » (Mahn, Werke der IroubadourSj 1, 45). III. Laurenz-Bed, 9. c. 31. £ pubblicato nolle Lettere di fra Guittone (ed BoTTARi), p. 76. U son., preceduto da una lettera a Guittone, 6 intorno alia questione teologica, se Dio possa usare misericordia verso di lui, che, tutto avendo avuto da Dio, non V ha servito come me- ritava. Poi sento c' ogai tutto da Dio tegDO, non veggio offensa, c' om possa mendare, 3 che alma e corpo e tutto mio sostegno mi di^ per lui servendo for mancare. Ecco contr' esso deservendo vegno, 6 di che non saccio u' lui deggia pagare. Aldo mi drd» misericordia segno, perch6 lo creda no '1 posso avisare. Per5 che pur Dio 6 somma iustizia, v misericordia contra me par sia, ch' om^ opra yer me salute nente. 12 Ditelmi saggio, e poi di lor diyizia, chi tene inseme Dio per sua balia assettata ciascuna e 'n 86 piacente. Cd. Meo Abbracciavacca a F, O, 1 — Bott. ch' ogni, — 2 Bott. ch' uom. — 7 Bott. e L-R regno, — 8 Bott. lo credo .,„awi8are* — 14 Bott. d 'n s^. 4 — Anche qui il gerundio < servendo > sta per 1' infinite. Senso : « Dio mi diede anima e corpo e ogni mio sostegno per ser- vir lui senza mancamento. » 7 — Aldo : AudOj odo, per 11 mutamento dell' u in l^ come CLttore^ cUdaciOy gcUdio cfr. Caix, op. cit. p. 105 e Mbtbr LfiBKB, — 27 — Gramm.j p. 75. L' au tonico davanti a dentale si muta la dl anche neli'axit. pist., cfr. Soffredi dhl Grazia, Volgaiizz,^lalde([Q,\xdiQ) [pp.25 e 59]. — Drd ; forma derivata per sincope da € dera ». — Segno : mi sono permesso di mutare qui la lezione di L-B, da ciii non h possibile cayare an senso sodisfacente. Mantenendo la lezione regnOt si P^^ intendere : nel svx> regno, cio^ nel cie- lo ? Cosi pare camhio il « credo » del v. seg. in « creda > , e intendo: « Odo che Dio mi dar^ segno di misecordia ; non vedo QQme possa crederlo. » A intender cosi m' induce anche il senso dei vv. 7-8 del son. seg., che e una ripetizione di questo in forma di versa. 13 — Chi : B ogg., e Dio 6 sogg. Quanto a € chi » per « che » si noti che ci6 ^ per il cambiamento irequente delP e protonico in i: cfr. Soffredi del Qrazia, Volgarizz. : chi viiole (p. 50) qudlo che crede (71), chi molti (38). 14 — Versi assai oscuri. Yuol dire : « Parlatemi saggiamente e poi ditemi anche della loro ricchezza (della giustizia e della misericordia), che Dio tiene insieme in sno potere, ciascuna di- sposta e piacente in se ? » . IV. Laurenz.-B6d. 9, c. 82. 'k pubblicato nelle LeUere di Fra €ruU- tone, p. 77. Bipete, dirigendo questo son. a Gaittone, la questione teo- logiea STolta nel son. precedente, Tariandone solo le parole. Pensando c' ogni cosa aggio da Dio, non 80 di che mendar lui possa faUo } 3 ch6 alma e corpo e vita e mondo 'n fio mi di6 per lai servire a fermo stallo. Ed eo '1 diservo, in che tegna disio, 6 non sento di che dica : easo dis&Uo* Aldo misericordia dir, com' io creder lo possa non veo, si n' avallo. 9 Oh6 par somma ginstizia [h] fordefetto. Al vero Dio misericordia come chede contr' essa [e] m' opera salute 12 Vorrial sapere, e poi di loro assetto, avendo pieno ciascuna sa' nome dal Signer nostro, ch' 6 tutto vertute. Cd. Meo Abbracciavaccha a F. G. 1 Bott. ch' ogni. — 9 Bott. e L-B gitutizia for defetto. — 11 Bott. e LB contr' essa m' opera salzUe. 2. >- Gostruisci : « Non so fallo di che possa mendare lai » cio^ : < Non conosco fallo per 11 quale possa fare emenda verso di lui. » Lui ^ dunque dat. 3. — *N fio : In feudo. 11 Nannucoi ( Voci e locuz., vol. I, p. 193) dice che viene da fenm o feus del basso latino. 4. — A fermo stallo : II Vocabolario del Tomm.-Bbll. ha stallo . in senso di « stanza, dimora » , e la frase mi pare voglia quindi significare « in dimora ferma, fermamente, immutabilmente. > — 29 — Stallo per « dimora » ^ anche in Dante, Inf.^ XX2LIII, 102, e in un antico cod. pisanolucchese di trattati morali, ed. da M. Barbi . (cite dall' Altitalienische Crestomathie von P vOLO Savi Lopbz und Matteo Bartoli, Strasburg, 1902) : « Poi no donasti un altro stallo. » (p. 120). 6 — Senso : « Non intendo in che modo Dio possa dire : Lo libero dal fallo commesso. > 8 — IsT avaUo : Cado in valle, m* ab^asso, nxe ne scoraggio. . 11 — Com' h in L-R, questa terzina non d& senfio. L' Jbo rab- berciata, inserendovi il verbo nel primo verso e Ja oong. e nel terzo, e il senso allora corre spedito : € Me ne scoraggio. Per- che ancbe la giustizia di Dio e senza difetto. Vorrei sapere co- me misericordia cMede contiro di essa al Vero Dio e mi d^ la sal- vazione delP anima. >» 14 — Se:%80 : « Poi vorrei sapere il loro assejtto, avendo ciascuna il suo ufficio datogli lia Dio, che k tutto virtu. » V. Laurenz,-Eed. 9, 32 t. ^ pubblicato nelle Lettere di fra Guit- tone, p. 79. Bimprovera V amico Bindo di Alessio Donati d* essersi dato ai vizi carnali. Non volont^, ma omo fa ragione, perch^ soverchia vantaggiando fera ; 3 e quel sommette a voglia operazione, torna di sotto 1^ dove sovr'era. Percib chi ave saggia oppinione, 6 porta dinanzi di ragion mainera, e di s6 dritta d' om fa elezione, onde li surge poi di gioi' lumera. 9 E dunque, amico, c'^i d' omo Agnra razional, potente, bono e saggio, come ti sottopon vizio carnale f 12 fB] pensa per ch' h i'umana natara, che di tutti animal sovr' k barnaggio : non vorrai credo poi vita bestiale. Cd. Meo Abbracdavacca a Bindo, 2. Bott. soperchia. — Bott. sopr' era, — 5 Bott. have, — 7 Bott. d'uom, 9. Bott. ch' hai d'uomo, — 12 Bott. pensa per- cM Vumana natura, — 13 Bott. tutti animali sovra. 2 — Senso : < Per il che la ragione rimane superiore, vantag- giando oosi le fiere, e quello che sottomette Poperazione alia Yolont^ noQ alia ragione, rimane di sotto, 1^ dove prima, gui- dato dalla ragione, era superiore. > 7 — Senso : € E fa giusta scelta delle cose da vero uomo. » 12 — Questo v., come lo stampa il Bottari, ^ di died sil- labe, h quindi stato necessario rabberciarlo : perci6 ho aggiunto — al- ia congiunzione, e per avere un senso sodisfacente ho separato il « perch^ » in € per ch' 6 » , e intendo : « E peDsa per che cosa k la natara amana. t 18. — Anche qaesto v. era male stampato dal Bottabi, che lo faceva di dodici sillabe. Leggo perci6 invece di < animali », « animai », e per il senso sciolgo il € sovra » in « sovr' k », e intendo : « Pensa per che cosa ^ V umana natura che ha baro- nag^o su tutti gli animali. * VI. Laurenz.-Eed. 9, n. 3ii, — Cd. Lucch. Moticke 1487, c. 3. Cd. Luccli. MoQcke 1499, c. 2 1 . s. E pubblicato nelle Memorie di Cino di S. Ciampi, p. 107 e nei Pobti II, 20. Tenzona col lucchese Dotto Beali sopra una questione teo- logica. Gli fa qaesta proposta : « Se ranima viene oompita da Dio, com' ^ che pu6 fallire ? » A scaro loco conven lume clero e ssaver vero — nel sentir dubbioso, 3 per ci5 c' omo si guard! dall'ostrero ch^ h tutto fero — dolor periglioso. Donqae chi non per s6 vede lumero, 6 veneli chero — fare al poderoso ; node dimando a voi che ssiete spero paleze altero — d' onni tenebroso. 9 V BOD pensoso, dico : V alma vene dal sommo bene, — douque ven compita : chi mai fallita — po' far sua naturaf 12 S' [ell']^ fattura — de vazei che tene, perch6 poi pene — pate ed 6 schernita, da che sua vita — posa 'n altrui curat Cd. Meo Abbracciavaccha da pUtoia. 2 Mia e Ci. saver. -— Mia* alcuno loco — 3 Mia e Ci percid> como — Val. ch' iLomo, Ci e Val. ostiero. — 5 Mia e Val. don- qua^ Ci. dunqvxi — 7 Val. ondej Mia e Ci. siete. — 8 Ci e Val. d'ogni, — 9 Val. lo sonpensoso e dico. — 10 Mia e Val. donqua, 11 Mia pud. — Mia' fa. — 12 Mia che per fattura. — Val. del vasel. 3. — Senso : € Perche V uomo si possa guar dare dal suo ne- mico (dal demonio). > — 33 — 6. — Chero : E sostant. e rale « dimanda » : qoindi il senso e : « Gli conviene &rne domanda a chi pu6 spiegarglielo. > Po- deroso nel senso di « chi pa6 > ^ irequente negli antichi poeti e anche nelP ant. pisfc. : ctx. Anonimo, 1st Pist, p. 40 : « non erano poderosi a poterli soccorrere. » 8 — Tenebroso : Un rimatore pisano, che il Valbriani crede Geri Giannini, in un son. a Natuccio Anqnino dice alio stesso modo: « £ ohed'^ spero d'ogni tenebroso. • Qnesto son. ha tutte le rime identiche a quelle del presente son. 12 — II « Tazel t e il corpo. Senso : « Se ^ per colpa della f attnra del corpo che contiene V anima. » VII. Laurenz.-Bed. 9, 3tt — Vaticano 4823, 6. E pubblicato nelle Lettere di fra Guittone, p. 8i, e nella Crestomazia del Monaoi ^ fasc. 20, 1893, p. 195. Si lamenta col medesimo che gli abbia scritto con oscoritii intomo alia questione deir imperfezione dell* umano intelletto. « Parlare schuro dimandando, dove risposta chiere veder chiaro I'orma, 3 non par mistero che senteusia trove, ma del sentir altrni voler nortna. A ccio ch' entendo dico mezo sove 6 di primo fine, e di fine storma qnal nel mezo difetto fine strove, danqua per fine tien piti visii a torma. 9 Oosi bono tomare pregio chine di monte 'n valle del prefondo male, accib bizogna di ragione chnra. 12 Voi conosciete da la roza spine, seguir convene voi a fine tale che '1 primo e '1 mezo di lodi agi' altora. Cd. Meo Ahbi'acdavaccha a Dotto Eeali, 1 Vb* oscuro — Bott. scuro. — 3 Vb* de aentema. — 4 Vb* ma delsentire altrui veder. — 5 Bott. a cid — Vb' acctd... de cid mezzo. — 7 Vb' meggo deffetto. — 8 BoU. vizi. — Vb* vita. — 10 Vb* di profondo. — Mon, del profondo. — 11 Bott. cura — Vb* de magione pura. — 12 Yh^daUe rose. — 13 Vb* not, — 14 Bott, di loda giaUura — Vb* di loda hckggia alura. 4 — Senso : « Esprimersi oscaramente e facendo una domanda in una questione in cui si vuole una risposta chiara, non pare 35 un mezzo per tro^are una spiegazione ; ma solo voler cono- acere 11 modo di ragionare degli altri. » 7 — Questi vv. sono di ben difficile intelligenza. Forse 11 p. vuol dire ; « II mezzo serve Qsove per sovviene, soccorre 6 prov.) di fine per conoscere la mia opinione, e s* allontana (storma = s' allontana dalla torma) quindi dal suo fine chiunque non trova {strove) il fine nel mezzo difettoso. » Strovare manca al Voca- bolario. 8 — Visiiatorma : VUo^ nel significato di « cosa veduta »; perci6 il senso ^ : € Dunqne tiene piii oose in gran numero di« nanzi ai suoi occhi come suo fine. » 9 — Chine : II ne paragogico era ed h anch'oggi nell'uso pi- stoiese : cfr. V Anonimo, 1st FiU. « quine » (p. Ill e IIB) e Sof* FRBDi DEL Grazia, Volgarizz, (52, 54, 74, 76). Senso : « Cosi io pregio chi torna buono, scendendo dal monte nelia valle del profondo male. » 10 — Prefondo : Preferisco questa forma all' altra « pro- fondo », percbe e nelP ant. pistoiese e rimane ancora nel contado. Cfr. Meter- LttBKB, Gramm.j p. 80. 14 — Forse vuol dire che ilfine debba avere enel suo priu- cipio e nel mezzo altezza di lodi. VIII. Laurenz.-Bed. 9, n. 314 — Cd. Lucch. Mottcke, 1487 c. ^^ & pub- blicato nei Poeti^ II, 22. Eisponde a Monte Andrea, cbe gli aveva parlafco delle sue pene amorose, e lo consiglia a schermirsi, come meglio pu6, mutando luogo. Vita noioza pena soffrir lane, dove si spera fine veder porte, 3 di gioia porto posandovi, lane con bono tempo fora tale porte. Ma pena grave perder col e lane, 6 e ccredensa pi5 dogla fine porte, ogne ramo di male parmi lane : me non sopporre, ma ben vorria porte. 9 Chi sta nel monte reo vada 'n nel vallo^ tanto che trovi loco meno reo, e chi nel vallo simel poggi a monte. 12 Oh6 bono non h che dir possa : vallo, chavalieri, baron, conte, n6 reo, ch' i' sento loco fermo c' aggio monte. Cd. Meo risposta al soprascritto. 5 Val. piudoglia 7 — Val. d^ogne, — 10. Val. simil. — 12 Val. e vallo, — 13 Mia chi. — Val. ch' aggio. — 14 Val. cavalieri. 1 — Lane : Col ne paragogico : e quindi V avv. Id : cfr. Mazzeo Bbllbbuoni, Volgarizz, cit. (ed. Gorra) « quine » (p. 445). 2 Porte : Porto, dato. Sense : « Soffrir pena in vita trava- gliata 1& dove si spera veder porto un fine posandovi in porto di gioia, 1^ col tempo buono sarebbe tal porto, cio6 quando ve- — 37 — nisse il tempo buono almeno \k ci sarebbe questo porto. » II « porte » del v. 4 va forse, come io intendo, con fora ? Certo questo strano bisticcio e assai grave ad intendersi. 7 — Pare che il senso, con un forte anacoluto, sia questo: < Ma in pena grave perder i cuoi e le lane, e la credenza che il fine porti piu doglia, parmi 1^ ogni ramo di male. » Ko tolto 11 d che 6 in L-H davanti ad ognif perchS impedisce di cavare un senso. 8 — Senso : « Io vorrei non sottopormici, ma ben deside- rerei porte per uscirne. » 9 — VaUo : II Nannucci, op. cit., p. 706 cita questo v. per mostrare che qualcbe nome pu6 passare dalla 8& alia 2^ decli- naz., e cita altri esempi di Guittone e di Pannuccio del Bagno. — ' Per la forma « in nel » si not! che ^ comunlssima nel Lucchese e nel Pistoiese. 11 — Ho trasposto i vv. 10 e 11, perche Io schema di questo son. corrisponda a quelle di Monte Andrea « Languisce il meo spirto » , a cui e una risposta per le rime, parendomi giusto cio che dice il Biadene, Morfol. del son.^ p. 102. Pu6 servire a ca- pire questi vv, quel che dice Bindo Bonichi nella Canz. V (ed. BoMAGNOLi), ove raccomanda all' uomo di non perdersi d' animo nelle difficolt^ : « Avendo sempre fede | che dopo *1 monte pu6 trovar Io piano. > 14 Pare che il senso sia questo : Che non e bene che cava- liere, barone, conte e re possa dire: Discendo a valle, mentre sento di stare in luogo sicuro sul monte. » — Cavalieri : L' e postonica del sostantivi si cambia in i neirantico pistoiese: cfr. neir Anonimo, 1st pist; destrieri (p. 5), cavalieri^ cellieri (p. 11) e in SoFFRBDi del Grazia, Volgarizz, ; consilieri (p. 42), pen- sieri (p. 29). Vive anch* oggi questa forma nella campagna pi- stoiese. — Beo: II Gaspary spiega la forma rei per re come proveniente da ree, con e paragogica, come wee, fee, e probabil- mente la forma reo viene da- ree. Cfr. anche Nannucci, op. cit. p. 109. Questo V. somiglia assai a quello di fra Guittone: € N6 cavalier baron, ne baron ree. » IX. Laureiiz.-Becl. 9, n. 324 — Cd. Parmense 1081 — Cd. Lucch. MoUcke 1487, c. 24 1. t pubblicato nei Poeti U, 21 e da PiBTBO ViTALi, LetUra cU Colombo^ p. 88. E un contrasto tra Amore e il p., che si lamenta d* essere duramente trattato da madoDna. Poeta Amore amaro, a morte m' ki feruto, too servo son, non ti fi' onor s' i^ pero. 3 Amore Ver' fe, ma vedi ben che IP ^ voluto qnella da cni son nato e per cui fero. Or' ell' k di valor pregio compiuto 6 e di beltA sovr' ogne vizo clero : e -perb guarda non gli aggi falluto di vista, o di pariare, o di pensero. 9 Poeta Mersede, Amor, non dir: Tn lei m'^i dato ; e ssai via piu di me che non sacc' eo : falli sentir per certo ci5 ch' eo sento. 12 Forse c' avr^ pietate del mio stato : al colpo perigiiozo del cor meo dar^ la cara : gi^ non vi sie lento. Cd. Meo Abbracciavaccha [Da pistoiaj, 1 P* Amore a mx^rte^ credo m' di feruto — 2 P* «' io. Mia ch* eW ha voluto, — 4 P' qtiello, — 5 P* arello. — 6 P' sopra ogni viso, — 7 P* K aggi — 8 P* peTisiero. — 9 P* m>ercede,..tu le m'didato. — 10 L-R eMlfiessai piii di me. P* sa^c* to. — IIP* perdb cid ch' to sento. — 14 L-R e Mia darali cura, — P* gid non vi fV lento. 1 — Questo V. mi pare ispirafco al seg. v. di Guittone: « Amore, Amor, piti che veleno amaro » della canz. » Tuto 11 39 — dolor, ch' i' mai portai iu gioia. » Del resto negli antichi poeti era assai frequente questo bisticcio : amort amaro. 10 — QaeBto v.^ secondo la lezione di L-B, mancava d' una sillaba. 14 — Preferisco correggere con P' la lezione di L-H, perch6 « dar4 11 >, cioe < dar4 a lui la cura al colpo » gnastaya 1* ordine ^ammaticale. RIME DI DUBBIA AUTENTIOITl Canzone quivocha Laurenz.-Eed. 9, n. 70 — Cd. Lucch. Moacke 1487, c. 97-08. "k pub- blicata nei PoeU II, 11. E an inestricabile viluppo, in cui pare cbe ilp. si lamenti d' amore, a lai raccomandandosi che faccia cessar le sue pene. I Amor, tegnomi matto assai peggio che fera: 3 conoscer to valor tant' 6 penato. £i via pine che matto in vita forte fera 6 chi non ti segne d' infert^ penato. Poi tua vertti fa dire, s' al cunto h ppieu dire, 9 dandoli ben un panto, del mal non sente pnnto. Ben si de' procacciare I, 3 Val. tiu), — 4 Val. e — 5 Val. forte in vita fera. — 6 Val. in infertd. — 8 Val. s' alconto. — I, B Forte: E arverbio per fortemente, Chi del t. 6 6 sogg. 8 — II senso h forse : « Se si pu6 ben dire » ? — 41 — 12 tal ben, non procacciare che di si poco sana, Amor non pezi sana. 12 Val. non pud cacdure. 14 — II senso dell a strofe par questo : « Amore, mi pare d' essere ammattitOi tanto ho penato a conoscere tuo valore. "^ vie pill che matto in vita fortemente fera chi non ti segue dope aver penato d'infedelt^. Poiche la tua virt^i & dire, se dir si pu6 : Dandogli bene per un momento, non sente panto di male. Ben si deve procacciare questo bene, non ti pesi, o Amore, di procacciare tal bene che sana con cosi poco. » II, 15 Amor, ben vegho saggio via par d' esserti servo, si ch6 'n fortnna tal m' ^i dato porto, 18 1^ u' mi salve saggio da perir se non servo chi m' k d' intendimento tal bon porto, 21 com' mi d^n occhi e vizo. Al meo piacer di vizo e' passa 'n beltad' onne, 24 e 'n saver tutte donne. Chi non crede si serra, II, 15 Val. veggio, — 17 Val. in fortuna, — 21 L-R ed Mia con di dar. — Val. com' didar. — 23 Val. in bdtad'. Mia inbeUd donne. II, 21 : Ho dovuto allontanarmi per questo v. dalla lezione di L-R che non dk senso, mentre cosi, se ancora resta qualche viluppo, almeno si pu6 ricavarne, mi pare, questo senso: «Amore, ben veggo saggiamente d' esserti sempre di piu servo, si che m'hai dato porto in tale tempesta (fortuna), ]k dove mi salvi da perire, se non servo chi m* ha dato bene da tale amore, co- me mi diinno gli occhi e il viso della mia donna. » 25 — iSi serra : Forse significa : « Si chiuda in s6 ? » -. 42 — ciasenn malvagio serra, 27 e '1 bon conyerta fino^ perc' amor tal non fbio. 27 Val. e 'I huon con vertd fino. — 28 YsiLpercM amor. 28 -<• Senso : « Chi non crede si chiada in si, ogni malvagio ^gga da lei, il buono si converta in ottimo, per cni io non pongo fine a questo amore. > III Amor, talent' o magno 30 lo di vedere sole, como di vizo star^al so calore. Se 'n ci5 vegne permagno, 33 a meo risco non sole : piti val che Francie qnanto so calore. Avendo eh' 11 cor porta, 36 h de la mente porta, ^ chi 'n midire mat parvo, chi '1 san dimando parvo. Ill, 31 Val. al 8U0 calore. — 33 L-R e Val. ho meo risco. — 34 Val. qtuinto auo calo^^e. — 36 Val. e delta mente. — 37 Val. chi 'n mi dire. Ulf 81 : Senso : « Amore, ho voglia di vedere sole di giorno, come stare al calore del sao viso. » 32 — Permagno : Grandissimo (lat.) : sottintendi : € il calore del viso di madonna. » 34 — Cio6 : « Vale piu e scalda che il sole di Francia. > Se questa canz. fosse delP Abbracciavacca, in qnesto v. si potrebbe avere un'altra prova della sua dimora in Francia. 87 Midire : E forma simile alia provenzale € misdire » = maledire. — II senso di questi vv. assai oscuri potrebbe esser qnesto : « Avendo chi porta il mio cuore, h porta della mia mente colei che io non apparisco {parvo) mai maledire. > 88 — Chi : Credo che stia per € a chi. » L' omissione del segnacaso del dat. davanti ai nomi propri di persona e anche — 43 — 39 Ghe dir si possa contra cai tant' h tal bon contra, poi gioi' compita tene, 42 Amor, cMeggior a tene. davanti ai pronomi fu rilevata dal Caix, Origini, § 207 e dal HA.INA, Zeitschr,, V» 39. E qaindi s' intenderebbe : € A coloro che lo sanno lo domando poco. > — 42 — Senso : c Amore, chieggo a te che cosa si possa dire contro a chi tanto contrasta a questo bene, poich^ tiene gi& g^oia intera. » IV Amor, sera e mane gente per te mi paro, 45 orbato, se non fosse '1 to ben, fora, che m' k mizo 'n tai mane, per cni gran sire paro, 48 e ssaggio ch' era d' onni senso fora. E parlo ch' era mato, perch6 'n cio mai non mnto 51 cor di servir la conta : parlare, vista, '1 conta. Per opra non mi celo, 54 credo montar al celo, IV, 43 Val. Amove. — 45 Val. 'I tuo hen. — 46 Val. in tai mene. 48 Val. li' ogni. — 50 Questo v. manca nel Val. — 51 Val. ch* or. — 52. Val. che sto se jpiii su regno. IV, 44 — Senso : € Apparisco per te gentile. » 49 — Pare che voglia dire : € Or a parlo, mentre prima ero muto, perche in ci6 non muto mai cuore di servire quella nobil donna. » 52 — Verso assai difficile ad intendersi. Forse vuol dire : « Appena vistala, conta di parlarle ? > — 44 — se per promesso regno. Che sr5, se ppitisu regno Y 56 — Per promesso : Gioe credo di salire fino al cielo, se re- gno (son con tento d' amore) solo per promessa della mia donna. &6 — Srd : Forma derivata per sincope da serd. Senso : « Cbe sar6, se regner6 piu su ? Se non solo avr6 la promessa, ma go- dr6 1* amore di lei ? » V, 67 Amor, merc6 per Deo, poi son de to convento, perfetta lo meo cor di gran gioi' largha 60 di qaella per cni deo valer, cio gli 5 convento, poi al me' cor nnd' ogni altr' h da largha, 63 e git' h 'nn altra parte, nnd' el meo cor non parte, n6 mai da lei per falla 66 tornar piacciati falla de la marina poggio. V, 58 Val. di tuo convento. — 59 Qaesto v. manca nel Val. — 62 Val. poi al meo cor ond\,.larga, — 63 Val. *n al- tra. — 64 Val. onde, — V, 58 De to convento: Delia tua schiera, cio^ dei tuoi, a te obbediente. Non credo, come vuole il Val., che c convento » sia nel senso di c accordo. > Al v. 61 c convento » ^ participio di « con venire. » 59 — Senso : « Bendi perfetto 11 mio cuore di grande, larga gioia per quella per cui debbo acquistar valore. » 61 — i] da larga : Cio^ « ogni altra donna ^ lontana. • 65 — Per falla : Per errore. 66 — Falla : Con asslmilazione da « farla. > 67 — Poggio : Ancbe qui si deve sottintendere la prep, a. II p. dice ad Amore cbe la faccia tornare dalla marina al poggio. — 45 — Se viene 'n alto, poggio, 69 e sse non psurla gente, morro dogliozo gente. 69 Val. e se. 68 — Senso : c Se viene in alto, sul monte, io poggio, salgo bene in alto, son lieto del mio amore, e se la gentile non apparisce, morr6 pieno di dolore. > SONETTI II. Lauren.-Bed. 9, n. 356. E pubblicato nei PotU II, 16. Si lamenta con fra Guittone dell' oscurit^ delle sue poesie. Doglio, langaendo di greve pezansa, di vostr' erransa, — messer fra Guittone, 3 che lo scuro parlar, dite, y' avausa, che per certansa — contr' h di ragione. E io vel mosterrb con avacciansa, 6 segond' uzansa — del bon Salamone, e Petr' Alfonso, ciascon ne fe^ stansa, ched' h fallansa — scar^ appozizione. 9 E Seneca lo disse in su' dittare c' om' de' schiarare — si '1 bel parlamento, che 'ntendimento — n' aggia tntta gente. 12 Se nnon potrebbe il sagg' e '1 folP errare al giudicare — del proponimento, e '1 marrimento — sre' chine parvente. 3 Val. dice. — 5 Val. second', — 7 Val. ne fa 'stansa. — 8 L-R appozissione. — 9 Val. in suo dittare. — Val. com* de' schiardrsi. — 12 Val. senon... ilsaggioe 'Ifolle. — 14 Val. pitie. 5. — Mosterrd: La metatesi dell' r era an che nell* ant. pist. V. in SoFFRBDi DEL Grazia, Volgavizz, : droctina (p. 81). 8 — II senso pare sia questo : « II buon Salomone e Pietro Alfonso raccomandarono ci6 (ne fecero istanza), perchS poi ^ er- rore una meschina scusa. » 9 — In 8u^ : I pronomi personali miOf tuo. stw, in posizione — 47 — proclitics a Pistoiai come a Lucca e altrove, d&nno mf , ti\ 9u\ (Cfr. Arch, glottol XII, 143). 10 — Seguo h'Rf allontanandomi dal Val., e stacco il si da scMarare^ perch^ altrimenti mancberebbe la rimalmezzo. 14. — Sre* : Sarebbe, come « fare* > per « farebbe > nei Poeti Ij 397. ^ ancbe nei Fragm, Hist Pisanae, 655 « are* » (arebbe) e nei Bandi Lucchesif p. 4. V. Gaspaky, op. oit. p. 229. — Chiue : £ forma dei dialetti meridionali, e non propria del dialetti to- scani. Ci pare assai difficile cbe possa essere in versi dell'Ab- bracciayacca. Ill Laaren--Red. 9, n. 357. E pubblicato nei Poeti, II, 17. Si lamenta con A more che P abbia ferito coi suoi dardL Chogli occhi, Amor, dolci saette m' archi, che m^ kn passat' '1 cor : fitte le porto, 3 si che no lie schiavrebben tutti i march! che 'n terra son, tal gioia m' ^nno porto. Poi del ta' segno 'n taiite parti o marchi, 6 non mi de' mai fallir cotal diporto, che via piti val c' or o argent' a marchi, o che 'n nave 'n fortana prender porto. 9 E chi direbb' a tei, donna, mai contra Y Ferendo, sani V om ; reo, torni fino : e m' ^ per certo cio c' 6 detto contra. 12 Perch6 in servirti, donna, mai non fino, cotant' h il ben, che d' ogni reo mi contra, che 'n cib mie par li rei non son nel fino. 1 Val. cogli. — 3 Val. non le. — 4 L-R m'ano, — 7 L-R v' argenV. — 8 L-R o cW an. — 10 Val. V vom. — 13 Val. m' in^contra. — 14 Val. pari. 1 — M^archi : Mi colpisci coll'arco. In questo senHO Tusa an- che il Gninizelli nel son. a Gnittone € O caro padre meo » al Y. 4 (Casini, Le rime deipoeti hologn. p. 39). 7 — A marchi: II marco era una moneta equivalente ad 8 once di argento ed era met& della lira o libra. B — JSchiavrebben : LV dei perfetti nell'ant. pist. si cambia spesso in n. Cfr. Soffubdi del Grazia, gridano (21), rendeno (71). Era per6 tal forma anche in altri dialetti toscani. — Mar~ cM : Vale qui € martelli » , come nota il Valbriani. — 49 — 5 Marchi : Segni di ferite. 9 Ateii Le forme ntei, tei^ derivanti probabilmente da mee tee con e paragogico (Gaspary, op. cit. p. 230) sono frequentis- sime in Guittone {Lettere^ n. 212), e in altri poeti antichi {Poeti, II, 17, 34, 211, Truoohi, I, 94 e D' Ancona e Compakbtti, LXXI,29). 14 Id rei: Anche qnesta forma deriya da ree, (re). — 8eniK> : « E tanto il bene clie d'ogiiii piio male mi t^pcoa (sb^ in Qi6 nemmeno i rein perfeaione soqq miei paip. » IV. Laur.-Eed. 9 n. 337 — Od. Lucch. Moticke 1487, c. I6t. E pub- blicato nei Poetic XL 19 e dal Nankuggi, I, 202. E un contrasto tra amante e madonna, in cni questa lo ras- sicura del sao amore. A. Madonn, 'eo dotto. — M. Di che M dottansa f A. "Noil mieangiate. — M. Di ci6 non temere. 3 A. Non m' asiguro. — M. E ppur^i dnbitansaf A. E gran temensa. — M. I^on ^i bon savere. A. Con' m' acertatef — M. 0' aggi persevransa. 6 A. In che, madonna? — M. Ke lo ben servere. A. E ss' eo ben servo t — M. arai ripozansa. A. Farlo potete ? — M. I' n' aggio lo volere. 9 A. S'eo ben credesse d' aver lo meo core, si gioerea. — M. Om par di poco afl^are. A. La tema c' 5 di voi parer vel fa(5e : 12 Unde si move da uno sgnardo amore ? M. Oh' i' altrni feci. — A. E andivi '1 nomare. M. Non dottar, ch6 ver te non son fallace. 2 Mia, Di cid hon temete, — 3 Val. non m' a88icuro...e pur. — 4 Val. com' m' accertate? — Val. e s' eo. — 10 Val. Uom. — 11 L-R e Mia pard. — 12 Val. onde. 2 — Oioe « Non mutate d* animo verso di me. » 10 — Gioerea: V.per questa forma di condizionsJe a p. II sense ^ : c Sarei ben contento, se sapessi d*esser padrone del mio cuore, ma purtroppo ^ in vostra mano. » — Par : E la seconda pers. di c paro. » Questo troncamento ^ anche in Dante, Purgat, XXIV 40 : c anima, diss' io, ohe par si vaga | di parlar meco. > IB — Audivii II V rimane talvolta nei perfetti in avi; evi ; ivi, L'us6 anche Damtb, Inferno, XXVI, 28 : « In questa forma lui parlare audivi. » II. SI. GUI. DA PISTOIA SONETTI I. Cod. Laur.-Eed. 9, c. 134 r. E pubblicato neiPoeti,!!, 423. Bisponde al pisano Geri Giannini che 1' aveva richiesto della sua amicizia. Tanto saggio e bon poi me somegli; me e '1 mio el me' piace[r] t' assegna 3 non per'merto dita' don, ch' P uon quegli son ch' el possa sodisfar, b6 s' avegna ; Ma per lo tu' valor, che m' k pres' egli, 6 il faccio, c' amor me far ci6 si degna. Deo, com' el tu' don a me piac' egli, che for dimando mel desti 'n insegna 9 piena d' amor e sens' alcnna giostra. Or qua!' b dunqne V om ch' el tuo conseglo lassasse? non so, sed elli'n ben pesca. 12 Unde mi place P amist^, poi giostra tanto con le du' 1' una per pareglo, 14 fresch' e vegla fra noi sia con bon esca. Cd. 81. Gut, da pistoia risposta at soprascriUo, 2 — Val. me*, L-R che mi place — 3 Vah tuo. — Val. m' appres' egli. — 7 — Val. 'I tuo. — 10 L-R qv^lon — 11 Val. sed egli. — 12 Val. onde. 2 — Colla modificazione del che di L-R in el e coll' aggiunta di un r finale a piace 11 v. viene ad arere un seneo plausibile, Gh6 altrimenti non ne avrebbe nessuno. Intend! : € II mio pia- cere (la mia volont^) t' assegna me ed ogni mia cosa. » 4 — N^ s* avegna: II Salvini bene intende : « n4 si convegna* , cio& non si convenga alia grandezza del dono che mi fai della tua amicizia. 13 **> Senso : « Poiche 1' una (amicizia) giostra (gareggia) per somiglianza tanto colP altra, mi piaoe che ci sia fra noi ami- cizia a un tempo vecchia e nuova. > "v • 11. Cod. Lanr.-Bed. 9, c. 136 r. — fi pubblicato nei Poeti, I, 424. Prega Dio che lo liberi dal dolore che 1' a&nna. Del dolor tant' h '1 soverchio fero, che r alma e '1 core mio sostene, 3 che, lasso, qnal fosse me pi6 cradero, se '1 vedesse, cordoUio avria di mene. AMj perch6 fusteme piagentero, 6 domando vol me gioi' con ongni bene Y Che perb il dolor m^ h troppo altero; chi piti gioi' 4, poi dollia li h piti i)ene. 9 Vorria c' al vostro piacer piacesse pietade per merz^, si che la dollia mia crudel ormai tranqnilla avesse. 12 Ed ^ ragion ; ch6 '1 core o in bona voUia, como di prima era, nelle dnresse : padre pietozo, di pena lo spollia. Cd. Si. Gui. da pistoia, 3 Val. fussemi. — 4 Val. cordoglio, — 6 Val. fustemi piacen- tero. — 6 Val. gio' con ogni. — 8 Val. doglia, — 10 Val. merc^.., dollia, — 11 Val. oramai. — 12 Val. voglia, — 14 Val. spoglia. IB Costruisci : € ch^ nelle daresse 6 '1 core in bona volHat come era di prima, > e intend] : € perche nella sventura ho il cuore pieno di buona voglia verso di te, o Dio, come 1' avevo prima nella gioia. > ni. LEMMO ORLANDI Id*. GANZONI I. Laar.-Bed. 9, n. 87 ^ Gd. Lucch. Moticke 1487, c^ 109 t. £ pub- blicata nei Poeti, II, 211 e dal Nannucci, 1,284*6. Amord, mi fai sempre sentire afianno e pena per quella di cui mi hai fatto servo. Ho messo tutta la mia forza in Mguirti e neir ubbidire lei con tutta lealt&. E tu ti sei mostrato orgo- glioso, spietato e fiero verso di me, poich6 hai avuto in tuo potere il mio cuore. E si conviene d* esser umile per rimeritare chi serve, ma tu invece mi fai s6i!rir tante pene (1-15). Ho sof- ferto e sofiro gran tormento, poiche tu, A more, hai cangiata la voglia di quella che amo, mentre prima mostrasti di conten- tarmi. Sicche misi il cuore e la mente a servire tua signoria pure e leale ; ma il suo cuore non S stato verso di me, come tu mi fa- ceSti apparire, o Amore, onde sono affitto (16-30). A more, ti chiedo piet&, poiche sono stato in tanto aifanno per lungo tempo, non esser cosi fiero verso di me, che m'hai abbastanza affannato, seguendoti io sempre senza mai mancare. Moviti ormai a piet&, fa' a lei che lo disvuole (che non lo aggrada) volere il mio ser- vire, di che si duole il mio cuore, che ti domando soltanto questo, e se, chiedendo piet^, tu non m' aiuti, Amore, non so altro che mi possa aiutare che la morte subito (80-45). Donne, domando piet& a voi, che siete fiore di bellezza e di nobilta e di piacere, che proVvediate al mio stato doloroso : sia il vostro cuore pietoso in ci6 (45 52). I Gravoso affanno e pena mi fa' tuttor sentire, 2 Val. mi fa. 2. — Per accordare questi vv, coi vv. sgg. della strofe ho mutato la persona del verbo. — 68 — 3 Amor, per ben servire quella, di cui m' ^' priso, e servo dato. Tutta mia forsa e lena 6 5 miza in te segaire, di lei fermo ubidire non. son partito, ma leale stato. 9 E ttu pur orgogliozo ver me spietato e fero se' mostrato e crudero, 12 poi che 'n bailia avesti lo mio core : e convensi a signore d' essere umile in meritar servente : 15 tn pur di pene mi fai star sofrente. Cd. Lemmo di lohanni D' orlandi, 4 L-R e Mia e quella, — Val. m' ha» — 7 Val. vbhi- dire. — 9 Val. e tu, — 13 Val. e Nan. eh convensi. — 15 Val. soffrente. 11. — Crudero: Lo scambio delle liquide k freqaente negli antichi poeti e nei dialetti toscaDi. Per lo scambio della declina- zione v. Nannu04Ji, Jeorica deinomij p. 117, che cita questov. 12. — Anche Pier delle Vigne dice : c A quella che in balia k lo mio core », a proposito del qual v. il Namnucoi cita il sg. V. d' un trovatore « Oeleis que ten del mon cor la bailia. » (I, p. 27). 14. — Meritar servente : Senso : « Si conviene signore (cosi dice ad Amore) di rimunerare che serve >. 15. — Sofrente : Nell' ant. pist. nei composti da sub spesso non si usarono le consonanti doppie : cfr. Soffredi dbl Grazia socidei^e (35) soferre {iA\soficente (45). II Sono stato sofrente, e son, di gran tormento, 18 Amor, poi che '1 talento di quella c' amo cangiasti per vista II, 16 Val. soffrente, — 19 Val. ch'amo. — se- ver tnei che primamente 21 facesti mostramento ^ di far meo cor contento di lei, di quella gioi' c' or dizacquista. 24 Si che per tal senbiansa mizi '1 core e la mente a sservir fermamente 27 tua BigDoria, Amor, pur' e leale. Ma non h stato tale Ter me '1 sao cor, come mostrar senbiansa 30 tu mi facesti. Amor, nnd' 5 pezansa. 23 Val. ch'or. — 25 Val. il core e la mente. — 26 Val. a servir, — 27 Val. tua 8ignoi*ia,. Amovy jpur' d leale. — 29 L-R e Val. suo core. 23 — Dizacquista : Perde ci6 che aveva acquistato. 24 — Senbiansa : II Valbriani spiega : « Parendomi cosi. » Meglio s' intenda : < Per tal segno, » e si pensi al significato di semblans. 27 — II Valer. aveva guastato la lezipne cosi interpun- gendo : c taa sigDoria. Amor, pur' ^ leale » e non ne veniva fuori alcun senso. Cosi invece mi par chiaro il senso, riferendosi « puro e leale » al sogg. di < mizi > . in Amor, mers6 ti chero, poi che son dimorato in SI gravozo stato, 34 con mi tenesti si langa stagione. Non si' ver me si fero, c' assai m' hi affannato 37 e forte tormentato^ III, 31 Val. e Nan. merc4. — 34 'Val. e Nan. com'. — 35 Val. e Nan. sii. — 36 Val. cM assai. — 37 Mia dormen- tato. — - 60 — segaeudot' a tuttor for fftUigione. Movet' ormai a mersede 40 lei voler che diSTole, imde '1 meo cor el dole, fa' '1 meo seryir, ch6 sol ci6 ti dimando. 43 E sse merc^ chiamando tu non m' aiuti, Amor, altro non saccio ' ch' aitar mi possa che la morte avaccio* 9 Val. e Nan. moviti — 43 Val. e ae. Ill, 38. — For falligione : Intendi : c Senza mancare mai al mio fedele servire. » 39. — MoveV : In quest! anticbi poeti abbiamo non di rado queste forme d' imperativo in cui si conserva 1*6 originario. "k ci6 nel dialetto pistoiese, come nel vicino dialetto lacchese, ove si dice vede per vedi. Cfr. Arch. Glottol. XII, 153. Non capisco quindi perche il Valsriani abbia voluto correggere in « mo- viti. » IV^ 46 DonQa, merc^ dimando a voi che di beltade fiore, di nobeltade 49 siete, sovr' onni donna e di piagensa, ch' agiate provedensa Bovra '1 mio stato grav' e dolorozo : 52 in ci5, merc6, sia '1 vostro cor pietozo. IV. 49 — Onni : Per questa forma v' ^ molta variety. In- fatti nelle antiche scritture in prosa e in poesia si trovano pro- miscuamente onnCy onni^ ogna, ogne e anche omni, cfir. Mbtkb LaBEB^ Gramm^ p. 218. II. Laur.-Eed. 9, n. 88. — Cd. Lucch-Mottoke 1487, c. not. E pubbli- cata nei Poeti^ II, 215. Fiera cagioixe mi muove a dire il doloroso stato, nel quale m' ha messo la mia donna, di cui mi son fatto servo, allonta* nandomi da ogni altra volont^ e pensiero, credendo che senza fallo lei dovesse amarmi, servendola io fedelmente : il cui aspetto richiedendo che io la servissi mi fece divenirne servo sempre de- sideroso della sua signoria (1-14). — Poiche ne divenni servo e desideroso del diletto amoroso che immaginai d'avere da lei, subito stabilii d' ubbidire al suo comando, mostrandomi in vista suo servo ubbidiente, ond'easa mi mo8tr6 con segni che ne sentiva in suo cuore allegrezza, poich6 m'era messo in sua signoria. Onde ne venne che fui lieto per molto tempo, so- lo pensando a ci6 (14-28). Gontinuando a servirla, non pass6 loago tempo che m' accorsi che il suo aspetto era cangiato verso di ma. ^on so&rendo di guardare soltanto me, credetti che Io £iices8e par provare la mia costanza. Allora mi confortai spe- rando che la mia fedele servitu mi portasse a buon porto e che essa tornasse ad essere pietosa. Ed ella invece ^ stata aempre di modi orgogliosa verso di me (28-42), — Perci6 sono molto afiHitto nel vedere che servendo ho recato noia dove credetti esser gradito, ma viepiii dispiacere quasi mortale mi dk il suo errore, per cui con folli parole manifest6 il mio pensiero, la- mentandosi fortemente di me che quasi la conduceva a morte nel darle noia, e si lamen)b6 tanto che ci6 m' ha recato gran dolor e. (42-56). — A ciascuno che vuole amare dico che si guardi bene di amare donna vana, troppo giovane, che grave dolore ha chi V ama, dolore inesprimibile. Ma chi vuole amare e vuol ricompensa del suo servire preferisca donna piacevole e saggia, che abbia cuor buono, costante e poi sar4 sicuro di non perder gioia di lei, servendola (56-70). — Io ho avuto ricompensa da tma giovane signora, quale ho detto sopra, servendo lealmente. Vorrei essermene allontanato, ma non posso, che quando il pia- oere ha avuto principio, 1' uomo ^ legato, e doloroso ^ il par- tire (70-76). — 62 — Fera cagione e dura mi mnove, lasso, a dir quasi forsato 3 lo dolorozo stato, nel qual m' k mizo falsa ismisnransa, non gi^ per mia failansa, 6 ma per qnella di cai servo mi mizi« e per cui mi divizi di tutt' altro volere e pensamento, 9 dandomi intensione che for di falligione dovesse lei amar, leal servendo, 12 la cui vista cherendo — meo servire mi fe' servo venire de la sua signoria disiderozo. Cd, Lemmo d' lohanni d' Orlandi, I, 2 L-R a dire. I, — Falsa ismisuranza: Intend!: c L'avere oltrepassato ya- namente i limiti cio6 T amare oltre misura. » E il « yano dismi* sarare » che h nella canz. c AUegramente eo canto > di Binieri da Palermo. 11 — Lei : 'k sogg. di amare, che ha per ogg. sott. me. II 15 Poi che servo divenni de la sua signoria e diziozo del dilett' amorozo 18 che 'n nel meo cor di lei inmaginai, addesso mi fermai in tutto d' ubidir lo suo comando, ^ II, 18 Val. che nel. TI, — 18 ^N nel : Preferisco alia lez. del Valbriani questa di L-B, perche conforme ai dialetti tosca^i e eoprattutto al pi- stoiese. 19. — Addesso : E forma riprodotta sulla prov. odes = sn- bito. Mi fermai — Stahilii. 1 — 63 — 21 per vista dimostrando me ch' era su' fedel serv' ubidente. TJnd' ella per sembiaiisa 24 mi fece dimostransa ch' allegressa mostrava 'n sao coraggio, poi che 'n suo signoraggio — m' era mizo, 27 und^^ che 'n gioi' assizo i' fai manta stagiou, sol ci5 pensando. 22 Val. suo fedel servo. — 23 Val. and* ella. — 27 Val. 28.. — Manta stagion : E 11 « manta sazos » del Provenzali, cio^ < lango tempo. » III Dimorando 'n tal guiza, 30 perseverando in lei servir tuttora, non fu lunga dimora, ch' eo viddi che ssua vist' era cangiata, 33 ver me qnazi tnrbata. !N^on sostenendo me solo gnardare, credetti che provare 36 volesse me com' fusse'n su' amor fermo. Allor presi conforto, isperand' a bon porto III, 30 L-R e Mia il lei. — 32 Val. sua vista. — 36 Mia vollesse. — Val. siu). — 37 Val. isperando. Ill, 82 — tnddi : Per questa forma, ancora vivente nel con- tado pistoiese, v. Mbtbr LUbkb Grammat, p. 257. 84. — Ho credato bene di unire questo v. col vv. 85-6, es- sendo cosi il senso pit^ chiaro che interpungendo come fa il Valbriani, il quale pone il punto fermo dopo « guardare. » II senso ^ dnnque questo : c Non sofirendo di guardare me soltanto, credetti che lo facesse per provare s'io fossi costante nel mio amore. » — 64 — 39^ lo meo fermo servir mi condoceese, e oobe tomar dovesse— pietoza. Ed ella d'orgogloea 42 mainera ver di me mai sempr* h «tata, 40. — Val. e che. -^ 41 Val argoglioaa. IV Fexb forte mi dole, poi veggio che servendo o diservito 45 in loco, 've gradito credetti eseer per certo for fallensa ; ma via maggior doglensa, 48 qnazi mortal, mi porge '1 9uo fallire, ch6 per 8U0 folle dire fe' manifesto in parte meo pensaro, 51 lamentandoai forte di me, che quasi a mcn*tie la condacea in farP incresidDiento, 54 e SSI fero lamento fece, a ttale cbe gravoao poi male n' k dato [a me] eon gran dogJa sovente, IV, 45 L-R e Mia il loco, Val. oue, — 47 Val. dogliensa. — 53 Val. farli. 54 Val. e Ula e «l...a tale. — 56 Val. m*ha dato con gran doglia servire. IV, 49. — Vaol dire 11 p. che la sua donna follemente si la- ment6 di lui dicendo che il suo amore le dispiaceva e quasi la conduceva a morte, cosicch6 fece manifesto il pensiaro del p. 56. — II VALBRiANievidentemente qui ha creduto di rabber- ciare la lez. di L-B, sostituendo c servire > a c sovente » ; ma non occorreva punto, perch6 il senso h chiaro anche oosi : 8'^ tanto lamentata che mi ha dato gravoso male c^sso oon gran dolore. > Sono stato poi costretto ad aggiungere a me, per- ch6 altrimenti il v., com* h in L-E, avrebbe dieci sillabe. — 65 — V, 57 A ciascnn c' amar vole dico che deggia, se posi, gaardare di vana donna amare, 60 gioven troppo di tenpo e di savere. Oh6 grave lui dolere prende chi IP ama, dolorozo tanto, 63 non si porea dir qnanto, per qual s'avesse pi5 'n pena d' amore. Ma elegga 'n s^ certo, 66 chi amar vole e merto di suo servir, donna piagente e saggia, che benigno cor aggia fermo e pure, 69 e poi ser^ sigaro di non perder di lei gioia, servendo. V, 57 Val. ch' amar, — Val.jpt«os«i. — Val. chi V ama 64 Val. piii. — 67 Val. piacente, — 69 Val. sard ncuro. V, 68. — Post : « Si pu6, se pu6. » 61 — Lui : E dat., e cosi pure k dat. chi del v. sg. 64. *— Senso : c Per chionque s* avesse piu in pena d' amore, cio6 per chianque maggiormente penasse in amore. » 66 — E merto : Sott. c vuole » , e quindi 11 senso 6 : c E vuol ricompensa del suo servire. » VI Di gioven signoraggio, quale sovra ditt' aggio, 73 leal servendo, merit' aggio avnto. Vorriam' esser partuto, — ma non posso ; ch6 poi '1 piager 6 mosso, 76 6 llegato Pom servo e '1 partir greve. VI, 74:Y8Li. vorriami.., partito. — 75 Val. *lpiacer. — 76 Val. ^ legato Vuam, VI, 74 Par/tito : Oltreche questa forma ^ in L-B, il Valbriani non s'i accorto che qui, come nelle altre stanze, c' era la rimal- mezzo, e quindi non si poteva in alcon modo leggere « partito. > ^ 6 III. Od. Vatic. B214, c. 149 — Cd. Rezzi-Bartoliniano, c. iJ3t. _ Od. Eiocard. 2846, c. 106 t. t^ pubblicata nei Poeti II, 217 e dal Nannuoci I, 237. L' aver dimorato lontano m' ha dato dolore al caore per lungo tempo. Ora naova par ten za mi raddoppia 11 dolore. Senno e ragione mi sforzano ad andare assai lontano (14), contro al desiderio dettatomi dalla mia voIont^V, per cut vorrei non allon- tanarmi troppo, e piii di quello che piaccia a voi, di cui son servo (4-12) : e mi vien piet& di vol che avrete dolore dalle mie parole. Gosi peno ugaalmente e a rimanere e ad andare (12-16.) Lontana dimoransa dogla m' k dato al cor lunga stagione. 3 Or mi dobla cagione di pin grave dolor nuovo partire. D' assai lontano gire 6 isforzami di ci5 senn' e ragione^ contro alP opinione plena di voluntade e di pietansa 9 con grande smisuransa che non alungi me contr' al volere, Gd. Lemmo da pUtoia. Et Ccuella diede il suono, 2 Val. e Nann., R-B e R* doglia. — 6 Vb sforzami, — 7 Vb contra V opinione. — 9 Nann. ismisuranza. — 10 Vb che nonn a lungi. — R-B, R*e Val. c?ie non ha lungu 4 Nuovo partire : E sogg. 10 — Accetto, sebbene non sia nei cdd., la buona lezione data dal Nankuogi, 1' unica che dia, mi pare, an seiiso. Solo, se- gaendo an po' anche I cdd., pongo la forma con I semplice, tanto piu che nei dialetti toscani quest' uso delle oonsonantl semplici per le doppie ^ assai frequente. — 67 — pil che sia del piacere 12 vostro di cui amor servo mi tene. E pietansa mi vene di]^.voi, ch' avrete del partir dolore. 15 Cos! del rimanere e dell'andare son diverse pene. 11 R-B, RS Val. e Nann. pur che. — 14 R-B, R*, Val. -e Nann. del parlar, — 16 Vb e de laudar ae non. 14 — Partir : Segao la lez. di Vb, che ben s' accorda special- mente con ci6 che segue: 11 dolore che madonna proverb alia partenza del p. far& si che esse sar& ugualmente dolante e se rinaarr^ e se partirk IV. PAOLO LANFRANOHI SONETTI I. Od. Laurenz. XLI, 42, c. 63. ~ "k pabblicato dal Baynouard, Choix, V, 277, dal Baudi di Vb8MB, (Riv, Sarda, I, p. 279) e dal MoNAGi, Testi ant prov.<, col. 94, che riproduco. Esorta il Re d' Aragona a prepararsi a difendere dal Be di Francia che sta per muovergli contro. Yalenz senher, rei dels Aragones, a qH prez es honors tut jorn enansa 3 e membre vus, senher del rei Franzes, qeus venc a vezer e laiset Fransa ab dos SOS fillz es ab aqel d' Aries : 6 banc no fes colp d' espaza ni de lansa, e mainz baros menet de lenr paes ; jorn de lar vida sal n' anran menbransa. 9 Npstre senhier faccia a vus compagna, per qe en re nons qal daptar : tal qnida horn qe perda qe gazaiuha. 12 Seigner es de la terra e de la mar, per qel rei Engles e sil d' Espangna ne varran mais, sel vorres ajndar. Cd. Paolo Lanfranchi de Pistoia. 4 Ves. qeus, ■— 5 Ves. aqell d' Artes. — 6 Ves. de spaza, — 10 Ves. en ren no tis, — 11 Ves. quida,., gazaingna. — 13 Ves. perq\., de Spangna, — 14 Ves s'el. 5 d^ Arls : Cosi veramente dice L, e non « d' Artes > , come lesse il Vbsmb per dire che qai si alludeva a un nipote di Carlo d' AQgi6, Bobert II d' Artois. 8 — Oio6 : « Di questo giorno del la loro vita so che avran- no ricordo. » 11. Cd. Barberin. LV, 47, (oggi Vatic. 3953) c. 142 — Cd. Estense X B, 10, c. 13. — il pvibblicato dal Vbshb Riv. Sarda, L c. Biasima un signore della sua super bia, e lo avverte chenon pu6 sapere come andr& a finire. De la rota son posti esempli assai, che volta e gira, e non dimora in loco 3 e mette in bono stato quel ch' k poco, al poderoso d^ tormenti e gnai. Or dnnque che non pensi tu che sai 6 che piccola favilla fa gran foco, de non te rallegrar n^ far gran gioco, ch6 non se'certo como fenirai? 9 Se alcun h che veggi in malo stato^ in quel medesmo tu poi avenire, ch' a te sx6 lui Dio non V k giurato. 12 Aggio veduto per li tempi sire, che la Ventura V k si governato, che piu che vita desira morire. Cd. PaiUo Lafranchi da Plstoia. 1 — exempli.., asay. — E hexempij. — 2 Ba gira o uolze. — 3 Ba mete. — E che dapoco. — 4 Ba al poderosso. — E asmi. 5 Ba Or che no telpermpo che tul say. — 6 Ba piccola favilla fa gran foco. — 7 Ves. Non i* allegrare troppo nd dar gioco. — Ba No Valegrare tropOy nd ddr [e goco. — 8 Ba come fineray — Ves. come finirai. — Ba si alcun e che vezi. — E guarda se tu vidi alcuno. — 10 Ba en quel — B che tu medesmo in quello. — 11 Ba Chate ne lui dio la curato. — E sai ben che Dio non la iurato... — 12 Ba, azo. — Kchio o veduto si per lo tempo ire. — 13 E fortuna a V ovno. — 14 Ba plu.... desyra. — E desia de. — 73 — 4 Dd : Ponendo questa parola, come fa il Vbsmb, come pre- pos. non darebbe senso. 8 Fenirai: Preferisco questa forma propria del dialettopi- stoiesei come anche del lucchese, e che ricavo da Ba, ove certo per errore ^ « finerai. » Lo stesso concetto, del resto assai co- mune, ^ in questi vy, di Bonagiunta Orbicciani : « Qual omo ^ su la rota per ventura | non si ralegri perch^ sia inalzato, | che quanto pi6 si mostra cbiara e pura | alor gira ed d^llo di- "sbasato. » (ed. Parducoi, p. 45). 11 — Non r d giurato : Sott. : € che tu rimanga nello stato presente. » III. Cd. Barberin. XLV, 47, (Vatic. 3953), c. 158. — E pabblicato dal Baudi di Vbsmb, 1. c. Immagina di avere in sogiM» baciato e abbracciato in an giardino la saa donna: alio svegliarsi prova dolore "pex aver perdu to tan to bene. Un nobel e gentil imaginare SI mi discese ne la mente mia ; 3 in verity ch' eo allora dormia. El me paria con la mia donna stare in nn giardin, baciare e abbracciare, 6 rimossa ciascun altra villania. Ella dicea : Tu m' ^i in tua bailia, fa di me, amor mio, cib.che ti pare. 9 In qael giardin si avea da 1' nn canto nn rosignol che dicea in so latino : Securamente per vostro amor canto. 12 I' mi svegliai che sonava matino: considerando il ben eh' avea tauto, venme vogla deventar patarino. Cd. PavJo Lafranchi de Piatoia. 1 Ves. nobil — Ba gentil ymaginare — 2 Ba dUeae — 3 Ba en ueritd.,. alora, — 4 Ba cum la mia madona. — 5 Ba en i^n gardin basar et abragare, — 6 Ba remosa gascuna altra uila- nia, — 7 Ba, tu mxiy en. — 8 Ba c^ mio amore go — Ves. de mij amore, cid. — 9 Ba en...gardin — 10 Ba discea — Ves. in 8iu>. - 12 Ba y mi sueglay — Ves. mattino. — 14 Vea. vennem^ voglia. 76 1 Nohel: Preferisco questa forma che ^ in Ba, corrispon- dente alP antico dialetto pistoiese a € nobil » del Vbsmb. 8 II Vesmb accetta la lezione di Ba de mi, non considerando che questa ^ forma veneta, e ponendo « Fa de mi, o amore, ci6 che ti pare » , non s' accorge che il y. non torna. 10 So : Si pu6 bene, a me sembra, mantenere questa forma di Ba^ che ^ frequente negli antichi poeti. 12 — Qui pure non so perche si debba mutare in mattino la lezione di Ba, mentre 1* uso delle consonanti semplici in luo* go delle doppie e frequente nel dialetto pistoiese. 14 Venme: Forma sincopata da vennemef che non si pu6 porre in questo v. per intero, come fa il Vbsmb, perche il v. sarebbe di dodici sillabe. IV. Cd. Barberin. XLV, 47 (Vatic. 3968) c. 158. fe pubblicato dal Baudi di Vbsmb, 1. c. In sogDO gli apparisce Amore che gli annunzia come la sua donna lo ami di cuore, e gli dona da parte sua un fiore. Jj altr' ier dormendo a me se veniie Amore, e destatomi disse : Eo so' messaggio 3 de la taa donna che t' ama di core, se tu pit! che uon saoi se' fatto saggio. Da la saa parte mi don5 nn fiore, 6 che parse per semblant' il so visaggio. AUor nel viso cangiai lo colore, credendd el me dicesse per asaggio. 9 Pero con gran temenza 11 dimandai : Gome sta la mia donna gentile ? ed el me disse : Ben, se tu ben stai. 12 AUora di piet^ devenni umile. EUo spario ; piti non gli parlai : parvemi quasi spirito sottile. Cd. Paulo Lafranchi de Pistoia. 1 Ba laltrer., ami. -- 2 Ba desodomi e disse,. mesazo — 3 Ba dona -- 4 Ba plu che non soy... sazo -- 5 Ba mt donno- 6 Ves. sembianU *l smo — Ba visazo. — 7 Ba alor,., canzay. — 8 Ba digesseper asazo. — 10 Ba dona gentile. — 12 Ba alora de. — Ves. divenni. — 13 Ba eh,.. plu, — 14 Ba spirto soUle, 6 SemhlanV : Non vedo che ci sia ragione alcuna di correg- gere il semblanf di Ba in sembianti, come fa il Vbsmb, se questa forma e assai frequente negli antichi poeti. Senso: < II quale (il fiore) parve per la somigliaDza il suo viso. » 12 devenni: II Vesmb muta senza nessuaa ragione in di* venni la lezione di Ba, che e conforme alPuso dei poeti delle origin! e propria del dialetto pistoiese antico. Anche nel son. precedente aveva detto € deveutar » (v. 14). V. Cd. Barberin. XLV, 47, (Vatic. 39B3) c. 158. E pubblicato dal Baudi di Vesme, 1. c. Dialogo tra Amore e Amante. Quest! prega Amore ad an- dare dalla sua donna a manifestarle le sue pene. Dimme, Amore; vorestti tornare da la mia parte a la donna mia ? 3 — Si, se tu vogli, ma elP*^ follia : ch6 talor noce lo troppo adastare. E lo meo core vi vol pur andare, 6 e ti demanda en sua compagnia. — Di presente me meterb en via dapo' ch^ eo veggio ch' a lui e te pare, 9 Or me di' cio che tu vol che gli dica : che tu non fini clamare mercede ? Perso non h bisogno andame mica, 12 per aventura ch' ella non ti crede. — Si, fa' ; che di me vive e se nutrica ; e '1 cor non p5 durar, se no la vede. Cd. Paulo Lafranchi. 1 Ba dime — Ves. vorrestii. — 3 folia — 4 Ba nose lo tropo, — 7 Ves. mi metterd — 8 Bo vezo.,.e ti — 9 Ba go che tu voy — Ves. vuoi, — 10 Ves. chiamare, — 11 Ba perzo non I besogno andarnemica — Ves. percid — 13 Bacfe mu..nutrita — 14 Ves. pv^. 1 VorestCi, : Seguo la lezione di Ba, perche conforme an« cb' essa all' uso pistoiese dello sdoppiamento delle consonant!^ cosi faccio per il meterd del v. 7. — 78 - 4 Senso .* « Che spesso nuoce lo stuzzicare troppo. » 10 — Clamare : Mantengo la lezione di Ba, perche questa forma latina 6 comune agli antichi. 12 — Interpungo qui un po' diversamente dal Vbsme, se- oondo il quale noo ci sarebbe un senso sodisfacente, e intendo che Amore dica : Ora dimmi ci6 che tu vuoi che gli dica : che tu non finisci di chiedere piet&? Per questo non ci sarebbe punto bisogno d' andare da lei, perche per fortuna essa non ti crede. » VI. Cd. Barberin. XLV, 47, (Vatic. 3953), c. 150. t pubblicato dal Baudi di Vbsme, 1. c. Immagina d' aver mandato Amare dalla sua donna e che quello, tornato da lei, gli riferisca ohe essa gik gli viene incon- tro. Ma poi pensa cio non esser possibile, e prova allora grave dolore all' anima. L' altr' ier pensando mi emaginai [de] mandare Amore a la donna mia; 3 ed a lui piacque per sua cortesia andar a lei ; tanto nel pregai. Poi retorn5 e disseme : Ohe fail 6 Tntta V 6 misa ne la tua bailia : I' ti 80 a dire, ch' eP b a mezza via, e vien a te, se tu a lei non vai. 9 Po' me venn' un penser da 1' altro lato, e fortemente me represe e disse : Amico meo, tu ^i folle pensato. 12 Or credi tu ch' ella a te venisse f E tu anderesti a lei ? Se' tu in istato ? Parveme allor che V alma se partisse. Cd. Paulo Lafixmchi. 1 Ba pensandomi emaginay — 2 Ves. alia — 3 Ba 6^ aluy plaque. — 6 Ba baylia. — 7 Ba r* ^i so... a meza, — Ves. a dir ch' elV ^. — 9 Ba me ven — 12 Ba crede tu ch' ella cum ti — 13 Ba se tuene stato. — 14 Ba alor, — Ves. parvemi. 1. — Emaginai = Questo mutamento dell* i protonico in e ^ non raro negli antichi e anche nel dialetto pistoiese del se- colo XIII. 12 - 13 — Quest! vv. sono cosi guasti in Ba tanto che il Vbsmb — 80 — non riusci a rabberciarli. lo credo cbe debba porgi un interro- gativo alia fine del primo verso, un altro dopo c lei», e final- mente si debbano separare le parole ultime del v. 14, come le d& Ba, in questo modo : « Se' tu in istato. » Allora 11 senso corre, mi pare, assai cbiaro : « Se' tu in istato, in grado di farlo ? Ciod se' in tale stato da poter andare incontro a lei ? » 14 — Parveme : Come sopra al y. 5 ayeva ammesso 11 « dis- seme » di Ba, non yedo qui alcuna ragione di non aocettare 11 parveme cbe pure d& Ba. VII. Cd. Vaticano-Bftrb. lat. 3963 {gik Barb. XLV, 47), in fine. Lamenta 1' avversa fortuna cbe gli fa f&re sempre il con- trario di quello cbe vorrebbe. Ogni meo fatto per contrario faccio, e di niente d' intorno mi gnardo : 3 V estate son piti freddo che non h '1 ghiaccio, V invemo per il gtan calor tatto ardo. S' eo 6 lettera de gioia, si la straccio, 6 se di dolore, la repogno e gnardo ; chnnqne h mio amico, si minaccio, se mi salnta, si me fier d^ an dardo. 9 Gredo che dio ensieme e la natnra erano irati qnando mi crearo, ch6 transformomi d' ogni creatnra : 12 perb in loro nom ginrerb en paro, 1' alma che mi derono clara e para giammai no 1' averanno en sno reparo. Cd. Patdo Lafranchi. I Ba faggo — 3 Ba plu firedo, . . .glc^ — 4 Ba dU gran calor tuto — 5 Ba letera de zoia si lo straggo — 7 Ba chunca. . . . minaggo. II Ba e — 12 Ba, il loro non gUaron, — 14 Ba zamay no latierano. 11 — Senso : < Percbe mi trasformo da una creatura in on' altra. » 12 Non bo modo di rabberciaro qae8t)o v. assai poco chiaro percbe non posso con&ontarlo con altri mss."; essendo questo son. nel solo cod. Ba. Ho tentato di ripristinarlo nel modo cbe mi ^ sembrato il migliore, intendendo cosi : « Perci6 giurer6 alia pari in nome di tutte e due (dio e la natura), cbe non riavranno la mia anima, cio^ cbe essa non Beak n6 di Dio, n6 della natu- ra. » Era forse il Lanfrancbi di coloro cbe « 1' anima col corpo xnorta &nno ? RIME DI DUBBIA AUTENTIOITl I. Cd. Laurenz. XLI, 42, c. 63. — £j pnbblicata da Edmondo Stbn- GBL nell' Auftrag der Berliner GeseUschaft filr die Studien der neueren Sprachen genommenen Abschrift nelP ArcMlv fUr neuere Sprachen, Bd. XLIX, S. 58^ ; 284-824 ; Bd. L. S. 241-284, a p. 279, e dal Bauoi m Vbsmb, L c. V Oonfessa al giudice di Gallura di essere giullare non per suo piacere, ma per esseryi stato costretto da cattiva gente che lo ha ridotto in miseria, lo prega quindi, poicb6 egli ben lo conosce, ad aiutarlo, ch6 Dio lo rimeriter&. I G^s al men grat non soi joglar, anz per esforz demala gens, 3 qe m' an tolgatz joi e argens ) per qe m comven tal mester far. Done sil qi ben sa la vertatz, 6 assaz mielz mi dovria far e del onrar e del donar, qe sil cui non sni acontat : 9 e Dieu V auria mais a grat. I, 4 Ves. perqe. — Ves. e L* conv^. I, 5 : Questo v. parrebbe significare che 11 giudioe di Gal- lura, a cui indirizzava la cobbola, conoscesse la sua condizione di giullare e che quindi il p. fosse probabilmente nella sua corte. ^sa- il Per so no voill desconortar, car gran ren ai de companhos 12 a cui es faiz de gran honors, q' ancor li cnida meritarf segon qi eu e yit e chascuns sapza 15 anz qe lo segle se desfacza. Done qi blasma autrni malameuz de si den esser conoisenz 18 de so q' om li pod reprozar. II, 10 L' e Ves. perzo — L* e Ves. conpagnos. — 17 L* e Ves. deso. II, 11 Ren : Graa cosa, cioS gran numero. Ho resa piii pro- venzale la forma c compagnos » , certo piu italiana che proven- zaie, e cosi bo fatto per altre parole, come in questa stanza per « de si » e c perzo. » III Vai, cobla, al jage de Galnr : Mand q' e iur e non periur, 21 qe dal rennel sai enpazar, per qe fa ben qem vol donar. Ill, 19 L* e Ves. va — 22 L' e Ves. qe m. Ill, 20 : Sembra cbe il giudice di Gallura avesse promesso del doni al p. 21 — II senso mi pare sia questo : « Non so impedirlo dal niente, cioe pu6 ancbe darmi niente, per il cbe fa bene a vo- lermi donare. » II Vesmb, non so come, intende cosi : « Da ci6 niente nol sappia impedire cb* ei mi faccia il bene che mi vuol donare. > A ogni modo, intendendo come vuole il Vbsmb, avrebbe dovuto leggersi c sapza » e « faza. » II. Cd. Laurenz. XLV, 47, c. 64. £ pubblicata da Edmondo Stengbl., 1. c. e dal BAUni di Vbsmb. 1. c Dice al giudice di Gallura cbe ha udito parlare della sua grande potenza e del suo valor e. Si meraviglia quindi di sentir dire che dona assai agli altri, mentre nulla dona a lui (1*8). Se non gli doner4 qualcosa) dird. male di lui (8-16). Vorrebbe insieme coi Qhibellini esteudersi per la Bomagna, rompere i Frances! e vendicare la sua gente (16-24). Chi ^ savio, quando falla, deve esser piu incolpato : e chi conosoe il senno e lafolli& e desidera piii di quanto gli perviene e chi vuole avere piut- tosto male che bene, Dio vuole che abbia male (24-83). I Seigner jnge, ben ang dir a la gen q' assaz es mis en bon prez e pojaz 3 e de bon faitz avetz rocha fermaz, e plus q^ antr' om avetz valor valen. Done en mi poi asaz meraveilhar, 6 . q' en ang c' autrni vos donaz e metetz, 6 mi faiz eenblan q' en ai ofetz ; c' ancar no sal se vos sabez donar. I, 1 L* e Ves. dira Za. — 2 L* e Ves. ses. — 3 L* e Ves. apes, — 6 L*. e Ves. pose. — 7 L* e Ves. a mi. — 8L* e Ves. sabei. ly 2 : Non comprendo come il Vesmb possa avere ammessa la forma non provenzale che dk 1? ses^ come le altre che sono pid sotto aveSf posi, a mi e sahes, 7 — Correggo ofez di L* iu ofetz che deve rimare con metetz.. — 86 — II 9 Ges per los diz non er bon prez sabatz, mais a li faiz es hom reconegntz^ e per li faitz yen lo bon dir apres 12 da eel qe son e valenz e cortes. Per qe se no midonaz qalqe don, sapzaz per ver q' en dirai mal de vos, 15 se vos a mi la lingua nou taglaz : done ben es miels qe vos a mi donaz. II, 9 L' e Ves. lo diz. Ilf 15 A mi : Son costretto a lasciare questa forma non pro- venzale per necessita di verso, ammettendo che qualche forma piu italiana che proven zaie sia ptire stata usata dal p. per di< savvertenza o per ignoranza. III E si en agues perduitz aut alven 18 cons de Monfort e tot sos validors e des autres tauz, yolria eissamen^ lo Eeis Carl, lo filz e ^1 neboz andos, 21 e qem pogues per Komangna estendre, volria el Frances rompre e malmenar, seguramen batteiar es encendre; 24 e en aisi volgra nostra gen \cenjar. Ill, 17 U e Ves. aghes. — 20 L« e Ves. Carles. — 21 L^e Ves. qe m...per Romagna. — 22 L* e Ves. vior. — 23 L* e Ves. barteiar. Ill, 17 — Agues : Anche qui correggo la forma data da L' piu italiana che provenzale, come piu sotto c qe m » e «Boma- gna. > — Perduitz : Deve qui significare : « portato, condotto. » Forse dal lat. «perductus ? » 20 — Carl : E facile capire che cosi correggo il Carles, di P, perche altrimenti il verso sarebbe di undici sillabe. 22 — Volria : Al posto di questo condizionale L^ ha un €vior» che non so donde siavenuto fuori.Eppure il Vbsmb lo accetta. - 86 - IV Mais dev' esser [lo] savis encolpatz q' es fol, qan fal, e plas s' en castia : 27 qa fol qanffal, V escasa sa folia ; mais lo savis non es ges escnsatz, anc 1' encase son sen qam fai folsatz. 30 B qui conois lo sen e la foUor, e vol mais qe ben dreich vol qe li veigna e qui malvol tener qe ben,Diea vol qe il teigna. IV, 25 — Ves. ed L* de' esser savis — 26 L* e Ves. qe.., se non. — 27 L*e Ves. lo scttsa. — 28 L* e Ves. ma... no es. — 29 L* e Ves. V encuss. — 30 L* e Ves. e clii — 31 L* e Ves. dree... vegna. — 32 L* e Ves. e chi...Dieo...tegna. IV, 26 — Ho dovuto rabberciare alia meglio questo v., man- cante delle sillabe necessarie. 26 — 01 es: In t^X modo correggo il t qe » di L*, per cui mancherebbe il verbo. 27 — V escusa : Correggo la forma « lo scusa > di L', che ^ piii italiana che provenzale, come il ma del v. 28, il chi del v. 30 e il Dieo del v. 32. 1 y v. di qaest* ultima strofa erano molto gua- sti, e mi sono studiato di riportarli, per quanto ho potuto, alia loro originale dizione, togliendo le forme evidentemeiite Italia- nizzate. III. Cd. Estense X, B, 10 c. 13. E pabblicato dal Baudi di Vbsmb, 1. c. Quattro uomini stanno sopra la rota della fortana, uno trionfa suir alto di essa, an secondo con forza cerca di poggiare -in alto, un terzo precipita, un quarto h g'lk caduto sotto la ruota. Qneste varie vicende della for tuna ha corso un superbo che ora ha perduto ogni suo bene. Quattr' omin son dipinti ne la rota per P aventura dello esemplo dato : 3 e V altro sta di sopra incoronato, e P uno in su valentemente nota. E '1 terzo se tien le mani a la gota, 6 et 6 vilanamente trabuchato, e '1 quarto sta di sotto riversato, e d' ogni estremit^ li d^ sua dota. 9 lo fui quel che 1^ su andai montando intorno intorno la rota girata, e fui di sopra a tutto il mio comando, 12 poi la testa mi fu incoronata. Or son <5aggiuto d' ogni ben inbando nel filnimento de la mia giornata. 1 E quatrokomini sum dipinti, — 2 E exemplo, — 5Ves. si tien. — E se tiene. — 6 Ves. ed d villanamente trabuccato, — 8 E extremitd... soa dota. — 9 Ves. lassii, — 12 E me fo. — 13 E cazuto. 4 Nota: — Che abbia a dire « ruota » , cioS s'afiatica seguendo il girar della ruota per arrivare al fiommo di essa ? 8 — Senso : « II quarto -^ gi& rovesciato sotto la ruota ed essa gli regala Qi dd sua dota) ogni estremo male. » 11 — Comando: L' astratto per il concreto : « a tutti quelli che prima mi comandavano. » • » V. MEO DI BTJ&NO SONETTO Cd. Vaticano-Barb. lat. 3953 (gia Barb, XLV, 47), c. 173 — E. Archivio di Statodi Venezia, Ddtberaz. del Maggior Consiglio, Comune 7, c. 103 1. ^2 pubblicato per intero uei Poeti, II, p. 220 e in parte da Anqelo Gualandi, Accenni aUe orzginidella lingua e delta prosa italiana, p. 17. 11 p. si lamenta dell' accusa fattagli di essere stato in luo- ghi dove non ha mai posto il piede. A ogni modo dichiara di voler continuare a vivereasao piacere,senza preoccaparsi delle altrui maldicenze. Tutto' el tempo del mondo m' b avenuto, e sempre me n' andro con questa norma 3 che 1^ ' ve non pongo '1 pi^ facclo V orma, non 80 qual de demon! m' k veduto : che, sendo sancto, non sero creduto, 6 anzi me sgrideria la gente a torma. Unde el conven ch^ eo vegli e poco dorma, da tante parte me veggio assednto. 9 Ma non mi muto per altrni parlare : ben h vert^ ch' io ne son pnr dolente, e come bestia lasso ogn' om belare. 12 Om che si sente iusto et innocente a faccia aperta p6 securo andare, e non curar ferueticar di gente. Cd. Meo de Bugno da Pistoia. 1 Arv. A tuto el tempo del mondo el me devenuto, Ba tuto il tempo. — 2 Arv. e semper m^nando rocho in questa norma. Val. me n* andraio, Ba cum questa norm^. — 3 Ba Za owe no., piede fago. Arv. elp^ siUaso. Val. che Id ve 'Ipid non pongo. — 92 — — 4 Ba no so qual dig demoni, Arv. e rum so qtuil diavoh — 5 Arv. 8' io fose santo io nan sere* creduto. — 6 Ba anQi me scrideriala zente. — 7 Val. onde, — BsmezoasedtUo. Val. pene. Arv. me vego. — 11 Val. uom. Ba ognom, — 12 Val. vom... giusto 13 Ba a fa^.„ seguro, — 14 Ba di gente. 8 — II Valbriani, che pure si era valso, per questo son., di Ba., lesse male queste due quartine, disponendone i versi in quest* ordine : 1, 8, 5, 7 ; 4, 2, 6, 8. No!, pur togliendo le forme evidentemente venete, abbiamo seguito Ba, che ci ha permesso di rimettere i versi nella loro originale disposizione. 14 — Femeticar : L*a atona si muta nell'antico dialetto pi- stoiese in e : cfr. Soffrbdi Del Grazia, Volgarizz, « seramento, apperecchiaii » (p. XI). I RIMATOm PISTOIESI DEL SECOLO XIV I. MULA DE' MULI SONETTI I. Od. Bologna, oggi Marc. It. JX, 520. -> il pubblicato dal CASiNinel Propttgnatore, vol. XV, disp. 6.a Spiega una visione amorosa che Cino da Pistoia aveva espo- sta nel son. « Vinta e lassa era gi& 1' anima mi a. » A tal. vision risponder non savria om che non f ae in for§a d' amor mai ; 3 e per5 s' eo, che mai nol saporai, in ci5 non dico a pien, non falleria. Ma, perch6 s' ame strana fantasia 6 d' amor veder e d' nn foco escir lai, diragio qnello che ne imaginai del foco e de la boce chenn^ escio. 9 Qnell' era V alma tna che fuor di gioco, per6 che in forte flama si discola, piangeva e in merc^ diceva : Eo coco, 12 ch' Amor menava a tna donna che i dola e in tormenti traggala, persb roco di star si dispietata ; or mai disvola. Cd. Messer Mvila da PiatfoiaJ EfisjxmdeJ. 6 B same, — 12 B ch' amor menava a tua che i dola, — 13 B 6 di tormenti tracalapreso roco. 7 Senso : » Ma, perch^ s* ami vedere strana fantasia d' amo- re e uscire lament! da un fuoGo....» 7 — 98 — 8 — Boce: Forma usata, come il seguente < escio » nel dialetto pistoiese antico e moderno. 9 — Fuor di gioco : Gio6 in senso letterale « fuori di alle- goria. > 10 -^ Si diacola : Si disfi^. 18 — 14 : Questi due ultimi yy. sono molto guasti nel ms., tantochS il Gasini disse che noa sapeva come intenderli. In- &.tti nesHun senso potrebbero dare, se non si rabberciassero in qualche modo. Cosi come il ms. d& il v. 12, questo mancherebbe d'ona sillaba. II senso del son. diOino ci permette d'aggiungere la parola « donna*. Cino diceinf'atti: «Ch*amor visibil veder mi parea | cbe mi prendeva e mi menava in loco | ov' era la gentil mia donna sola. » II « tracala > poi del ms. mi pare che ben si possa cambiare in un « traggala > , il « preso > in « pers6 » : e quindi ne verrebbe questo senso : « 1' anima tua piaiigeva, es- sendo in mezzo alfuoco, e gridava: lo cuoco ; P anima tua, che Amore menava alia tua donna, affinche si dolesse e la traesse in tormenti : perci6 io son roco per essere essa cosi.spietata ; ormai r anima sen vola via. > II. Cd. Bologn.-Univers. 1289, c. loi t — Cd. Casanatense d. V. B (nuova segnatura 438), c. 87 1 — Cd. Napoletano XIII, 0, 9, c. 50 * — is pubblicato dal Pblabz, Bime ant italt p. S07, n. 109. Si rivolge a Cino da Pistoia, domandandogli come ad uomo SBiggio se amore viene da cuore gentile o da piacere, se lia forza, signoria e potenza grandissima in se. Omo saccente e da maestro saggio de' interogar per apparar savere, 3 ond^ 1' mi movo a voi, si com' a maggio doctor che sete, per ragion cernere : S' amor discende per gentil coraggio, 6 . o di che nasee, o se ven per piacere, o s' egli Sk in s6 forza o signoraggio e possa, quanta piii se ne puo avere. 9 E prego voi, si come '1 piu pregiato signer, che di scienza m' insegnate d' esto dimando, sire, ch' eo vi chero. 12 Ched' io non son da me tanto 'nsegnato ched' il possa saver per veritate, ond' io mi torni al diritto sentero. Cd. Messer Mula de* Midi a Messer Cino. 2 C ed N interrogar. — 6 Ub ed N tnen, — 10 Ub ed N scien- tia — 12 Vb ed N ch' io. — 14 Ub ed N mi torno. 2 — Preferisco la forma « interrogar » di Ub, percli6 conforme al dialetto pistoiese, che ama le consonanti semplici al posto dalle doppie. II. GUELFO TAVIANI SONETTI I. Cd. Casanatense d. V. 5 (nuova segnatura 433)^ n. 130 — Bplogn. — Univer. 1289, c. ii8. Fu pubblicato da Faustino Tasso, Rime tosc. di Cino daPistoia.y p. lie, da Luiai Chiappblli, Vita e opere giur, di C. da P., in append, e dal Pblabz, Le rime a7it ital. p. 300, n. v^o. Biasima Cino da Pistoia, perche, mentre sin ora aveva amato Selvaggia, ora si era volto ad amoreggiare col < bel ca- valiere. > Molto li tnoi pensier mi paiou torti, percio che la tua mente n^ h soccinta : 3 tanto in Selvaggia 'a sin ora 1' ^i spiota e mo al cavallier gitti le sorti. Par che ti nndrigassi luDgo gli orti 6 voler portar di duo la cera tinta contra ragion d' amor che uon k> 'nfinta la 'ntensa tua, e dratti desij corti, 9 com' a ciascun che 'n tal guisa s' intreccia in siia corte, e nonpuote dimorarve per bella gioia alcana mai pigliarve. 12 E dico pit! che se ne lassa entrarve. Amor incontra a tal la cera arreccia, e ben discerne lo gran da la veccia, Cd. Eisposta di Messer Gtielfo Taviani. 4 C cavalier. — 5 Ub nutricassi, — 7 Ub n' han flnta. — 8 Ub V antenza... disij, — 11 Ub zoia, — 12 C eJied e ne. — Ub che de ne — 13 Ub a rai — C e Ub cW amor,,, a tal. — 104 — 2 Soceinta : L' o protonico rimane talvolta anche in sillaba atona nell' antico dialetto pistoiese : cfr. Sofprbdi del Grazia, Volgariss^ (xdolterio (S4), avolterio (58), notricare (60), socidere (S5), tarbato (19). 5 — Nudrigassi: Preferisco questa forma piii usata nell' an- tico dialetto pistoiese, in cui il t protonico nel gruppo tr si rad- dolciva spesso in di c£r< Soffrbdi del Grazia, 1. c. nodrito (GO), piacendier (37). 7 La cera tinta : Senso : € 11 viso impresso dell' amore di due donne. » 12 — Senso : < £ dico inoltre che se Amore vi lascia entrare nella sna corte, davanti a tal amatore arriccia il viso e distin- gue bene il grano dalla veccia. » n. / Od. Casanatense d. V. 5 (nuova segnatura 4B3), n. 133 r— Od. Bo- logn.-Univ. 1289, c. no. — Fu pubblicato da F. Tasso, op. cit., p. 117 e dal Pblabz, op. cit. n. 132. Bimprovera anche qui Cino d'amare madonna Teccia, la bella pisana. Pensando come i tuoi sermoni adatte, la repugnanza h tanta ch' ^ uno scomo : 3 lo cavalier t' k, scoperto falorno, ove gli occhi fermasti, unde t' imbratte. Or vedi come lo tuo core appiatte, 6 che per madonna Teccia ki preso '1 torno : or par che tomi falso d' altro como, che poscia di dimor non h detratte. 9 In altro t' infrascha poi che ami ad arte, che ben cognosce Amore i pensier toi, ed in tal goisa che giamai non pni 12 fracte avere, ch6 Amor guarda fra cai sne belle gioie degnamente i>arte9 non contra qnei che li nsan false carte. Cd. Risposta di Messer Guelfo. 3 C cavalier. — 4 C onde — 5 Ub manca or. — 6 Ub teso il torno. — 13 Ub elle me zoie. — 14 C non contra a quel che gli vsan. 3 Falomo : Parola ignota ai Vocabolari : deve essere nel senso stesso di falotico, registrato dai Vocabolari, che yuol dire: < stravagante, bizzarro. » 6 Preso : Preferisco di leggere cosi, e non « teso » , come vor- — 106 — rebbe Ub, perche in questo modo ^ chiaro il senso : « Hai preso a girare per madonna Teccia. » 9 Vuol dire: < Pensa ad infrascarti pure in altro amore, poich6 non ami di cuore^ ma ad arte. > 10 Cognosce : Questa forma col gn era d' uso nelP antico dia- letto pistoiese : v. in Soffrbdi dbl Grazia, 1. c. cognoscefe (79), cognoscuta (5). Vive anch' oggi nel parlare dei contadini pistoiesi. 11 Put : Forma adoperata per la rima. II Taviani, come si yede, ^ assai mal destro rimatore, e si fa trascinare troppo dalle esigenze della rima. III. Cd. Casanatense d. V. 5 (nuova segnatura 433) n. ni — Cd. Senese H) X, 2, o. d — Senese H, X, 47 c. 8 — Cd. Galvani-Manzoni (di su le copie che ne fece Paw. Bilancioni e che sono tra le carte di questo nella Bibl. Univ. di Bologna), c. f4, — Fu pubblicato dal Cappblli Otto sonn, del sec. XI Vf dal D' An- GONA, Studi di criticcLf p. 138, n. 1, dal Pelabz, Bime ant, itaL, p. 352, n. 171 e recentemente da A. F. Mass&ra / so- netU di Oecco Angiolieri, pag. 175. Aoerbamente rimprovera Oecco Angiolieri per avere folle- mente assalito Dante, cosi ricco di sapere, e lo avverte che pensi bene con chi si e messo a contrastare. Gecco Angelier, tu mi pari un musardo, si tostamente corri e non vi pene 3 deliberar, ma 'ncontinenti sfreue come poledro, o puDto caval sardo. Or pensi sia dal ferrante al baiardo 6 che con Dante di motti tegni mene, che di filosofia k tante vene ? Ta mi pari piti matto che gagliardo. 9 Filosofi tesaoro disprezzare den per ragione, e lor nsansa fae sol lo 'ngegno in scienzia assottigliare. 12 Or qneste sono le virtnti sue : per5 pensa con cui dei rampognare : chi foUemente salta, tosto rne. Cd. Risposta di messer Guelfo Taviani In Pei^ona Di Dante. 1 S. par\ — 2 S. pene, — 3 C 'ncontenenti,,, (?. sfreni — S. incontinente — 4 S. poUedrOj G, ponto. — 5 S. pansa, — — 108 — 6 S, meni. — 7 G. veni. — 9 C the$oro^ S tesori. — 11 G. per^ et.,.de sciemiay S sciemia. — 12 G. e Capp. Coteste sono — 14 S. e Capp. presto rtie. 1 — MtAsardo : I Vooabolari registrano questa parola nel senso di < ohe musa, stupido, perdigiomo. » 2 — Osserva giustamente il Mass&ra che i w. 2-8 e 6-7 non rimano con i vv. corrispondenti del son. dell' Angiolieri, perche in questo si ha — em, in quello-ene ; < ma non h possibile lasciar passare mostruosit& morfologiche come meni e veni quail plurali di mena e vena, » V. 5 — Accetto la spiegazione che di questo v. d& 11 Mass^ra e perci6 prendo le due parole ferrante e haiardo per nomi co- muni. La frase essere dal ferrante al haiardo che si disse anche essere tra baiante e ferrante o da batantea ferrante vale essere alia pari, V. la spiegazione che di questi due vocaboli dk il MASS^Ra nel cit. sue studio, (p. 175.) III. ZAMPA RICOIARDI SONETTO Cd. Oasanatense d. V. 5 (nuova segnatura 433), n. 143 — Cd. Bologn. — Univers. ).289, o. 125 t. — Od. Galvani, o. 27 t — Od. Napoletano XIII C, 9, c. 50 1^* Fu pubblicato dal Cappblli, opusc. cit., p. 1 6. Piange la morte di Cino da Pistoia. Morto h colui, ch^ era area de la legge, e eh' uom sapesse miglior dittatore. 3 Morto h colui ch' era sommo dottore e in dir per rima de' Lombardi legge. Morto h colui che le doppie coregge 6 portava cinte tuttavia d' amore. Morto h colui il quale a tutte P ore pianger devria ciascun de la su' gregge. 9 Morto 6 colui ch' era sommo altorista, e quant e furon mai storie romane sapeva tutte ed anco le troiane. 12 Morto h colui che da sera e da mane a me rimembra di su' dolce vista : V anima mia di gran doglia s' attrista : 15 dico del valoroso messer Cino, di cui si dolse molto il Perugino. Cd. Ciampa Ricdardi — In la morte di Messer Oino, 1 Ub archa, — 2 Ub et huom — N. dettatore. — 4 C, Ub ed N et dir. — 5 Ub e N cwregge. — 8 Ub ed N dovria. — 10 C ed Ub Et qtmnte fur mai V historie romane. — 11 Get anche. — 12 Ub et domane. 13 C anni rimembra — Ub et mi rimembra — Capp. disua dolce. — 14 C degran voglia. ^ _ 112 — 5 — Coregge : Segno, come al trove, I'uso pistoiese ohe ynole lo sdoppiamento delle consonant!. 9 — Altorista: Com' h frequente ne|;li antichi cUtore per au- tare cosL h qui usato altorista per autcrista, autore, scrittore. 16 — II Perugmo: Che cosa voglia significare con questa allnsione non so. Allude forse al dolore dei Perugini ohe lo avevano avuto gi& vecchio e oelebre a insegnare nel loro Studio ? Glossario Portano I'asterisco le parole ignote al Vocabolario. ddistato^y A. c. i, 22, eccitato a fermo stallo^ A . s. iv, 4, immutabilmente altorista*^ Z. E. s, i, 9, atitore archiy A. s. iii, 1, lanci colP arco arreeeia^ G. T. s. i, 13 arriccia attessa^ A. c. 11, 50 affanno chero*^ A. s. vi, 4,domanda contra^ A. c. i, «4, incontra wnvento, A. c. quivoca, I, 58, schiera comeggiare A. s. 11, 2, colpire coUe coma dico d? avizoj A. o. 11, 24, cosi mi sembra disdettOy A. c. I, 13, ritrattazione disfallOj A. s. iv. 6, discolpo dispero*^ A. c. iii, 7, disperazione falomo^j G. T. s. 11, 3, stravagante miaterOj A. s. vii, a, mezzo musardoj G. T. s. m, 1, stupido w' avallo*^ A. s. iv, 8, me ne scoraggio 'n Ho, A. s. IV, 3. in feudo ostrero^^ A. s. vx, 3, straniero partutaj A. c. iii, 49, parte perfettaj A. c. quiv. i, 59, rendi perfetta" privadOy A. s. 11. 4, familiare rivera^ A. c. i, 25, stanza sentore A. c. i, 5i, sentimento sentuta^ A. s. 11, 12, sentimento si diacolay M. de^ M. s. 1, 10, si disfi save*, A. s. vii, 5, sovviene, soccorre sovraismisuransay A. c. i, 5, eccesso smirata*^ A. c. £i, 30, smisnrata 8torma*j A. s. vii, 6, s' allontana 8trado*y A. s. 11, 8, abbasso 8trove*y A. s. vii, 7, trova torte*j A. c. 11, 55, a torto AGOIUNTE E CORREZIONI pg. xzii — infatti una^ correggi : infatti, pg. xxYi — Bonmipare non ^ figlio del notaro Soffredo. U doc. che qui pubblico integralmente prova che il notaro SoffirecU del Grazia viveva ancora nel 1284. Nel Libra de' Bandi e Contratti dell'Arch. comun. di Pistoia, n. 2, a c. 837, al- I'anno 1284, 9 decetnbre, 6 detto: lobes de pedana Oursus Stefani lobes Vannuccbi Nuccbus quericbi puccius lucensis pariscij campana paulucoius trinciavegbe Grescij A made! Factus Jacopi omnes predict! missi fiie- runt in banno mandatu pot. Q. E. per Carsam nuntium communis pi st, non venerunt coram dno Bertuccio et facio lud. causarum pist. Eelatione facta a Soi&edo Gratie not.. pg. — XXX scientifiche, correggi : scentifiche. pgg. LV, n. 1 e Lxxiv, n. 1 — ScUa /X, correggi : Sola VIIL pg. Lxxxiii — versaggiatorBf correggi : verseggiatore, pg. cxix — nella raccoUa dei suoi Poetif correggi : neUa sua raccolta de' Poeti, pg. cxxii — eecdlente maestro^ correggi : ecceUente, il sua maestro, pg. CXXII — r. 14 n' d, correggi : d. pg. cxxx — Vaticano 3853, correggi : Vaticano 3953. pg. cxLi — Alle parole « Arcbivio di Stato di Venezia » ecc. si aggiunga: «(Arv).» pg. 16, n. 8 — annota, correggi: Jia. pg. 71 — Son. I, 3 — membrej correggi: menbre. Altre facili correzioni far& da se il lettore benevolo. INDICE DEI RIMATORI Guelfo TaviaDi * pag. 108 Lemmo Orlandi. . Meo Abbracciavacca Meo di Bugno . . Mula de' Muli . . Paolo Lantranchi . , Si. Qui. da Pistoia Zampa Bicciardi . 57 3 91 97 71 63 111 INDICE DELLE EIME A more amaro, a morte m*^i feruto Amor, tegnomi matto A scuro loco couven lume clero . A tal vision risponder non sav^b . Cecco Angelier, tu mi pari un musardo Chogli occhi, Amor, dolci saette m'archi CODsideraodo Taltera valensa . De la rota son posti esempli assai. Del dolor tant^d M soverchio fero . Dimme, Amore : vorestil tornare , Doglio, languendo, di grave pezansa Fera cagione e dura .... Ges al meu grat dod soi joglar . Gravoso affamio e pena . L*altr*ier dormendo a me se veone Amore L*alirMer peosando mi emagioai . LoDtaDa dimoraosa .... Madonna, vostr*altera conoscensa . Madonn', eo dotto. Di che M dottansa Y Molto li tuoi pensier mi paion torti Morto ^ colui, cb*era area de la legge. Ogni meo faito per contrario faccio Omo saccente e da maestro saggio. Parlare schuro dimandando, dove . PensaDdo c*ogni cosa aggio da Dio Pensando come i tuoi sermoni adatte Poi sento c^ogni tutto da Dio tegno Quattr'omio son dipinti ne la rota Se '1 filosofo dice : ^ necessaro Seigner juge, ben aug dir a la gen Sovente aggio pensato di tacere Tanto saggio e bon poi me somegli Tutto el tempo del mondo m*d avenuto. Un nobel e gentil imaginare . Vacche n^ tora pid neente bado . Yalenz senher, rei dels Aragones . Vita noioza pena soffrir lane • • Pag. 38 40 32 07 107 48 15 72 54 77 46 61 82 57 76 70 66 50 103 111 81 00 34 88 105 26 87 22 84 3 63 31 74 24 71 36 Pubblicazioni della Society pjstoiese di Storia Patria editi'iee del « Bnllettiiio Storico Pistoiese » Biblioteca di aiitori pistoiesi. Vol. 1"^ — Le dicerie volgari di Ser Matteo de* Libri secondo una redazione pistoiese per cur-a delTAvv. Luiai Ghiappelli. Pistoia, 1900; pp. xxxi-49 in -16, L. 2. ' \ Fonti storiche pistoiesi. 1. — // < Liber Censuum > di Pistoia^ Regesti di docc. sulla Storia della Toscana dei secoli XII e XIII a oura del Prof. Quinto Santoli. Dei tre fascicoli 6 pubblicato il 1°; b di imrninente pubblicazione il 2*^; ed entro ii 1907 saM pubblicato il 3^ con indice e prefaziono. * Abbonamento aH'opera completa Pei componenti la Socpist. di sL patria L. 5 Per gli altri > 10 II volume di oltre 700 pp. in carta a ma- no 6 posto in vendita al prezzo di > 15 II Bullettino storico pistoiese si pubblica in fasc. tri mestraU di pp. 40 al prezzo di L. 1,30. \ TC14G103 V » . Jt -